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Modì, tutto l’essenziale

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 2, 2013

MilanoModigliani_352-288 di Simona Maggiorelli

La linea nitida, la solidità scultorea di forme essenziali, il colore rossastro delle terre che riscaldano la tavolozza. E poi le curve morbide del nudo femminile, il fascino misterioso di figure dal collo lungo e di volti in cui un occhio appare cieco verso la realtà circostante e come rivolto ad una dimensione interiore.

E’ una perfetta sintesi di classicità e avanguardia l’arte di Amedeo Modigliani (1884-1920) che la mostra Modigliani, Soutine e gli artisti maledetti aperta in Palazzo Reale a Milano dal 21 febbraio all’8 settembre (catalogo Il Sole 24 ore Cultura) torna a raccontare attraverso una selezione di quindici tele dell’artista livornese appartenute al collezionista Jonas Netter (1866-1946).

Capolavori che, insieme a un centinaio di opere di pittori che furono anche compagni di vita di Modì nelle notti folli di Montparnasse e di Montmartre (Utrillo, Chaïm Soutine e Suzanne Valadon e altri) formano uno spaccato della scena artistica parigina nei primi, effervescenti, anni del Novecento.

Modigliani, come è noto, approdò in Francia nel 1906, l’anno della retrospettiva in memoria di Cézanne, avendo già alle spalle una solida formazione accademica, viaggi di studio in Italia che gli avevano permesso di conoscere dal vivo i capolavori dell’arte antica, gotica e protorinascimentale, a cominciare dall’amato Duccio di Buoninsegna dal quale aveva tratto ispirazione per auratiche presenze femminili.

Alcune opere di Modigliani (1)Non resta molto di queste prime esperienze pittoriche di Modigliani che, molto esigente e critico verso se stesso, fece in modo che andassero in gran parte distrutte.

Così a Milano visitando questa collettiva curata da Marc Restellini, direttore della Pinacothèque de Paris (da cui proviene l’intera mostra) si ha la sensazione di trovarsi davanti ad un artista “nato” maturo, con il dono di uno stile unico, personalissimo, che mescola semplicità, arcaismo, ieraticità, raffinata eleganza e purezza formale. Basta guardare i suoi ritratti della giovane compagna, la pittrice Jeanne Hèbuterne, che hanno il fascino elegante e la femminilità delle dame di Parmigianino e l’aura onirica delle figure di Cézanne.

Oppure le scultoree cariatidi, figure enigmatiche che punteggiano tutta la carriera di Modì: con esse tentò una radicale rivisitazione della forma pittorica stimolata dalla passione per l’arte africana, oceanica, orientale e precolombiana.L’artista livornese, che si era sempre pensato sculture, prima che pittore, cercava nell’antico l’ispirazione per creare una immagine di donna universale senza tempo né radici geografiche.

Jeanne_Hebuterne_seated

Jeanne Hebuterne

Affascinato dalla rivoluzione cubista di Picasso e dalle sue magnetiche Demoiselles, tuttavia Modì mirava ad un’immagine di bellezza femminile capace di sussumere la ieraticità del Trecento senese e la lineare sinuosità delle Veneri botticelliane.

Come Picasso riconosceva in Cézanne un vero maestro ma ne trasse una lettura molto distante da quella volumetrico-spaziale che ne fece il cubismo. Più che dalla destrutturazione della spazialità pittorica Modì fu attratto dalla semplificazione formale di Cézanne, dal tono riflessivo e malinconico dei suoi soggetti. Come ci racconta il ritratto della poetessa Beatrice Hastings (1915) per arte del lavare, con una estrema stilizzazione del volto, Modì  riuscìa tratteggiare uno straordinario ritratto psicologico della donna.

dal settimanale left-avvenimenti

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