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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su settembre 16, 2009
Scienziati , medici e psichiatri il 19 settembre all’Università Roma Tre presentano in un confronto pubblico le nuove acquisizioni
e scoperte. Utili a chi voglia fare buone leggi
di Simona Maggiorelli

il sogno della farfalla
Esistenza puramente biologica, vita delle piante e degli animali, vita umana. Realtà completamente diverse dal punto di vista scientifico. Ma in politica, sui media, perfino nei dibattiti culturali, la confusione è somma, a tutto vantaggio dei soliti cattolicissimi crociati per la vita. «Da ricercatori ci siamo accorti che anche fra le discipline che si occupano di questi ambiti c’è poca chiarezza e la ritroviamo poi nelle applicazioni – racconta la biologa Giulia Carpinelli che insieme al biologo Fabio Virgili e all’associazione Amore e psiche ha organizzato il convegno Dall’esistenza alla vita che si svolge il 19 settembre nell’aula magna di Lettere dell’università Roma Tre.
Fuori dai laboratori, invece, ciò che appare più evidente è la grande disinformazione che impera nei media italiani, per cui capita di leggere, su testate come Repubblica o Il Corriere articoli improbabili che discettano sull’attività onirica dei feti di pecora oppure di topi resi schizofrenici per sperimentare psicofarmaci. «La cosa che più colpisce – commenta Carpinelli – è che su questi argomenti ci possa metter bocca il profano e non lo scienziato. Nessuno oserebbe intromettersi in questioni di fisica. Invece su alcuni aspetti di biologia o medicina tutti sono pronti a dire la propria. Poi quando si parla di uomo diventa tutto ancora più complicato». Da dove origina questa situazione? «La scienza è sempre più frammentata – spiega la biologa – perché più specializzata, mancano collegamenti interdisciplinari. E capita che si parli molto dell’ultimo progetto annunciato come di grande importanza per l’uomo, anche se siamo ancora lontani dalla sua realizzazione. Mentre informazioni che possono dare un buon contributo alla comprensione di processi fisiologici e di patologie invece non ricevono adeguata attenzione». Così anche per cominciare a invertire questo processo scienziati e ricercatori di diverse discipline hanno deciso di uscire dai propri laboratori e si sono dati appuntamento all’università Roma Tre, il 19 settembre per un incontro pubblico in cui cominciare a riallacciare i fili di un dialogo interdisciplinare su ciò che caratterizza l’umano e rende la nostra specie assolutamente diversa dalle altre.
Un discorso di chiarezza scientifica che diventa quanto mai urgente in una temperie politico culturale come quella di oggi, intossicata dalle sempre più violente esternazioni del papa che lancia anatemi contro i farmacisti che vendono anticoncezionali pretendendo che il Parlamento italiano faccia leggi contro l’aborto, in difesa dell’embrione e via di questo passo. Anche per questo il convegno di Roma Tre, con il biofisico Pier Luigi Luisi ripercorrerà l’origine della vita sulla terra, a partire dalla materia inanimata (e non per creazione divina) e poi con l’antropologo molecolare Gianfranco Biondi, l’evoluzione dell’homo sapiens dagli ominidi. La neonatologa Gatti, il bioeticista Mori e lo psichiatra Masini, invece, affronteranno in termini specifici le caratteristiche che fanno l’unicità della specie umana. La novità del discorso proposto fa leva in particolare sulle nuove acquisizioni scientifiche riguardo alla trasformazione radicale che avviene alla nascita, quando – come scrive Maurizio Mori nel libro Il caso Eluana Englaro (Pendragon) «per ognuno di noi comincia il tempo biografico».
«I dati neurobiologici oggi ci permettono di distinguere nettamente lo stato fetale dallo stato neonatale e di chiarire i vari passaggi del cambiamento che scandisce la transizione dall’uno all’altro. La distinzione fra i due stati – spiega la neonatologa Maria Gabriella Gatti – non è mai stata storicamente delineata. Anzi tutt’oggi si cerca di annullarne il significato fondamentale per comprendere l’ontogenesi della vita umana». Sulle pagine di left-Avvenimenti la neonatologa dell’università di Siena aveva spiegato in altre occasioni che riguardo allo stato fetale non si può parlare di vita umana ma soltanto di esistenza biologica, «perché nell’utero il feto ha solo un accrescimento di organi e di apparati, mentre la vita umana corrisponde all’inizio della vita psichica che avviene alla nascita. Detto in altre parole – aggiunge oggi la professoressa – il cambiamento biologico del feto sottostà alla trasformazione che avviene alla nascita che è legata alla comparsa della vita psichica». Allora ci aveva spiegato anche che il feto non può, per esempio, percepire della musica perché ha una struttura cerebrale immatura e fino alla nascita il suo sistema neurologico risulta deconnesso. Approfondendo quel discorso oggi aggiunge: «è deconnesso dal punto di vista dei neurotrasmettitori ma anche perché ci sono delle sostanze, dei neuromodulatori, che deprimono l’attività cerebrale. In estrema sintesi- conclude la Gatti – le ricerche mediche più nuove, specie quelle sullo sviluppo dei sistemi neurotrasmettitoriali, confermano che l’inizio dell’attività psichica è alla nascita e avvalorano l’idea che la stimolazione luminosa sia il fattore importante nel modificare le proprietà funzionali, locali e sistemiche della realtà biologica del neonato. Ricerca neurobiologica e ricerca psichiatrica trovano qui un punto di convergenza».
E arriviamo così al nocciolo del discorso sull’umano che è specificamente psichiatrico. Il direttore della rivista di psicoterapia e psichiatria Il sogno della farfalla Andrea Masini nel convegno esplorerà con un metodo di indagine nuovo, il pensiero come caratteristica e funzione esclusivamente umana. «Il punto da cui sono partito è che il pensiero non cosciente è ciò che distingue la specie umana da quella animale, che non ce l’ha. Nella mia relazione cercherò di dire che cosa è il pensiero non cosciente e da che cosa possiamo dedurlo». In parole povere? «Fondamentalmente possiamo dedurlo dal bambino e dagli artisti – spiega lo psichiatra – Anche se ovviamente parliamo di due realtà diverse». Nella storia, anche quella più recente, la fantasia del bambino e la creatività dell’artista stentano a essere pienamente riconosciute. Illuministi e razionalisti vecchi e nuovi faticano a riconoscere la potenza del linguaggio non cosciente delle immagini. «Questo mi verrebbe da dire – commenta Masini – per colpa dei filosofi. Ma ancor più per colpa del pensiero religioso. C’è una antitesi inconciliabile fra questa realtà inconscia delle immagini di cui parliamo e il pensiero religioso. Perché la religione non può accettare che il pensiero abbia un’origine biologica e non abbia nulla di trascendente, di sovrannaturale. è stata la religione a negare la realtà di fantasia di immagini del bambino, dell’uomo, della donna e dell’artista». E questo si è tradotto in un deficit della cultura dominante. «Assolutamente sì, bisogna confrontarsi con il pensiero religioso, forti delle conoscenze scientifiche acquisite che ci dicono che la mente umana in nessun modo può essere materia di pertinenza religiosa. è realtà umana. E come tale va studiata, va capita». Farpassare questo messaggio nel dibattito pubblico implica che chi fa ricerca debba assumersi il compito anche di fare divulgazione, di parlare ai non addetti ai lavori, alla politica, come impegno civile. «Penso sia fondamentale in questo momento – sottolinea Masini -. Sia perché in politica ci sono in ballo questioni grosse che possono cambiare la vita delle persone, come la legge sul testamento biologico. Ma più in generale anche per un discorso culturale. L’incontro del 19 settembre è nato anche per incontrare i politici. La mia speranza è che vengano e che siano disposti a dialogare perché credo che la scienza, in particolare questa ricerca scientifica, possa aggiungere qualcosa di molto nuovo al dibattito politico, dargli delle chiavi di lettura della realtà umana e per le decisioni che ne possono conseguire». Allora perché secondo lei la politica di sinistra, per definizione quella più progressista, si è dimostrata fin qui timorosa, esitante, nel far proprie le scoperte e le acquisizioni della ricerca scientifica? «Perché è tutta concentrata nell’andar d’accordo con il pensiero cattolico, che è sempre più feroce nelle sue espressioni», risponde Masini. La speranza è che prima o poi i politici di sinistra si sveglino rivendicando maggiore laicità delle istituzioni? «Questo è il grande scontro. La nostra ricerca può dare argomenti, sostenere culturalmente e scientificamente questa esigenza di laicità».
«Da parte degli studiosi e dei ricercatori oggi c’è bisogno di dare un’indicazione pubblica – aggiunge il presidente della Consulta di bioetica Maurizio Mori -. Le idee qualche volta hanno bisogno di legittimazione pubblica perché altrimenti non si radicano. Il nostro problema è assumere una dimensione pubblica. Oggi l’università è declinata come istituzione, la tv e la stampa fanno fatica, dovrebbero esserci dei partiti politici con questa funzione ma la situazione dei partiti di sinistra è ancora complicata. Nella società civile – conclude il bioeticista dell’università di Torino – c’è stata un’espansione delle esigenze di laicità su tutta una serie di tematiche. Non così dal punto di vista dei politici chiamati a fare le leggi. E questa è la condanna italiota».
da left-avvenimenti 18 settembre 2009
COSA CI RENDE ESSERI UMANI
Al Festival di Genova, neuroscienziati a confronto sulla domanda delle domande. In Italia, psichiatria e neonatologia , su questo tema danno un contributo d’avanguardia di Federico Tulli
Guardando all’essere umano, alla sua nascita, al suo sviluppo e alla sua morte, è in pieno sviluppo un dibattito che affonda le sue radici nella filosofia greca e che oggi coinvolgendo le più disparate branche – alcune delle quali legate a filo doppio con la teoria evoluzionistica di Darwin – si sta facendo sempre più profondo e affascinante. Il confronto, s tutto raggio senza confini geografici, coinvolge neuroscienziati, antropologi, psichiatri, filosofi e storici della scienza e della medicina, e si pone l’obiettivo di dare una risposta coerente a quale sia lo specifico dell’uomo, vale a dire ciò che lo differenzia dalle altre specie.
Al centro dell’attenzione di tutti c’è il funzionamento del nostro cervello e, con esso, la nascita, lo sviluppo e la “morte” del pensiero, con la morte biologica dell’individuo. A questi temi, l’organizzatore di Genova Scienza, Vittorio Bo, ha deciso di dedicare tre importanti lectio magistralis tenute da alcuni tra i più noti neuroscienziati al mondo, Sebastian Seung, Stanislas Dehaene e Michael Gazzaniga. I loro interventi toccano temi affrontati da una ricerca molto vivace nel nostro Paese, che il settimanale left segue da sempre con attenzione.
Al fstival di Genova sabato 24 ottobre2009, nell’incontro dal titolo “La foresta del cervello: addomesticare la giungla della mente”, Seung, che è docente di Neuroscienza computazionale al Mit di Boston, racconta le ultime ricerche sulla natura “informatica” del cervello umano, che «come un computer – secondo Seung- appare in grado di variare automaticamente la propria configurazione durante lo sviluppo». Per osservare questa modificazione si ispira al principio secondo cui per capire il funzionamento di una macchina occorre farla a pezzi. Il cervello, però, ovviamente non può essere disassemblato. I neuroni si estendono in rami, avviluppati l’uno all’altro. Dividerli significherebbe distruggerli, così “curiosamente” i neuroscienziati si affannano a fare il cervello in “fettine” sottilissime, le fotografano e analizzano questi scatti con software ricercati. Il risultato finale? Una mappa a tre dimensioni dei neuroni e delle sinapsi, così elaborata che in passato è stato possibile effettuarla soltanto per i cervelli dei più minuscoli invertebrati. Secondo l’esperto del Mit, ci staremmo comunque affacciando a un’epoca la cui rivoluzione tecnologica sarà tale da farci produrre mappe per cervelli sempre più grandi e, chissà, forse un giorno anche del nostro.
Sabato 31 ottobre, nella conferenza dal titolo “I neuroni della lettura”, il docente di Psicologia cognitiva sperimentale al Collège de France, Stanislas Dehaene, si occuperà del «funzionamento del nostro cervello nell’elaborazione concettuale ed emotiva attraverso la lettura». Come fa un cervello da primate come il nostro a imparare a leggere? Che cos’è la dislessia? Ci sono metodi di insegnamento della lettura migliori di altri? Dehaene risponderà a queste domande nella lectio che prende il titolo dal suo ultimo libro in uscita per Raffaello Cortina Editore, mostrando come nel corso dell’evoluzione l’acquisizione della capacità di leggere sia stata lenta, parziale e non priva di difficoltà «come indicano i ripetuti scacchi cui vanno incontro i bambini». Anche la lectio magistralisdi Gazzaniga del 25 ottobre prende il titolo dalla sua ultima fatica. Il neuroscienziato, tra i primi a teorizzare la separazione degli emisferi cerebrali, svilupperà i temi affrontati in Human. Quel che ci rende unici (Raffaello Cortina Editore). Con particolare attenzione alle dinamiche mentali umane, il direttore del Sage center for the study of the mind alla university of California, analizza ciò che rende unico il nostro cervello e lo differenzia da quello degli altri animali, quale importanza hanno nel definire la condizione umana il linguaggio e l’arte e quale sia la natura della coscienza umana.
Un punto che merita discutere è la tesi di Gazzaniga sull’abilità a imitare che sarebbe propria dei neonati umani. Abilità che, secondo lo studioso, sarebbe «innata». Molti studi, spiega nel suo libro il direttore del Sage, hanno mostrato che i neonati da 42 a 72 minuti dopo la nascita sono in grado di imitare accuratamente le espressioni facciali. «Pensateci bene – sottolinea Gazzaniga -. Si può solo restare meravigliati di fronte a ciò che il cervello è in grado di fare a poco più di un’ora dalla nascita. Vede che c’è un volto con una lingua che fuoriesce, in qualche modo sa anche lui di avere un volto con una lingua sotto il suo controllo, decide che imiterà l’azione, trova la lingua nella lunga lista di parti del suo corpo a sua disposizione, fa una piccola prova, gli ordina di uscire fuori – ed ecco che esce fuori la lingua. Come fa a sapere che una lingua è una lingua e come fa a sapere come muoverla? Perché si preoccupa di fare una cosa del genere? Ovviamente non lo ha imparato a fare guardandosi allo specchio, né qualcuno glielo ha insegnato. L’abilità di imitare – ne deriva lo scienziato – dev’essere innata. L’imitazione è l’inizio dell’interazione sociale del neonato. I neonati imiteranno le azioni umane ma non quelle degli oggetti inanimati; capiscono che sono come le altre persone. Imitare gli altri è un potente meccanismo nell’apprendimento e nell’acquisizione della cultura. Di contro, l’imitazione “volontaria” del comportamento sembra rara nel regno animale».
Altro punto nodale della teoria di Gazzaniga è che questa imitazione è legata alla percezione visiva dell’“oggetto” e può anche non essere cosciente, nel senso che può avvenire in maniera inconsapevole. Inoltre, il cognitivista ricorda che all’università di Amsterdam sono stati condotti esperimenti che «hanno dimostrato che gli individui che sono stati mimati sono più pronti ad aiutare e più generosi, non solo verso coloro che li hanno mimati ma anche verso le altre persone presenti che non sono state mimate». Questa dinamica, scrive ancora Gazzaniga, «attraverso un rafforzamento del comportamento diretto al sociale, potrebbe avere un valore per l’adattamento, agendo come collante sociale che tiene insieme il gruppo e rafforza la sicurezza del numero. Tali conseguenze comportamentali offrono un suggestivo sostegno a una spiegazione evoluzionista della mimica».
Profondamente divergente da quella di Gazzaniga, in relazione alla capacità di rapporto interumano del neonato – e quindi a ciò che è specifico della nostra specie – è la teoria della nascita elaborata nel 1970 dallo psichiatra Massimo Fagioli con la pubblicazione di Istinto di morte e conoscenza.
Nel riferirsi alle ultime scoperte in campo neurobiologico, la neonatologa dell’università di Siena Maria Gabriella Gatti ha mostrato in diverse occasioni le evidenze che distinguono il feto dal neonato sottolineando l’importanza della trasformazione che avviene alla nascita dell’essere umano, confermando così la teoria di Fagioli. «Gli studi sullo sviluppo dei sistemi neurotrasmettitoriali – racconta a left la scienziata – confermano che nel feto tali sistemi sono finalizzati al trofismo e all’accrescimento del cervello mentre la connessione e l’attivazione delle varie aree cerebrali e quindi l’emergenza del pensiero avvengono con la nascita. Premesso ciò – prosegue la Gatti – quella del neonato non è mai imitazione ma è una ricreazione con fantasia del rapporto vissuto ed è legata alla sua realtà interna». Questa capacità di rielaborare non è razionale e cosciente come quella della specie animale. Che invece fa un apprendimento finalizzato alla sopravvivenza e alla prosecuzione della specie. «A partire dalla nascita e nel primo anno di vita – aggiunge la neonatologa – il neonato ha, sì, un rapporto con la madre legato alla sopravvivenza perché prole inerme, però questo rapporto non è cosciente ma inconscio, cioè fatto, soprattutto, di immagini e affetti».
Il bambino non è una tavoletta di cera che si modella alla madre. «Quando il bambino si mette seduto non è perché vede gli altri sedersi. È vero, quel movimento del corpo fa parte di un timing di sviluppo innato, però tutto ciò che è “apprendimento”, tutto quello che è “cognitivo” è rielaborazione interna di un rapporto». E questo vale sia nel comportamento che nel linguaggio.
«Chiaramente – continua la dottoressa – parole come “pane” o “acqua” vengono appresi da un’altra persona, però l’uso che il bimbo ne fa ha un proprio connotato interno, una sua individualità. Può ripetere il suono ma non ripete il contenuto del suono». Questa impostazione teorica è fondamentale anche per comprendere come l’uomo può diventare artista e creativo. «Possiamo dire che l’artista è colui che riesce a rappresentare un’immagine che è inconscia, e quindi a ricreare la fantasia che si realizza alla nascita e si sviluppa nel primo anno di vita», conclude la neonatologa.
GenovaScienza, cinque strade verso il Futuro
Quali effetti eserciteranno le ultime scoperte e teorie scientifiche sulla nostra vita quotidiana? Riusciremo a riprendere contatto con un futuro che è sfida, sogno, libertà, fantasia e possibilità per il domani? Un futuro dove scienza, arte, letteratura e filosofia si lascino andare a contaminazioni che solo la collaborazione e l’impegno collettivo possono realizzare? A questi e molti altri interrogativi il gotha della ricerca internazionale è chiamato a rispondere nel corso della settima edizione del festival della Scienza, in programma da oggi al primo novembre prossimo a Genova. Con un programma di grande spessore culturale e scientifico allestito dal direttore della manifestazione Vittorio Bo, che ruota intorno al tema del “Futuro” e nel quale si intrecciano una lunga serie di eventi studiati per stimolare l’interesse del pubblico di qualsiasi età, livello di conoscenza, matrice sociale. Mostre, laboratori, exhibit fotografici, conferenze, tavole rotonde, workshop, spettacoli teatrali, performance musicali e proiezioni cinematografiche – suddivisi in cinque percorsi tematici: il Futuro della tecnologia; il Futuro della vita; il Futuro dell’universo; il Futuro della natura; il Futuro delle idee – costituiscono un corpus capace di superare la tradizionale contrapposizione tra cultura scientifica e umanistica, interpretando e raccontando la scienza con un approccio contemporaneo, grazie alla sperimentazione di format e linguaggi inediti (Info: http://www.festivalscienza.it). Grandi protagonisti sono senza dubbio Galileo e Darwin. Il primo “celebrato” sia dal nuovo libro di Enrico Bellone, Galilei e l’abisso (Codice edizioni), sia dal matematico Piergiorgio Odifreddi che commenterà Dialogo de Cecco di Ronchitti da Bruzene, attribuito al genio pisano, e letto per l’occasione dal premio Nobel Dario Fo. Il secondo, dal paleontologo Niles Eldredge nella sua lectio magistralis e in due conferenze spettacolo che vedranno protagonisti Elio di Elio e le Storie tese a fianco dello storico della scienza Emanuele Coco in un incontro dal titolo “Il Teatro dell’evoluzione”, e Luca Bizzarri e Patrizio Roversi che portano in scena “Darwin e Fitzroy, viaggiatori per caso”, testo ispirato al libro Questa creatura delle tenebre (Nutrimenti Editore) di H. Thompson per una lezione insolitamente divertente tra scienza e storia. Da segnalare poi Historie d’H, un’anticipazione del nuovo documentario sull’Hiv presentato in anteprima mondiale a Genova e accompagnato da una conferenza a cui partecipa il più importante studioso del virus, il premio Nobel 2008 per la Medicina Luc Montagnier, fortemente critico nei confronti delle ultime scoperte in questo campo. Nell’anno internazionale dell’Astronomia YA2009 non può infine mancare il contributo di National geographic channel a questo evento. Con un’anteprima del documentario in alta definizione “Mondi alieni”, uno straordinario viaggio nello spazio più profondo alla scoperta dei pianeti che si trovano fuori dal nostro sistema solare, e una rassegna di documentari su scienza e tecnologia. Un modo originale per capire i diversi aspetti della realtà in cui viviamo, i cambiamenti in atto e il futuro che si prospetta all’umanità. left 42/2009
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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 24, 2009
Nuovi studi convalidano la tesi che i movimenti oculari del feto non sono segno di attività onirica. Intervista alla neonatologa Maria Gabriella Gatti. «In utero la stimolazione vibro-acustica induce solo movimenti riflessi». «I pattern Rem e Nrem sono specifici della specie. Nell’uomo sono diversi rispetto agli animali» di Simona Maggiorelli
Uno studio pubblicato su Child Development sostiene che i ricordi prenderebbero «forma prima della nascita»: un’ipotesi che, così come è stata rilanciata nei giorni scorsi da Repubblica, sembra fatta apposta per dare man forte alle crociate antiabortiste di Buttiglione e alle smanie di un premier in cerca di maquillage d’immagine oltretevere. Per capirne di più sul piano della scienza abbiamo chiesto un commento alla neonatologa dell’Azienda ospedaliera universitaria di Siena, Maria Gabriella Gatti. «Innazitutto – spiega – è necessario un chiarimento terminologico: da una parte abbiamo il “ricordo” e dall’altro il problema di come il ricordo o, più esattamente, la memoria prende forma. Bisogna tenere presente che per ricordo si intende la possibilità di rievocazione di fatti coscienti. Ora attribuire al feto una coscienza è impossibile in base non solo alle osservazioni cliniche ma anche alle ultime acquisizioni della neuroscienze. In utero i processi neurologici sono prevalentemente sottocorticali mentre la coscienza implica una vita mentale, l’interazione e il collegamento funzionale fra numerose aree corticali e sottocorticali. Quindi non si può usare la parola “ricordo” per la situazione intrauterina, perché il ricordo rimanda inevitabilmente alla coscienza. Va precisato anche che la memoria umana cosciente o non cosciente è un’attività psichica complessa che non si limita a fenomeni neurobiologici o processi che intervengono a livello di riflessi semplici, come l’abituazione, presenti anche negli organismi più elementari. Questi automatismi avvengono senza la presenza di una qualunque forma di pensiero.
Nell’articolo si legge anche che «già a 7 mesi un cucciolo d’uomo riesce a ricordare quali “suoni” provenienti da fuori sono da temere e quali no». Come è possibile se la pancia della madre lo isola e lo protegge?
La stimolazione vibroacustica del feto evoca movimenti riflessi e accelerazioni del battito cardiaco. Le pareti uterine proteggono dal mondo esterno ma alcuni suoni a bassa frequenza raggiungono ugualmente il feto e vengono trasmessi attraverso le vibrazioni ossee. I suoni inducono una reattività riflessa di tipo biologico che sottostà al fenomeno dell’abituazione, a cui accennavamo, il cui scopo primario nel feto non è la memorizzazione ma la difesa di un sistema nervoso immaturo dal punto di vista morfologico e funzionale.
I ricercatori olandesi che hanno firmato lo studio di Child development parlano di memoria a breve termine nel feto. Di che si tratta?
Le ricerche degli olandesi riguardano specificamente il fenomeno dell’abituazione: usare però tout court abituazione come sinonimo di memoria potrebbe essere semplicistico. Mi sembra che, tra le righe, il neuroscienziato Pergiorgio Strata, intervistato da Elena Dusi su Repubblica suggerisca proprio questo riferendosi all’estrema complessità del sistema della memoria. L’abituazione è la progressiva diminuzione della risposta a uno stimolo ripetuto fino alla sua scomparsa , dovuta alla perdita dell’efficacia funzionale delle sinapsi. Si tratta di un processo sottocorticale difensivo nei confronti di un eccesso di stimoli, presente nel feto nell’ultimo trimestre di gravidanza e nel neonato nei primissimi mesi di vita. La risposta del feto a uno stimolo è un riflesso sia che si fletta una gamba sia che si evochi un allargamento e una chiusura degli arti come succede nel riflesso di Moro che è una modalità di risposta arcaica senza alcun contenuto emozionale: nell’abituazione c’è una modificazione della biochimica delle sinapsi, tale da inibire la risposta a breve o a lungo termine. Il feto non ha comunque alcuna capacità di localizzare o distinguere uno stimolo da un altro. Varie specie di stimoli possono indurre risposte olistiche e non specifiche. La memoria come processo dinamico, che si avvale di circuiti e reti neuronali di enorme complessità e continuamente variabili, non può identificarsi, come scrive il premio Nobel Gerard Edelmann, con l’abituazione cioè con la variazione della forza sinaptica.La memoria è un processo di ricreazione psichica che ha inizio a partire dalla nascita quando si hanno reazioni a stimoli specifici e percezioni.
Continuando nella disamina: «Ai primi stimoli il piccolo risponde sempre contraendosi spaventato», si legge ancora su Repubblica. Poi sorriderebbe addirittura. Prima della nascita dire che il feto ha reazioni emotive o percezione del dolore è fare disinformazione scientifica?

La neonatologa Maria Gabriella Gatti
L’ambiente intrauterino del feto è del tutto diverso da quello in cui si viene a trovare il neonato. L’insieme delle risposte inibitorie è una chiave strategica per la sopravvivenza del feto. Infatti, in condizioni di stress, i movimenti fetali cessano, diminuisce il voltaggio dell’elettroencefalogramma (Eeg). La funzione cerebrocorticale del feto fino alla maturità si sviluppa in un ambiente che è fisiologicamente inibitorio. Il feto per tutta la gravidanza non raggiunge mai lo stato di veglia neanche come reazione alla diminuzione di ossigeno nel sangue, stimolazioni sonore intense o a interventi di microchirurgia. Il feto non può avere la percezione del dolore per la presenza di neurormoni o sostanze che contribuiscono a inibire l’attività cerebrale già limitata dalla bassa concetrazione di ossigeno nel sangue per le caratteristiche dell’emoglobina fetale. L’adenosina, il pregnanolone, la prostaglandina D2 prodotti dal cervello fetale e dalla placenta nell’ultimo trimestre di gravidanza sono dei potenti neuroinibitori. Anche l’ossitocina, un ormone che stimola le contrazioni uterine durante il travaglio, potenzia l’effetto inibitorio dei neurotrasmettitori. Nel canale del parto gli stimoli pressori di notevole intensità non producono modificazioni del tracciato elettroencefalografico. Dopo la nascita, registrazioni elettroencefalografiche indicano un intenso flusso di nuove stimolazioni sensoriali. Viene meno l’effetto degli ormoni placentari che in utero inibiscono l’attività neurale.
Mesi fa, sempre su Repubblica, c’era un pezzo dal titolo “Così si sogna nella pancia della mamma”. «Alcuni scienziati dell’università di Jena – riportava – sono riusciti a fare un Eeg a un feto di pecora, così è stata registrata un’attività cerebrale che, benché immatura, comprende cicli di sonno e fasi oniriche». Che ne pensa?
Alla ventottesima settimana di gestazione i sistemi sensoriali periferici si connettono al sistema nervoso centrale. Ciò corrisponde a un tracciato elettrico denominato convenzionalmente Rem, espressione in utero della sinaptogenesi. Dopo poco compare l’altro pattern elettroencefalografico detto Nrem in cui prevalgono processi inibitori. Nel feto non si può parlare né di sonno, né di sogno, né di veglia, né di capacità percettiva. Si rischia di dare un significato psichico a fenomeni come le fasi Rem o non Rem che nel feto umano sono solo processi biologici finalizzati alla maturazione e alla differenziazione morfologica e funzionale. I pattern Rem e Nrem sono specie specifici, nell’uomo sono diversi rispetto agli altri primati e differenti da individuo a individuo: la pecora non ha niente a che vedere con l’essere umano.
In conclusione?
La gravidanza è una fase di sviluppo e di maturazione biologica: solo alla nascita dalla biologia prende forma la realtà psichica, il pensiero che è specificamente umano. Dalla ventiquattresima settimana c’è una possibilità di sopravvivenza del feto per una maturazione cerebrale e degli organi di senso tale da consentire una reattività specifica agli stimoli esterni.
left 29/2009
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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 10, 2009
D’Avack e Casavola firmano un documento del Cnb contro «la creazione di organismi interspecie». Ma ottenere un essere umano metà uomo e metà animale è impossibile
di Simona Maggiorelli
In Inghilterra, la ricerca sugli embrioni ibridi portata avanti dallo scienziato Stephen Minger, dopo un’ampia discussione pubblica, è stata finanziata con soldi pubblici e promette di riuscire in futuro a trovare metodi di cura di malattie oggi incurabili. In Italia (dove Minger è venuto, su invito dell’Associazione Luca Coscioni, a spiegare il lavoro della sua équipe dell’Università scozzese), il Comitato nazionale di bioetica (Cnb), organo consultivo della Presidenza del consiglio dei ministri, è uscito con un documento assai categorico in cui si chiede una moratoria sulla ricerca su embrioni ibridi, impropriamente definiti embrioni chimera.
«Il Comitato ha approvato con due voti contrari e nessun astenuto il parere “Chimere e ibridi”», si legge in un comunicato del Cnb. Il documento affronta, in particolare, «il problema della creazione di organismi interspecie… e parte del Cnb ha ritenuto opportuno raccomandare una sospensione della produzione di ibridi uomo-animale». Lorenzo D’Avack del Cnb aggiunge: «La ricerca con organismi ibridi crea non poche perplessità: il concetto di interspecie, infatti, rappresenta un rischio per la dignità dell’uomo e la specie umana non viene garantita dal rischio di un rimescolamento fra specie». Come se l’obiettivo di Minger e di altri scienziati che lavorano in questo campo, fosse creare dei mostri metà uomo metà animale, degni della mitologia antica. Poco importa a D’Avack e al presidente Casavola, che firma il comunicato ufficiale del Cnb, che la creazione di tali organismi sarebbe del tutto impossibile in termini scientifici, dal momento che i cosiddetti embrioni ibridi sono ottenuti per trasferimento nucleare, inserendo il nucleo di una cellula somatica umana in una cellula uovo animale privata del nucleo e non potrebbero mai svilupparsi e nascere come esseri umani. Il vicepresidente del Cnb, Luca Marini, docente di Diritto internazionale alla Sapienza di Roma, dal canto suo commenta: «Non mi sembra che il tema delle chimere sia in cima ai pensieri e ai timori dei cittadini italiani ed europei, soprattutto in questa fase del dibattito bioetico. Mi sembra, invece, che continui a essere forte la tentazione di proporre al pubblico le problematiche bioetiche in base al loro impatto mediatico e alla loro spendibilità politica, con l’inevitabile, conseguente ricerca di mediazioni e compromessi biopolitici, del tutto inidonei all’esame scientifico delle questioni bioetiche». E poi aggiunge: «Non ho potuto partecipare alla riunione del Cnb, ma certamente non avrei votato il documento. Mi chiedo quanto tempo occorrerà prima che il Cnb prenda in esame problematiche etiche e bioetiche di effettiva rilevanza collettiva e intergenerazionale, ad esempio aggiornando il documento Bioetica e ambiente del 1995. Ritengo, ancora una volta, che proprio il Cnb, per il suo ruolo e la sua vocazione, debba esprimersi con forza, denunciandole, sulle minacce all’ambiente e alla salute pubblica derivanti dalla diffusione di certe tecnologie e debba ricercare e suggerire gli strumenti in grado di tutelare fondamentali esigenze di interesse generale, quali la sicurezza ambientale, alimentare e sanitaria. All’invadenza degli interessi industriali e di mercato, talmente forti da riuscire a indirizzare i contenuti delle norme comunitarie e nazionali – conclude il giurista – va contrapposta l’analisi scientifica delle problematiche bioetiche che, per definizione, è incompatibile con posizioni di parte».
dal quotidiano Terra 10 luglio 2009
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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su aprile 19, 2009
Il progresso della scienza chiede un’etica e leggi moderne. Basate sull’umano. Non sulla metafisica.
Corbellini: Mai in Italia si è assistito a un attacco di tale portata allo statuto epistemologico e morale della ricerca. Dietro c’è un pregiudizio religioso
di Simona Maggiorelli
Per dirla con un celebre lavoro di Thomas Kuhn sulle rivoluzioni scientifiche, quello che si configura in questo inizio di nuovo millennio è un vero e proprio salto di paradigma. E questo grazie alla ricerca genetica e ai nuovi orizzonti della medicina rigenerativa che in poche decine di anni potrebbe schiudere orizzonti insperati di terapia. Ma anche grazie agli importanti progressi che ha compiuto la psichiatria dagli anni Settanta a oggi permettendo una nuova e più profonda conoscenza della realtà umana.
I passi avanti che la medicina sta facendo nei più diversi ambiti impongono alla società e alla politica riflessioni nuove sulle questioni cosiddette (con imprecisa espressione) “eticamente sensibili”. Di fatto questioni che riguardano il nascere e il morire, ma anche il diritto di ciascuno di noi a poter scegliere liberamente per la propria vita, nel rispetto di se stessi e degli altri.
In questo quadro anche la morte ormai – come ha scritto il neurologo Carlo Alberto Defanti nel libro Soglie. Medicina e fine vita (Bollati Boringhieri) – è divenuta un fatto culturale, non solo perché perlopiù preceduta da una diagnosi e da un tentativo di cura. Ma anche perché lo sviluppo della trapiantistica e delle tecniche rianimative hanno imposto dagli anni Sessanta a oggi un ripensamento della morte, prima intesa rozzamente come cessazione del battito cardiaco, poi come morte cerebrale e oggi come morte corticale quando, come nel caso specifico di Eluana Englaro, una persona si trovi, dopo un grave incidente e per esiti infausti di protocolli rianimativi, in uno stato vegetativo persistente, senza più percezioni, né immagini, senza affetti e pensieri, né alcuna possibilità di relazionarsi con gli altri. Purtroppo Eluana «è morta a 21 anni in un incidente d’auto», come ha detto e ripetuto più volte il neurologo che l’ha seguita da allora. Ma, come è ben noto, ci sono voluti 17 anni di battaglie nelle aule di tribunale perché venisse riconosciuta la volontà della ragazza, espressa quando era ancora cosciente, di non essere obbligata a una vita meramente biologica attaccata alle macchine.
E mentre coraggiosamente il padre di Eluana, Beppino Englaro, ha saputo trasformare quella tragedia in una battaglia per la conquista di diritti di tutti, qualche settimana fa una coppia portatrice di una grave malattia genetica, grazie in primis a una sentenza del Tribunale di Firenze, è riuscita a riportare davanti alla Consulta la legge 40/2004, ora dichiarata parzialmente incostituzionale.
Ma che Paese è, viene da chiedersi, quello in cui il cittadino debba ricorrere al giudice per veder riconosciuto il proprio diritto alla salute e il rispetto della propria dignità umana, garantiti dalla Carta? E che Stato è quello che violando il rapporto medico-paziente proibisce la fecondazione eterologa come fa la legge 40 oppure impone idratazione e alimentazione artificiale al paziente, quale che sia, come vuole il ddl Calabrò sul biotestamento? Questioni importanti, urgenti, che toccano direttamente la vita dei cittadini e alle quali un giurista come Stefano Rodotà nel suo pamphlet Perché laico (Laterza) dà risposte preoccupate e forti: «Quella che si profila in Italia è una deriva da Stato etico» chiosa Rodotà, che avverte: «È in atto un attacco strisciante alla Costituzione da parte di questo governo di centrodestra che non rispetta sentenze passate in giudicato (come nel caso di Eluana ndr) e impone norme come quella sul biotestamento, che nega i diritti fondamentali del cittadino e quella laicità in cui una sentenza del 1989 ha riconosciuto il principio supremo della nostra Costituzione». Di questa grave crisi politica che il Paese sta attraversando e in cui Rodotà vede anche i segni di una «forte, drammatica, regressione culturale» il professore parlerà alla Biennale democrazia (www.biennaledemocrazia.it), l’iniziativa ideata da Gustavo Zagrebelsky che dal 22 al 26 aprile riunisce a Torino la migliore intellighenzia nazionale, dal filosofo Giacomo Marramao alla studiosa di diritto Eva Cantarella, dal politologo Marco Revelli all’economista Claudia Saraceno, al sociologo Alain Touraine e molti altri. Su democrazia e laicità, in particolare, interverrà anche il filosofo Salvatore Veca, che di questo binomio ha fatto il filo rosso del suo ultimo libro Dizionario minimo. Le parole della filosofia per una convivenza democratica da poco uscito per Frassinelli. «Al di là della frastagliata geografia di partiti che connota oggi la sinistra, quello che vorrei lanciare – dice Veca – è un appello alla sinistra nel suo insieme perché torni a dire a voce alta parole forti di un lessico civile come libertà, laicità, pluralismo, democrazia». «Io sono da sempre convinto – prosegue Veca – che dal dibattito pubblico nessuna voce debba essere esclusa, gerarchia cattolica compresa. Ma una volta che si siano ascoltati tutti i punti di vista il politico e il legislatore hanno il compito di fare leggi erga omnes, in cui non prevalga il principio inaccettabile di una minoranza che dice: io non lo farei, dunque anche tu non devi farlo». Come è accaduto, solo per fare un esempio, con la diagnosi pre impianto per la selezione di embrioni sani ancora oggi proibita in Italia dalla legge 40. E mentre norme antiscientifiche come quella sulla fecondazione assistita e il nuovo ddl Calabrò sul testamento biologico hanno visto un’opposizione di sinistra fiacca e (da quando Verdi e Rifondazione comunista non sono più in parlamento) addirittura afasica, cresce sui giornali e in tv la disinformazione scientifica. Dal salotto di Porta a Porta abbiamo ascoltato di tutto su Eluana, perfino che nonostante 17 anni di stato vegetativo la donna potesse fare passeggiate in giardino, mangiare panini. Ma se la stampa e i media cattolici da tempo non perdono occasione per dipingere i ricercatori come novelli Frankestein e per paventare derive della genetica liberale (con il placet di Habermas, filosofo un tempo progressista) stupisce che anche un giornale illuminato come Repubblica pubblichi articoli palesemente antiscientifici come una recente pagina in cui si parlava di attività onirica nel feto, incuranti del fatto che a quello stadio l’apparato cerebrale è ancora immaturo e del tutto deconnesso.
«Forse mai come in questo momento in Italia si è assistito a un attacco di questa portata allo statuto epistemologico, ma anche politico morale della scienza e degli scienziati» nota Gilberto Corbellini. Nel suo nuovo libro Perché gli scienziati non sono pericolosi (Longanesi) lo storico della medicina dell’Università la Sapienza tenta una interessante analisi di questo fenomeno, specifico del nostro Paese e che non trova rispondenze nell’area anglosassone. Alla base di questa immagine alterata della scienza che si riverbera sui media italiani c’è un retrostante pregiudizio religioso. «Essendo la scienza per definizione un metodo di indagine della natura, in grado cioè di produrre soluzioni dimostrabili e quindi condivisibili dei problemi dovrebbe essere interesse di tutti valorizzarne la portata educativa e culturale. Invece – scrive Corbellini – proprio la scienza si trova messa sotto accusa in quanto rappresenterebbe la maggiore minaccia alla libertà e alla dignità dell’uomo. E questo perché alcune discipline metterebbero in discussione la natura spirituale e metafisica della cosiddetta “creatura”, mentre altre diffonderebbero l’idea che l’uomo può conoscere».
Come dice il premio Nobel Rita Levi Montalcini «la scienza non ha bisogno di un’etica imposta dall’esterno», perché la ricerca scientifica ha come suo interesse specifico il progresso umano, senza trascurare che la comunità internazionale degli scienziati svolge un lavoro di monitoraggio di continuo verificando ipotesi e scoperte e mettendole alla prova dei fatti. E se in privato ognuno può avere le convinzioni che meglio crede, da ultimo torniamo a chiederci: è giusto, nella prospettiva di un’etica condivisa (come la chiama Enzo Bianchi nel suo nuovo libro Einaudi) che queste convinzioni siano imposte come valori non negoziabili nel dibattito pubblico? E più in là: è lecito che un’etica basata su fondamenti metafisici abbia l’ultima parola nell’agone della politica quando si tratti di fare leggi che riguardano tutti, credenti e non credenti?
dal quotidiano Terra, 19 aprile 2009
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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 2, 2009

l'europarlamentare Marco Cappato
L’accelerazione del progresso scientifico in questi ultimi anni ha visto, per contrasto, il ritorno di vecchi e nuovi oscurantismi.Al secondo Congresso mondiale per la libertà di ricerca organizzato al Parlamento europeo di Bruxelles dall’associazione Luca Coscioni le risposte positive della comunità scientifica e dei politici europei progressisti
di Simona Maggiorelli
Le scoperte scientifiche riguardo al genoma umano e, soprattutto, il nuovo orizzonte della medicina rigenerativa impongono, insieme a un rapido cambio di paradigma scientifico, di ripensare molte questioni che toccano l’etica. Ma la discussione in Europa e più ancora in Italia non è aperta a un confronto franco fra le diverse di posizioni. “Ogni volta che nella storia c’è stata una accelerazione del processo scientifico, c’è stata una risposta aggressiva da parte dei poteri oscurantisti e nemici del progresso” ha ricordato l’eurodeputato Marco Cappato all’apertura del congresso internazionale “Dal corpo dei malati al cuore della politica”. Basta pensare alla richiesta all’Onu avanzata dal Vaticano di una messa al bando della cosiddetta “clonazione terapeutica”: una tecnica di trasferimento del nucleo di una cellula che, come riporta la letteratura medica mondiale, non ha nulla a che vedere con la clonazione umana. Il punto focale per combattere le paure e i pregiudizi a favore di un’opinione pubblica libera, è l’informazione scientifica. Anello debole, purtroppo, della maggior media e dei giornali italiani,diversamente da quel che accade in paesi come la Gran Bretagna o la Spagna. “ La cosa fondamentale oggi è che le possibilità della scienza diventino comprensibili alla gente comune” ha ribadito al convegno di Bruxelles, Charles Sabine, corrispondente della Nbc. Con la morte del padre e la malattia del fratello il giornalista ha conosciuto direttamente gli effetti devastanti della Corea di Huntington. “Dai test scientifici ho scoperto che anch’io dovrò fare i conti con questa malattia genetica” ha rivelato Sabine al culmine di un intervento di alto contenuto scientifico. “Solo se più gruppi di scienziati in tutto il mondo potranno lavorare liberamente nella ricerca, il progresso medico potrà procedere anche in questo campo. Pensate cosa potrebbe voler dire per i neonati che verranno poter essere liberi da una tara genetica come questa che conduce a una malattia oggi incurabile”. da Notizie Verdi del 6 marzo 2009
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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 2, 2009

MARIA JESUS MONTERO. CONSEJERA DE SANIDAD DE ANDALUCIA
di Simona Maggiorelli
Dal 2004 a oggi, da quando il socialista Zapatero è diventato premier, la Spagna ha conosciuto uno sviluppo scientifico senza pari. Merito di un ministro della Salute come lo scienziato Bernat Soria, ma anche di una ministra della Salute della Regione autonoma dell’Andalusia come Maria Jesus Montero che è riuscita a imporre all’agenda politica nazionale una nuova legge progressista sulla fecondazione assistita con aperture alle nuove tecniche di clonazione terapeutica, trasformando al contempo l’arretrata regione del Sud della Spagna in uno degli avamposti della ricerca biomedica a livello mondiale. E se nel precedente Congresso mondiale per la ricerca scientifica fu proprio la giovane e “pasionaria” ministra a raccontare come l’Andalusia sia riuscita a fare questi importanti passi avanti con largo consenso popolare, ieri al Parlamento europeo di Bruxelles è stato Soria a illustrare il processo che ha portato la Spagna tutta a diventare paese leader nel settore dei trapianti di organi e, da qualche tempo, anche dei trapianti di tessuti. “Nella mia vita ho sempre lavorato come ricercatore, non avevo mai fatto politica direttamente – ha raccontato Soria alla platea del congresso -. Ma un venerdì ho ricevuto una telefonata dall’attuale premier che già conoscevo e il lunedì successivo mi sono trovato nel consiglio dei Ministri”. Un passaggio repentino, ma certamente non improvvisato. “Da ministro ho messo in atto quello che avevo sempre pensato da scienziato ovvero -spiega Soria- che al progresso della ricerca scientifica servono buone leggi democratiche, ma anche adeguati finanziamenti”. In Spagna di fatto si è passati dai 2 miliardi e 200 milioni di finanziamenti dell’epoca Aznar agli 8 milioni di euro dell’era Zapatero-Soria. Una cifra stanziata per la sola ricerca, senza contare i soldi destinati alle applicazioni tecnologiche. Ma anche una somma destinata alle singole ricerche in base alla loro validità scientifica, non in base a convinzioni ideologiche e dogmi religiosi. Così se nel 2004 erano pochissime le ricerche sulle staminali embrionali finanziate dal governo spagnolo, nel 2008 si era già passati a 65 progetti finanziati in questo settore, Nel frattempo nel Paese guidato da Zapatero è cresciuta grandemente anche la ricerca sulle malattie rare e in molti altri settori di base dove le case farmaceutiche, a caccia di profitti immediati, non sono interessate a investire.
da Notizie Verdi 6 marzo 2009
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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su ottobre 17, 2008
La prospettiva evoluzionistica e le neuroscienze, di cui molto si discute, non offrono modelli adeguati a comprendere la nascita della mente umana e il suo sviluppo. L’opinione della neonatologa Maria Gabriella Gatti
di Simona Maggiorelli
“Il nulla che unisce Dio e Darwin”. Con questo titolo Emanuele Severino sul Corsera ha affrontato alcuni temi scientifici che toccano il dibattito politico. «Per Aristotele l’embrione è “in potenza” un uomo – scrive -. Lo diventa realizzando il proprio programma (il proprio Dna). Ma prima di questa realizzazione l’uomo” non era”, era nulla». Da scienziata cosa risponde al filosofo?
Il feto è realtà materiale biologica: solo dalla 24esima settimana di gestazione se nasce ha possibilità di vita, quindi di essere. Il Nobel per la medicina Gerald Edelmann ha scritto che alla nascita vi è un rimodellamento radicale con perdita fino al 70 per cento dei neuroni preesistenti e differenziazione di nuovi: è chiaro che esiste un prima e un dopo.
Che cosa accade in questo passaggio?
Con le scoperte di Levi Montalcini e Edelmann possiamo delineare un quadro unitario dell’embriogenesi. All’inizio le popolazioni cellulari cerebrali reagiscono a fattori che promuovono le proliferazioni e le organizzazioni delle varie parti del sistema nervoso. È come se in esse fosse attivo un “automaton”, un prodursi da sé a partire da una forza biologica endogena. Le strutture nervose nello sviluppo fetale tendono a differenziarsi acquisendo unitarietà e una potenzialità sinergica fino a consentire la reazione a uno stimolo esterno nel venire alla luce.
La situazione intrauterina garantisce una forte protezione e la permanenza della corteccia cerebrale in uno stato di deconnessione funzionale. Dopo il passaggio nel canale del parto la luce è uno stimolo nuovo per il neonato: attraverso i nervi ottici l’impulso che la luce determina raggiunge la corteccia occipitale attivando tutto il cervello e i centri respiratori. Alla nascita, di fronte all’eccessiva stimolazione dell’ambiente inanimato, il bambino ha una reazione di difesa e ciò coincide con l’emergere di un’attività psichica orientata alla ricerca del rapporto con un altro essere umano. Siamo di fronte a una fantasia, a una capacità di immaginare che non ha i caratteri della coscienza e della razionalità.
Jacques Monod, in un vecchio libro, parlava di caso e necessità nello sviluppo umano. Stando alle nuove acquisizioni delle neuroscienze saremmo interamente determinati dai nostri geni?
Per Monod il caso interveniva a livello del Dna con mutazioni non prevedibili e poi esse diventavano eventualmente “necessità” cioè potevano essere trasmesse se vantaggiose. Con l’embriogenesi evoluzionistica il discorso diventa molto più complesso: si è compreso che il gene viene modulato e influenzato dall’ambiente: lo stesso gene può avere un’attività completamente diversa a seconda del contesto che ne condiziona l’espressività. L’embriologia ha chiarito che le singole cellule sono protagoniste degli eventi che portano a una certa morfologia. Il destino delle cellule è determinato da eventi epigenetici ambientali che dipendono dalla storia dello sviluppo dell’embrione, unica per ogni singola cellula. Il processo evolutivo, la selezione delle linee cellulari più adatte avviene senza un’esplicita informazione. L’evoluzione opera per selezione, come scrive Edelmann, non per istruzione. Non c’è teleologia né un programma rigidamente determinato che guidi il processo globale.
Il feto alla nascita conosce una trasformazione radicale, diventa bambino. Gli strumenti della filosofia non permettono di comprendere questo passaggio?
Discorso molto complesso, qui posso offrire qualche spunto. Alla nascita avviene una trasformazione, è l’emergenza dell’essere, cioè del pensiero umano a partire dalla realtà biologica. E il pensiero nell’uomo è intrinsecamente movimento che tende a stabilire con l’“altro”, e soprattutto con l’altro diverso da sé, un rapporto irrazionale.
Ma ancora Severino nelle sue opere scrive che il «divenir altro dell’essere» sarebbe sempre «alienazione» e «follia». Mentre essere in se stessi sarebbe «non follia».
Cosa potrebbe suggerire allora Severino? Che la follia può scaturire dalla relazione fra un uomo e una donna in quanto in questo tipo di rapporto si può determinare una “alienazione”, una perdita dell’immagine? Però, come esiste il rischio della follia, nella dialettica fra uomo e donna esiste anche la possibilità di un movimento creativo che va verso la realizzazione di un’identità e sanità mentale.
Edoardo Boncinelli, a BergamoScienza e altrove, ha parlato dell’importanza della dimensione collettiva per lo sviluppo umano. La società, dice il genetista, cambia gli individui a livello biologico e mentale. Ma per lui il bambino avrebbe tutto da imparare dagli adulti, quasi fosse una tavoletta di cera. Che cosa c’è di vero?
Boncinelli, in effetti, ha scritto che alla nascita nessuno di noi «è figlio del suo tempo e forse non è neppure un uomo. A 3 anni è certamente un essere umano, a 5 -6 è figlio del suo tempo ma con molto da imparare». Sembra dire insomma, e con poche varianti da Aristotele, che la ragione costituisce l’identità umana. Per lui la dimensione collettiva è sinonimo di organizzazione cosciente della società. Ma non si può parlare di collettivo se non si parla prima di individuo e di quella realtà interiore che originariamente dà all’uomo l’identità umana e lo orienta verso il rapporto con gli altri. La nostra socialità affonda le radici nel mondo irrazionale del primo anno di vita. Il collettivo sicuramente è fondamentale perché è l’ambito in cui ciascuno di noi ha la possibilità di cimentare e sviluppare la propria identità.
Penso comunque che Boncinelli parli di “collettivo” a partire da un costrutto biologico. È risaputo che la formazione delle mappe cerebrali è fortemente influenzata dall’ambiente. Edelmann ha evidenziato che nell’adulto, anche quando si sono costituiti gli elementi principali della neuroanatomia, i confini delle mappe corticali possono cambiare radicalmente a seconda degli stimoli ambientali. Questa capacità in parte plastica in parte rigenerativa si ferma solo con la morte. È riduttivo pensare che le influenze sociali sull’individuo siano relative all’apprendimento passivo della cultura del proprio tempo. Rita Levi Montalcini nel suo Elogio all’imperfezione scrive che gli insetti sono perfetti: in quanto tali non necessitano di mutazioni rimanendo invariati da milioni di anni . Gli esseri umani sono “imperfetti” e perciò soggetti a cambiamenti. è probabile che la nostra “imperfezione” abbia portato all’emergenza di quelle caratteristiche esclusivamente umane: la fantasia e la creatività che si nutrono sostanzialmente di rapporti.
In quanto esseri umani, diversamente dagli animali, siamo in larga parte irrazionali. A dirlo è sempre Boncinelli. Ma poi il genetista aggiunge che ciò che resta da indagare è la coscienza. Un paradosso?
Boncinelli si rifà alle tesi del neuroscienziato Michel Gazzaniga quando dice che il 98 per cento dell’attività cerebrale è inconscia. La coscienza arriverebbe sempre in ritardo (50 millesimi di secondo) a ratificare percezioni, decisioni e movimenti. Nelle neuroscienze per inconscio s’intende perlopiù il complesso degli automatismi neuronali non una specifica forma e contenuto di pensiero che, invece, dovremmo chiamare irrazionale. Abbiamo visto che Boncinelli non considera un essere umano il neonato che vive in una dimensione irrazionale. Anche in Edelmann, del resto, il termine inconscio o rimanda a Freud o viene usato in senso solo descrittivo.
Nelle neuroscienze i concetti di inconscio e di coscienza non sono univocamente definiti rimanendo sottoposti a grandi fluttuazioni di significato a seconda degli autori.
È il caso anche del filosofo Daniel Dennett, ospite molto atteso il 16 ottobre del festival BergamoScienze.
L’autore del best seller Sweet dreams ( Raffaello Cortina) giunge addirittura a negare che esista una coscienza come un insieme di qualità soggettivamente vissute. La mente umana sarebbe il risultato dell’attività meccanica di una sorta di super computer totalmente inconsapevole, come potrebbe essere uno “zombie”.
Nel frattempo, lo scienziato inglese Steve Jones, sostiene che per gli esseri umani non ci sarà più evoluzione. Che ne pensa?
Se l’evoluzione è andata avanti per milioni di anni non si capisce perché e in virtù di che cosa si dovrebbe arrestare a un certo momento. L’evoluzione umana è anche culturale e non segue totalmente le leggi della selezione naturale pur inquadrandosi in un contesto biologico. Lo stesso Edelmann afferma che la struttura del cervello di due gemelli omozigoti già in utero è completamente diversa e ancor di più lo sarà dopo la nascita. Questa diversità “epigenetica” potrebbe influenzare le mutazioni e quindi l’evoluzione futura. Edelmann come altri neuroscienziati ha rivolto la sua ricerca allo studio della coscienza in quanto epifenomeno dell’evoluzione: alla coscienza mirerebbe sia la variabilità sia dell’ontogenesi che della filogenesi, ovvero dello sviluppo dell’embrione e della storia della specie nel tempo. Non hanno colto qual era la specificità umana che rende possibile il progresso evolutivo, hanno collegato la variabilità delle mappe cerebrali al di fuori della regolazione genomica diretta a possibilità adattive e coscienti e non alle possibilità del pensiero irrazionale proprio degli esseri umani.
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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 13, 2008
“Il problema mente-cervello”. Se ne discute il 20 giugno al Cnr in un confronto fra scienziati e filosofi. Ad aprire la giornata di studi sarà il Nobel Rita Levi Montalcini di Simona Maggiorelli
Grazie al premio Nobel Rita Levi Montalcini e al lavoro di alcuni scienziati come Piergiorgio Strata, direttore del Levi Montalcini Center for Brain Repair, vanno crescendo in Italia spazi e attenzione per le neuroscienze. Nelle università, negli istituti di ricerca, ma anche sui giornali: dal “fantascientifico”inserto Tuttoscienze de La Stampa, all’Espresso, a Repubblica, arrivando perfino a Internazionale che sistematicamente traduce e divulga i contributi dedicati a questa materia pubblicati dalle riviste di Oltreoceano. Ma sempre più alta è anche l’attenzione delle case editrici. Non solo quelle specializzate. Basta dire che il catalogo di Raffaello Cortina, storicamente incentrato sulla psicoanalisi, da qualche tempo ha trovato consistente espansione con le neuroscienze. Che dagli anni Novanta abitano anche la prestigiosa collana scientifica di Adelphi. Qui, per esempio, sono stati pubblicati i libri di Antonio Damasio, studioso di origini portoghesi che vive negli Usa, dove si è occupato di studi sulla coscienza, a partire da Cartesio. Ricerca sulla mente umana, la sua, tutta iscritta nell’ambito della razionalità, senza mai affrontare il non cosciente, come si evince da un suo libro dal titolo emblematico: In cerca di Spinoza. Dimostrando di ignorare così le conquiste della moderna psichiatria ma anche quanto vanno ripetendo scienziati come Boncinelli che, ancora lunedì scorso su Repubblica diceva con una battuta « l’uomo è un animale razionale non più di mezz’ora al giorno».
Intanto, comunque sia, sulle neuroscienze fioccano i convegni: il più recente, targato università Cattolica del Sacro Cuore, ha squadernato una “curiosa” compresenza di sacerdoti e scienziati provenienti dagli ambiti più diversi. Per rispondere alla domanda “Neuroscienze. Che cosa ci aspettiamo dalla ricerca?” in Campidoglio, pochi giorni fa, si sono incontrati (fra gli altri) Angelo Vescovi, Enrico Garaci, Ignazio Marino e Monsignor Vincenzo Paglia. Un appuntamento meno ecumenico, invece, si svolgerà il 20 giugno, nella sede del Cnr a Roma. Una giornata di studi, dal titolo“Il problema mente-cervello, filosofia e neuroscienze a confronto” a cui parteciperà la stessa Montalcini, con Lamberto Maffei, direttore dell’istituto di neuroscienze del Cnr, Pietro Calissano, vice presidente dell’Istituto europeo di ricerca sul cervello e molti altri. A presiedere il convegno sarà Luca Marini presidente del centro studi Ecsel e vice presidente del Comitato nazionale di bioetica (reintegrato al suo posto dal Tar dopo il tentativo di Casavola di mettere a tacere il dissenso interno al Cnb a colpi di dimissioni). A Marini e a Andrea Lavazza, studioso di scienze cognitive e autore de L’uomo a due dimensioni. Il dualismo mente-corpo oggi (Bruno Mondadori) abbiamo rivolto delle domande.
Qual è il portato e il valore delle neuroscienze oggi?
Marini: Le neuroscienze ci stanno dicendo molto di come funziona il nostro cervello e di come tante nostre capacità siano legate all’architettura e al funzionamento del sistema nervoso. Oggi non solo abbiamo penetrato alcuni misteri della mente, ma possiamo anche intervenire per modificarla. Siamo in grado di collegare funzioni specifiche con aree cerebrali, di dare conto scientificamente di percezione, memoria, attenzione e così via. Tanto che si aprono scenari futuribili, come quelli della “lettura della pensiero”, che richiedono quella che è stata chiamata neuroetica e strumenti di biodiritto.
Come Rita Levi Montalcini ci ha insegnato le neuroscienze sono state protagoniste di una svolta antropologica: hanno sconfessato il determinismo genetico sottolineando l’importanza del fattore ambientale. Si può dire che abbiano avuto un “valore politico”, sconfessando quel determinismo genetico che è base dell’idea nazista di razza?
Marini: Le neuroscienze non negano il ruolo fondamentale dei geni. Anche l’attività neuronale è espressione del codice genetico che in ogni cellula dà le sue istruzioni momento per momento. D’altra parte, è la stessa biologia oggi a rifiutare il determinismo genetico, riconoscendo il ruolo dell’interazione dell’organismo con l’ambiente. Le neuroscienze hanno tuttavia una loro autonomia esplicativa, un loro piano di esplorazione e di analisi non coincidente con quello della genetica. Attribuire loro un valore “politico”, però, è fuorviante: il razzismo sociale si basa di solito sulla cattiva scienza, perché quella buona non si presta ad aberrazioni ideologiche.
La filosofia ha preteso di fare una teoria della mente prescindendo dalla scienza. Per questo ha fallito?
Lavazza: Che la filosofia sia alla bancarotta è opinione di qualche scienziato miope, ma non corrisponde alla realtà. In effetti, la filosofia della mente in area anglosassone è più viva che mai, interagisce con le neuroscienze nell’ambito della cosiddetta scienza cognitiva e si segnala per contributi originali. D’altra parte, è vero che una vecchia filosofia “da poltrona”, che rifiuti il confronto con le recenti scoperte, non potrà fare molta strada. La scienza tuttavia senza la filosofia rischia di avere una prospettiva parcellizzata e riduttiva della realtà, trascurandone aspetti fondamentali.
Per le neuroscienze da dove nasce il pensiero umano?
Lavazza: Espressa in questa forma ampia e generale si tratta di una delle domande che, per ammissione della gran parte della comunità intellettuale, ci farà più sudare per arrivare a una risposta, malgrado i grandi progressi della scienza. Oggi sappiamo, in parte, che i sensi ci danno informazioni sulla realtà esterna e su come noi la modifichiamo nel percepirla. Abbiamo scoperto, in parte, come l’evoluzione ha plasmato gli istinti e alcune tendenze del nostro comportamento di base, conosciamo alcuni meccanismi del linguaggio. Ma, ad esempio, la coscienza in senso fenomenologico,(l’effetto che fa vedere un colore o essere una certa persona), resta un mistero sul quale ci sono soltanto ipotesi in competizione.
Damasio e Edelman si sono posti il problema di dare un fondamento biologico all’attività mentale. Ma non si cade così in una forma di riduzionismo?
Lavazza: Il rischio è fortissimo. Molti scienziati però sono convinti che sia così: non esiste altro, a loro parere, che la base materiale del nostro cervello; sarebbero i nostri neuroni tutto ciò che serve a produrre il pensiero. Ma questo riduzionismo non riesce ancora a spiegare, come detto, molte funzioni mentali. Vi sono anche profonde ragioni filosofiche che militano contro il riduzionismo. E non sembra facile confutarle.
Alcuni neuroscienziati come il premio Nobel Kandel sembrano accettare Freud. Ma sul piano neurofisiologico i suoi scritti non hanno nessuna validità scientifica. Senza dimenticare che Freud non riconosceva alcuna cesura fra la vita intrauterina del feto e quella del neonato. Cosa dire di questa aporia?
Lavazza: I neuroscienziati, Kandel compreso (che è stato analista in gioventù), non pensano che Freud avesse ragione, né condividono la teoria psicoanalitica come terapia per la malattia mentale. Qualche raro studioso, come Mark Solms, dice che Freud avesse visto giusto a livello di intuizioni, oggi confermate dalla neurobiologia del sistema nervoso. C’è anche chi ammette che la psicoanalisi possa portare qualche giovamento, ma non perché agisca sulla “psiche”, bensì perché modifica, con le parole, le connessioni neuronali del cervello. In sostanza, oggi c’è un muro di incomprensione che divide gli psicoanalisti classici dai neuroscienziati.
Left 24/08
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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su febbraio 15, 2008
da Left-Avvenimenti del 15 febbraio 2008
Il senatore Furio Colombo: “Lo stesso Ratzinger si è visto essere scavalcato da destra da personaggi, più realisti del re, come Giuliano Ferrara”
di Simona Maggiorelli
«Una vigorosa offensiva della Chiesa che sa come avvalersi dei suoi laici devoti». Questo è il clima oggi in Italia. Così scrive Furio Colombo sul mensile Agenda Coscioni dedicato alla tre giorni di Salerno che, all’inizio della campagna elettorale, è il primo appuntamento “trasversale” di chi non accetta che questioni come aborto, fecondazione in vitro, scelte di fine vita siano consegnate alle decisioni di oltretevere.
Senatore Colombo, nel suo manifesto per le primarie del Pd diritti civili, salute, ricerca erano temi chiave.
Io continuerò a battermi per essi. Il Pd ha un solo percorso duraturo: quello che prevede una decisa presa di posizione in favore della laicità.
Veltroni da Spello però…
S’intende che non sto descrivendo una situazione realistica. Ma se è per questo, neppure ai partigiani sembrava facile liberare l’Italia dal fascismo. E allora basta guardare come risponde il governo spagnolo alle ingerenze dei vescovi. Quello che fa Zapatero a me pare normale. Mentre la sottomissione italiana mi sembra non normale. Non degna di una Repubblica democratica. Stiamo parlando del rapporto fra due poteri, di cui uno extranazionale e che ha una pretesa di controllo sull’altro.
L’annosa mancanza di separazione fra Stato e Chiesa?
La nostra vita politica ha subito un duro colpo con Berlusconi. Certi politici hanno sempre cercato di tenersi buona la Chiesa, per garantirsi sostegno politico e voti. Ma è stato lui a inventarsi l’ateo devoto incarnato ora da Ferrara. Con la sua vita e i suoi divorzi si è finto religioso. Ha messo in campo le zie suore e usato i rosari della madre per dimostrare un’obbedienza che avrebbe dovuto metterlo al sicuro in politica. Poi, questo è diventato il comportamento dei partiti, prima degli ex De, poi della sinistra che non aveva più un ancoraggio ideologico: in molti sono andati in cerca di benemerenze della Chiesa. Cosa che i liberali non si sono mai sognati di fare.
Sui diritti civili, però, il centroosinistra non ha raggiunto neppure gli obiettivi minimi.
Sul testamento biologico, per esempio, la verità è che il senatore Ignazio Marino, è stato boicottato ora da esponenti di destra ora di sinistra, in lotta per apparire l’uno più cattolico dell’altro. È la maledizione che ha portato Berlusconi.
E nell’ipotesi di un “Veltrusconi” che accadrebbe?
Io non credo affatto in un Veltrusconi, anche perché si vede benissimo che Berlusconi è sul viale del tramonto. E non per l’età, ma per la totale mancanza di nuove idee. Se un crociato come Casini è restato nel dubbio se seguirlo o no vuoi dire che è alla fine. Se Fini ha scelto di essere il suo numero due è perché pensa che presto se ne andrà e lui diventerà il numero uno per eredità. Come sempre gli è accaduto nella vita.
Cosa legge sotto il crescente attacco alla legge 194 sull’aborto?
È un attacco violentissimo e credo che Ratzinger sia stato sorpreso di essere superato a destra da Giuliano Ferrara. La situazione è molto grave. I cittadini da soli, temo, non ce la faranno a opporsi a quella che Giorgio Napolitano ha chiamato «la grave anomalia» che ha governato l’Italia.
I media italiani parlano di bambini invece che di feti e tirano in ballo l’eugenetica quando si tratta, invece, di prevenire malattie incurabili.
Li guardo con raccapriccio. Ma so che non si diventa direttori di giornali senza un parere del Vaticano. Meno che mai direttori di telegiornali. E questo rende i più giovani molto più conformisti dei più anziani.
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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su febbraio 9, 2007
Intervista di Simona Maggiorelli al ministro di Università e Ricerca, Fabio Mussi da “Left” 9 febbraio 2007
Il ministro dell’Università e della Ricerca scientifica Fabio Mussi risponde a Left dopo il dossier pubblicato a fine gennaio 2007 sui guai della ricerca scientifica italiana. «Bisogna risolvere l’emergenza del precariato con un piano di assunzioni rigoroso e senza infornate». Mussi parla di nuovi finanziamenti, di opportunità europee e della nuova Agenzia di valutazione. E spiega perché non si è dimesso: perché ci crede ancora.
Ministro Mussi, prima della Finanziaria lei minacciò le dimissioni se ci fossero stati ulteriori tagli alla ricerca. E i tagli sono arrivati. Perché ha deciso di proseguire lo stesso il suo lavoro?
«La Finanziaria è uscita dalle Camere meglio di come all’inizio era entrata in Consiglio dei ministri. Contiene una contraddizione. Ci sono soldi nuovi per i programmi e i progetti di ricerca: 300 milioni di credito d’imposta alle imprese che investono (con un maggior vantaggio per le commesse a Università ed Enti pubblici di ricerca); 960 milioni aggiuntivi in tre anni per il Fondo unico per la ricerca scientifica e tecnologica, il cosiddetto First; 1.200 milioni in tre anni per il fondo “Italia 2015”. A questi si aggiungono i fondi strutturali, per i quali la quota dedicata alla ricerca sale dal 5 al 14 per cento, e la quota che potrà venire in Italia dei 53 miliardi di euro del settimo Programma quadro europeo. Al tempo stesso i budget dedicati al funzionamento ordinario di Università ed Enti pubblici di ricerca diminuiscono. La contraddizione consiste nel fatto che indeboliamo i soggetti primari che devono presentare progetti e programmi. È indispensabile ora superare la contraddizione, passato il primo anno in cui il governo ha deciso di rimettere ordine nei conti pubblici. A Caserta è stato deciso che “Formazione e ricerca” è il primo dei dieci punti che qualificheranno il programma del governo nei prossimi mesi. Sono convinto che la priorità verrà rispettata. Lo sento come il primo dovere del mio mandato».
Nel ddl sugli enti di ricerca si parla solo di quelli vigilati dal Miur, ma l’esigenza di autonomia e sburocratizzazione è diffusa anche in altri enti, ad esempio l’Enea e l’Istat. Per il futuro è prevista un’estensione del provvedimento?
«Un’estensione del provvedimento penso sia auspicabile anche a questi altri due enti di ricerca. Si tratta di enti strumentali, che devono fornire servizi precisi al loro committente, lo Stato. Sono convinto che assolveranno meglio al loro compito quando avranno meno burocrazia e più autonomia. In generale è bene che la politica faccia un passo indietro e che la gestione della scienza sia affidata agli scienziati. Ciò vale per tutti gli enti di ricerca, compresi l’Istat e l’Enea. Quest’ultima in particolare presenta un’ulteriore necessità: di ridefinire in maniera chiara la sua missione attraverso un progetto fortemente condiviso dalla comunità scientifica».
Il responsabile sindacale del Cnr, che è anche un ricercatore, ha reso noti i dati ufficiali sul personale: i contratti a tempo indeterminato sono 6.640 a fronte di 1.108 ricercatori a tempo determinato. Se si considerano anche i ricercatori con assegno di ricerca, co.co.co. partita Iva, prestazioni d’opera occasionali eccetera, i precari in seno al Cnr arrivano circa a 5.000. Come risolvere l’emergenza?
«Attraverso un piano di assunzioni chiaro, rigoroso e ben programmato nel tempo. Il precariato non è una condizione sostenibile. Non conviene a nessuno. Né ai giovani che non riescono a progettare il loro futuro, né alla ricerca, che ha bisogno di stabilità, continuità e serenità per raggiungere l’eccellenza. Quindi anche al Cnr il precariato dei giovani va fortemente ridimensionato. Tuttavia nessuna infornata, nessuna assunzione ope legis. L’emergenza precari va risolta attraverso un percorso formativo ben delineato e un’attenta, trasparente valutazione del merito scientifico».
Lei dice, giustamente, di voler introdurre meritocrazia e di investire in una vera e propria Agenzia per la valutazione. Ma i ricercatori denunciano il fatto che i criteri in base ai quali saranno valutati non sono chiari. Come vede la questione?
«Il percorso che porterà tra breve alla creazione dell’Agenzia di valutazione non si è ancora compiuto. I criteri non sono stati ancora definiti nel dettaglio. L’Agenzia sarà terza sia rispetto alla politica sia rispetto alla comunità che dovrà essere valutata. Avrà criteri di valutazione internazionali e anche i valutatori saranno scelti secondo standard internazionali. Inoltre giudicherà soprattutto le strutture: le università, i dipartimenti. Non i singoli. L’Agenzia invece stabilirà i criteri in base ai quali le università dovranno valutare i singoli docenti. E questi criteri, ripeto, avranno standard internazionali».
Da pochi giorni è stato varato in Europa il VII programma quadro per la ricerca che, fra l’altro, sembra la riprova dell’arretratezza italiana rispetto agli obiettivi di Lisbona. Cosa pensa di quel programma?
«Penso che il nuovo Programma Quadro sia una grande opportunità per l’Europa e per l’Italia. Sono previsti investimenti per 53,2 miliardi di euro in sette anni, cui vanno aggiunti 2,8 miliardi di euro per l’Euratom. In complesso sono 56 miliardi di euro, 8 miliardi l’anno. Con una crescita di circa il 60 per cento rispetto al precedente Programma Quadro. Dico che non è moltissimo. In fondo 8 miliardi di euro sono circa il 5 per cento di quanto si spende ogni anno nell’Unione per la ricerca scientifica. L’altro 95 per cento viene speso dai governi dei singoli Paesi secondo modalità e obiettivi diversi, talvolta divergenti. Tuttavia quei soldi non sono neanche pochissimi. Soprattutto, rappresentano una novità. Il settimo Programma Quadro finanzierà con un miliardo di euro l’anno il neonato Consiglio europeo di ricerca. Una struttura gestita in totale autonomia dalla comunità scientifica, che promuoverà la ricerca di base o, come la si definisce oggi, curiosity-driven. È un significativo passo avanti verso la creazione di uno “spazio europeo della ricerca” visto che per la prima volta l’Unione finanzia direttamente la ricerca di base».
Che è una ricerca davvero fondamentale.
«Sì, perché ha un valore culturale in sé ma anche perché senza la ricerca curiosity-driven, alla lunga anche la ricerca applicata si inaridisce. Inoltre vorrei ricordare il Programma “Persone”, che finanzierà i progetti di ricerca di giovani scienziati. Tutto ciò rappresenta una grande opportunità per l’Europa. In tutto il mondo gli investimenti crescono e si qualificano, l’Unione non può restare indietro. Anzi, deve rinnovare il programma di Lisbona e ambire a una posizione di leader nella società della conoscenza».
Il gruppo di ricercatori all’avanguardia che lavora ad Ispra ha ottenuto dall’Unione Europea nove milioni di euro per un progetto sulle staminali embrionali. Ma il parere negativo del Comitato di bioetica ha costretto gli italiani a ritirarsi a tutto vantaggio di colleghi tedeschi. Ma non è una buona occasione mancata?
«Quando sono diventato ministro il mio primo atto in Europa è stato quello di togliere la firma dell’Italia dalla “Dichiarazione Etica” con cui si era ritrovata a formare assieme a pochi paesi, tra cui la Germania, una “minoranza di blocco” volta a impedire finanziamenti europei a favore della ricerca sulle staminali embrionali in ciascun Paese. Anche in quei Paesi in cui la ricerca è consentita dalla legge. Penso che sia stato un atto di laicità. Tuttavia in Italia ci sono i vincoli della legge 40. E finché c’è questa legge quel tipo di ricerca è fortemente limitato, anche se non escluso. In altri Paesi quei vincoli non ci sono. Quindi è giusto che i ricercatori di quei paesi possano accedere ai fondi europei».
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