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Imperfetti e creativi

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 17, 2008

La prospettiva evoluzionistica e le neuroscienze, di cui molto si discute, non offrono modelli adeguati a comprendere la nascita della mente umana e il suo sviluppo. L’opinione della neonatologa Maria Gabriella Gatti
di Simona Maggiorelli



“Il nulla che unisce Dio e Darwin”. Con questo titolo Emanuele Severino sul Corsera ha affrontato alcuni temi scientifici che toccano il dibattito politico. «Per Aristotele l’embrione è “in potenza” un uomo – scrive -. Lo diventa realizzando il proprio programma (il proprio Dna). Ma prima di questa realizzazione l’uomo” non era”, era nulla». Da scienziata cosa risponde al filosofo?
Il feto è realtà materiale biologica: solo dalla 24esima settimana di gestazione se nasce ha possibilità di vita, quindi di essere. Il Nobel per la medicina Gerald Edelmann ha scritto che alla nascita vi è un rimodellamento radicale con perdita fino al 70 per cento dei neuroni preesistenti e differenziazione di nuovi: è chiaro che esiste un prima e un dopo.

Che cosa accade in questo passaggio?
Con le scoperte di Levi Montalcini e Edelmann possiamo delineare un quadro unitario dell’embriogenesi. All’inizio le popolazioni cellulari cerebrali reagiscono a fattori che promuovono le proliferazioni e le organizzazioni delle varie parti del sistema nervoso. È come se in esse fosse attivo un “automaton”, un prodursi da sé a partire da una forza biologica endogena. Le strutture nervose nello sviluppo fetale tendono a differenziarsi acquisendo unitarietà e una potenzialità sinergica fino a consentire la reazione a uno stimolo esterno nel venire alla luce.
La situazione intrauterina garantisce una forte protezione e la permanenza della corteccia cerebrale in uno stato di deconnessione funzionale. Dopo il passaggio nel canale del parto la luce è uno stimolo nuovo per il neonato: attraverso i nervi ottici l’impulso che la luce determina raggiunge la corteccia occipitale attivando tutto il cervello e i centri respiratori. Alla nascita, di fronte all’eccessiva stimolazione dell’ambiente inanimato, il bambino ha una reazione di difesa e ciò coincide con l’emergere di un’attività psichica orientata alla ricerca del rapporto con un altro essere umano. Siamo di fronte a una fantasia, a una capacità di immaginare che non ha i caratteri della coscienza e della razionalità.

Jacques Monod, in un vecchio libro, parlava di caso e necessità nello sviluppo umano. Stando alle nuove acquisizioni delle neuroscienze saremmo interamente determinati dai nostri geni?
Per Monod il caso interveniva a livello del Dna con mutazioni non prevedibili e poi esse diventavano eventualmente “necessità” cioè potevano essere trasmesse se vantaggiose. Con l’embriogenesi evoluzionistica il discorso diventa molto più complesso: si è compreso che il gene viene modulato e influenzato dall’ambiente: lo stesso gene può avere un’attività completamente diversa a seconda del contesto che ne condiziona l’espressività. L’embriologia ha chiarito che le singole cellule sono protagoniste degli eventi che portano a una certa morfologia. Il destino delle cellule è determinato da eventi epigenetici ambientali che dipendono dalla storia dello sviluppo dell’embrione, unica per ogni singola cellula. Il processo evolutivo, la selezione delle linee cellulari più adatte avviene senza un’esplicita informazione. L’evoluzione opera per selezione, come scrive Edelmann, non per istruzione. Non c’è teleologia né un programma rigidamente determinato che guidi il processo globale.

Il feto alla nascita conosce una trasformazione radicale, diventa bambino. Gli strumenti della filosofia non permettono di comprendere questo passaggio?

Discorso molto complesso, qui posso offrire qualche spunto. Alla nascita avviene una trasformazione, è l’emergenza dell’essere, cioè del pensiero umano a partire dalla realtà biologica. E il pensiero nell’uomo è intrinsecamente movimento che tende a stabilire con l’“altro”, e soprattutto con l’altro diverso da sé, un rapporto irrazionale.

Ma ancora Severino nelle sue opere scrive che il «divenir altro dell’essere» sarebbe sempre «alienazione» e «follia». Mentre essere in se stessi sarebbe «non follia».
Cosa potrebbe suggerire allora Severino? Che la follia può scaturire dalla relazione fra un uomo e una donna in quanto in questo tipo di rapporto si può determinare una “alienazione”, una perdita dell’immagine? Però, come esiste il rischio della follia, nella dialettica fra uomo e donna esiste anche la possibilità di un movimento creativo che va verso la realizzazione di un’identità e sanità mentale.

Edoardo Boncinelli, a BergamoScienza e altrove, ha parlato dell’importanza della dimensione collettiva per lo sviluppo umano. La società, dice il genetista, cambia gli individui a livello biologico e mentale. Ma per lui il bambino avrebbe tutto da imparare dagli adulti, quasi fosse una tavoletta di cera. Che cosa c’è di vero?
Boncinelli, in effetti, ha scritto che alla nascita nessuno di noi «è figlio del suo tempo e forse non è neppure un uomo. A 3 anni è certamente un essere umano, a 5 -6 è figlio del suo tempo ma con molto da imparare». Sembra dire insomma, e con poche varianti da Aristotele, che la ragione costituisce l’identità umana. Per lui la dimensione collettiva è sinonimo di organizzazione cosciente della società. Ma non si può parlare di collettivo se non si parla prima di individuo e di quella realtà interiore che originariamente dà all’uomo l’identità umana e lo orienta verso il rapporto con gli altri. La nostra socialità affonda le radici nel mondo irrazionale del primo anno di vita. Il collettivo sicuramente è fondamentale perché è l’ambito in cui ciascuno di noi ha la possibilità di cimentare e sviluppare la propria identità.
Penso comunque che Boncinelli parli di “collettivo” a partire da un costrutto biologico. È risaputo che la formazione delle mappe cerebrali è fortemente influenzata dall’ambiente. Edelmann ha evidenziato che nell’adulto, anche quando si sono costituiti gli elementi principali della neuroanatomia, i confini delle mappe corticali possono cambiare radicalmente a seconda degli stimoli ambientali. Questa capacità in parte plastica in parte rigenerativa si ferma solo con la morte. È riduttivo pensare che le influenze sociali sull’individuo siano relative all’apprendimento passivo della cultura del proprio tempo. Rita Levi Montalcini nel suo Elogio all’imperfezione scrive che gli insetti sono perfetti: in quanto tali non necessitano di mutazioni rimanendo invariati da milioni di anni . Gli esseri umani sono “imperfetti” e perciò soggetti a cambiamenti. è probabile che la nostra “imperfezione” abbia portato all’emergenza di quelle caratteristiche esclusivamente umane: la fantasia e la creatività che si nutrono sostanzialmente di rapporti.

In quanto esseri umani, diversamente dagli animali, siamo in larga parte irrazionali. A dirlo è sempre Boncinelli. Ma poi il genetista aggiunge che ciò che resta da indagare è la coscienza. Un paradosso?
Boncinelli si rifà alle tesi del neuroscienziato Michel Gazzaniga quando dice che il 98 per cento dell’attività cerebrale è inconscia. La coscienza arriverebbe sempre in ritardo (50 millesimi di secondo) a ratificare percezioni, decisioni e movimenti. Nelle neuroscienze per inconscio s’intende perlopiù il complesso degli automatismi neuronali non una specifica forma e contenuto di pensiero che, invece, dovremmo chiamare irrazionale. Abbiamo visto che Boncinelli non considera un essere umano il neonato che vive in una dimensione irrazionale. Anche in Edelmann, del resto, il termine inconscio o rimanda a Freud o viene usato in senso solo descrittivo.
Nelle neuroscienze i concetti di inconscio e di coscienza non sono univocamente definiti rimanendo sottoposti a grandi fluttuazioni di significato a seconda degli autori.

È il caso anche del filosofo Daniel Dennett, ospite molto atteso il 16 ottobre del festival BergamoScienze.
L’autore del best seller Sweet dreams ( Raffaello Cortina) giunge addirittura a negare che esista una coscienza come un insieme di qualità soggettivamente vissute. La mente umana sarebbe il risultato dell’attività meccanica di una sorta di super computer totalmente inconsapevole, come potrebbe essere uno “zombie”.

Nel frattempo, lo scienziato inglese Steve Jones, sostiene che per gli esseri umani non ci sarà più evoluzione. Che ne pensa?
Se l’evoluzione è andata avanti per milioni di anni non si capisce perché e in virtù di che cosa si dovrebbe arrestare a un certo momento. L’evoluzione umana è anche culturale e non segue totalmente le leggi della selezione naturale pur inquadrandosi in un contesto biologico. Lo stesso Edelmann afferma che la struttura del cervello di due gemelli omozigoti già in utero è completamente diversa e ancor di più lo sarà dopo la nascita. Questa diversità “epigenetica” potrebbe influenzare le mutazioni e quindi l’evoluzione futura. Edelmann come altri neuroscienziati ha rivolto la sua ricerca allo studio della coscienza in quanto epifenomeno dell’evoluzione: alla coscienza mirerebbe sia la variabilità sia dell’ontogenesi che della filogenesi, ovvero dello sviluppo dell’embrione e della storia della specie nel tempo. Non hanno colto qual era la specificità umana che rende possibile il progresso evolutivo, hanno collegato la variabilità delle mappe cerebrali al di fuori della regolazione genomica diretta a possibilità adattive e coscienti e non alle possibilità del pensiero irrazionale proprio degli esseri umani.

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L’autonomia tradita

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 16, 2005

Pensiero critico, ricerca, diritto a una formazione alta. Parla Luigi Berlinguer di Simona Maggiorelli

“La sinistra oggi non può non farsi carico di idealità progressiste, pensando a un nuovo progetto educativo» avverte l’ex ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer, padre di quella riforma varata dal governo di centrosinistra che per la prima volta apriva all’autonomia scolastica. Oggi, membro laico del Csm, e docente universitario, il professore stuzzica e stimola l’Unione perché arrivi alle elezioni attrezzata, con idee chiare, su un punto cardine come la scuola. «Il fatto è – dice Berlinguer – che non possiamo più permetterci di fermarci a una ideologia ottocentesca di Stato burocratizzato. È un problema che riguarda complessivamente le scelte di un partito di sinistra che oggi deve avere una visione complessiva del mondo, aprirsi al nuovo, al confronto delle idee».
Che tipo di rinnovamento a sinistra?
Il socialismo, in origine è nato con connotati di ateismo, e comunque di forte razionalismo. Oggi il suo orizzonte si è arricchito, non escludendo una sfera dell’umano fin qui trascurata come l’irrazionale. Le emozioni, l’esigenza di felicità, l’apporto della donna. Sono le rappresentanze più alte di una visione più ricca dell’idea di comunità che una volta aveva una caratterizzazione prevalentemente collettivistica. Ora al centro c’è il rispetto della persona e occorre aggiornare l’analisi che non è certamente più quella del capitalismo nascente da cui si è originata la strategia di Marx.
In che modo può tradursi in nuovo progetto di scuola pubblica?
Sto parlando di una filosofia di vita che non proviene dall’alto, ma che nasce dal basso. C’è nella tradizione marxiana, c’è nel modo in cui si sono organizzati i lavoratori, ponendosi in antitesi a un capitalismo che aveva usato lo Stato per governare i processi economici. Certo lo Stato ha sempre una funzione di riequilibrio. Un’idea di società tutta dominata dal mercato porterebbe a una condizione di homo homini lupus. Ieri lo Stato, oggi il potere pubblico, non più statale – dal momento che parliamo di dimensioni locali o di sovranazionali con l’Unione europea – ha una funzione di riequilibrio nei riguardi di questi processi che producono disuguaglianza. In questo quadro la novità di una politica educativa è data da questo affievolirsi del ruolo statual-nazionale, ma anche dal fatto che l’accesso all’education è sempre più un diritto di tutti e non solo di una parte, per cui nei paesi evoluti si va a scuola fino a 18 anni. Con forme di emarginazione sempre più parziali, ma che pure ci sono: riguardano i soggetti più deboli, gli immigrati. Ma l’istruzione di massa, il bisogno del singolo ad esistere diversamente dal passato, s’intrecciano con il bisogno della società di avere personale più preparato, con un’offerta educativa che prima era stata prevalentemente statale.
Mi faccia capire meglio. Pensa a un servizio pubblico o a maggiori privatizzazioni?
Penso a un’assoluta prevalenza del pubblico. La funzione educativa potrà, in alcuni casi, avere un gestore privato, ma non lo deve essere il servizio. Qualunque attività educativa
deve avere una caratterizzazione pubblica. Nessuna imposizione di un credo. Educazione significa confronto di idee. Non devono esistere ghetti, ma neanche porti franchi in cui ognuno possa fare ciò che vuole. Una funzione pubblica deve avere la forza di imporre ovunque queste regole.
Questo scenario di autonomia, anche di pensiero, come si concilia con la massiccia immissione in ruolo di insegnanti di religione?
L’ora di religione è la prova che lo Stato, così come è oggi, non è in grado di garantire il massimo di laicità. La religione a scuola ha un senso solo se diventa cultura, altrimenti è catechesi, da praticare nei luoghi di culto.
Nel progetto di riforma Moratti per la prima volta si dice insegnamento di “religione cattolica”. Lo denuncia la commissione Montalcini, auspicando maggiore apertura interreligiosa. Lei che ne pensa?
Sarebbe necessario garantire che a scuola si studiasse cultura e storia delle religioni. È un problema ancora da risolvere.
Mettere in discussione il Concordato offrirebbe una strada?
Le radici della costituzionalizzazione del Concordato risalgono alla Resistenza. I cattolici hanno fatto parte del movimento dando anche una loro impronta. E il compromesso che ne è derivato è che i Patti lateranensi non si possono cambiare se non con un’azione comune delle due parti.
Ma si potrà avviare un confronto?
Credo sarebbe opportuno avviare una discussione. Ma nelle forme giuste, per giungere ad un accordo. Altrimenti non avrebbe valore legale. Ma l’obiettivo fondamentale è che, in una visione di sinistra rinnovata, si riesca a garantire a tutti il diritto al successo formativo. Deve passare l’idea dell’education come diritto. Persino il concetto di obbligo dovrebbe essere via via superato.
Lei, però, fece una legge sull’obbligo. Che poi è stata drammaticamente cancellata.
Sono venuti gli Unni e hanno deciso una damnatio memoriae. Nonostante questo, però, resto convinto che il concetto dell’obbligo debba essere sopravanzato dal concetto di diritto, inteso come diritto a sviluppare fino in fondo la propria personalità e la cultura, secondo le proprie capacità. Quindi ad avere successo.
I ragazzi devono poter sviluppare un pensiero critico, autonomo?
Questa è la premessa di qualunque cosa. Il senso critico è fondamentale. Se io sono in grado di rendere cinquanta, devo essere messo in grado di poterlo fare. Ma il punto è che non dobbiamo far camminare alla stessa velocità chi rende cinquanta e chi ottanta. Chi è più lento non deve essere emarginato. Ma anche chi ha più potenzialità ha diritto a non essere mortificato in una livellazione verso il basso. La società è fatta di differenze ma tendere all’uguaglianza non vuol dire fissare uno stampo. Sarebbe un grave danno. Bisogna creare le situazioni per cui ognuno renda al massimo di sé stesso. E non si può fare con una scuola statalizzata secondo il modello ministeriale, irreggimentata dentro le classi tradizionali, in una scuola che ignori le potenzialità enormi della scienza e del nuovo mezzo tecnologico. Il punto è creare una comunità educante, aperta, mobile. Fermo restando un minimo comun denominatore di sapere. Questa è l’autonomia. E la grande sfida della scuola del nuovo millennio.
Ma il progetto di autonomia non è minato da schizofrenia se poi si obbligano i ragazzi a accettare dogmi religiosi?
La catechesi nella scuola pubblica è proibita. Si può anche insegnare il Vangelo purché lo si affronti come storia culturale. Chi non lo fa, è fuori dalla legge 62 che porta la mia firma. E le leggi occorre farle rispettare.
Come, se è il vescovo a nominare l’insegnante di religione?
Ma c’è un dirigente scolastico e un collegio dei docenti. Perché non potenziare questi momenti di dimensione pubblica della scuola? Perciò difendo l’autonomia. Soltanto mi chiedo se la sinistra si sia fatta carico di far attuare queste leggi.
Che risposta si è dato?
Che non l’ha fatto abbastanza. Perché una certa sinistra vive nella presunzione che l’unico modo sia escludere la scuola non statale per relegarla in un ghetto. E poi perché pone la questione dell’insegnamento di religione in forma ipostatizzata, puramente ideologica.
E perché la sinistra non punta al cambiamento?
La sinistra è fatta di molte anime. Una cultura che voglia cambiare deve avere ideali altrimenti è meglio che vada a casa. Ma non basta declamarli. Bisogna avere la capacità di trovare un’operatività. C’è invece chi si limita alla propaganda degli ideali. Questo è il confronto da fare.
Perché questa sinistra ha paura della ricerca? Margherita Hack denuncia che nell’università non si fa più ricerca pura.
Il nuovo programma dell’Unione pone la ricerca di base al centro. Ma credo che su questo la discussione si faccia molto calda. Ritengo che ci sia bisogno sia di ricerca di base che applicata. Ma sono anche convinto che l’Italia abbia maggiori potenzialità nella ricerca di base.
E come si può fare una libera ricerca, supponiamo, in storia, se la riforma del Cnr per le materie umanistiche è di uno storico confessionale come Roberto De Mattei, fondatore dell’associazione Lepanto?
Occorre vedere quanto egli conti realmente. Ma è indubbio che ci sia stato un abbassamento di livello l’Italia non meritava questi ultimi cinque anni di penitenza. Però sono anche convinto che nell’università italiana la ricerca abbia spazi e che ci sia chi la sa fare. È un patrimonio che mi auguro nella prossima legislatura venga valorizzato e sostenuto al massimo.
Intanto, i giovani ricercatori precari, con la riforma Moratti, si vedono cancellato d’un tratto il proprio ruolo.
Il problema è il ricambio generazionale, la mancanza di quadri giovani. È un fatto gravissimo che chiede un immediato cambiamento di rotta.
E che basi avranno i futuri ricercatori, se fin dalle superiori hanno studiato programmi di scienze censurati?
Quest’idea di esclusione dello studio dell’evoluzionismo dalla scuola credo sia una malattia che vada combattuta con la massima energia. Guai a chiudere o a mettere il bavaglio alla conoscenza scientifica. Bisogna che i ragazzi siano messi nella condizione di imparare tutto, che conoscano l’evoluzionismo come una delle correnti di pensiero più importanti del panorama moderno. Io credo, però, che anche chi non è d’accordo abbia diritto di parlare. Guai però a fare una scelta, come sta tentando di fare Bush.
Cosa farebbe se fosse ministro?
Intanto occorre un corpo docente che affronti la scienza e la cultura con metodo critico. Con il dovere deontologico di insegnare in modo che lo studente viva in piena autonomia nel momento in cui apprende. Non si deve indottrinare. Ma occorre anche che questi elementi di criticità del sapere siano garantiti da norme precise. Se dovesse sopravvivere una linea morattiana a favore del creazionismo bisognerebbe cancellarla con un tratto di penna. Senza esitare neanche un istante. Perché è la negazione della cultura. Chiunque la faccia.

Avvenimenti 49/05

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