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Idee da mettere in comune

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su novembre 19, 2012

Progetti e sogni da abitare. Ultima occasione da non perdere questa settimana per vedere Common ground, la Biennale di architettura diretta da David Chipperfield che celebra la dimensione pubblica e civile del costruire. A Venezia fino al 24 novembre

di Simona Maggiorelli

Norman foster Biennale 2012

“Common ground”, ovvero terreno comune. È questo il titolo della tredicesima edizione della Biennale architettura di Venezia che, ai Giardini e all’Arsenale, aperta fino al 24 novembre. Un’espressione volutamente polisemica in cui si può leggere l’auspicio di un incontro fra politiche differenti del costruire nel nuovo millennio. Ma anche un riferimento allo spazio pubblico e civile: ambito prioritario del lavoro di progettazione oggi secondo l’architetto inglese David Chipperfield, direttore di questa Biennale che segna un punto di svolta rispetto alle spettacolarizzazioni degli anni scorsi. Morto e sepolto il Postmoderno (l’epoca delle bizzarrie alla Robert Venturi e di un neobarocco che stordisce) ma anche quella di un’architettura tutta virtuale alla Aaron Betsky (che diresse la Biennale “Out of there”), con Chipperfield in laguna si torna a parlare concretamente di progetti attenti alla qualità della vita, alla tutela dell’ambiente e soprattutto alla progettazione urbanistica di città a misura d’uomo. Elegante, chiaro, essenziale, lo stile Chipperfield in architettura non punta a stupire con effetti speciali. Nei suoi progetti cerca di centrare la dimensione umana, senza cancellare le tracce di storia e di memoria. Anche quando è dolorosa. Esemplare in questo senso il Neues Museum che Chipperfield ha “ristrutturato” a Berlino: l’architetto inglese è intervenuto in modo da lasciare visibili le ferite e le fratture riportando alla luce, al tempo stesso, la bellezza dell’edificio storico.

Z. Hadid, Biennale 2012

Nulla viene nascosto. La storia ha avuto un peso, la distruzione rimane visibile, ma diventa traccia, segno di ricchezza, sussunta in una forma nuova, unitaria ed armonica. Ed è questa la cifra complessa, insieme estetica e civile, che Chipperfield ha voluto dare a questa sua Biennale, in cui si ritrovano i nomi di molte archistar, ma chiamati qui a dialogare fra loro, a creare ad hoc progetti per questa edizione 2012 che si è data il compito di interessare un pubblico vasto di cittadini uscendo dall’autoreferenzialità più specialistica. Così ritroviamo la regina dell’architettura futuribile Zaha Hadid, l’autrice del  MAXXI con progetti poco gridati e più poetici e lo studio Norman Foster tornato in una dimensione di eleganza molto inglese. E ancora, sempre pescando nel gotha internazionale dell’architetturacontemporanea, il francese Jean Nouvel, la coppia d’oro dell’arte svizzera Fischli Weiss e lo studio  Herzog & De Meuron che, insieme al cinese Ai Weiwei,  ha firmato progetti come la Serpentine Gallery di Londra, fino alla stessa Kazuyo Sejima, la direttrice della passata edizione della Biennale, nella sua veste più originale di architetto di edifici “leggeri” e un po’ naif.

da left avvenimenti del settembre 2012

 Intanto si scaldano i motori  della BIENNALE D’ARTE 2013 -Massimiliano Gioni è stato nominato direttore artistico della Biennale d’arte di Venezia 2013 che si svolgerà a Vnezia dal primo giugno al 24 novenbre dell’anno prossimo. Classe 1973, Gioni è curatore e critico d’arte contemporanea. Nel 2010 ha diretto la ottava Biennale d’Arte di Gwangiu in Sud Corea, essendone il più giovane direttore nonché il primo europeo. Da dicembre 2007 fa parte dello staff dei curatori del New Museum of Contemporary Art di New York, dove è Capo Curatore e Associate Director. Curatore nel 2003 della sezione “La Zona” per la 50. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, nel 2004 è co-curatore della biennale di arte contemporanea itinerante Manifesta 5 e nel 2006 ha curato la 4. Biennale di Berlino con l’artista Maurizio Cattelan e la curatrice Ali Subotnick. Dal 2003 è il direttore artistico della Fondazione Nicola Trussardi di Milano. Molti sono stati nel frattempo i suoi progetti indipendenti:per esempio  ha fondato la rivista Charley e aperto uno spazio espositivo non profit, la mini galleria itinerante Wrong Gallery, inizialmente allestita nel 2002 a New York e spostata nel 2005 alla Tate Modern di Londra.
Caporedattore di Flash Art a New York dal 2000 al 2002, ha collaborato con le riviste Artforum, Domus, Frieze, Parkett, Rolling Stone, Wired e con le case editrici Charta, Mondadori, Phaidon, Les Presses du Reel e Rizzoli.

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Viaggio in 3D nell’arte preistorica

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su novembre 5, 2012

Parte da Bordeaux una mostra itinerante che riproduce, con strumenti di alta tecnologia, le straordinarie pitture rupestri della grotta di Lascaux,  chiusa al pubblico dal 1963

di Simona Maggiorelli

Lascaux, mostra in 3D

Dal 1963 le grotte di Lascaux non sono più visitabili. La cosiddetta Cappella Sistina del Paleolitico, che era stata scoperta nel 1940 da quattro ragazzi vicino a Montignac, fu chiusa al pubblico per tentare di rimediare ai guasti provocati da migliaia di visitatori che nel corso di vent’anni, con la loro semplice presenza e il respiro, avevano irrimediabilmente alterato il microclima di questa straordinaria grotta dipinta della Dordogna francese, risalente a 15mila anni fa.

Uno sciagurato impianto di refrigerazione aveva completato il danno e le pitture si sono ricoperte di muffe. Tanto che l’Unesco ha più volte minacciato di inserire Lascaux nella lista dei beni patrimonio dell’umanità a rischio di sopravvivenza.

Nel frattempo, mentre team di esperti sono impegnati in delicate operazioni di restauro, l’assoluta necessità di tutela di queste splendide pitture rupestri, non poteva non andare di pari passo con un’esigenza di conoscenza e di divulgazione scientifica. Da qui è nata l’iniziativa Lascaux in 3D, una mostra itinerante, prodotta dalla Dordogna e dalla Regione dell’Aquitania, che è stata inaugurata il 13 ottobre scorso a Bordeaux e che agli inizi dell’anno prossimo partirà per un lungo tour negli Stati Uniti, in Canada e in Asia. Una mostra kolossal che in ottocento metri quadrati di esposizione squaderna una serie di riproduzioni minuziose e tecnicamente avanzatissime dei più importanti “affreschi” di Lascaux. Mentre la regia di Olivier Retout cerca di ricreare l’immersione nelle atmosfere silenziose della grotta e il gioco di luci e ombre delle torce che gli artisti della preistoria usavano per illuminare le pareti su cui ancora oggi campeggiano affascinanti e complesse composizioni di animali e segni astratti.

Tori, bisonti, uri giganteschi, ma anche elegantissimi cavalli, come la coppia dei cosiddetti “cavalli cinesi”, essenziali nella forma e quasi stilizzati. E poi animali immaginifici come liocorni, frutto della fantasia di donne e uomini che dipinsero Lascaux sfruttandone l’andamento parietale, le rientranze e le estroflessioni per determinare effetti prospettici e dare tridimensionalità alle figure, con una piena padronanza, anche estetica, dello spazio. Accanto a queste vivide rappresentazioni di animali, più o meno realistiche, la mostra di Bordeaux documenta anche la presenza nel pozzo di Lascaux di un’immagine misteriosa ed estremamente sintetica di essere umano, la sagoma di un “uomo uccello” che si scontra con un bisonte impetuoso: è questa l’unica scena “narrativa” della grotta, sulla cui interpretazione sono stati versati fiumi di inchiostro senza che si sia arrivati ancora a una lettura certa. «I nostri antenacultura ti del paleolitico avevano una realtà interiore complessa e raffinata nonostante il loro stile di vita “primitivo”», scrive l’antropologo Ian Tattersall, curatore dell’American Museum of Natural history di New York, nel suo nuovo libro Masters of the planet uscito nel 2012 negli Usa e sarà tradotto e pubblicato in Italia da Codice edizioni.

«Decine di millenni fa vivevano persone che non costruivano case né coltivavano i campi ma erano capaci di bellissime pitture», racconta lo studioso. «Ma per quanto noi abbiamo a disposizione materiali eccezionali che si sono conservati nel tempo e che testimoniano della grande forza creativa dei nostri antenati non sappiamo realmente quali fossero i valori e i messaggi che volevano esprimere attraverso le pitture rupestri. Quello che possiamo affermare invece con certezza – sottolinea Tattersall – è che avevano una mente creativa già pienamente sviluppata. Lo deduciamo dalla qualità anche estetica di questi affreschi in cui rappresentazioni realistiche di animali, tratteggiati con perizia e forza espressiva, sono mescolate a motivi geometrici, figure stilizzate, linee e segni. Segni che venivano giustapposti in modi raffinati e complessi». Ogni immagine nelle grotte di Lascaux, realistica o geometrica che sia, «esprime un senso che va al di là della sua mera forma», ribadisce Tattersall, autore di molti studi sull’arte preistorica e di testi di antropologia come Il mondo prima della storia Raffaello Cortina) e Il cammino dell’uomo. Perché siamo diversi dagli altri animali (Garzanti). «Quelle espressioni artistiche significavano qualcosa di molto più profondo rispetto a ciò che siamo in grado di rilevare  oggi direttamente», dice riprendendo i fili di una lunga intervista rilasciata a left nel gennaio scorso. Con la forza di un linguaggio per immagini creativo e irrazionale, gli artisti del paleolitico riuscivano ad esprimere valori universali. «E questa è una delle ragioni per cui l’arte preistorica risuona dentro di noi profondamente» conclude lo studioso. «Per quanto l’arte abbia conosciuto differenze infinite, per quanto la cultura abbia attraversato fasi di espressione diverse nei millenni, è una cosa che unisce tutti gli esseri umani a qualsiasi epoca appartengano. È che ci distingue dagli animali».

da Left-Avvenimenti

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L’arma segreta del principe Akbar

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su novembre 1, 2012

 di Simona Maggiorelli

Cosmopolita, aperto al dialogo  “interculturale”, il principe Akbar nell’India del XVI e XVII secolo intuì il valore dell’arte e il potere delle immagini come strumento di comunicazione e per conquistare   una vera egemonia. Una mostra a Roma ricostruisce la straordinaria storia del discendente di Gengis Khan  

Si racconta che non avesse mai imparato a leggere e scrivere. Forse anche per una grave forma di dislessia. Ma che fosse riuscito comunque ad acquisire un sapere vasto e profondo coltivando rapporti vivi e costanti con i maggiori sapienti della sua epoca, da quando divenne terzo imperatore della dinastia Moghul alla metà delCinquecento.

Cosmopolita, grande mecenate d’arte e aperto alle culture di altri Paesi ma anche alle religioni diverse dall’Islam (che professava senza costringere nessuno a convertirsi) il principe imperiale dell’India Jalaluddin Muhammad regnò su un’area che andava da Kabul in Afghanistan a Dacca nell’attuale Bangladesh. Il suo grande merito, la sua “arma segreta”, per tenere insieme un regno così vasto fu quello che oggi chiameremmo “dialogo interculturale”. Avendo intuito l’importanza delle immagini per conquistare l’egemonia in un mondo ancora largamente analfabeta, chiese ai migliori artisti indiani di realizzare pitture e sontuosi codici miniati, sculture e tappeti dalle trame complesse e splendenti di colori. Fu così che, diventando raffinato committente d’arte, questo discendente di Gengis Khan (1162-1227) e di Tamerlano (1336-1405) divenne il principe Akbar: alla lettera “Il più grande”, «assumendo quell’attributo che nel mondo islamico era riservato solo a dio», come racconta l’orientalista Gian Carlo Calza, curatore della mostra Akbar il grande imperatore dell’India (catalogo Skira) aperta fino al 3 febbraio in Palazzo Sciarra, sede della Fondazione Roma Musei.

Un’esposizione che raccoglie in un percorso fortemente scenografico una selezione di più di cento capolavori pittorici realizzati nell’Asia del Sud fra il Cinquecento e il Seicento insieme a oggetti intarsiati in madreperla e pietre preziose. A scandire il ritmo delle sale, versi tratti da poesie Sufi e racconti dal Libro di Akbar (la principale fonte di cui disponiamo), ma anche oasi multimediali nascoste dietro tende rosse, per evocare l’articolazione degli spazi di una raffinata corte viaggiante del XVI secolo. Della tradizione mongola il principe Akbar aveva mantenuto lo spirito libero e nomade, spostandosi di continuo lungo i vasti territori del suo impero che verso sud arrivava a lambire le terre birmane.

Le cinque sezioni della mostra ci raccontano la ricchezza culturale della vita a corte, la concezione pacifica e tollerante del governo e della politica che aveva Akbar, i miti e le religioni diffusi in questo regno guidato da un re musulmano ma che sposò varie principesse induiste e che, accanto alla maggioranza indù, lasciò che crescessero comunità zoroastriane, gianiste e perfino cattoliche, con gesuiti che a più riprese cercarono di convertirlo senza ottenere alcun successo. E se una nutrita serie di pitture ci mostrano il principe Akbar a colloquio con saggi e santoni, alcune rare tele rappresentano, in uno stile depurato da ogni tenebrismo cristiano, episodi dell’Antico e Nuovo Testamento.

Omaggi che il sovrano Moghul offriva ai culti altrui, con quella curiosità verso altri popoli e tradizioni che connotava da sempre la storia mongola . La stessa che spinse Tamerlano ad ospitare a corte mercanti-viaggiatori occidentali come il veneziano Marco Polo. E che, prima ancora, aveva spinto Gengis Khan a interessarsi talora alla cultura dei popoli su cui trionfava con le armi.

Niente affatto rozzo e brutale come lo vorrebbe la storia occidentale, seppur fosse un fiero guerriero che sdegnava ogni “etichetta”, Gengis Khan si avvicinò perfino a raffinate filosofie come quella taoista, grazie all’incontro con il filosofo cinese Changchun, di cui stimava lo spirito di indipendenza e la continua ricerca, come ha ricostruito uno dei massimi orientalisti del secolo scorso, il francese René Grousset nel suo suggestivo Il conquistatore del mondo riproposto nel 2011 da Adelphi. A ben vedere incontri con “mondi lontani” punteggiano tutta la storia dei Mongoli, popolo nomade per antonomasia, che incurante del valore della proprietà privata, è passato alla Storia come responsabile di feroci razzie, ma che di fatto fin dal XIII secolo fu l’artefice della fine dell’isolamento asiatico instaurando fruttuosi rapporti con la Cina e con l’Europa. L’ascesa dei Mongoli e poi il regno Moghul che ne raccolse l’eredità, come ci aiuta a comprendere il denso volume I Mongoli (Einaudi) di Michele Bernardini e Donatella Guida, di fatto, cambiarono il corso della storia in Asia segnando una radicale rottura dal passato. Prova ne è anche l’intelligenza con cui Akbar riuscì a far convivere pacificamente, non tanto e non solo popoli che professavano religioni monoteiste legate all’Antico Testamento come Islam, cristianesimo e giudaismo, ma anche a far convivere l’Islam con quello che era sempre stato avvertito come il suo opposto e nemico: l’Induismo. Una scena intima dipinta in un acquerello opaco e oro su carta in mostra a Roma rappresenta, per esempio, il re Akbar che delicatamente pone un talismano sul petto della moglie che dorme: le vesti raffinate e trasparenti come i monili indossati dalla donna la individuano immediatamente come paganamente indiana. Altrove la coppia è rappresentata mentre fa l’amore. Più in là, invece, una scena pubblica, ambientata in un lussureggiante paesaggio (elemento caratterizzante di tutta l’arte Moghul), mostra Akbar a colloquio con una “santona” indù. Come a voler dire e tramandare, non solo che Akbar era sensibile alla bellezza femminile, ma anche alle parole delle donne. Senza trascurare che il quadro ha anche ben precise ragioni politiche. «Nell’India del Cinquecento e del Seicento, il dialogo fra potere e fede non era meno complesso ed esplosivo di quanto non sia oggi» nota il direttore del British Museum Neil MacGregor, commentando una miniatura appartenuta all’imperatore Akbar in un passaggio del suo nuovo libro La storia del mondo in 100 oggetti (Adelphi). Qui il re è a colloquio con un sacerdote indù. «La miniatura era una forma di arte assai popolare nelle corti, da Londra a Parigi a Isfahan a Lahore. E le miniature Moghul ci mostrano che i pittori indiani ne erano ben consapevoli», sottolinea MacGregor. «Incontrare regolarmente le autorità religiose era una strategia politica dello Stato, pubblicizzata dai media dell’epoca: dipinti e miniature».

dal settimanale  left-avvenimenti

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Ai Weiwei, il nuovo Leonardo

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su ottobre 20, 2012

Talento poliedrico fra arte, architettura e scrittura, l’artista cinese impegnato nella lotta per i diritti umani, si racconta in un libro intervista.  Nonostante la censura

di Simona Maggiorelli

stadio di Pechino

Lo aveva immaginato come una costruzione pubblica su cui i cittadini di Pechino potessero arrampicarsi e ballare. Come un edificio dove tutti potessero giocare e scorrazzare a piacimento.

Ma anche come una scultura urbana da godere esteticamente in quel suo elegante e vorticoso gioco di linee che si intrecciano a formare un immaginifico nido del nuovo millennio.

E ferisce che oggi quello stadio di Pechino progettato da Ai Weiwei e realizzato per le Olimpiadi del 2008 con lo studio Herzog & de Meuron sembri il fantasma di se stesso, trascurato e quasi lasciato in stato di abbandono dall’autorità cinese che prima ha celebrato Ai Weiwei come uno dei suoi maggiori talenti e poi lo ha denigrato, calunniato, quasi ucciso di botte per mano i agenti di regime, rinchiuso in una prigione segreta e multato in maniera iperbolica.

Tutto per impedirgli di sviluppare quella sua sfaccettata ricerca artistica – fra arte, architettura e scrittura – che di giorno in giorno si andava facendo sempre più politica e incisiva nel denunciare la mancanza di libertà e di diritti civili di cui soffre il Paese di Mao dove il boom economico non è andato di pari passo alle conquiste democratiche. Che ancora latitano gravemente.

Strumento essenziale di «azione culturale» e di lotta  per i diritti umani era stato anche il blog di Ai Weiwei che, nella Cina dove i social network sono controllati e censurati dal governo, nel 2006 registrava un traffico di un milione di persone. E proprio per questo è stato silenziato. Nell’appassionato libro intervista Ai Weiwei parla (Il Saggiatore) il critico e direttore della Serpentine Gallery di Londra Hans Urlich Obrist ricostruisce quella straordinaria avventura in rete  che vide un semplice blog, non solo diventare strumento di contro informazione, ma anche laboratorio di sperimentazione artistica per il modo originale con cui l’artista cinese componeva i suoi post, fra  scrittura e immagini.

Nello studio di Ai Weiwei

In un flusso continuo di messaggi, che dal 2006 al 2009, è stato un sorprendente diario online, in cui Ai Weiwei spaziava a tutto campo appuntando riflessioni che riguardavano la società («Nel blog parlo spesso delle condizioni di vita della popolazione e dei problemi sociali. Credo di essere l’unico a farlo»diceva nel 2006), ma anche la vita quotidiana nella immensa capitale cinese e le più diverse branche del sapere e dell’arte, con la pronfonda convinzione  dell’assoluta necessità di una azione culturale che sia anche un’azione politica nella società contemporanea. «Siamo la realtà, una parte di realtà che spinge a produrre altra realtà. E’ una dichiarazione di poetica che è anche politica », dice Ai Weiwei a Obrist passando da dichiarazioni di intenti, a racconti personali , a memorie più antico come quando da bambino vide suo padre costretto a bruciare tutti i libri di poesia che aveva scritto. Salvo poi essere riabilitato e celebrato come poeta nazionale dopo la fine della rivoluzione culturale.

Il tempo dice Ai Weiwei è il bene maggiore di cui possiamo disporre e che nessun regime oppressivo ci può togliere, se non glielo permettiamo. Un tempo per immaginare, per pensare, per creare, per dialogare.« La mia filosofia – dice – non è tanto quella del carpe diem, del godere l’attimo, quanto quella di creare il momento» Anche sfruttando le possibilità che oggi offrono i social network

Ai Weiwei

«Un blog è un po’ come scendere in strada e incontrare una donna all’angolo» arrivava a dire da appassionato neofita di Internet sei anni fa. «Le parli, ti rivolgi a lei direttamente. E poi magari si comincia a litigare o a fare l’amore». L’occasionalità in questo caso andava di pari passo con la profondità sviluppando una trama complessa di ricerche. Dal blog, come dalle opere di Ai Weiwei, emerge parimenti il suo talento poliedrico e un profilo, oseremmo dire, da “genio rinascimentale” del nuovo millennio. Che si muove liberamente fra disegno, pittura, installazioni, poesia. E che poi, quasi per caso, ha scoperto di avere un talento anche come architetto, quando ha avuto l’idea di progettare un proprio studio, quasi subito pubblicato dalle maggiori riviste di architettura asiatiche e occidentali. Una forma di arte che Ai Weiwei considera alla strague di nuova «scultura urbana» e nuova frontiera di «poesia negli spazi pubblici». Ma qual è il ruolo che Ai Weiwei riconosce alla poesia? «Penso che il compito della poesia sia mantenere il nostro intelletto in uno stadio che precede la razionalità. Permette un contatto puro, diretto con con le sensazioni e i sentimenti. Al tempo stesso però la poesia possiede una forma letteraria molto precisa e potente». E proprio a partire da questa doppia natura della poesia Ai Weiwei stabilisce un nesso ardito con l’architettura: «Oggi mi pare che la poesia ricompaia sotto altre forme- dice- compresa quella dell’architettura. Che per me è stata una scelta del tutto inconsapevole. Si usano i volumi, le dimensioni  e  i pesi e si tenta di esprimere la propria visione dell’arte e della condizione umana. E’ per questo che mi viene naturale».

da left-Avvenimenti

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La nuova via della seta

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su ottobre 20, 2012

Nasce la prima Biennale d’arte Italia-Cina. Che dal 20 ottobre porta a Monza 60 artisti cinesi in dialogo con 60 artisti italiani intorno al tema della natura. Mettendo a confronto le tendenze più vive della ricerca contempoanea, fra Asia ed Europa

di Simona Maggiorelli

Zhengjie Feng

Sessanta artisti cinesi e altrettanti italiani, in un vivo dialogo sul tema del rapporto con la natura, non solo intesa come ambiente, ma anche come natura umana. È la prima Biennale d’arte Italia-Cina che dal 20 ottobre dilagherà nei 3mila metri quadri della Reggia di Monza per poi coinvolgere anche altri spazi a Milano e Palazzo Tè a Mantova. Organizzata da EBLand e diretta da Paolo Mozzo in collaborazione con Wang Chunchen è la prima tappa di un progetto che vedrà nascere una Biennale d’arte Cina-Italia nel Regno di mezzo: «Sono anni che lavoriamo a questa idea, nata visitando decine e decine di studi di artista in differenti luoghi di questo immenso Paese, entrando in rapporto diretto con gli artisti», racconta Mozzo. Proprio dall’approfondimento che nasce dalla conoscenza personale, e non affidandosi solo a galleristi, è emersa la selezione degli artisti cinesi presenti in questa ampia collettiva. Fra loro talenti emergenti e nomi già noti come Chang Xin, Lu Peng, Li Wei e Feng Zhengjie e altri della vivace scena artistica di Pechino (che si irradia dal colossale “fabbrica” espositiva 798.

Le loro opere insieme a quelle di molti altri artisti cinesi – che spaziano fra pittura, scultura, video, fotografia, installazioni, disegno – saranno esposte a Monza accanto a quelle di Pierluigi Pusole, Piero Gilardi,  Maraniello, di gruppi come Cracking Art e veterani della videoarte italiana come Fabrizio Plessi.

L’apertura della manifestazione, in particolare, sarà affidata alla performance di una giovane artista, Lin Jingijing che insieme a un centinaio di volontari cucirà con un filo rosso duemila rose dai petali rosa. «La rosa è nostra vita, subisce lo splendore del costante intreccio della brutalità della vita. In questa performance si cercherà ciò che ci accomuna come esseri umani, il desiderio, la paura, la serietà, l’equilibrio…», accenna la giovane artista cinese. «La poetica naturale è una filosofia spirituale che ha una lunga tradizione in Europa ma gode anche della stessa antica storia, ereditata fino a oggi, nell’orientale Cina», spiega il curatore Wang Chunchen. Che sottolinea: «L’atteggiamento nei confronti della natura riflette lo stato della civilizzazione umana, specialmente oggi». Da qui opere che ricreano in modo contemporaneo la millenaria tradizione cinese di pittura del paesaggio come rappresentazione del mondo emozionale e del movimento interiore dell’artista. Ma anche opere più politiche di denuncia della distruzione che sta avvenendo nel Regno di mezzo, sotto la spinta di una industrializzazione vertiginosa e incurante dei danni ambientali. Ma non solo.

Su Jiaxin

«Attraverso la Biennale la Cina e l’Italia possono intrattenere un nuovo dialogo visivo intercontinentale e unirsi per esaminare il significato dell’arte ai giorni nostri. La mostra accorcia le distanze geografiche e allo stesso tempo si concentra su riflessioni comuni a tutto il mondo», spiega il curatore.

E comune purtroppo, quanto al tipo di estetica praticata da molti giovani artisti nelle megalopoli d’Asia come in Occidente, sembra essere il ricorso a un linguaggio visivo mutuato dalla Pop art con le sue immagini chiassose, fumettistiche, piatte che ci parlano di un mondo globalizzato dove Monna Lisa e Mao Tzetung diventano icone intercambiabili, feticci, figurine svuotate di senso e da riusare a piacimento in opere che, come le tante statuette di Mao, i distintivi e i manifesti di propaganda di partito che affollano i mercati della città vecchia di Shanghai e di Pechino, aboliscono ogni distinzione fra autentico e “taroccato”.

E un gioco sottile fra vero e falso, reale e virtuale, omaggio e insulto, un doppio registro (che del resto aiuta anche a sviare la censura) sembra fare da trait d’union alla complessa e variegata scena dell’arte contemporanea cinese, cresciuta rapidamente negli ultimi venticinque/trent’anni sul vuoto pneumatico determinato dalla rivoluzione culturale di Mao e dagli agenti del Realismo socialista.

Li Wei

«L’opera di disconoscimento e di azzeramento di ogni tipo di libera espressione artistica diversa da quella imposta dalla propaganda comunista è stata sistematica e totale in Cina», commenta il direttore artistico della Biennale Paolo Mozzo.

Poi sul materialismo comunista si è innestato quello del capitalismo di Stato. «Comunismo e capitalismo in Cina hanno trovato questa strana e fortissima alleanza – prosegue Mozzo – che fa sì che senza nessun senso di colpa i cinesi oggi vendano tutti i propri simboli, immagini di Mao e statuette di Budda. Disposti anche a importare e a fabbricare crocifissi se serve per fare business. Un aspetto della cultura cinese rappresenta nella nostra mostra con un’immagine di sintesi folgorante».

Ma accanto al ricorso al kitsch, assicura Mozzo, da qualche anno in Cina si va segnalando anche un filone carsico di ricerca che riscopre l’antica tradizione della calligrafia in opere raffinate e poetiche. Qualche esempio sarà esposto anche a Monza. E con curiosità attendiamo di vederle dal vivo.

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Edward Weston, elogio del moderno

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su ottobre 4, 2012

«La fotografia non è arte. Ma si può rendere arte una foto». Ne era convinto il fotografo che fu amante di Tina Modotti. Una mostra a Modena ne ripercorre l’opera

di Simona Maggiorelli

Edward Weston, nude 1936

La fotografia non è arte. Ma si possono rendere arte le foto. Attorno a questa sorta di paradosso si svolge tutta l’opera del fotografo americano Edward Weston (1886-1958), fra i più grandi del Novecento nel mettere a fuoco una poetica moderna e personale, svincolata dal pittorialismo, ma anche dalla piattezza della cronaca e della documentazione.

Per Weston – maestro nella ricerca estetica di una forma ideale, della chiarezza tonale e dell’intensità dello sguardo – non si tratta di inseguire la pittura sul suo terreno.

Ma la fotografia può rivendicare una propria autonomia svincolandosi dalla sudditanza verso le altre discipline artistiche. E la forza della sua visione lo dimostra.

L’occasione per riverificarne il talento è offerta ora dalla ampia antologica Edward Weston, una retrospettiva (fino al 9 dicembre, catalogo Skira) curata da Filippo Maggia nell’ex ospedale Sant’Agostino a Modena, che ha appena debuttato a margine del Festivalfilosofia 2012. Una mostra che ripercorre la carriera di questo artista attraverso centodieci opere originali, scattate dai primi anni Venti fino agli anni Quaranta, in gran parte provenienti dal Center for creative photography di Tucson dove è conservato il più grande archivio dell’autore.

Edward Weston, Tina Modotti

Si tratta per lo più di stampe a contatto, di piccolo e medio formato, in dimensione ridotta e inversamente proporzionale alla attrazione magnetica che esercita su di noi l’immagine. Ritroviamo qui molti paesaggi e “ritratti” di oggetti, piante, minerali, conchiglie ma anche la celebre serie di nudi femminili, insieme ad alcuni ritratti della fotografa e rivoluzionaria Tina Modotti, con la quale Weston ebbe una lunga e intensa relazione di cui resta memoria anche nelle lettere (pubblicate in Italia da Feltrinelli ed Abscondita). In queste fotografie, decantate, in elegante bianco e nero, e pervase da un silenzio “pieno” e vibrante, ogni dettaglio emerge dalla stampa con nitidezza assoluta, senza il ricorso ad alcuna manipolazione tecnica. Eppure negli scatti di Weston gli oggetti non sono mai descritti nella loro evidenza ottica e razionale.

Poeticamente il fotografo americano ne fa dei soggetti, riuscendo a rappresentare quella che lui chiamava l’«essenza», la «cosa in sé», indagando le sensazioni che l’armonia e la purezza di una certa forma riesce a trasmettere a chi guarda. E più ancora questa esperienza si fa viva e potente con i ritratti e i nudi, mentre la tarda serie dedicata all’architettura rivela una speciale attenzione di Weston per la composizione e una sua originale elaborazione delle riflessioni di Paul Strand sul tema della linea. Insomma, in tempi in cui mostre e saggi come Dopo la fotografia (Einaudi) di Fred Ritchin ci parlano di nuovi orizzonti del digitale, di pixel, iperfotografia e scatti quantici, una gloriosa istituzione come la Fondazione fotografia di Modena ci invita a fare uno stimolante tuffo nel moderno, ai suoi massimi livelli.

da left avvenimenti

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Le perle di Veermer

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su settembre 24, 2012

Pittore solitario e anticonformista, mise l’universo femminile al centro della sua arte. Incurante del rigore calvinista e delle ansie mercantili degli altri artisti del Seicento olandese. Dal 27 settembre un gruppo di opere del maestro di Delft in mostra a Roma

Veermer , ragazza con il cappello rosso

Quel suo certo anticonformismo che rende la sua pittura lontana anni luce dalla ossessione oggettivante di tanta pittura olandese, dedita a nature morte e a gaie scene di genere. Ma anche quel suo vivere solitario, distillando i quadri con calma, senza inseguire soldi e carriera. E poi il suo profondo interesse per i soggetti femminili e il loro mondo interiore.

Tutto questo ha fatto di Johannes Vermeer van Delft (1632-1675) uno degli artisti più interessanti del Seicento olandese. E non solo. A farne addirittura un mito hanno concorso poi scrittori come Marcel Proust che gli dedica pagine chiave della sua monumentale Recherche, ma anche – sul versante più popolare – bestseller come La ragazza con l’orecchino di perla (Neri Pozza) diventato anche film con Scarlett Johansson nel ruolo della giovane fantesca che, si racconta, abbia ispirato una delle più celebri e misteriose tele di Vermeer, La ragazza con turbante, oggi conservata al Mauritshuis dell’Aia.

Una tela in cui il volto della giovane donna emerge dal fondo scuro, rivolgendo allo spettatore un intenso e sfuggente sguardo di tre quarti. Opera fragilissima, che, anche per evitare i rischi a cui l’avrebbe esposta il trasporto, non potrà essere vista a Roma nella mostra Vermeer il secolo d’oro della pittura olandese che si apre il 27 settembre alle Scuderie del Quirinale (fino  al 20 gennaio, catalogo Skira). Una rassegna che, comunque, si segnala come una delle più interessanti della stagione e che ha già acceso l’attenzione degli appassionati di arte perché riesce a radunare otto dipinti del maestro di Delft. Che in tutta la sua vita ne dipinse meno di una quarantina. Fra questi Ragazza con cappello rosso (1665), Donna con liuto (1662) e  Donna alla spinetta (1670) che un team internazionale di curatori guidati da Arthur K. Wheelock e Walter Liedtke è riuscito, dopo lungo lavoro, ad avere in prestito.

Otto quadri che, insieme, rappresentano una piccola summa della poetica di Vermeer permettendo di seguire, in un confronto dal vivo con opere di altri pittori olandesi a lui coevi, il suo rapido staccarsi  dalle atmosfere buie alla Pieter de Hooch (di cui sono esposte sei opere a Roma), per aprirsi allo studio della luce e alla creazione di atmosfere intime e impalpabili che restituiscono allo spettatore l’emozione   del pittore all’apparizione inaspettata di un volto di donna o nell’osservare una donna che, con trepidazione, legge una lettera.

La genialità di Vermeer sta nel mettere al centro l’universo femminile, facendone una rappresentazione “interiore”, riuscendo a far emergere l’individualità, la personalità originale e viva, di ragazze e donne  di cui non conosciamo i nomi, raccontate nella loro vita quotidiana e nella loro identità più profonda. E forse è proprio questo tratto a rendere i ritratti femminili di Vermeer insieme unici e universali. Il silenzio pieno e carico di senso che si respira nei suoi “interni”, come è stato notato, è un altro degli aspetti che li rende inarrivabili. Così se Jacob van Ruisdael fu il pittore olandese che, in anni bui di rigore calvinista e di materialismo mercantile, scoprì la poesia del paesaggio, Vermeer fu il pittore che cercò questa risonanza nel sentire più profondo dei soggetti rappresentati. Anche quando dipingeva scorci urbani e paesaggi. Nonostante il carattere apparentemente realistico delle sue strade e case di mattoni, la sua pittura non fu mai mero calco della realtà. Le sue tele, (tutte di piccolo formato), non riproducevano la natura con la fedeltà di uno specchio. Il paesaggio qui riflette sempre la mente dell’artista, il suo stato d’animo. Che talora si esprime in toni delicati e di cipria, altre volte in policromie lucenti di blu e oro, (come nella celebre lattaia). Grumi di ocra, grigio e bianco, intanto formavano punti di luce, simili a perle, rendendo il colore vibrante.

 

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La Cina può attendere

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su settembre 13, 2012

L’occasione mancata del Rinascimento fiorentino al National Museum di Pechino. Dall’Italia capolavori come La Scapigliata di Leonardo ma anche una imbarazzante ridda di “opere” solo pittoresche

di Simona Maggiorelli, da Pechino

 

Leonardo, La scapigliata

«Il Rinascimento italiano conquista la Cina del 2012. Lo dicono i numeri e, si sa, la matematica non mente: due ore di coda per entrare e una media di 1.600 visitatori al giorno, con entrate contingentate di massimo 150 persone alla volta» recita in tono trionfale un comunicato del 19 luglio divulgato dal ministero dei Beni culturali italiani.

La mostra di cui si parla è Il Rinascimento a Firenze. Capolavori e protagonisti, curata da Cristina Acidini, responsabile del Polo Museale Fiorentino; una rassegna che raduna nel più grande museo di Pechino 67 opere fra le quali figurano fragili e preziosi capolavori come La Scapigliata di Leonardo da Vinci (proveniente dal Museo di Parma), il David-Apollo di Michelangelo conservato al Bargello e L’Adorazione dei Magi degli Uffizi firmata Sandro Botticelli, e ancora opere di Raffaello, Gentile da Fabriano, Filippo Lippi, Andrea del Sarto e altri.

Insomma una mostra kolossal con cui, a luglio è stato inaugurato lo “Spazio Italia” all’interno del National Museum of China, in piazza Tian’anmen. Un museo di 192mila metri quadri che richiama circa 50mila visitatori al giorno. Ma chi fosse andato davvero a visitare quella mostra, avendo nelle orecchie solo gli squilli di tromba che hanno accompagnato questo ultimo atto in veste di direttore generale per la valorizzazione del patrimonio culturale siglato dall’ex manager McDonald’s Mario Resca forse si sarebbe trovato alquanto disorientato.

Non tanto perché le file all’ingresso del museo c’erano sì, ma non per entrare alla suddetta mostra, del resto non facile da scovare ai piani alti del museo, quanto per la bizzarra scelta di opere che la curatrice Acidini ha operato intercalando, per esempio, l’inarrivabile sfumato di disegni di Leonardo con grotteschi e improbabili ritratti del genio da Vinci e poi il celebre autoritratto di Raffaello con un sedicente e alquanto bolso ritratto dell’Urbinate fatto da non meglio noto «pittore di ambito italiano del Seicento».

E ancora affreschi staccati di Botticelli e di Pontormo, raggelati da un contorno di vedute fiorentine di maniera, rigide e scolastiche, per lo più di pittori anonimi ripescate forse da qualche scantinato degli Uffizi dove meglio sarebbe stato che fossero rimaste. Fra una ridda di cestini di frutta e santi smaltati e ceramiche robbiane fra le più pesanti (tanto la ceramica piace ai cinesi?). Al di là di ogni battuta il fatto è che non si scorge nemmeno l’ombra di un pensiero scientifico dietro questa costosa mostra.

Cui prodest far correre i rischi di un così lungo viaggio fino in Cina a opere delicatissime di Botticelli, Michelangelo, Ghirlandaio, Gentile, Leonardo se poi la mostra risulta solo un imbarazzante guazzabuglio di opere d’arte e croste più o meno pittoresche?

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L’intifada creativa di Suad Amiry

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su settembre 2, 2012

Recuperare la storia del popolo palestinese restaurando antichi villaggi. E trasformare costruzioni armate israeliane in spazi pubblici per tutti. Suad Amiry racconta il suo ventennale lavoro per decolonizzare la sua terra

 di Simona Maggiorelli

Suad Amiry

Decolonizzare la Palestina, a partire dall’architettura. E’ il progetto a cui lavora con passione, da più di vent’anni, l’architetto e scrittrice Suad Amiry. Con un obiettivo: non aggiungere distruzione a distruzione. E nemmeno altro cemento alla già soffocata Ramallah, che boccheggia senza un alito di verde. Il punto cruciale per Amiry- conosciuta in Italia soprattutto per i suoi  romanzi e la forza dei dei suoi libri inchiesta – è dare nuova vita all’architettura palestinese, agli anonimi palazzi cittadini costruiti negli anni Novanta, ma anche alle abitazioni fortificate israeliane, immaginando parchi giochi al posto di basi militari e centri di aggregazione sui tetti delle colonie in disuso.

Così, quelli che erano avamposti coloniali e torri di controllo militare sulla striscia di Gaza, nell’idea di Amiry e di un gruppo di giovani architetti che si va sempre più allargando, potrebbero diventare spazi pubblici, collettivi, aperti a palestinesi e israeliani in un orizzonte di pace, di convivenza di due popoli e due Stati.

Un sogno che ha assunto i contorni di un’utopia per chi ancora aspetta che vengano rispettati gli accordi di Oslo del 1993 «quando, dopo aver elaborato la dolorosa perdita della propria terra, i Palestinesi accettarono formalmente lo stato Israele: cosa che – sottolinea Amiry –  gli israeliani non hanno mai fatto». Fu così che, preso atto del dislivello di forze («loro hanno uno degli eserciti più forti al mondo, noi solo i sassi») Suad cominciò a cercare un modo per reagire a una colonizzazione israeliana che, di fatto, non ha mai smesso di avanzare. L’idea fu non costruire nulla. Un’idea alquanto insolita per un architetto. Specie per lei, con in tasca un Ph.D dell’nversità del Michigan e un dottorato a Edimburgo: «L’architetto urbanista, mi avevano insegnato, come Deus ex machina, doveva decidere ospedali, scuole, case , fabbriche…tutto molto ordinato e razionale».

Ma puntare sul recupero non è stata soltanto una scelta dettata dalla realtà effettuale. «Ristrutturare, riorientare restaurare ha a che fare con la memoria, con l’esigenza di riappropriarci della nostra storia che l’occupazione israeliana cerca di cancellare», ribadisce la scrittrice che proprio di rapporto fra paesaggio e memoria ha parlato il 5 agosto al neonato Cortona Mix Festival. «Non a caso – nota – uno dei primi gesti che fecero i coloni israeliani fu distruggere 250 nostri villaggi».

Rileggere la storia è importante per capire il presente, non cessa di ripetere Amiry .Nata a Damasco perché la costituzione dello Stato di Israele aveva costretto la sua famiglia a lasciare Jaffa («Tra il  1947 e  il 1948, 850mila palestinesi furono cacciati dalle loro case, fra cui anche la mia famiglia» ) da intellettuale militante dell’Olp di Arafat ha fatto parte della delegazione palestinese ae Nazioni Unite.

Tuttavia la sua visione politica, laica e lungimirante, si è espressa soprattutto in vent’anni di direzione del Riwaq Center for Architectural Conservation di Ramallah, un lavoro svolto in parallelo all’insegnamento all’Università di Birzeit . Ma a questo punto si apre un altro avvincente capitolo della avventura intellettuale di Suad Amiry, quello della scrittura.

«Durante estenuanti giornate di coprifuoco nel 2003 – ricorda – mi ritrovai non solo senza poter lavorare, uscire, né fare alcunché, ma anche costretta a ospitare mia suocera che altrimenti sarebbe rimasta isolata. Il risultato fu in pratica una doppia occupazione, esterna e interna. Di notte cercavo scampo scrivendo mail disperate agli amici. Luisa Morgantini, a mia insaputa, fece leggere le mail che le avevo inviato a Feltrinelli.

Fu così che d’un tratto, a 55 anni, mi ritrovai scrittrice. E- aggiunge Suad divertita- invitata in tanti paesi stranieri, non per raccontare dei miei bei progetti di architettura, ma di Sharon e mia suocera, che compaiono anel titolo del mio primo libro». Nei libri Suad ha potuto così mettere a valore lo humour che da sempre la contraddistingue nella vita.

«Per chi, come noi palestinese, vive un’occupazione militare da quarant’anni, l’ironia è un’arma necessaria per fare i conti con le difficoltà del quotidiano. Diventa uno strumento di sopravvivenza indispensabile. Quando la realtà è troppo opprimente, solo così puoi comunicare ciò che sarebbe altrimenti insopportabile». Sul filo dell’ironia si muove anche Niente sesso in città (Feltrinelli, 2007) che Amiry scrisse dopo la vittoria di Hamas raccontando le vicende tragiche e esilarante di un gruppo di signore negli “anta” per stigmatizzare i dogmi di un “partito islamizzato che ha segnato la sconfitta delle donne palestinesi”.

Su un versante più di inchiesta si muovono invece libri come Se questa è vita (2005), che racconta la vita sotto l’occupazione e il potente Murad Murad (2009), in cui l’autrice ripercorre una giornata passata con quei palestinesi ostracizzati da Gerusalemme che si fingono israeliani per poter continuare a lavorare, alzandosi alle tre del mattino e senza la certezza di tornare a casa sani e salvi.

«E’ stata un’esperienza scioccante – confessa Suad – vedere la violenza che c’è nel negare ogni possibilità a chi ti implora di farlo lavorare.

E’ inaccettabile il ricatto, l’umiliazione. Ma nonostante i divieti di Sharon che nel 2000 decise di espellere i lavoratori palestinesi, ogni giorno , nonostante i “tu sei un nulla” e i “tu non devi esistere”, queste persone tornano a riproporsi. Andare a tirar su le case dei coloni in cui non potrai entrare è durissimo.. E questo ti fa toccare con mano la capacità di resistenza dei palestinesi. Noi non abbiamo per nulla voglia di essere eterne vittime».

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Ritratto dell’artista da giovane

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su agosto 25, 2012

Il talento precoce e originale di Albrecht Dürer è al centro di una importante mostra che a Norimberga, la sua città natale, riunisce più di duecento opere del maestro del Rinascimento tedesco

di Simona Maggiorelli

Durer, ritratto di ragazzo

Tutti in fila per Albrecht Dürer, nella sua città natale, Norimberga. E non certo per inefficienza della biglietteria del Germanisches Nationalmuseum. Fatto è che in questa estate parca di eventi d’arte e mentre da Grecia e Spagna arrivano preoccupanti notizie di musei e gallerie a rischio chiusura per mancanza di fondi, questa monografica Il giovane Dürer sta richiamando appassionati da ogni parte d’Europa. E a buon diritto, dacché questa mostra, fino al 2 settembre, permette di vedere riunite più di duecento opere di Albrecht Dürer (1471-1528), fra dipinti e opere grafiche, in un percorso che mette a fuoco il prodigioso esordio di questo artista cresciuto nella bottega del padre, un orafo immigrato dall’Ungheria, ma anche e soprattutto nei circoli umanisti che fiorivano nella colta e attiva Norimberga nel XV secolo. Quanto al talento precoce di Dürer basta vedere il sorprendente autoritratto a punta secca, – una tecnica che non ammette incertezze o ripensamenti – che realizzò con mano sicura a soli tredici anni. I curatori di questa importante retrospettiva, Daniel Hess e Thomas Eser, l’hanno eletto non a caso ad incipit della sezione dedicata agli autoritratti che raccontano l’evolversi non solo della fisionomia ma anche della psiche del pittore lungo tutte le fasi della sua esistenza. E in cui spiccano il timido e sfuggente autoritratto con in mano un fiore d’eringio dipinto a ventidue anni per la fidanzata e il raffinato Autoritratto con i guanti (1498) in cui si nota già una maturazione dell’immagine in senso rinascimentale, liberata da quella certa legnosità tardo gotica tipicamente nordica.

Albrecht-Dürer-Adorazione-dei-Magi-1504

Nell’aristocratico sguardo in tralice si può leggere la consapevolezza di un artista che, per primo in Germania, rivendicava uno status di intellettuale e non più di artigiano. A questo punto Dürer aveva già compiuto il suo primo viaggio di formazione a Colmar, a Basilea e a Strasburgo. Nel 1493, lungo il Reno, era andato in cerca dei migliori maestri. Viaggi documentati da lettere e diari, dove la linearità della annotazioni quotidiane è presa d’assalto da folgoranti intuizioni e improvvisi tuffi in profondità. Ma è raccontata anche da acquerelli improntati ad un fresco realismo e da schizzi pungenti e indagatori, attenti a ogni dettaglio.

Di fatto però l’esperienza che fu davvero decisiva per la sua ricerca pittorica fu il primo soggiorno a Venezia dal 1494 al ’95. Qui il giovane artista tedesco, entrato in rapporto con l’affermato Giovanni Bellini, ebbe modo di studiare dal vivo il colorismo della pittura veneta, ma anche lo sfumato di Giorgione e di Leonardo mutuandone l’interesse per lo studio dell’umano.

Da Cima da Conegliano, invece, prese l’interesse per le rovine antiche e da Mantegna e Pollaiolo una tecnica grafica raffinatissima che utilizzò per xilografie che ebbero grande circolazione, grazie alla nuove tecniche a stampa di cui Dürer, sodale dell’umanista Willibald Pirckheimer e allievo di Erasmo, intuì il potenziale democratico e di diffusione dell’arte e del sapere.

Durer, autoritratto a Venezia

Il risultato di questi anni di studio appassionato (e soprattutto mai passivo) di modelli iconografici lontani dalla tradizione fiamminga fu l’elaborazione di uno stile personalissimo, in cui le visioni rinascimentali più splendenti sono sempre percorse da un segreto tormento, da sotterranee tensioni.

Il tripudio di luce e di colori della Festa del Rosario (1506) commissionatagli da mercanti tedeschi per la chiesa di San Bartolomeo di Rialto, ne è un chiaro e alto esempio. La Madonna e le altre figure qui si sono fatte più morbide e dolci, mentre la costruzione della scena appare più armonica e prospetticamente profonda. I bagliori degli ori della tradizione fiamminga ci sono ancora ma, come accade nella sua orientaleggiante Adorazione dei Magi (1504) che molto deve alla Natività di Leonardo, non conferiscono più fissità ieratica alla scena: al contrario la ridda di ori entra in vibrazione timbrica e dinamica con la tavolozza tutta italiana di rossi fuoco, blu cobalto, lussureggianti verdi e caldi marroni. Tuttavia, a ben vedere, nella lucida minuzia dei dettagli l’opera di Dürer mantiene sempre un fondo di sottile inquietudine, un gusto tipicamente tedesco per l’inserto naturalistico, per il ritmo nervoso, per l’individuazione psicologica delle figure, in cui talora si intuisce un’ombra interiore.

In tempi foschi di guerre politiche e di religione e, specie dopo essersi avvicinato a Lutero, l’artista avvertì sempre più un tormentoso dissidio fra ideali umanistici e istanze spirituali. Un conflitto che lo portò ad accentuare nelle sue opere toni di malinconia e ancor più neri. Basta pensare alle visionarie e anti classiche xilografie dell’Apocalisse (1496-98) e ad opere grafiche come Il cavaliere, la morte e il diavolo o alla stessa Melancolia I (1514) che allude a qualcosa di ben diverso da quel velo languido, da quell’ombra romantica, che avvolgeva e rendeva sognanti certi ritratti di Giorgione.

da left-avvenimenti

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