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Walter dillo a parole tue

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 13, 2008

Con la trasmissione soppressa da La7, vince il premio Riccione Ttv. E da acuto osservatore, il comico le canta alla destra e al Pd che le va al rimorchio

di Simona Maggiorelli

Daniele Luttazzi esce dal silenzio. Dopo la sospensione del suo programma Decameron che andava in onda su La7 (formalmente interrotto per improperi a Ferrara) il comico romagnolo, che domenica 15 giugno riceve il premio Riccione Ttv per la televisione, torna a parlare a tutto raggio. Di satira, di televisione, di censura. Di cui ” vanta” lunga esperienza fin dal 2001 quando il suo Satyricon fu oscurato. Quella volta era la tv pubblica, Rai2, diretta da Carlo Freccero. Da medico e da acuto osservatore della società passando a raggi x la politica di destra del governo Berlusconi, ma anche quella del Partito democratico che «va a rimorchio della destra».

Il nuovo rapporto sulla secolarizzazione della società italiana della Cgil nuovi diritti e di Critica liberale dice che l’Italia è sempre meno un Paese di cattolici praticanti. Eppure ministri e membri del governo preconizzano “tagliandi alla 194”, ripristino del divieto di diagnosi preimpianto e via di questo passo. Come la vedi? La Chiesa pratica il voto di scambio: appoggia i governi, se le danno qualcosa. La lista dei suoi desiderata è lunga; e fatta apposta per indurre in tentazione il politico bramoso di voti e di potere. Alla Chiesa fa gola uno Stato in cui peccati e reati coincidono: il suo modello è quindi l’islam. La Chiesa vuole mettere becco nelle vicende dello Stato italiano? Prima deve pagare il biglietto d’ingresso: deve pagare le tasse. L’8 per mille è una cuccagna immorale.

Sempre parlando di fecondazione assistita, un esponente del Pdl come Carlo Giovanardi parla di eugenetica quando i medici selezionano embrioni con lo scopo di evitare la trasmissione di malattie genetiche. Un tuo commento? L’eugenetica è un’imposizione praticata da uno Stato. La scelta dei genitori riguardo alla prole si chiama senso di responsabilità. Spetta forse a Giovanardi decidere sui tuoi figli? No, e se lo dici non sei certo nazista, come Giovanardi insinua coi suoi ragionamenti del menga.

E chi, come Eugenia Roccella, ora sottosegretaria alla Salute, scrive di Ru-486 chiamandola «kill pill» o «veleno per feti»? La destra usa i temi etici e le definizioni a effetto per rinforzare il proprio modello di potere, che è quello del padre autoritario. Legge 194 e Ru486 sono una sfida diretta a tale modello. Il padre autoritario dice: “Se le donne possono gestire da sé le gravidanze indesiderate, quando mai impareranno la lezione?”. Nessuno impone ai cattolici di servirsi della Ru486 o dell’aborto.

Il Decameron su La7 è stato chiuso dal direttore Campo Dall’Orto per il tuo monologo sull’enciclica papale. Che cosa conteneva di così scandaloso che una rete che si è sempre detta aperta, democratica, non potesse trasmettere? La satira del monologo rendeva evidente il plagio operato dalla religione, l’insussistenza dei suoi fondamenti e l’insopportabilità delle sue ingerenze nelle vicende dello Stato italiano. Dall’Orto si è rivelato un bigotto. Non a caso, una settimana dopo aver censurato Decameron, ha firmato la moratoria di Giuliano Ferrara sull’aborto.

Cosa pensi del fatto che Rai3 abbia deciso di spostare a tarda notte la rubrica giornalistica Primo piano per promuovere, in quello spazio, una striscia satirica condotta da Serena Dandini? Sto coi giornalisti. Una satira che sgomita per la prima serata mi insospettisce. C’è dietro un potere. La vera satira è contro il potere: non ne approfitta, non se ne serve.

E del falso movimento dell’opposizione che nelle scorse settimane ha finto di contrastare la maggioranza sulla questione Rete 4? Da poco è uscito un interessante libro di Michele De Lucia, Il baratto (Kaos edizioni) che ricostruisce il continuo spalleggiarsi di Berlusconi e Veltroni sul tema tv, iniziato quando Veltroni era giovane responsabile della comunicazione del Pci. Che ne pensi? Un Paese è democratico, se non c’è più l’opposizione?

Perché nessuno si ribella quando Dell’Utri, dando un preciso messaggio alla mafia a pochi giorni dalle elezioni, dichiara in un’intervista che lo stalliere Mangano è un eroe di Stato? Perché il framing elaborato da Berlusconi attraverso i suoi media è diventato ambiente. È diventato così pervasivo che anche il giornalismo di area diversa lo ha introiettato e parla ormai lo stesso linguaggio.

E perché adesso tutti parlano di Giulio Andreotti, come se fosse un “padre della patria”, dimenticando che il reato di partecipazione ad associazione mafiosa di cui è stato accusato è solo stato prescritto? Stesso motivo. Se una cornice è forte, i fatti vengono ignorati.

Tornando al premier Berlusconi ora gioca a fare “il cavaliere” evocando immagini di padri costituenti che duellavano verbalmente con eleganza di fioretto. Pensa, si dice, di rifarsi l’immagine per un futuro al Quirinale. Ma perché gli italiani credono alle sue bugie? La nostra malattia è una memoria straordinariamente corta? Le scienze cognitive hanno scoperto che gli elettori non votano i programmi elettorali, ma una visione del mondo. Quella di Berlusconi, ripeto, è molto ben definita: il padre autoritario. Il Pd non ne ha nessuna, si sposta al centro. E così perde. La destra non ha bisogno di spostarsi al centro per vincere le elezioni. È un problema di framing. Da trent’anni, coi suoi media, Berlusconi sta promuovendo il suo modello. La paura del terrorismo e quella per l’extracomunitario, così come la strumentalizzazione dei temi etici, servono a rinforzarlo. Il Pd deve ancora cominciare a elaborare il proprio modello, che dovrebbe essere alternativo. Nel frattempo va a rimorchio della terminologia della destra. Quando il Pd parla di «sgravi fiscali», ad esempio, rinforza il modello della destra, che usa quella terminologia perché considera le tasse un peso. Nel modello alternativo (che il Pd neanche sta immaginando) le tasse sono una protezione per il futuro dei nostri figli. Se tagli le tasse, i diritti tuoi e dei tuoi figli (sanità, scuola, pensione) diventano servizi a pagamento. Non c’è più giustizia sociale. Effetto domino: col taglio delle tasse, di fatto la destra decurta i fondi per i programmi sociali che si prendono cura della gente. Lo stesso dicasi delle privatizzazioni. Sono bravi quelli o allocchi questi? Entrambe le cose. Il modello alternativo è pieno di idee migliori, ma il Pd le ha abbandonate: adesso è eccitante come un catalogo di sementi.

Left 24/08

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La figuraccia fondamentalista del Cnb

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 6, 2008

Sul sito dell’associazione per la libera ricerca Luca Coscioni è pubblicato un documento del Comitato nazionale di bioetica (Cnb) in cui – fra racconti mitologici e affermazioni psuedoscientiche – si approda a questa conclusione: «Non è accettabile eticamente creare in laboratorio un essere vivente, a partire da materiale cellulare umano, la cui stessa definizione appare incerta e di cui si ignora la natura». Per il Cnb che – val la pena di ricordarlo, è organo governativo – sarebbero cosa sconosciuta «alcuni tipi di embrioni chimere, alcuni tipi di organismi transgenici e tutti gli ibridi nel caso di mescolamento di specie umana e non umana». Incuranti del fatto che basterebbe leggere il documento degli scienziati inglesi che fanno ricerca sugli embrioni ibridi per sapere di che si tratti, forte della propria ignoranza «il Cnb auspica una moratoria sulla produzione di ibridi animale e, solo se adeguatamente giustificate, l’utilizzazione delle tecniche di ricerca alternativa».

Così si legge nel documento predisposto da Assuntina Morresi. Parole che aprono una voragine fra l’oscurantismo del Cnb italiano e quello che invece hanno deciso gli organi di governo inglese dando il via libera alle ricerche di  Stephen Minger e di altri ricercatori sugli embrioni ibridi. «Abbiamo deciso di pubblicare integralmente il documento presentato al Cnb in difesa da manovre antiscientifiche» scrivono Marco Cappato e Rocco Berardo, segretario e tesoriere dell’associazione Luca Coscioni. «Riteniamo doveroso utilizzare l’arma della “pubblicità” di documenti riservati come unica difesa possibile contro manovre ideologiche, antiscientifiche e antietiche». «Visti i metodi di lavoro del Cnb presieduto da Casavola – proseguono Cappato e Berardo – che è ricorso a epurazioni e atti arbitrali, sanzionati dalla magistratura, che hanno portato alle dimissioni di personalità del livello di Elena Cattaneo e Gilberto Corbellini, come associazione Coscioni ci pare doveroso usare l’arma dell’informazione». E quando Assuntina Morresi chiede come l’associazione abbia avuto il documento riservato la risposta è secca: «Come abbiamo ottenuto il documento? Visti i contenuti potremmo anche averlo ottenuto in Vaticano». E poi venendo all’analisi del testo: «La premessa del documento presentato da Morresi al Cnb sul tema degli ibridi e delle chimere – spiegano i due rappresentanti della associazione Coscioni – riassume sin dall’inizio la predisposizione antiscientifica del testo. L’autrice si pone l’obiettivo di affrontare il tema anche rispetto al suo “impatto nell’immaginario. Ma il problema è – prosegue Cappato – che l’immaginario collettivo risente della manipolazione, costante, dell’informazione Rai e Mediaset. Nella realtà non esiste nessuna “chimera”, nessun mostro». Come hanno spiegato gli scienziati inglesi e lo stesso Stephen Minger su left. Di fatto la tecnica, prevede che a un ovulo di mucca venga tolto il nucleo, privandolo del suo dna. Poi inserendo in questo ovulo una cellula umana si produce un embrione del tutto umano, che verrà utilizzato per prelevare staminali embrionali.

«Secondo la Morresi – chiosa Cappato il Cnb dovrebbe dichiarare eticamente inaccettabile che si curino eventuali malattie con questo procedimento, perché si offenderebbe la dignità dell’uomo». La soluzione? Secondo l’associazione Luca Coscioni è una sola. « Il Cnb rifiuti questo testo in blocco, non accettando di fare da “passacarte” del Vaticano. Davvero un comitato di bioetica in nome della dignità dell’uomo (cioè dell’embrione) escluderebbe una ricerca scientifica volta alla cura di malattie gravi dell’uomo?».
da Left-Avvenimenti del 6 giugno 2008

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Martin, il filosofo del führer

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 23, 2008

feinman1Finalista del Premio Vallombrosa von Rezzori lo scrittore argentino José P. Feinmann parla del suo romanzo verità

di Simona Maggiorelli


«L’ombra di Martin Heidegger aduggia tutta la filosofia dell’Occidente, impedisce di pensare liberamente. È una scena della distruzione dell’umano quella che si profila dal punto di vista del pensiero. Basta dire che Foucault, Deleuze, Guattari e Derrida furono suoi “allievi”. E che tutta la filosofia nordamericana di oggi è dominata da Heidegger». Così lo scrittore argentino José Pablo Feinmann nella serata finale del premio Vallombrosa von Rezzori a Firenze, racconta l’idea e i motivi che lo hanno portato a scrivere un romanzo filosofico sull’autore di Essere e tempo. Un libro, L’ombra di Heidegger (tradotto e pubblicato in Italia da Neri Pozza) che alla forza argomentativa di un saggio aggiunge l’appeal della narrazione romanzesca. Contenendo, come ogni opera letteraria che si rispetti, molte più intuizioni di quante si riescano a sfiorare nell’arco di un’intervista. Tentando in filigrana, pagina dopo pagina, un’indagine delle radici naziste del pensiero heideggeriano. Non accontentandosi, l’autore, di ricostruire i fatti che portarono Heidegger a aderire al nazismo e a pronunciare il famigerato discorso del ’33, quando accettò di diventare rettore nel nome di Hitler.
Professor Feinmann, Heidegger attaccava la modernità dicendo che è «un’età in cui crescono i deserti devastati della tecnica». Eppure, lei dice, il suo pensiero è dominante oggi negli Usa. Come si spiega?
Penso che questo origini da un problema intrinseco agli Stati Uniti che hanno due culture: una accademica che ha fatto suo il pensiero di Heidegger e la critica della tecnica, e l’altra bellica, che ha fatto della tecnica una efficace macchina di distruzione. E alla fine il problema bellico degli Usa non mette in questione il pensiero di Heidegger. Anzi, lui avrebbe potuto dire: è il mio pensiero realizzato, questa tecnica distruggerà il mondo. Per il filosofo tedesco la tecnica è «l’oblio dell’essere», siccome però nessuno vede come è fatto l’essere secondo Heidegger, allora rozzamente si potrebbe dire che per lui la tecnica è l’oblio di tutto ciò che ci avvicina al divino. Insomma, va ben oltre Cartesio, il quale continuava a porre l’uomo come soggetto davanti al mondo.
E la tecnica con cui il nazismo praticò lo sterminio?
Heidegger credette di vedere nel nazismo una relazione diversa con la tecnica. Che poi non c’era. Questa tecnica del nazismo diventò, appunto, la tecnica dei campi di sterminio. Ma c’è un altro fatto. Heidegger, eludendo Marx, criticò il tecnocapitalismo. E qui vengo al punto. Heidegger è un moloch contro il pensiero di Marx. Nel 1966 tutti i pensatori francesi, Foucault, Deleuze Guattari, Derrida- che in questo forse toccò l’acme- sostituirono Marx con Heidegger. Il marxismo ha fallito, dissero. Abbiamo bisogno di altro. E credettero di vedere il nuovo in Nietzsche e Heidegger. Anzi,non in Nietzsche propriamente, ma nella lettura che ne faceva Heidegger.
In una nota intervista pubblicata postuma, Foucault dice che Heidegger è stato il suo maestro.
Sì, lo confessa apertamente. E questo non è vero solo per lui. Lo è ancor di più per Lacan, che arriva al livello del t1_l_ombra_di_heideggerplagio. Tutto il pensiero di Lacan, di fatto, si riduce a venti concetti presi da Heidegger. Lacan non cita, copia direttamente. Tutto questo avveniva nella sinistra francese negli anni 50 e 60. Dissero che Marx non era più necessario. Ma la cosa urgente non era liberarsi dell’autore de Il capitale, perché il comunismo, di fatto, era già caduto. E per rimpiazzare Marx che cosa avevano a portata di mano? Quello che loro ritenevano essere un grande pensatore e che, guarda caso, faceva una critica al capitalismo, anche se da destra. Nasce così una sorta di heideggerismo di sinistra. Questo è quello a cui si applica con sommo talento la filosofia francese dimenticando, negando anche l’ultimo pensatore marxista che fu Sartre. Tutta la French theory è un annullamento di Marx e di Sartre. Ma va detto che anche la scuola di Francoforte, Adorno e Horkheimer, in particolare, erano heideggeriani.
Nel romanzo, però, il protagonista prima di suicidarsi ricorda che tutti leggevano L’essere e il nulla  di Sartre. Viene da chiedersi come un pensiero progressista e di sinistra, come quello del ‘68, per esempio, poi possa essersi riferito a Heidegger che teorizza l’essere per la morte. E per la morte dell’altro, in particolare.
La filosofia francese non ha tanto ripreso da Heidegger l’idea dell’essere per la morte. Ma come dicevamo prima, piuttosto, ha ripreso la critica alla modernità capitalistica e il decentramento del soggetto. Togliere il soggetto dalla centralità porta all’idea di decostruzione. Ma in questo modo ciò che si decostruisce, soprattutto, è la storia perché si distrugge l’idea di totalità. Come effetto compaiono rivendicazioni parziali: il femminismo, la parcellizzazione del multiculturalismo, eccetera. Sparisce l’idea che il soggetto possa cambiare il mondo e se stesso.
Quello che sparisce è l’idea stessa della rivoluzione. Resta l’idea della differenza, di tutte le differenze, ma si perde quella della soppressione dell’ordine capitalista. Certamente in Heidegger non c’è la lotta di classe. E non c’è in Foucault, ce ne sono altre, diverse, c’è la rivoluzione testuale. Al di là del testo, diceva Derrida, non c’è nulla, ma al di là di Mein Kampf c’è Auschwitz. Piaccia o no a Derrida.
In Italia, come del resto in Francia, Heidegger continua però a essere intoccabile per l’establishment filosofico…
Emmanuel Faye ha apportato nuovi documenti. Hanno provato a distruggerlo. Heidegger è onnipresente. In Francia, in particolare, sembra che non possano pensare senza di lui.
Nel suo suo libro il protagonista dice: «Non pensavo al destino metafisico del nostro popolo in base al Mein Kampf, bensì in base a Heidegger». Come si può dire di un filosofo: è nazista ma è un grande pensatore?
«È una sorta di schizofrenia. Hannah Arendt stessa diceva che Heidegger aveva i suoi momenti di assenza, diceva che a volte era come come Anassimandro che camminava guardando per aria e cadde in un pozzo. Alcuni dicono, invece, che il suo dirsi nazista era solo un fatto burocratico. Sono dei negazionisti. Negano le prove, l’evidenza. Non ci sono solo i documenti di Faye, ma anche quelli pubblicati da molti altri a cominciare da Victor Farias. Che è un filosofo, per giunta sudamericano. Un uomo del Terzo mondo che detronizza il genio della filosofia tedesca. Un colpo al cuore dell’Occidente.
Nel suo romanzo si racconta anche il rapporto devastante che Heidegger ebbe con Hannah Arendt.
Sì, Heidegger ne fece la sua amante. Non abbandonò mai sua moglie per lei. Molto vile in tutto questo. Lo posso ben dire io: un certo giorno sono tornato a casa e ho detto a mia moglie, me ne vado con un’altra. Heidegger si comportò da vile borghese. Nonostante tutto questo Hannah Arendt torna da lui dopo la guerra.
Era superiore a lui, dice qualcuno.
Certamente. Ma davanti a lui non si azzardava nemmeno a dirsi filosofa. Si diceva pensatrice politica. Era irretita da Heidegger. Che peraltro aveva cercato di sbolognarla a Jaspers, indirizzandola a studiare con lui. Dopo tutto questo lei decide di tornare da Heidegger. Questa è la fine del femminismo. Stabilisce una complicità continua con lui e dopo la guerra lo aiuta anche.
Scrivere un romanzo è un modo di uscire dalla gabbia della filosofia occidentale che, in fondo, è stata sempre e solo logos?
Scrivo romanzi, in realtà, perché mi piace molto. Adesso per esempio mi occupo di un detective di Los Angeles che si chiama Carter. E’ un detective privato e assassino, fanatico, sessista e razzista, odia i negri, meno gli indiani perché abitavano quella terra prima di lui. I musulmani no, non li odia, ne ha paura. Per andare a fondo nell’analisi della paranoia dell’impero nordamericano questo personaggio mi dà molte più opportunità di un saggio di mille pagine. Left 21/08

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La trappola della sacralità

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 7, 2008

Flamigni: in nome di un dogma, prematuri malati destinati a una vita da vegetali
di Simona Maggiorelli

«Una forma un po’ attenuata di stupidaggine». Così Carlo Flamigni, ordinario di ginecologia dell’Università di Bologna, stigmatizza il documento del Consiglio superiore di Sanità che si è espresso sull’opportunità di rianimare i feti estremamente prematuri. Dall’organo consultivo del ministero è uscita la raccomandazione a rianimare sempre, ma stando attenti che le terapie non si trasformino in un inutile accanimento. Il Consiglio presieduto da Franco Cuccurullo evita di imporre paletti temporali per l’aborto terapeutico scansando «schematismi troppo rigidi, per restare in linea con la legge 194», e riporta in primo piano il rapporto medico paziente ribadendo che spetta ai medici valutare «eventuali capacità vitali» e se esistono margini di sopravvivenza del prematuro.

«Ma il documento lascia irrisolto il problema dell’esclusione dei genitori da una decisione così delicata, che li riguarda direttamente» obietta Flamigni. «Da un punto di vista umano è una bestialità – dice il professore -. Sul piano legale poi mi chiedo fino a che punto sia corretto. Perché un bambino che nasce, non potendo custodire i propri diritti, immagino debba vederli custoditi dai genitori». Se è vero che la tecnica è andata molto avanti, a tutt’oggi «la stragrande maggioranza di queste cure che si offrono ai prematuri sono sperimentali. E una terapia sperimentale – sottolinea Flamigni – ha sempre bisogno di un consenso informato particolarmente attento e prudente. Il medico non può procedere da solo». Ma se l’intervento del Consiglio offre ancora margini alla discussione, completamente chiuso in un’ottica dogmatica e antiscientifica è invece il documento uscito una settimana fa dal Comitato nazionale di bioetica (Cnb), contro il quale Flamigni sta affilando le armi, insieme a Demetrio Neri e a altri componenti, in aperto dissenso. Le Note bioetiche sul trattamento dei neonati estremamente prematuri, nate “sotto l’egida” di Francesco d’Agostino, infatti, non ammettono zone grigie e respingono ogni possibilità di interruzione di trattamenti anche quando «la vita del neonato dopo le prime cure rianimatorie possa continuare con un handicap dovuto alla sua prematurità, con danni cerebrali». Per contrastare questa visione cattolico oltranzista di un organismo come il Cnb, che è emanazione diretta della presidenza del Consiglio, «abbiamo preparato un documento di critica, di quelli che vengono chiamati codicilli di dissenso – racconta il ginecologo -. I due documenti verranno pubblicati insieme. Anche se purtroppo questi codicilli non li legge mai nessuno». La contestazione più forte rivolta alla maggioranza riguarda l’uso di un concetto astratto di vita. «Il problema della qualità della vita umana, secondo molti di noi, è più importante della sua “sacralità”».

«Io a questa sacralità non credo – precisa Flamigni -. Credo nella qualità della vita e penso quindi che fare sforzi anche economicamente onerosi per salvare un “bambino-pianta” che poi viene mandato a casa di una famiglia che lo coltiverà come un vegetale sia veramente terribile. Ho fatto molte perizie per i tribunali per casi di questo genere, questi bambini, spesso, vengono affidati ai nonni. Sono loro che poi “annaffiano la pianta”». Ma non sempre i nonni ci sono. E per una coppia o per chi è da solo, il peso di una situazione che richiede perlopiù turni e sorveglianze continue può risultare drammatica. «Ma ci sono anche problemi pratici – prosegue Flamigni -. L’Italia è molto varia. Non si possono dare le stesse indicazioni in Lombardia e in Basilicata. C’è anche un fatto economico. Abbiamo pochi soldi e pochi letti di terapia intensiva. Bisogna riempirli con bambini con buone possibilità di uscirne vivi. Se si riempiono con prematuri con gravissimi handicap si perdono quelli che invece si sarebbero salvati. Insomma, questa storia della sacralità della vita è davvero una grossa palla al piede degli italiani. Ce l’ha attaccata il Vaticano mi chiedo:non possiamo davvero cercare di liberarcene?».

Left 10/08

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Parlami d’amore Marlene

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su febbraio 29, 2008

Cristiano Godano, il leader dei Marlene Kuntz presenta il nuovo lavoro della band piemontese e il suo esordio da narratore

di Simona Maggiorelli

Marlene kunz

Marlene kunz

Un’orchestrazione allargata e arricchita dal violino. E la voce di Cristiano Godano in primo piano, più morbida, profonda, presente. Lontana dalle volute distorsioni di un tempo. Dopo sette album l’inquietudine dei Marlene Kuntz non si è placata. Ma in Uno (Emi) che la band di Cuneo presenta nei teatri (Il 1 marzo a Cesena, il 4 a Torino. E poi Firenze, Bologna, Roma) mostra una maturità nuova: sonorità più raffinate, una precisa ricerca poetica nei testi, commentati sul libretto del cd da Paolo Conte, Erri De Luca e altri scrittori. Una passione quella per la poesia e la letteratura che i Marlene hanno sempre cantato. Ma che ora il loro leader ha deciso di sperimentare in prima persona. «Per sette o otto anni – racconta Godano – mi sono imposto di non fare questo tentativo, consapevole delle difficoltà, poi è stato l’editore Rizzoli a sedurmi, a spingermi a provare. Ed è nato questo libro di racconti.

Scrivere canzoni è arte del levare. Com’è stato passare al racconto?

«Ho faticato un po’. Ma il divertimento è stato superiore alla fatica. Si trattava di rendere accattivanti, piacevoli, le cose che uno scrive per più persone. L’arte di scrivere riguarda anche il modo di organizzare le parole. Non solo cosa scrivere. Per me, un’arte nuova».

Le canzoni dei Marlene sono spesso un racconto per immagini, quasi una sceneggiatura. Una struttura che si ritrova anche nel libro.

«Temo sia la mia indole. È il mio modo di narrare, forse un po’ sui generis. Non so se avrò mai un vero romanzo da narrare in un arco di tempo più lungo che non quello dei racconti. Ne “I vivi” si sviluppano nell’arco di una giornata al massimo. Vedremo.

Li unisce questo precipitare nel mondo emotivo del personaggio: lo strumento è spesso quello del monologo interiore. Fino all’epifania finale. Un omaggio a Joyce?

«Con tutto il senso della distanza che c’è fra uno scrittore geniale come lui e un cantante della provincia di Cuneo, come me, direi ch queste epifanie, rivelazioni finali, non sono joyciane. Le sento più vicine a quello che Baudelaire chiamava “scioglimento”: che svela e dà quel brivido finale. Io credo di avere inseguito un po’ quest’idea. Ma è vero che un richiamo a Joyce c’è. Nell’ultimo racconto con quest’uomo e questa donna nella loro stanza di albergo mentre fuori nevica. E lei ha in testa una canzone in certo senso cruciale. Tutta una serie di simpatiche microcoincidenze mi hanno spinto a riprendere in mano The Dead. Mi sono accorto anche che io non volevo raccontare un mondo di morti, i miei personaggi erano vitali».

cristiano godano

cristiano godano

Da qui il titolo della raccolta I vivi?

«Sì, a quel punto ho preso il coraggio di fare questo esplicito omaggio».

Un filo rosso del tuo narrare è il rapporto con la donna, ogni volta diversa, sconosciuta.

«È sempre sostanzialmente un confronto a due. Mi rendo conto che per me è basilare. Mi riguarda molto come uomo. Tengo a stare lontano dai pericoli del solipsismo».

L’ultimo album, però, si chiama Uno?

«Però in quell’uno, che ho derivato da Nabokov, sono racchiuse due personalità e il rapporto fra un uomo e una donna».

Nabokov autore amatissimo?

«Sì, l’ho ropreso da poco. È un autore che devo leggere quando mi sento in forma. Sennò mi tende tranelli e trappole, mi fermo alla costruzione magnifica della frase e mi perdo i sottotesti più profondi. Sono un lettore lento. E durante i tour è difficile. Di recente però ho riscoperto La vera storia di Sebastian Knight. Avevo una vecchia traduzione anni 50 che mi aveva lasciato un retrogusto strano. Quando ne è uscita l’edizione Adelphi mi sono goduto appieno i gioci di parole, la trama di allusioni».

Il coraggio di cambiare è importante per un artista?

«Sì, se non vuole diventare ricco. A chi bada alla concretezza pop, invece, il cambiamento non conviene. Bisogna sempre fare in modo che i fan si ritrovino in quel che fai. Ma noi non ce la facciamo proprio. Mi rendo conto che disorientiamo il pubblico, ma la nostra non è una scelta provocatoria, è una necessità. Quando sento che ci stiamo ripetendo, sono dispiaciuto, un po’ infastidito».

Cercare la bellezza ovunque, senza utilità come recita una vostra canzone, è necessario?

«Io credo sia lo specifico dell’arte sia dal punto di vista di chi la fa, sia da chi la fruisce. Come ha suggerito un direttore d’orchestra, se tutti nel mondo ascoltassero la musica nel modo giusto, in modo creativo, ci sarebbero meno guerre… Se non altro ci sarebbe meno tempo per incazzarsi».

IL LIBRO

cop-godano-viviUna serie di piani sequenza sul mondo interiore dei personaggi. Un uomo e una donna, sconosciuti, in una stanza di albergo. Il muoversi leggero di una ragazza fra i quadri di una galleria e un uomo che cerca di scoprire il suo mondo interiore dal modo in cui lei si appassiona e racconta l’arte.È il sogno di un poeta che vorrebbe spiccare il volo nella potenza del verso. O forse di un incontro imprevisto. Sei storie diverse che si illuminano nelle pagine di Cristiano Godano come improvvise folgorazioni. La tensione del racconto che sale, poi la svolta di una soluzione imprevista, l’emergere di una realtà più profonda dei rapporti, dei vissuti dei protagonisti che ne sconvolge la trama. Al suo esordio letterario con la raccolta di racconti “I vivi”, il cantante dei Marlene Kuntz sceglie una forma narrativa che si avvicina a quella del frammento poetico, che affonda le sue radici nella forma canzone, allargandone il cerchio, assorbendone la musicalità, e l’impegno nella ricerca della parola più precisa e preziosa per descrivere il mutare delle passioni, dei sentimenti, del sentire in un rapporto.Fra la inquieta sensualità di Nabokov e la disperata bellezza di Updike, scrittore anch’esso amatissimo da Godano, citato spesso nei suoi testi e che il musicista di Cuneo ha fatto conoscere al collega Nick Cave.

da Left-Avvenimenti (29 febbraio 08)

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La maledizione degli atei devoti

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su febbraio 15, 2008

da Left-Avvenimenti del 15 febbraio 2008

Il senatore Furio Colombo: “Lo stesso Ratzinger si è visto essere scavalcato da destra da personaggi, più realisti del re,  come Giuliano Ferrara”

di Simona Maggiorelli

«Una vigorosa offensiva della Chiesa che sa come avvalersi dei suoi laici devoti». Questo è il clima oggi in Italia. Così scrive Furio Colombo sul mensile Agenda Coscioni dedicato alla tre giorni di Salerno che, all’inizio della campagna elettorale, è il primo appuntamento “trasversale” di chi non accetta che questioni come aborto, fecondazione in vitro, scelte di fine vita siano consegnate alle decisioni di oltretevere.

Senatore Colombo, nel suo manifesto per le primarie del Pd diritti civili, salute, ricerca erano temi chiave.

Io continuerò a battermi per essi. Il Pd ha un solo percorso duraturo: quello che prevede una decisa presa di posizione in favore della laicità.

Veltroni da Spello però…

S’intende che non sto descri­vendo una situazione reali­stica. Ma se è per questo, neppure ai partigiani sem­brava facile liberare l’Italia dal fascismo. E allora basta guardare come risponde il governo spagnolo alle inge­renze dei vescovi. Quello che fa Zapatero a me pare nor­male. Mentre la sottomissio­ne italiana mi sembra non normale. Non degna di una Repubblica democratica. Stiamo parlando del rappor­to fra due poteri, di cui uno extranazionale e che ha una pretesa di controllo sull’altro.

L’annosa mancanza di separa­zione fra Stato e Chiesa?

La nostra vita politica ha su­bito un duro colpo con Berlu­sconi. Certi politici hanno sempre cercato di tenersi buona la Chiesa, per garan­tirsi sostegno politico e voti. Ma è stato lui a inventarsi l’a­teo devoto incarnato ora da Ferrara. Con la sua vita e i suoi divorzi si è finto religio­so. Ha messo in campo le zie suore e usato i rosari della madre per dimostrare un’obbedienza che avrebbe dovuto metterlo al sicuro in politica. Poi, questo è diventato il comportamento dei partiti, prima degli ex De, poi della sinistra che non aveva più un ancoraggio ideologico: in molti sono andati in cerca di benemerenze della Chiesa. Cosa che i liberali non si sono mai sognati di fare.

Sui diritti civili, però, il centroosinistra non ha raggiunto neppure gli obiettivi minimi.

Sul testamento biologico, per esempio, la verità è che il senatore Ignazio Marino, è stato boicottato ora da esponenti di destra ora di sinistra, in lotta per apparire l’uno più cattolico dell’altro. È la maledizione che ha portato Berlusconi.

E nell’ipotesi di un “Veltrusconi” che accadrebbe?

Io non credo affatto in un Veltrusconi, anche perché si vede benissimo che Berlusconi è sul viale del tramonto. E non per l’età, ma per la totale mancanza di nuove idee. Se un crociato come Casini è restato nel dubbio se seguirlo o no vuoi dire che è alla fine. Se Fini ha scelto di essere il suo numero due è perché pensa che presto se ne andrà e lui diventerà il numero uno per eredità. Come sempre gli è accaduto nella vita.

Cosa legge sotto il crescente attacco alla legge 194 sull’aborto?

È un attacco violentissimo e credo che Ratzinger sia stato sorpreso di essere superato a destra da Giuliano Ferrara. La situa­zione è molto grave. I cittadini da soli, temo, non ce la faranno a opporsi a quella che Giorgio Napolitano ha chiamato «la grave anomalia» che ha governato l’Italia.

I media italiani parlano di bambini invece che di feti e tirano in ballo l’eugenetica quando si tratta, invece, di prevenire malattie incurabili.

Li guardo con raccapriccio. Ma so che non si diventa direttori di giornali senza un parere del Vaticano. Meno che mai direttori di telegiornali. E questo rende i più giovani molto più conformisti dei più anziani.

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Vogliono annullare le donne

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su febbraio 15, 2008

Stefano Rodotà: Il corpo della donna rischia di diventare qualcosa su cui legiferare indipendentemente dalla sua volontà. È incivile
di Simona Maggiorelli

Dopo la moratoria contro l’aborto lanciata da Ferrara che ora si candida con una lista pro-life sponsorizzato dalla Cei, Berlusconi alza il tiro e propone all’Onu di sottoscrivere la «tutela del non nato, fin dal concepimento». Intanto la responsabile “famiglie” di Forza Italia, la senatrice Burani Procaccini, già preconizza: «Con la nuova legislatura presenteremo un progetto di legge di modifica della 194, con una serie di misure di prevenzione obbligatorie e prevedendo l’interruzione volontaria di gravidanza solo a determinate e ristrettissime condizioni».

«L’iniziativa di Berlusconi e più in generale l’attacco alla 194 deriva dal rapporto sempre più forte tra le indicazioni delle gerarchie ecclesiastiche e il modo in cui una parte del mondo politico le ha raccolte», argomenta Stefano Rodotà, docente di Diritto Civile alla Sapienza di Roma ed ex garante della privacy. In Italia abbiamo avuto due episodi molto rivelatori: la legge 40 e il referendum. In questo “crescendo” Ferrara ha lanciato la proposta di una modifica della dichiarazione del 1948. E lo ha fatto manipolando fortemente i dati, facendo del terrorismo sui numeri, per esempio riguardo al deficit di nati che secondo lui sarebbe dovuto all’aborto. Dimenticando che l’aborto è un fenomeno che accompagna l’umanità dalle origini».

Professor Rodotà, qual è secondo lei il rischio più grave che minaccia il Paese in questa fase di regressione nel campo dei diritti civili?
Temo che sull’onda di questa enfasi propagandistica e ideologica molto forte si azzeri la presenza femminile. Mentre si fa finta di non conoscere gli effetti positivi delle discipline di interruzione della gravidanza sia in termini di riduzione degli aborti sia in termini di tutela della salute delle donne non più esposte ai rischi della clandestinità.

Il blitz delle forze dell’ordine nel reparto di ginecologia a Napoli parla di un clima da Medioevo. Che ne pensa?
È un fatto gravissimo. Purtroppo sta accadendo quello che non era difficile prevedere. Nel momento in cui si crea un clima di intimidazione e condanna di chi ricorre a ciò che è legalmente previsto, scattano azioni che puntano all’azzeramento della soggettività femminile e a una messa in discussione radicale e illegittima delle stesse norme vigenti. Quello che è accaduto a Napoli è assolutamente fuori dal diritto. Bisogna ricostruire immediatamente la legalità con un’inchiesta che chiarisca come sia potuto accadere.

Casini, Ferrara, ma anche la Binetti nel Pd parlano di “diritto alla vita”, ma nella Costituzione non c’è traccia di questo.
Il tentativo di cercare di estrarre dalla Costituzione una nozione di diritto alla vita non ha fondamenti. Lo stesso di può dire se guardiamo alla giurisprudenza internazionale. Nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, il diritto alla vita non è stato mai considerato come qualcosa da chiamare in causa per impedire l’aborto. Il diritto alla vita è concepito in relazione alla pena di morte. Non è un caso Ferrara sia partito proprio dalla moratoria sulla pena di monte mettendola in parallelo con quella sull’aborto con una forzatura evidentissima.

Equiparazione da cui si deduce che per lui le donne sono assassine?
È il risultato dell’azzeramento della soggettività femminile di cui dicevo prima. Il corpo della donna diviene qualcosa su cui si può legiferare indipendentemente dalla sua volontà. È una regressione civile gravissima.

Da Il Foglio parte anche una campagna per la “privacy del non nato”.
Che cosa significa privacy del non nato? È stravagante anche l’uso della terminologia. Questa contrapposizione fra il concepito e la donna è una vecchia idea che ha portato a prevedere la necessità di regolare il comportamento della madre in modo autoritario. Una contrapposizione tra diritti che nega un dato di natura, la compenetrazione tra il feto e la soggettività della madre. Non si può scorporare e contrapporre. Questo porta a ipotizzare che ci debba essere qualche altro soggetto che decide quali sono i diritti del nascituro e che può farli valere anche contro la madre, contro la sua volontà.

Parlare di diritti dell’embrione cozza con la storia del diritto. Già nel codice napoleonico era previsto che i diritti si acquisiscono alla nascita.
Questa è la tradizione civilistica. Su questo si è inserito un modo improprio, distorto, di affrontare la questione. Si è detto che il concepito ha gli stessi diritti della persona. Un’affermazione ideologica. Una serie di inestricabili problemi giuridici dimostrano la fallacia di questa equiparazione. Un rischio che la riflessione giuridica più consapevole aveva già iniziato a mettere in evidenza e cioè che per quanto riguarda l’embrione, il suo cosiddetto “statuto”, si possono anche prevedere delle tutele differenziate, ma partendo dalla premessa che embrione e persona sono cose diverse. Questa furiosa equiparazione produce delle aberrazioni giuridiche che non possono essere in alcun modo risolte.

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L’Italia non è in ginocchio

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su febbraio 15, 2008

di Maria Gigliola Toniollo

L’11 febbraio è caduto l’anniversario di un autografo assai gravoso, posto – in nome della SS.Trinità, ci assicurano – sui Patti Lateranensi, un contratto fra Mussolini e la Santa Sede che ancora con rinnovate, successive firme,ci perseguita in modo incessante, sia economicamente sia politicamente, un atto peraltro, che dopo i ponderosi esborsi finanziari a carico delle nostre tasche, nemmeno ci protegge dalle invadenze vaticane, da gerarchie contrarie ad ammettere una separazione tra lo Stato italiano e quello Pontificio, con le conseguenti autonomie.

Per la giornata, la Rai servizio-pubblico ha promosso, da settimane, una straripante prima serata di Porta a Porta su Lourdes e le sue tradizioni di miracolo e devozione, serata nella quale resta facilmente prevedibile che neanche per un istante è stato proposto il dubbio o un’analisi del fenomeno Lourdes serenamente critica e laica o almeno problematica e alternativa a un’acquiescente parata di cori e fiaccole supplicanti…Per contro non pare prevista alcuna testimonianza o riflessione storica sull’anniversario del concordato, neanche nella notte più fonda, tanto solitamente opportuna per le analisi scomode.

Dopo una serie di scontri, blocchi e sconfitte parlamentari da addebitare alla remissività umiliante dei nostri politici molto più che alle sia pure sgradevoli ingerenze ecclesiastiche, ci siamo chiesti se le cittadine e i cittadini del nostro Paese siano poi così ubbidienti, convinti e coerenti con quanto è loro imposto dalla Chiesa e con gli amici di Critica liberale e la collaborazione dell’istituto di statistica della Sapienza abbiamo affrontato da tempo una iniziativa molto impegnativa: l’Osservatorio sulla secolarizzazione dell’Italia (www.cgil.it/org.diritti/osservatorio.htm).

Proprio in questi giorni stiamo lavorando al quarto rapporto di una ricerca che ha avuto avvio circa tre anni fa per mettere in campo una comparazione di dati concreti e ufficiali, soprattutto non confutabili, relativi all’appartenenza religiosa e alle attività svolte dalle istituzioni riconducibili alla Chiesa cattolica nel nostro Paese. E ciò per comprendere e dare dimostrazione concreta di quanto i comportamenti personali corrispondano o si distacchino dalle imposizioni etiche e di condotta imprescindibili per un oltre Tevere che peraltro pretende, e con arroganza, di non limitarsi a formare i propri fedeli, ma di agire direttamente sulle leggi dello Stato italiano.

L’appartenenza religiosa è una dimensione complessa con obblighi individuali e sociali, che ha visibilità nella partecipazione ai riti pubblici e invisibilità nella preghiera individuale. Gli indicatori che abbiamo utilizzato per la pratica religiosa visibile, relativi di volta in volta a un periodo di dieci anni, si riferiscono soprattutto a “riti di passaggio” come il battesimo, la prima comunione, la cresima, il matrimonio religioso e tutti presentano una tendenza alla diminuzione. Un esempio per tutti: la percentuale dei bambini con età inferiore a un anno che sono stati battezzati, rispetto al totale dei nati vivi nell’anno di riferimento, mostra tra il 1991 ed il 1998 un andamento altalenante e in seguito una percentuale in diminuzione costante, che si assesta nel 2004 a 77,5 per cento, con una perdita di più di tredici punti percentuali rispetto al 1994. C’è, in questa diminuzione, l’apporto alla natalità totale del Paese degli immigrati che, in molti casi, non professano la religione cattolica, ma compare anche un nuovo atteggiamento di molti genitori che non intendono più il battesimo come urgente.

La percentuale dei matrimoni cattolici, concordatari e solo religiosi è in diminuzione ed è efficace rilevare quanto, per esempio a Roma, mettere a disposizione da parte del Comune una sede elegante e solenne per i matrimoni civili, abbia causato una caduta del tradizionale “matrimonio in chiesa”, evidentemente legato a consuetudini e tradizioni ben lontane dalla fede religiosa.

La percentuale dei matrimoni celebrati solo civilmente è in crescita continua e in aumento è anche il numero assoluto delle libere unioni, per quanto l’incidenza del fenomeno sia forzatamente sottostimata per l’assenza di occasioni che spingano i conviventi a dichiarare la loro scelta. E che il numero delle libere unioni abbia dimensioni più ampie è confermato da un altro importante indicatore: il rapporto tra i bambini nati da genitori non sposati e genitori sposati, dato che – ecco un’anticipazione sul prossimo rapporto che sarà presentato nei prossimi mesi -, si è alzato fortemente il numero dei così detti figli naturali.

La diminuzione della partecipazione ai riti, la sempre minor tenuta di alcuni precetti religiosi in campo etico, la diminuzione costante delle vocazioni nel loro insieme, la crescente preferenza per le scuole non religiose, la diminuzione delle donazioni, anche se contrapposta a un’ascesa trionfale dell’8 per mille, dimostrano che siamo in presenza di una crescente autonomia personale o forse di una crescente indifferenza.

Nell’insieme si rende evidente una nuova distanza dal modello di famiglia proposto dalla chiesa cattolica e, per contro, si diffonde sempre più un altro modo di fare famiglia: single, coppie senza figli, coppie gay e lesbiche che vogliono un riconoscimento legale, madri nubili, genitori divorziati o separati che si risposano o che scelgono di convivere con nuovi partner. Famiglie dove la genitorialità è una scelta sempre più consapevole, prova ne è il ricorso agli anticoncezionali che i dati disponibili indicano in aumento costante.

Le gerarchie ecclesiastiche tentano di porre un freno a questi profondi mutamenti, serrando maldestramente le fila, parlando del diavolo e dell’inferno, ricorrendo anche alla presenza sul territorio dei centri di difesa della vita, della famiglia e ai consultori familiari che si impegnano anche contro la scelta dell’interruzione volontaria di gravidanza, sostenendo anche una impropria e dolorosa obiezione di coscienza del personale medico e paramedico, si parla persino dei farmacisti, accontentandosi del fatto che questa sia il più delle volte influenzata non tanto dall’appartenenza religiosa, quanto da strategie di carriera.

Chi è

Gigliola Toniollo è responsabile nazionale della CgilNuovi Diritti. I dati del rapporto sulla “secolarizzazione della società italiana” a cui sta lavorando con Enzo Marzo e il gruppo di Critica liberale si basa su indicatori certi come il numero di persone che praticano i sacramenti. La principale fonte, insieme ai dati Istat, sono proprio i registri vaticani.

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Cercasi sophia disperatamente

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su settembre 14, 2007

Spinoza nel pantheon del Pd. Ecco il nuovo volto della ragione: maquillage o chirurgia estetica?
di Simona Maggiorelli

Eugenio Scalfari ne ha fatto un´icona, quasi il nume tutelare – insieme a pochi altri – dei valori del nascente Partito democratico. Ma prima ancora del fondatore di Repubblica, sul piano degli studi, ci hanno pensato filosofi come Remo Bodei con il suo ponderoso La geometria delle passioni (Feltrinelli). E anche un illustre neuroscienziato come Antonio Damasio con Alla ricerca di Spinoza, Adelphi. Entrambi hanno fatto del pensatore olandese un punto cardine di un orizzonte intellettuale che si dice democratico e moderatamente di sinistra, recuperandone alcune parole chiave come “coscienza” , “ragione”, “ordine”, “sicurezza” “acquiescenza”. Valori e concetti che contribuiscono a tratteggiare (sulla via di Cartesio mai veramente superato da Spinoza) un’ immagine di realtà umana ancora dilaniata dalla scissione fra corpo e coscienza. L’uomo spinoziano attraverso il ricorso al mito dell’amor dei intellectualis, intriso di religiosità, tenta di sdrammatizzare le proprie scissioni, di derubricarne le incongruenze. Insomma, anche grazie al recupero del grande Baruch e di altri pensatori come Montaigne e di certo illuminismo, è il mito di una ragione assoluta che torna ad essere celebrata nel dibattito culturale e politico di queste settimane.

A tornare a far capolino, insomma, sembra essere un’idea di coscienza spinozianamente trasparente a se stessa, che distingue fra passioni buone e passioni cattive, pensando di poter opporre lucidamente le une alle altre. Che cerca una manipolazione dei sentimenti e degli affetti per temperare la bramosia dell´acquisizione continua di beni, l´egoismo feticistico dell´economia politica. Che faccia di una tolleranza raziocinante, e tutto sommato indifferente, la chiave di volta per la conservazione di sé. Ma in questo plauso di una visione ordinata della società che liberi l’uomo dall’incertezza del vivere (promosso dagli intellettuali che lavorano alla costruzione dell´identità culturale del Pd), c’è chi legge una criticabile operazione latente: «Il trend neo-razionalistico attuale – dice il filosofo Bruno Accarino – non potenzia tanto le capacità di rischiaramento (come letteralmente suona “Aufklärung”) della teoria, ma cerca di trovare, in maniera velleitaria, strumenti efficaci per manipolare la realtà. Ma ampie zone del reale si sottraggono a ogni forma di analisi e di razionalizzazione, e la comunicazione sociale ha un che di incanaglito e di civilmente deteriorato». Il tentativo di criminalizzazione dei lavavetri, partito proprio dalla città di Firenze, dove Accarino vive e insegna filosofia della storia all’Università, del resto, sembra esserne un chiaro segnale. «I fenomeni di chiusura di ceto e di casta a cui assistiamo sono da ancien régime. Sul piano politico – sostiene Accarino – sta venendo al pettine il nodo di un deficit di cultura azionistica nella sinistra italiana: l’egemonia dei due grandi filoni culturali post bellici, quello cattolico e quello comunista, ha impedito di gestire la domanda di libertà e di autodeterminazione che si esprime fuori dai canali ufficiali della rappresentanza politica». Un eminente voce filosofica, quella di Domenico Losurdo (autore de La comunità, la morte, l’Occidente. Heidegger e l’ ideologia della guerra, Bollati Boringhieri) esprime più di un dubbio sull’odierno “revival Spinoza” contestando modi e metodo del recupero della lezione dell’autore dell’Ethica geometrico demonstrata. «Sono dell’idea che sia utile confrontarsi con le grandi personalità del passato, anche quando si tratta di rivoluzionari borghesi – è il suo commento – ma rileggerli oggi vuol dire saperne cogliere l´attualità». E da questo punto di vista, prosegue il professore, che insegna storia della filosofia all’Università di Urbino, «mi sembra un fatto assai curioso che si recuperi Spinoza senza nominare nemmeno uno dei punti più interessanti del suo pensiero: la critica che lui ha fatto alla mitologia del popolo eletto. Gli ebrei, diceva Spinoza, non hanno nessun motivo di ritenersi superiori. E questo oggi significa anche cercare di capire cosa sta accadendo in Medioriente e in Palestina». «Ma soprattutto – aggiunge Losurdo che ha da poco pubblicato con Laterza il libro Il linguaggio dell’Impero. Lessico dell’ideologia americana – oggi non possiamo trascurare che se c´è un popolo, fra tutti, che si considera eletto questo è il popolo degli Stati Uniti d’America. Bush jr ha vinto la prima campagna elettorale proprio agitando il motivo del popolo eletto. Allora mi sembra sorprendente che si citi Spinoza senza ricordare questo punto fondamentale». Detto in altri termini, il pensiero del vecchio Baruch è stato importante, «ma se lo si vuole ridurre a una sorta di icona che dovrebbe servire a santificare la cosiddetta democrazia occidentale, allora – conclude il professore – io sarei tentato di rispondere: giù le mani da Spinoza».

Di tutt’altro avviso, il filosofo Giacomo Marramao che a proposito del pensatore olandese vissuto tra il 1632 e il 1677 ricorda: «E’ stato molto caro a Hegel, ma anche a Marx e Nietzsche e ha avuto il merito di riprendere un grande filosofo come Giordano Bruno, e quella concezione bruniana che tendeva a una visione monista e non dualista quale quella cartesiana, in cui c’è identità tra soggettività e oggettività, soggetto e sostanza, e un circolo virtuoso tra ragione e passioni. E come Bruno – prosegue Marramao – Spinoza in fondo ritiene che ogni individuo abbia in sé la capacità di dar conto dell’intero universo, quello che Bruno chiamava questo gigantesco animale. Però in una forma per l’appunto unica, singolare, irripetibile». Dunque Spinoza ateo religioso, possiamo dedurre, che non propone nessuna concezione nuova dell’essere umano. Tanto che la stessa autonomia dell’individuo, i suoi valori civili e morali, sono garantiti dalla presenza di una ragione divina nel reale. «In Spinoza – ammette Marramao – alla base c’è un’esigenza metafisica profonda che è quella di cogliere in modo oggettivo il processo di costituzione del soggetto». Dunque citarlo nel pantheon del nuovo Pd come ha fatto Scalfari in interventi-manifesto come quello dal titolo “Spinoza ripensò Dio e liberò l’uomo”, significa tirare il filosofo del Seicento per la veste, usando il suo pensiero a giustificazione dell’operazione da compromesso storico che si sta consumando con la fusione a freddo fra Ds e Margherita. «Certamente il pensiero di Spinoza, è inutile nasconderlo, pur essendo per molti versi di rottura e rivoluzionario, ha dei momenti di opacità», osserva Marramao. «Ad esempio nella considerazione della donna. In un suo testo tanto decantato come il Trattato teologico politico, Spinoza parla di individui, ma sono declinati al maschile, mai al femminile. Vi è questo limite che dipende dall’epoca in cui viveva, ma anche dal dispositivo alla base del suo pensiero». E in perfetta sintonia con una mentalità giustamente seicentesca, nel nuovo manifesto di Francesco Rutelli, si può leggere un attacco violentissimo contro le acquisizioni genetiche della scienza medica che vanno a toccare delicate questioni di bioetica: cercando di fare arretrare, di fatto, tutte le lotte per i diritti civili e in particolare quelli femminili che si riassumono anche nella legge 194. Così il “progressismo” democratico, quello che trova come punta di sfondamento la razionalità spinoziana, cerca più o meno apertamente una sua legittimazione nel rapporto con una teologia intransigente che vuole piegare la politica alle parole del Pontefice.

Quanto poi all’attualizzazione forzata di Spinoza e al ritorno di certe sue parole chiave nel dibattito del centrosinistra, Marramao nota: «Certamente un punto chiave del pensiero di Spinoza, poi ripreso da Hegel, è la formula “Occorre accettare la necessità”. Cioè un’idea della libertà come comprensione-accettazione della necessità stessa. Oggi, però, in politica non possiamo non considerare il ruolo fecondo del dissenso. Si tratta di tentare di abbracciare un’idea di razionalità imperfetta nella quale si dia spazio al momento creativo del dissenso. Occorre una politica che si apra alla funzione feconda del momento ereticale, altrimenti rischia di porsi come un paradigma normalizzatore, producendo effetti in ultima analisi nocivi. Come si diceva in un dibattito famoso tra Ottocento e Novecento: non possiamo mettere le braghe al mondo.

(la testimonianza di Accarino è stata raccolta da Elisabetta Amalfitano)

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L’avventura di due grandi maestri

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 31, 2007

La scomparsa di due giganti del cinema, Ingmar Bergman e Michelangelo Antonioni. Marco Bellocchio racconta a left il loro cinema , la loro poetica.L-arte di Antonioni fu profondamente laica. Quella di Bergman, pervasa dalla religione.Come Ghuther Grass, da giovanissimo Bergman fu affascinato da Hitler e dal nazismo. Ma se lo scrittore se ne separ; molto presto,Bergman lo fece solo quando seppe dei campi di concentramento.

di Simona Maggiorelli

Ingmar Begman e Michelangelo Antonioni se ne sono andati a poche ore l’uno dall’altro, una casualità che colpisce e che lascia con la sensazione che con la loro scomparsa si sia chiusa una fase storica, comunque importantissima, del l’arte cinematografica. «Il cinema ha una sua storia, anche lunga, ormai, ma certo in questo caso sono scomparsi due giganti», dice il regista Marco Bellocchio. «Con Antonioni ci sono state delle assonanze profonde. Ma negli anni giovanili Bergman, devo dire,  mi aveva molto colpito, quando ventenne a Roma studiavo cinema.
Era come se la sua disperazione, la sua angoscia incontrassero un mio modo di pensare di allora, quello dei primi quindici anni di lavoro. Dopo i miei pensieri cominciarono a cambiare, si allontanarono inevitabilmente dal pensiero, dalle ideologie, dalla filosofia di Bergman.
Era il Bergman in bianco e nero quello che più l’aveva colpita?
Sogno di una notte d’estate, Il posto delle fragole, Il settimo sigillo, La fontana della vergine, ma anche Persona film straordinariamente
innovatore.Le mie idee sulla vita non erano troppo distanti da quelle di Bergman, mi colpiva questo suo continuo riferimento alla morte e alla trascendenza come via di fuga alla disperazione. In lui, al fondo, più che con l’infelicità e la follia, c’è sempre un rapporto con la morte. Il settimo
sigillo
, in questo senso, è emblematico.
Il cinema di Bergman ha una cifra esistenzialista. Ma anche più strettamente heideggeriana in questo gioco a scacchi con la morte, in questo «esserci per la morte» che pervade la sua poetica?

Era religioso e pensava che in noi ci sia un male connaturato con la nostra stessa nascita. Un male che al massimo può essere controllato.
Con il quale convivere. Un tema che c’è anche in Stanley Kubrick: un male intrinseco che poi è il peccato originale.
In Antonioni, invece, non c’è. Questa distinzione mi pare molto importante. Il suo cinema è stato profondamente laico. Bergman, invece, quando studiava a Weimar disse che Hitler «aveva un fascino tremendo» Quando subiva questa “fascinazione”, va detto, aveva vent’anni. Lo racconta nella sua autobiografia. Non era un ragazzino come Grass quando entrò nell’esercito. E poi Bergman era figlio di un pastore evangelico, anche se non voglio dire che questo debba essere una condanna. Ma ha nessi evidenti con il suo modo di pensare l’infelicità dell’uomo. l’idea dell’intrinseca infelicità dell’essere umano permea anche un film come Il volto. Lì Bergman lo fa dire al ciarlatano, che con la sua fantasia, i suoi trucchi, ha la capacità di portare lo scienziato a una sorta di paura panica. Il positivismo, insomma, è sconfitto, ma non c’è la proposizione
di un pensiero diverso. Centrale lì è il tema del teatro come anche nel Settimo sigillo. Anche lì è una famiglia di saltimbanchi che guarda i flagellanti, il cavaliere e la morte. Come se, per il disperato Bergman, la recita, la rappresentazione, il teatro fossero un antidoto alla disperazione dell’esistenza.

Ma il ricorso al teatro, per Bergman, non è un espediente in fondo rassicurante, che riconduce le tensioni a uno schema verbale e razionale come in Scene da un matrimonio?
Con Scene da un  matrimonio siamo già usciti dalla fase migliore del suo lavoro. Rassicurante però non direi, c’è sempre una disperazione
che sta per entrare in casa. Anche nel Posto delle fragole il personaggio capisce della propria aridità, di aver badato sempre e solo ai suoi
studi, con ingenerosità verso gli esseri umani. Lui percepisce tutto questo e c’è il famoso sogno in cui vienetrascinato dentro la bara e poi in varie visioni. Tutto poi si conclude. È con i tre ragazzi che partono per le vacanze e che gli fanno una specie di serenata sotto la finestra. Lui, certo, sì è un pochino rasserenato, ma è sul punto di morire.
Quella celebre sequenza, da spettatrice, oggi mi appare oggi senza invenzioni, quasi preistorica rispetto a una certa ricerca su un certo modo di fare immagini  che hanno a che fare con una fantasia profonda e non con meccanici tentativi di trascrizione di sogni.
Quella non è solo una trasposizione di un sogno ma anche una rappresentazione. Anche se, però, mi viene subito in mente, per contrasto, la dimensione fantastica, onirica, di Bunuel, nel quale ritrovo tematiche che mi sono più congeniali, il rapporto con la donna, il desiderio. Quello di Bergman, ribadisco, è sempre un discorso cristiano sulla morte. Anche se indubbiamente ne Il posto delle fragole con risultati notevoli. Lì non c’è il sogno tout court ma una trasfigurazione. Usa il sogno proprio per dare una rappresentazione disperata di un destino che lo terrorizza.
Bergman fa un uso della parola, molto abbondante e molto espressivo, però se noi lo confrontiamo alla genialità delle immagini  di Dreyer, per esempio, la differenza appare subito.
Cosa distingue, secondo lei,  la ricerca di Dreyer?
Le sue sono immagini originali. Lavora molto sui primi piani. È stato magnifico il gruppo di attori che lo ha seguito. Dreyer ne ha
raccolto i risultati superlativi.
A differenza di Dreyer Bergman è più un regista di parola che di immagine?
Non direi. Anche le parole sono immagini. Ma Giovanna d’Arco è un capolavoro, come lo è Dies Irae, fino a Ordet. Ma la forza delle immagini è qualcosa che vedo più potentemente in Dreyer che in Bergman, anche se è un autore che ha influenzato tutti fino agli anni Ottanta. Il suo ultimo film che mi ha impressionato è stato Sussurri e grida. Un film estremamente drammatico incentrato su un rapporto di assistenza e di estrema violenza… È un discorso sull’indifferenza, sulla disperazione, ma c’è anche quel tema religioso del male in questo rapporto fra la donna che sta per morire e la camerierache l’assiste e mente. Più che Ibsen, che in fondo è un personaggio più positivo, si sente l’influenza di Strinberg:
la vita come inferno i rapporti familiari, finti, terribili. E più al fondo c’è Kirkegaard. Bergman ha avuto delle intuizioni poi la sua ricerca sembra essersi indebolita.
È accaduto anche ad Antonioni?
Il suo ultimo film, per me, è stato Identificazione di una donna. Non voglio negare gli altri ma in quel film con Tomas Millian lui si è impegnato
totalmente, c’è la personalità, poi dopo larazione dell’esistenza. Ma il ricorso al teatro non è un espediente in fondo rassicurante,
che riconduce le tensioni a uno schema verbale e razionale come in Scene da un matrimonio?
Lì siamo già usciti dalla fase migliore del suo lavoro. Rassicurante però non direi, c’è sempre una disperazione che sta per entrare in casa. Anche nel Posto delle fragole lui capisce della propria aridità, di aver badato sempre e solo ai suoi studi, con ingenerosità verso gli esseri umani. Lui percepisce tutto questo e c’è il famoso sogno in cui viene trascinato dentro la bara e poi in varie visioni. Tutto poi si conclude. È con i tre ragazzi che partono per le vacanze e che gli fanno una specie di serenata sotto la finestra. Lui, certo, sì è un pochino rasserenato, ma è sul punto di morire.
Quella celebre sequenza, da spettatrice, mi appare oggi un po’meccanica, senza invenzioni, quasi preistorica
rispetto a una ricerca sulle immagini inconscie come la sua. Lei, oggi, cosa ne pensa
?
Quella non è solo una trasposizione di un sogno ma anche una rappresentazione. Anche se, però, mi viene subito in mente, per contrasto,
la dimensione fantastica, onirica, di Bunuel, nel quale ritrovo tematiche che mi sono più congeniali, il rapporto con la donna, il desiderio. Quello di Bergman è sempre un discorso cristiano sulla morte. Anche se indubbiamente ne Il posto delle fragole con risultati notevoli. Lì non c’è il
sogno tout court ma una trasfigurazione. Usa il sogno proprio per dare una rappresentazione disperata di un destino che lo terrorizza. Bergman fa un uso della parola, molto abbondante e molto espressivo, però se noi lo confrontiamo alla genialità delle immagini di Dreyer, per esempio, la differenza appare evidente.
Che cosa distingue in questo senso la ricerca di Dreyer?
Le sue sono immagini originali. Lavora molto sui primi piani. È stato magnifico il gruppo di attori che lo ha seguito. Dreyer ne ha raccolto i risultati superlativi.

A differenza di Dreyer Bergman è più un regista di parola che di immagine?
Non direi. Anche le parole sono immagini. Ma Giovanna d’Arco è un capolavoro, come lo è Dies Irae, fino a Ordet. Ma la forza delle immagini è qualcosa che vedo più potentemente in Dreyer che in Bergman, anche se è un autore che ha influenzato tutti fino agli anni 80. Il suo ultimo film che mi ha impressionato è stato Sussurri e grida. Un film estremamente drammatico incentrato su un rapporto di assistenza e di estrema violenza… È un discorso sull’indifferenza, sulla disperazione, ma c’è anche quel tema religioso del male in questo rapporto fra la donna che sta per morire e la cameriera che l’assiste e mente. Più che Ibsen, che in fondo è un personaggio più positivo, si sente l’influenza di Strinberg: la vita come inferno i rapporti familiari, finti, terribili. E più al fondo c’è Kirkegaard.
Bergman ha avuto delle intuizioni poi la sua ricerca sembra essersi indebolita. È accaduto anche ad Antonioni?
Il suo ultimo film, per me, è stato Identificazione di una donna. Non voglio negare gli altri ma in quel film con Tomas Millian lui si è impegnato
totalmente, c’è la personalità, poi dopo larazione dell’esistenza.

Ma il ricorso al teatro non è un espediente in fondo rassicurante, che riconduce le tensioni a uno schema verbale e razionale come in Scene da un matrimonio?
Lì siamo già usciti dalla fase migliore del suo lavoro. Rassicurante però non direi, c’è sempre una disperazione che sta per entrare in casa. Anche nel Posto delle fragole lui capisce della propria aridità, di aver badato sempre e solo ai suoi studi, con ingenerosità verso gli esseri umani. Lui percepisce tutto questo e c’è il famoso sogno in cui viene trascinato dentro la bara e poi in varie visioni. Tutto poi si conclude. È con i tre
ragazzi che partono per le vacanze e che gli fanno una specie di serenata sotto la finestra. Lui, certo, sì è un pochino rasserenato, ma è
sul punto di morire.

Quella celebre sequenza, da spettatrice, mi appare oggi un po’meccanica, senza invenzioni, quasi preistorica
rispetto a una ricerca sulle immagini inconscie come la sua. Lei come la giudica?

Quella non è solo una trasposizione di un sogno ma anche una rappresentazione. Anche se, però, mi viene subito in mente, per contrasto, la dimensione fantastica, onirica, di Bunuel, nel quale ritrovo tematiche che mi sono più congeniali, il rapporto con la donna,
il desiderio. Quello di Bergman è sempre un discorso cristiano sulla morte. Anche se indubbiamente ne Il posto delle fragole con risultati
notevoli. Lì non c’è il sogno tout court ma una trasfigurazione. Usa il sogno proprio per dare una rappresentazione disperata di un destino che lo terrorizza. Bergman fa un uso della parola, molto abbondante e molto espressivo, però se noi lo confrontiamo alla genialità delle immagini
di Dreyer, per esempio, la differenza appare subito evidente.
Che cosa distingue in questo senso la ricerca di Dreyer?
Le sue sono immagini originali. Lavora molto sui primi piani. È stato magnifico il gruppo di attori che lo ha seguito. Dreyer ne ha raccolto i risultati superlativi.
A differenza di Dreyer Bergman è più un regista di parola che di immagine?
Non direi. Anche le parole sono immagini. Ma Giovanna d’arco è un capolavoro, come lo è Dies Irae, fino a Ordet. Ma la forza delle
immagini è qualcosa che vedo più potentemente in Dreyer che in Bergman, anche se è un autore che ha influenzato tutti fino agli anni 80. Il suo ultimo film che mi ha impressionato è stato Sussurri e grida. Un film estremamente drammatico incentrato su un rapporto di assistenza e di estrema violenza…
È un discorso sull’indifferenza, sulla disperazione, ma c’è anche quel tema religioso del male in questo rapporto fra la donna che sta per morire e la cameriera che l’assiste e mente. Più che Ibsen, che in fondo è un personaggio più positivo, si sente l’influenza di Strinberg:la vita come inferno i
rapporti familiari, finti, terribili. E più al fondo c’è Kirkegaard.
Bergman ha avuto delle intuizioni poi la sua ricerca sembra essersi indebolita. È accaduto anche ad Antonioni?
Il suo ultimo film, per me, è stato Identificazione di una donna. Non voglio negare gli altri ma in quel film con
Tomas Millian lui si è impegnato totalmente, c’è la personalità, poi dopo larazione dell’esistenza.
Ma il ricorso al teatro non è un espediente in fondo rassicurante, che riconduce le tensioni a uno schema verbale e razionale come in Scene da un matrimonio?
Lì siamo già usciti dalla fase migliore del suo lavoro. Rassicurante però non direi, c’è sempre una disperazione
che sta per entrare in casa. Anche nel Posto delle fragole lui capisce della propria aridità, di aver badato sempre e solo ai suoi studi, con ingenerosità verso gli esseri umani. Lui percepisce tutto questo e c’è il famoso sogno in cui viene trascinato dentro la bara e

poi in varie visioni. Tutto poi si conclude. È con i tre ragazzi che partono per le vacanze e che gli fanno una specie di serenata sotto la finestra. Lui, certo, sì è un pochino rasserenato, ma è sul punto di morire.
È accaduto anche ad Antonioni?
Il suo ultimo film, per me, è stato Identificazione di una donna. Non voglio negare gli altri ma in quel film con Tomas Millian lui si è impegnato
totalmente, c’è la personalità, poi dopo lamalattia è stato in qualche modo aiutato,sorretto. Per me il suo periodo più fecondo comprende Le amiche, Il grido, La notte, L’eclissi, fino a Blow up. Ma forse il film più misteriosamente geniale resta L’Avventura.
Perché più misteriosamente geniale?
Per quella sua curiosità, interesse profondo, per le donne: per il modo in cui le sa rappresentare. E poi ne L’Avventura sa dire della sparizione, dell’assenza, rappresentandola in modo assolutamente artistico, inconsapevole.
C’è una donna che sparisce e quest’uomo futile, superficiale che si coinvolge con la migliore amica di lei, ma la tradisce, così per nulla. Ma è anche vero che un autore non va preso solo per un film, ma per l’intera sua opera.
Diverso, il suo dal modo di rappresentare le donne di Bergman?
L’interesse di Bergman per le donne, indubbiamente, si pone su una dimensione del trascendente, creduta o non creduta. Antonioni invece

è su un versante laico, di rapporto umano. Vede e anticipa. Non dimentichiamo che il film L’avventura da tutta una certa critica di sinistra non fu immediatamente riconosciuto proprio perché era anticipatore, metteva in discussione i principi che erano del comunismo, cioè andava già in un’altra direzione: quella della ricerca sulla realtà interna del rapporto uomo donna che tutta la sinistra sottovalutava largamente. Personalmente credo di aver capito la sua grandezza con Le amiche e Il grido. Due film che si concludevano con due suicidi… Nel L’avventura c’è qualcosa che diventa più complesso, un’idea più originale.

C’è un filo di esistenzialismo anche in Antonioni e che differenza c’è con quello di Bergman
Anche lì c’è una differenza, pur essendo Antonioni un introverso, un uomo molto discreto era uno che amava la vita, e poi si prendeva grandi rischi. Questo devo dire anche Bergman. Ma per le cose che mi interessano particolarmente, è più Antonioni il regista a cui posso far più riferimento, specie rispetto ad alcuni film, Blow up è un film perfetto altri che mi interessassero di meno. Ma anche in grandi artisti ci sono delle opere, se pensiamo anche ai grandissimi, per esempio Picasso, che ti toccano più di altre. Il deserto rosso è una di
queste? Deserto rosso è un film molto innovatore. i rimproveravano a Antonioni i dialoghi non realistici,si facevano anche battute su certe frasi, perché il cinema italiano era abituato a un certo realismo. Invece Antonioni rischiava perché nei dialoghi voleva concentrare dei contenuti, che andassero oltre il mero realismo. In deserto rosso, il suo primo film a colori, fa come il pittore, cambia la tavolozza. Adesso si fa tutto in elettronica successivamente lui ebbe l’ardire di modificare gli scenari. Era l’epoca in cui gli attori ancora si doppiavano.
La sua grande originalità non stava tanto nella descrizione fenomenologica di una schizofrenica ma nel rappresentare il mondo molto deteriorato, inquinato, incomprensibile, incomunicabile in cui si muove questa donna che ormai ha perso tutti i punti di riferimento. Anche a
causa dell’indifferenza di un marito freddo che poi si coinvolge con un ingegnere e scompare. In questo senso però è un film molto originale,
ma se parliamo di capolavori, preferirei usare questa definizione più per L’Avventura e per Blow up. Poi non dimentichiamo i primi film, Cronaca di un amore, I vinti, La signora senza camelie.

Ma oggi, guardandosi indietro accanto a Bergman e Antonioni chi metterebbe fra i registi che per lei hanno contato?
Mi viene in mente immediatamente anche Bunuel la sua complessità, la sua genialità. È raro percepirlo, capirlo, sentirlo immediatamente,
perché la genialità è qualcosa di talmente nuovo che il comune spettatore ci mette un po’di tempo, magari anche il cineasta. Veramente
se si pensa all’opera di Bunuel è gigantesca e comunque mi è più affine. Ha una sua espressività potente, ma anche una delicatezza e una grazia particolari. Ma anche alcuni Fellini, certamente  vi troviamo Chaplin, Dreyer. Ma ribadisco, anche Bergman e Antonioni in mododiverso. Che poi ciò che io penso, che desidero e che la mia ricerca vada in un’altra direzione, non c’è dubbio.

da left-avvenimenti 31 luglio 2007

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