Articoli

Posts Tagged ‘Renato Guttuso’

Il bianco infinito di Savelli

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 30, 2013

maestro_del_bianco-angelo_savelliSodale di Barnett Newman e Ad Reinhardt, durante il suo periodo newyorkese, Angelo Savelli non perse mai il rapporto con la sua terra d’origine, la Calabria. Con i suoi monocromi bianchi  ha lasciato un segno importante nella storia dell’arte astratta italiana. Il Marca di Catanzaro gli rende omaggio  con una retrospettiva.

di Simona Maggiorelli

Il museo Marca di Catanzaro, dopo una serie di pregevoli iniziative dedicate alla scultura e alla pittura del secondo Novecento, ora si segnala anche per il recupero di un artista ingiustamente dimenticato come Angelo Savelli (1911-1995).

Calabrese, di Pizzo Calabro, cominciò a farsi conoscere quando si trasferì a Roma e prese a frequentare Renato Guttuso e la scuola romana. Interessato al post cubismo, Savelli trovò una propria cifra originale e coerente, quando si innamorò della pittura astratta intuendo la novità dello spazialismo di Lucio Fontana che rompeva definitivamente con l’idea di quadro bidimensionale e, attraverso i tagli e le prime installazioni, apriva una ricerca sulla terza dimensione in pittura.

Ma determinante per l’abbandono di Savelli dell’arte figurativa e per la scelta esclusiva del bianco in grandi monocromi fu anche l’incontro con l’arte di Piero Manzoni che, accanto a birbanti provocazioni come Merda d’artista, portava avanti una raffinata ricerca astrattista, nella serie Achrome, dominata dal bianco, ma riscaldato da riflessi dorati, oppure reso carnale e materico con tele grinzate che trasformavano il quadro in un dinamico bassorilievo. Grazie a prestiti della Fondazione Prada e della Fondazione VAF-Stiftung, la personale Angelo Savelli. Il Maestro del Bianco curata da Alberto Fiz e da Luigi Sansone raduna nelle sale del Museo Marca una settantina di opere – tele, sculture e ceramiche – che documentano questo suo percorso, dalle prime esperienze figurative degli anni Trenta fino a Where Am I Going una della sue ultime realizzazioni datate 1993-94.

Baricentro dell’esposizione è una data cardine nella carriera di Savelli: il 1954 quando l’artista si trasferì a New York, entrando in contatto con protagonisti della pittura informale come Barnett Newman e Ad Reinhardt. Savelli ne ricevette un input a radicalizzare la propria ricerca nell’ambito dell’astrattismo. Che Savelli riuscì a fare senza annullare mai le proprie origini e il rapporto con la propria terra come raccontano nel museo Marca quadri come White Space (che nel 1957 fu esposto nella galleria newyorkese di Leo Castelli) ma anche e soprattutto le sculture in corda bianca che evocano quelle usate dai pescatori. Da sottolineare di questa mostra è anche il tentativo dei due curatori di ricostruire che cosa realmente spinse Angelo Savelli ad un certo punto della propria carriera a ridurre la tavolozza a un solo colore, il bianco. Ciò che possiamo cogliere al primo sguardo è che il bianco di Savelli, per esempio, non ha niente a che vedere con il bianco spettrale degli irreali templi greci di De Chirico. Né con il bianco agghiacciante che appare nei quadri surrealisti di Magritte e Ernst.

Di primo acchito cogliamo la vivacità e il calore del bianco di Savelli ma è Alberto Fiz a farci capire di più quando nel catalogo Silvana editoriale che accompagna la mostra annota: «Il bianco per Savelli costituisce il luogo germinale della pittura, la vita sotterranea da cui tutto emerge». E ancora: «La sua monocromia è accidentata. tormentata. ruvida, discontinua, diseguale e il bianco non è la purezza, bensì infinito». Del resto lo stesso Savelli scriveva: «Penso che il bianco non sia un colore, lo diventa se appoggiato ad uno degli altri colori dell’arcobaleno, quindi lo chiamerei infinito».

dal settimanale left

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Quel che resta degli Italics

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 3, 2008

Fa discutere la mostra curata da Bonami a palazzo Grassi. Accusato di revisionismo, di fatto racconta la fine della fantasia, nella pittura italiana dal ‘68 a oggi

di Simona Maggiorelli

Arrivando a palazzo Grassi zeppi di letture di giornali che da mesi – con un battage fortissimo – rilanciano le polemiche sulla mostra Italics. Arte italiana fra tradizione e rivoluzione 1968-2008 (catalogo Electa), la sorpresa maggiore è scoprire che a Venezia non c’è nessuno scandalo. Se non lo scandalon degli antichi greci, alla lettera, pietra di inciampo ovvero il gradino traditore del ponte di Calatrava su cui, facilmente, si cade. La prima immagine, nel salone d’ingresso del palazzo veneziano di Pinault che si affaccia sul Canal Grande, è quella di una lunga teoria di corpi coperti da lenzuoli. Un bambino li sbircia incuriosito come a voler sollevare il drappo. L’artista Maurizio Cattelan forse non lo aveva previsto pensando questo suo omaggio a Lo spirato di Luciano Fabro che richiama alla mente stragi terroristiche e di mafia. Ma con il giovanissimo visitatore potremmo dire che l’atmosfera di morte che aleggia fin dall’incipit su questa mostra dedicata agli ultimi quarant’anni di storia italiana, in fondo, non è che un fantoccio.

Un’ossessione di moda nei seriali ed estenuanti disegni di donne anoressiche firmati Vanessa Beecroft (The book of food) come nell’impagliato scoiattolo suicida dello stesso Cattelan o nelle visioni necrofile e religiose della Transavanguardia e, ancora, nelle reificate visioni di Domenico Gnoli. Per diventare al più un’ossessione giocosa e irridente nella serie di lapidi mortuarie di Salvo su cui campeggiano scritte del tipo «Io sono il migliore» o «Più tempo in meno spazio». Ma al di là delle boutades e del successo internazionale dei patinati videoclip di star come Francesco Vezzoli (a cui è stato dedicato quasi l’intero padiglione italiano alla Biennale d’arte del 2007) il dramma vero, che emerge da questa mostra di Francesco Bonami, è la morte dell’arte contemporanea. Raccontata qui attraverso la selezione di un centinaio di artisti italiani fra i più noti. Eccezion fatta per lo spazio bianco di Fontana che sembra suggerire una tridimensionalità altra da quella meramente fisica e architettonica e per le opere di alcuni maestri dell’Arte povera, quella che Bonami ci propone questa volta è una domestica antologia di un quarantennio senza sorprese. Procedendo su un doppio binario: lungo la traccia del gusto nazional-popolare che va dalla metafisica di de Chirico al pesante realismo di Guttuso e, come si diceva, procedendo sul versante più internazionale e modaiolo delle ultime generazioni, fra gli spot per jeans riletti da Paola Pivi, i deja vu da Bacon di Roccasalva e le sculture da luna park di Tuttofuoco. Senza dimenticare la fotografia, con una scelta di patinati nudi femminili di Avigdor e Mollino. Insomma, senza trascurare nulla di ciò che potrà piacere agli americani quando, dopo il 22 marzo, la mostra Italics andrà in trasferta al Museo di arte contemporanea di Chicago diretto da Bonami stesso. Ma va anche detto che il curatore, forse non del tutto consapevolmente, qui racconta quello che tristemente è ed è stata la più nota arte italiana dal ’68 a oggi: una pittura e una scultura senza fantasia. In questo contesto l’inclusione di un mesto e triviale ritratto di Annigoni non fa quello scandalo denunciato da artisti come Kounellis e critici come Bonito Oliva. Semmai è solo noia.

Left 40/08

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Kandinsky e l’astrattismo in Italia

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 23, 2007

Kandinsky, The blue montain, 1908-09

Kandinsky, The blue montain, 1908-09

La disputa fra pittura astratta e figurativa è stata delle più accese e annose in Italia. Tanto da proseguire fino al dopoguerra, quando l’intellighenzia dell’allora Pci togliattiano si schierò dalla parte di Renato Guttuso contro la poetica astratta indicata da un grande innovatore come Lucio Fontana. Con paura del nuovo, cercando la rassicurazione della mimesi. Del tutto in controtendenza con quanto accadeva all’estero. In Russia con le avanguardie costruttiviste e futuriste e in Francia con il cubismo.


Già nel 1907 con le sue geniali Demoiselles d’Avignon Picasso aveva aperto la strada a una pittura che non era piatta fotografia del reale, ma radicale messa a soqquadro della visione retinica, mutata in rappresentazione di immagini più profonde e interiori. E analoga novità aveva portato Vasilij Kandinsky, passando dai suoi primitivi paesaggi incantati, dai cavalieri volanti, che raccontavano di una Russia antica e magica, ad astratte composizioni in cui il colore appariva come un valore in sé a prescindere dall’oggetto rappresentato. Che anzi spariva del tutto come oggetto riconoscibile lasciando sulla tela improvvisazioni e composizioni risuonanti di forme e colori, in parallelo con le novità che la dodecafonia portava in musica.


Ma forse Kandinsky andò anche più in là; cercando quella speciale “risonanza interiore” delle forme astratte che nel 1912 teorizzò ne Lo spirituale nell’arte.Un testo e, soprattutto, una strepitosa serie di vive composizioni su tela, realizzate dal pittore russo soprattutto fra il 1922 e il 1933, negli anni in cui insegnò al Bauhaus, che – nonostante il clima di plumbeo marinettismo che dominava l’Italia – esercitarono una forte influenza su quei pittori che cercavano una via d’uscita dai modi ottocenteschi di attardata accademia e di regime.
Fino al 24 giugno rintraccia e ricostruisce i fili di questa onda lunga di in fluenza di Kandinsky in Italia una interessante mostra curata da Luciano Caramel in Palazzo Reale a Milano. Sotto il titolo Kandinsky e l’astrattismo in Italia 1930-1950 (catalogo Mazzotta) va in scena un confronto serrato fra opere del maestro russo (più di una cinquantina, provenienti dai maggiori musei d’Europa) con un centinaio di opere di Lucio Fontana, Alberto Magnelli, Fusto Melotti, Mario Radice, Mario Rho e molti altri, fino a Gillo Dorfles a un architetto come Cesare Cattaneo, autori tutti che trassero più di uno spunto dalla libertà creativa del fondatore del Cavaliere azzurro, dalle sue forme fluttuanti, in movimento, dalle sue composizioni che toccavano e coinvolgevano lo spettatore in modo ben diverso e emozionante delle scientiste composizioni astratte di Mondrian.


Ma, come si diceva, se l’avanguardia italiana fu subito recettiva (fece breccia soprattutto la mostra di Kandinsky organizzata dalla Galleria il Milione di Milano nel 1934) una levata di scudi contro le novità portate da Kandinsky venne invece dal riflusso futurista e non solo.
Lo stesso Carlo Carrà che, da posizioni metafisiche avrebbe potuto trovare interesse nella ricerca “spirituale” del pittore russo, la stigmatizzava come un misero «lunario bolscevico» di «irragionevoli immagini» e di «fantasie pregiottesche». Una incapacità di comprendere la portata rivoluzionaria della pittura astratta che poi – curiosamente – avrebbe nutrito anche i sospetti dei nostrani fautori del realismo socialista.

da Europa, 23 aprile 2007

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: