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Le nuove frontiere della scultura

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su agosto 8, 2008

La Biennale di Carrara e il festival di Sarzana raccontano le ultime evoluzioni di una delle discipline artistiche più longeve di Simona Maggiorelli

Critico militante e autore di libri importanti come Il sistema dell’arte contemporanea e La scultura del Novecento (entrambi editi da Laterza), Francesco Poli è stato chiamato quest’anno a dirigere la Biennale di scultura di Carrara. Rassegna gloriosa, nata nel 1957 e che, fra alti e bassi, ha cercato di tenere un doppio rapporto: quello con i nuovi linguaggi (anche attraverso i giovani dell’Accademia carrarina) e quello con l’antica e dura realtà delle cave di marmo delle Apuane. E se certamente non sono più i tempi in cui Michelangelo sceglieva qui blocchi intonsi da cui, per “arte del levare”, ricavare la forma plastica del suo David repubblicano, per Carrara non sono più nemmeno quelli in cui a “dare immagine” alla Biennale era Gina Lollobrigida invitata a confezionare qui le sue sculture. A far uscire la rassegna dall’impasse contribuisce questa XIII edizione che all’Accademia (con Giulio Paolini), nel parco della Padula (con Louise Bourgeois) e nella chiesa del Suffragio ( con Merz) riflette sulla storia, mentre nelle altre sezioni indaga le evoluzioni aperte al futuro. Già da diversi anni, infatti, non si parla più di scultura come oggetto, che diventa autoreferenziale e decorativo. La scultura contemporanea, per dirla con Poli, ha molti volti e si è fatta anche « corpo vivente», nelle sue derivazioni che da Manzoni e Yves Klein arrivano alla body art. Ma soprattutto si è fatta ambiente, installazione e videoarte. Sfruttando le potenzialità del digitale per andare alla ricerca di una tridimensionalità, che non sia più solo spaziale, ma interiore, mettendo in gioco la fantasia e l’intenzionalità più profonda dell’artista. Delle nuove frontiere della scultura Francesco Poli parlerà il 31 agosto al festival della Mente di Sarzana. Per left anticipa alcuni spunti.
Professor Poli come è cambiato il lavoro dello scultore?
È cambiato moltissimo, perché per scultura nella critica oggi si intendono diversi tipi di opera tridimensionale in varie forme e materiali. Anche se il materiale tradizionale è ancora molto importante. Nella sezione della Biennale intitolata “La forza attuale del marmo” se ne raccontano gli usi più innovativi con Anselmo, Penone e altri dell’Arte povera. Accanto a nuovi nomi.
Fra loro anche un artista in voga come l’inglese Marc Quinn.
Sono esposte due sue statue. Rappresentano una donna handicappata incinta e poi con la sua bambina.
Fecero molto discutere qualche anno fa.
L’idea era dare dignità di bellezza a un corpo a cui mancano in parte gli arti. Similmente ai frammenti di una scultura antica, che ci appare bella. Evocando la scultura antica si valorizza la figura. È una operazione concettuale realizzata con tecniche antiche per scolpire il marmo.
Su un piano diverso, Tony Cragg ha cercato di dare movimento “interno” alle sue sinuose sculture.
La scultura come forma, quella che si fa partire dal secondo Rodin, è ancora oggi la più praticata con elaborazioni diverse. Un altro esempio è Anthony Gomerly. Per Carrara ha fatto delle vere e proprie statue e delle forme sintetiche di uomini fusi in ferro. Il loro senso non è tanto nella figura, ieratica, un po’ rigida, ma nella relazione con lo spazio. Colpisce il modo in cui Gomerly colloca le statue in ambienti naturali o urbani.
Quanto ha contato l’innovazione di Fontana, nel rapporto con lo spazio?
Fontana è un personaggio di straordinaria importanza. Tra i primi a fare degli ambienti, a teorizzarli come opera d’arte, non come ambiente decorato. Nel ’49 il suo ambiente spaziale fu un inedito: uno spazio con forme plastiche sospese, nel buio, percorso da luce ultravioletta. Crea una dimensione artistica autonoma rispetto all’esterno.
Oggi si fanno opere site specific in esterni. Ma spesso non c’è relazione con l’ambiente, ridotto a scenografia.
La scultura come installazione riesce se un contesto spaziale dà senso all’opera e viceversa. La magia sta nella relazione fra le due cose. Quando scatta, l’opera affascina, perché non è un fatto decorativo e di suggestione, ma qualcosa che tocca sensi profondi.
Collocare l’igloo di Merz nella chiesetta sconsacrata ha questo significato?
Nasce da una bella installazione che Merz fece a Milano: un igloo dentro l’abside. La chiesa vuota. Un raggio laser e del fumo continuo. Per ragioni tecniche non si poteva rifare. In questa architettura barocca, il lavoro di Merz crea una tensione particolare attivando l’attenzione su questo spazio che apparirebbe come una chiesa qualunque.
Nel suo libro parla di Picasso come capofila della scultura di costruzione. Rivoluzionario anche questo ambito?
La scultura come costruzione è stata una sua invenzione assoluta. Tra il 1912 e il ’13 combinando pezzi di materiali come legno o latta. Questo tipo di scultura avrà uno sviluppo enorme, ma in chiave strutturale e razionale, con il filone neocostruttivista e minimalista, come assemblaggio libero, con i neo dadaisti, fino a oggi.
Aveva anche fatto sculture in legno all’epoca delle Demoiselles d’Avignon.
Sì, nella fase di ricerca primitivista. Picasso ha fatto… tutto. Sia la scultura modellata nella creta, che fusa in bronzo, sia sculture come costruzione, nate come elaborazione di modelli tridimensionali di opere cubiste. Anche Braque le aveva fatte, ma senza capirne il senso. Picasso, invece, capì che dovevano essere opere autonome, tant’è che le pubblicò nel ‘13 sulla rivista di Apollinaire. Ha lavorato sulla scultura a cicli. A fine anni 20 poi ha elaborato una concezione della scultura come costruzione in termini strutturali col ferro saldato.
Che influenza ha avuto negli anni a venire?
Picasso è stato il più grande dei pittori moderni e contemporanei, lavorando sempre in termini di composizione. Ha usato le tecniche più svariate anche inventate da lui, sempre cercando di fare delle composizioni. Per lui il tema non è mai stato il fatto principale. Sì c’erano le persone, poi le figure, meno i paesaggi. Ma sempre un po’ a pretesto. Ad avere grande influenza sul ’900 è stato soprattutto Boccioni con il manifesto della scultura del 1912. Anche se lui forse non ha potuto esprimere tutto ciò che poteva.
Alcuni artisti, oggi, con le installazioni riescono a esprimere una tridimensionalità che evoca uno “spazio” e un movimento interiore. Ma il main streem della scultura oggi è fermo a una spazialità reificata. Che ne pensa?
C’è stata tutta una fase di rilancio di espressività diretta dei materiali, negli anni 60 e 70, in chiave poverista, processuale, minimalista. Continua in chiave di spettacolarizzazione oggi. Si cerca una trasformazione della realtà attraverso i materiali stessi di ricostruzione di realtà.Invece i più bravi artisti video, fra quali citerei Bill Viola e un anticipatore come Bruce Neuman creano degli ambienti che evocano un’interiorità. Ancor più chi fa videoinstallazioni. C’è un movimento nelle immagini, che non è solo quello materiale.
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Non chiamatele morti bianche

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su agosto 8, 2008

Un appassionato viaggio di denuncia nell’Italia degli omicidi sul lavoro. Fra racconto e inchiesta. È Lavorare uccide dello scrittore e musicista Marco Rovelli di Simona Maggiorelli

«Ciao Marco, come stai? hai visto, è morto un rumeno, sotto un trattore. Era un mio amico». Comincia così un capitolo di Lavorare uccide di Marco Rovelli (Bur, Premio Pozzale-Luigi Russo). Una telefonata di agghiacciante normalità. I morti sul lavoro in Italia sono circa quattro al giorno, in buona parte immigrati che lavorano a nero, senza garanzie (gli immigrati, secondo l’Inail, si infortunano il 50 per cento più degli altri lavoratori). A loro i media dedicano, in genere, non più di un piccolo spazio nelle edizioni locali. Uno stillicidio quotidiano, di cui però si fatica ad avere un quadro d’insieme, nonostante in Europa l’Italia sia prima in classifica per numero di morti sul lavoro. «La frammentazione del processo produttivo, la catena degli appalti, la ricattabilità e la precarietà dei lavoratori, la competizione selvaggia scaricata sul costo del lavoro e sulla sicurezza» sono, come scrive Rovelli in questo suo intenso viaggio inchiesta attraverso l’Italia, fra le cause principali. Ma nessuno chiama queste morti con il loro nome: omicidi. Nel lessico quotidiano è invalsa la dizione “morti bianche”. Parole che sembrano evocare una fatalità e le responsabilità si fanno, d’un tratto, evanescenti, imponderabili.

«Dalle mie parti apuane – scrive Rovelli – le morti bianche per eccellenza sono le morti in cava. Nelle cave di marmo. Anche qui un’eccedenza di bianco. Ho sempre avuto un’immagine statica delle morti bianche. Me le raffiguravo come qualcosa di assolutamente naturale come il marmo stesso». Ma a una cosa “naturale” non ci si oppone, porta con sé rassegnazione. Perfino nella resistente Carrara. «Ma basta uno sguardo più attento… e ci si accorge che queste morti sono frutto di precise scelte, che hanno nomi e cognomi». Fondendo storie, racconti di vita, ricerca sul campo e analisi dei dati, lo scrittore e musicista Rovelli ritesse le trame di un’Italia fatta di sfruttamento. Va in Veneto (dove ci sono più di 9 morti al mese) a incontrare la madre di Jasmine, una ragazza di 21 anni che lavorava come interinale di notte ed è morta sotto una pressa; rintraccia le comunità di nomadi impiegati a scavare a ciclo continuo la galleria della Tav Firenze-Bologna. Uno di loro, Pietro, ha già scavato il Frejus, la Val di Susa, la galleria di Rivoli. Va tra gli “atipici”, fra i portuali, fra gli edili, cercando di non perdersi nel labirinto dei subappalti e dei rimpalli di responsabilità. Va a Salerno per le due bambine morte bruciate mentre facevano materassi e s’imbatte nella piaga del lavoro minorile. Per l’Istat sono 150mila i minori tra gli 11 e i 13 anni che lavorano in Italia. Nel 70 per cento dei casi lo fanno per “aiutare i genitori”. E intanto, incontro dopo incontro, Rovelli scava sotto il senso di quelle parole che, mai neutre, usate per inerzia, per meccanismi abitudinari, contribuiscono a determinare la realtà. «Le responsabilità delle morti sul lavoro sono lavate via con uno straccio di parola, un aggettivo che purifica e cancella ogni macchia…».

L’avventura di questo suo libro-inchiesta, ci racconta Rovelli al telefono, è cominciata leggendo i libri di Agamben, «mi ha fatto capire che c’erano dei luoghi, delle storie dei margini nascosti che dovevano essere raccontati». I primi importanti riscontri cominciarono due anni fa con L’Italia dei lager (Bur) che “fotografava” la violenza dei Cpt. Poi il successo di Lavorare uccide. Ora, tra l’insegnamento di storia e filosofia e un nuovo progetto musicale, la voglia di riprendere il filo della ricerca sul campo. Il prossimo libro di Rovelli uscirà l’anno prossimo per Feltrinelli. È il racconto di storie di lavoro clandestino, ma in chiave più narrativa. «Andando in giro per l’Italia a presentare i libri, incontri persone e ti rendi sempre più conto di come certe storie siano frequenti». Incontri coinvolgenti che spingono a mettersi in gioco. «Fuori da ogni retorica – dice Rovelli – penso di aver avuto un grande privilegio nell’incontrare questi testimoni, persone in carne e ossa con alcune delle quali poi sono rimasto in rapporto. Persone che altrimenti non avrei mai conosciuto che hanno attraversato mondi per me lontani. Si crea un’empatia in alcuni momenti che non può che trasfondersi nella scrittura». Anche se scrivere Lavorare uccide ha comportato andare incontro a una realtà se possibile ancora più dura di quella conosciuta nei Cpt.«Un conto è incontrare chi ha perso un figlio ucciso senza motivo, un conto – chiosa Rovelli – è incontrare un ragazzo migrante che ti racconta che è stato naufrago nel Mediterraneo, che ha attraversato il deserto e che l’ha scampata. Ha una carica vitale fortissima». Ma poi precisa: «Non ho mai inteso fare un libro “dolorifico”, in ogni caso. Mi interessava riflettere sul dolore, cercare uno sguardo sulle cose, capire perché». La “scoperta” più dolorosa? «La perdita di legami nella classe lavoratrice. Uno come me che, in fondo, è un lavoratore di concetto, si aspetta di trovare una classe, «una classe per sé» come direbbe Marx. Invece ti trovi di fronte a situazioni in cui sono in molti a voltarsi dall’altra parte». E raccontare diventa allora lavoro politico, «come faccio da sempre» nota Rovelli. Come accadeva anche nel fare musica con Les Anarchistes. Dopo aver lasciato la band, lo scrittore è già al lavoro con una nuova formazione, la Marco Rovelli LibertAria. Ad agosto se ne sono avuti già alcuni assaggi: sul palco un trio rock con un fisarmonicista, una violinista classica, la chitarra e la voce di Rovelli stesso. Alcuni testi delle canzoni sono stati scritti con Wu Ming e Erri De Luca. «I testi partono dalla prima persona plurale. Già questo – dice Rovelli – oggi, mi pare piuttosto inconsueto».
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Quel silenzio di Marcinkus

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su agosto 8, 2008

Il deputato Maurizio Turco: La Chiesa cattolica costa all’Italia un miliardo di euro l’anno. Un prezzo insostenibile. Dopo La Questua scoppia lo scandalo “carità” di Simona Maggiorelli

Anche solo a dare un rapido sguardo alle uscite degli ultimi mesi, colpisce il numero di libri che indagano sulla Chiesa e sulle religioni. Si va dalle inchieste sul sistema di spionaggio del Vaticano a saggi su crimini come la pedofilia, fino a testi che, alla luce della scienza, fanno saltare i precetti del credo. Sul piano della truffa che via otto per mille e con molti altri mezzi la Chiesa cattolica commette ai danni dello Stato italiano, il libro più ficcante e esaustivo è certamente La Questua (Feltrinelli) che Curzio Maltese ha scritto con la collaborazione del parlamentare radicale Maurizio Turco, eletto nelle liste del Pd, il quale da anni con Anticlericale.net svolge un lavoro di indagine capillare su questi temi.
Onorevole, oggi quali capitoli aggiungerebbe a La Questua?
Rispetto all’Italia abbiamo detto più o meno tutto. Tutto quello che sappiamo e che si può sapere. Perché ai magistrati è impedito di andare oltre. Anche di fronte ad affermazioni del più credibile dei pentiti che, in un’aula di tribunale, ha detto che i soldi della mafia venivano riciclati attraverso lo Ior, il povero magistrato ha potuto fare solo una cosa: ignorare questa dichiarazione. Questo è un muro oggi invalicabile.
Che reazioni ci sono state al libro dai media vicini alla Chiesa?
L’Avvenire e il Giornale ne hanno criticato l’impostazione. L’Avvenire addirittura capitolo per capitolo. Tranne uno, quello sullo Ior, l’ha ignorato completamente. A conferma che quella è la frontiera che dobbiamo varcare.
Con quali strumenti?
Non con questo Parlamento che non consentirà nulla in termini di rispetto della laicità e della giusta separazione tra la sfera pubblica e privata. Quindi fra sfera politica e sfera religiosa. E non passando dalla magistratura perché la Corte di cassazione, avendo respinto il referendum radicale sul Concordato, ha avallato il fatto che questo fosse un trattato internazionale che andava sottratto ai cittadini e al Parlamento. Il concordato, cioè, può essere rivisto solo di comune accordo. A differenza di tutti gli altri trattati internazionali tra due Stati “normali”, dove uno dei due può denunciare l’altro per mancato rispetto, tutti i concordati della Chiesa, con qualsiasi Stato, prevedono una clausola finale che in caso di contrasto dovrà essere superato di comune accordo. Quindi non sarà mai possibile denunciare quel Concordato. A meno che non ci sia una forte iniziativa politica che riesca, attraverso un moto di rivolta popolare, a far emergere come il costo della Chiesa per l’Italia, ovvero un miliardo di euro l’anno, sia del tutto insostenibile. Specie ora.
Il fatto che Calvi abbia rivolto la sua ultima lettera di richiesta di aiuto al papa e non alle autorità italiane conferma sospetti sullo Ior anche se non abbiamo prove, “pezze di appoggio”?
C’è una pezza d’appoggio, riportata nel libro di Maltese. Quando Marcinkus doveva andare a difendersi, il Vaticano chiese di considerare lo Ior come un ente centrale della Chiesa e quindi, ai sensi dell’articolo 11 del trattato, esente da qualsiasi ingerenza. In quel modo Marcinkus non fu nemmeno ascoltato. Ho trovato strano che quando settimane fa si è tornati sul rapimento Orlandi ed è stato tirato in ballo Marcinkus, il Vaticano si sia inalberato dicendo: “Marcinkus è morto e non può parlare”. Quando era vivo, però non ha voluto parlare, ha avuto l’occasione di difendere il buon nome, l’immagine dello Ior. E’ chiaro: è il loro buco nero ma anche il loro punto di forza. Sarebbe interessante vedere chi sono gli italiani che hanno un conto allo Ior. Che dà interessi del 12 per cento. Lo abbiamo appurato trovando su internet il bilancio dell’associazione cattolica dei medici giapponesi. Un dato mai smentito dallo Ior.
Adesso qual è il suo fronte di inchiesta?
Quello della carità. Voglio vedere chi la paga e quanto costa. C’è un programma europeo che si occupa della redistribuzione dei prodotti alimentari, vorrei capire se vanno ai poveri o rientrano nel loro circuito degli alberghetti, delle scuole, degli asili.
La cosa più pericolosa per la Chiesa cattolica?
L’aver legittimato, dopo l’Opus dei, Comunione e liberazione. Adesso sta facendo una guerra feroce per il controllo delle parrocchie. Cl potrebbe essere la prima impresa del Paese. Non ce ne rendiamo conto perché è composta da un sistema di tante microcooperative e quant’altro che poi fanno sempre riferimento alla casa madre. Quando un giorno Cl diventerà oggetto di indagine capiremo cosa è accaduto in questi anni nel nostro Paese. È un’organizzazione abbastanza trasversale, la Compagnia delle opere ha riferimenti politici sia a destra che a sinistra.
Ne La Questua non si parla di pedofilia ma su questo tema lei ha lavorato molto
Sì, a partire dal Crimen sollicitationis, con cui si è costruito un sistema di omertà. Sebbene se ne parli solo in piccole notizie di agenzia, i casi sono molti. A Napoli poche settimane fa c’è stato un risarcimento di 40mila euro a un bimbo violentato. È stata la prima volta che un giudice ha accettato il documento del Crimen. In sede penale il prete era stato riconosciuto semi-infermo. L’infermità durava il tempo della violenza, poi lui ridiventava normale! In sede civile però è stato condannato ed è molto importante.
Questo potrà creare un utile precedente?
Dipende dai giudici dei gradi successivi. Ma intanto questi casi cominciano a circolare sui media locali. Sono sempre di più, prima o poi qualcuno dovrà agire seriamente. Ovviamente la responsabilità penale della violenza è personale. Ma la mia tesi è ancora oggi quella che, dietro la responsabilità individuale, ci sia un sistema organizzato che ha sottratto alla conoscenza del pubblico e della giustizia questi casi. A Como, un paio di mesi fa, il vescovo è stato implicato perché aveva avvisato il sacerdote che stavano indagando su di lui. Il problema è il Crimen sollicitationis che la Chiesa non ha mai ritrattato. Per gli altri i peccati diventano reati. Per loro i reati diventano peccati.

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Quadriennale déjà vu

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su agosto 1, 2008

Prometteva un mosaico vivo e vitale delle ultime generazioni di artisti, ma la kermesse romana si arena fra stanchi calchi dei maestri del Novecento
di Simona Maggiorelli

Dopo edizioni non proprio esaltanti, la Quadriennale d’arte di Roma (al Palaexpo fino al 15 settembre) quest’anno prometteva di essere «un’occasione importante per riflettere sulle diverse personalità che formano il mosaico articolato dell’arte delle ultime generazioni in Italia». Un mosaico dalla «vitalità forte e diffusa» e «ingiustamente ignorato dalle grandi manifestazioni internazionali». Così nelle parole di Lorenzo Canova, uno dei cinque curatori di questa Quadriennale 2008, insieme a direttori di museo di lunga esperienza come Bruno Corà e Claudio Spadoni e alle più giovani curatrici Chiara Bertola e Daniela Lancioni. A far da bussola nella scelta dei nomi, la ricerca di linguaggi non omologati nell’orizzonte di una serrata globalizzazione. Ma anche il tentativo di raccogliere in una partitura strutturata le opere selezionate, analizzandone le ascendenze e le eventuali assonanze. Propositi più che meritori ricordando il guazzabuglio degli anni passati. Ma proprio il fatto di averli messi nero su bianco nel catalogo (Marsilio) e nei vari annunci crea una precisa aspettativa, rendendo ancora più deludente la visita alla mostra. Quella che si para davanti agli occhi dello spettatore, di fatto, è una lunga teoria di opere “in minore” di nomi affermati – da Beecroft a Pivi, da Arienti a Toderi – insieme a pitture, sculture e installazioni di artisti meno noti ma che , purtroppo, raramente brillano per originalità e inventiva. A dominare insomma è un triste effetto déjà vu. Con stanche riproposizioni dei modi dell’Arte povera nelle installazioni al neon di Liliana Moro e nella composizione di materassi e reti di Simona Frillici. Rielabora figure di modelle prese dalle riviste di moda Adriano Nardi e ripropone un cliché di arido minimalismo Giovanni Termini con sculture di tubi innocenti. E se Sopracase si richiama in maniera creativa alla scuola di New York, Debora Hirsh ricalca l’effetto dripping di Pollock, mentre Di Marco e Bazan si attardano addirittura sull’iperealismo alla Hopper. Così, solo dopo aver attraversato lo la sala del calligrafismo astratto ed esornativo di Di Silvestre e di Di Fabio (nonché delle saponette incise con trame ossessive della Di Maggio) che si riesce a trovare un respiro, se non altro, di passione civile, nell’opera di videoarte di Adrian Paci dedicata alle speranze deluse dei migranti e negli asciutti ritratti di Gea Casolaro: uomini fotografati di spalle, sulla loro schiena i nomi di lavoratori morti nei cantieri.
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La legge 40 di nuovo a giudizio

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su agosto 1, 2008

Un’ordinanza del giudice civile Isabella Mariani solleva nuovi dubbi di costituzionalità. Ora la parola torna alla Consulta Intanto Scienza e vita vorrebbe imporre alla donna il curator ventris di Simona Maggiorelli

La legge 40 torna a essere sottoposta al giudizio della Corte costituzionale grazie all’ordinanza emessa dal giudice civile di Firenze, Isabella Mariani. Un’ordinanza lunga 35 pagine e che solleva molti e consistenti dubbi di costituzionalità sulla legge 40 a partire da un punto nodale: l’equiparazione che la legge sulla fecondazione assistita stabilisce fra diritti di un astratto concepito e quelli della madre. Equiparazione che cozza in particolare con una importante sentenza del ’75 che stabiliva una gerarchia fra i diritti di chi è persona e quelli di chi persona lo diventerà solo alla nascita, come riconosce il Codice civile. E questa volta in molti, non solo le associazioni dei malati, ma anche medici, operatori, ricercatori sperano che sia davvero la volta buona. Molti i punti che il giudice toscano ha messo in discussione. Riguardano, oltreché il divieto di diagnosi preimpianto (che le linee guida varate dall’ex ministro della Salute, Livia Turco, non hanno pienamente revocato), il numero fisso di embrioni che per legge si possono produrre in vitro (al massimo tre) e l’obbligo di trasferirli tutti in utero, senza che la donna possa revocare il consenso, ma anche il divieto di crioconservazione degli embrioni. Punti talmente qualificanti che se la Consulta desse ragione alle istanze sollevate dal giudice fiorentino, la legge 40 sarebbe ripulita dalla gran parte dei suoi più odiosi e assurdi divieti, restituendo così ai medici la possibilità di scegliere di caso in caso la terapia adeguata. Ma veniamo ai punti salienti di questa storia. La coppia protagonista di questa vicenda è la stessa che, nel dicembre scorso, ricorrendo al tribunale, era riuscita a vedersi riconoscere il diritto alla diagnosi genetica preimpianto in quanto portatrice di una grave malattia genetica ad alta possibilità di trasmissione ai figli. Già allora il giudice Mariani disse che dopo quel risultato necessario nell’immediato alla coppia, si sarebbe riservata di andare più a fondo. E coraggiosamente lo ha fatto. «Ma grande è stata la sorpresa – racconta l’avvocato difensore della coppia, Gianni Baldini – quando all’udienza si è presentato un esponente di Scienza e vita» con la pretesa di costituirsi parte civile e di essere nominato curatore speciale degli embrioni. «Niente meno che il curator ventris di buona memoria del diritto romano – sottolinea Baldini -. Voleva che il giudice togliesse ai genitori la patria potestà sugli embrioni per assumerla lui come curatore speciale evidenziando il conflitto di interesse fra la madre e gli embrioni. Una cosa che non era mai accaduta prima, che ci ha lasciato tutti basiti». Il curator ventris non a caso era quella figura istituzionale nel diritto romano che interveniva quando una donna incinta era senza pater familias e senza marito, perché vedova o altro. «Per il codice dei latini la donna non era cittadina, ma praticamente una schiava e si pensava che il suo ventre necessitasse di un tutore perché non avrebbe certamente saputo gestirlo da sola», chiosa Baldini, docente di Biodiritto all’università di Firenze. Di colpo un salto indietro di più di duemila anni. Che il giudice, per fortuna, ha prontamente respinto, snocciolando ai rappresentanti di Scienza e vita tutte le ragioni strettamente giuridiche per cui non potevano in alcun modo farsi portatori di interessi specifici, né essere legittimati a estromettere i genitori dalla disponibilità sul materiale genetico che essi avevano prodotto, insomma che non potevano in nessun modo essere nominati parte civile. «Che il giudice chiamato a rispondere a Scienza e vita avesse la competenza e la sensibilità della Mariani è stato importante, temo le cose sarebbero andate diversamente se ci fosse stato qualcun altro» si lascia scappare l’avvocato che da tempo segue le cause che riguardano la legge 40 difendendo i diritti negati delle coppie sterili o portatrici di malattie genetiche che si rivolgono all’associazione Madre provetta. E se per la risposta della Corte costituzionale bisognerà aspettare con ogni probabilità fino a inizio 2009, nelle prossime settimane altri casi di coppie che sono ricorse al tribunale arriveranno a giudizio.

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Passione reporter

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 4, 2008

Incontri, recensioni, racconti. In un libro, i reportage di un’inviata molto speciale nel mondo della pittura di Simona Maggiorelli

L’arte per meritare questo nome deve avere funzioni non solamente estetiche: deve toccare qualcosa in noi che va oltre il puro piacere della contemplazione, deve rappresentare e contenere un’idea. Non è sufficiente la bellezza di per sé, che è pur cosa divina, accidenti!». Così Meret Oppenheim, anni fa, raccontava a Lea Vergine la sua poetica. A Parigi, davanti a una tazza di tè e alle fotografie degli anni Trenta che la ritraggono, bellissima, negli scatti di Man Ray. Lei che era stata musa e modella dei surrealisti (diversamente da Kiki di Montparnasse, che si distrusse) riuscì a ribellarsi al ruolo di splendida e muta icona a cui Breton e compagni l’avevano confinata. Con una tazza ricoperta di pelo di gazzella cinese comprata all’Uniprix e con un paio di scarpe col tacco ricoperto di carta stagnola e servite su un vassoio, Meret dette una svolta alla propria carriera, dichiarando la volontà di sperimentare e di misurarsi con il “fare arte” in prima persona. Nel libro Parole sull’arte (Il saggiatore), ora la storica dell’arte Lea Vergine ripercorre la strada della Oppenheim insieme a quelle, diverse ma sempre impervie, di tante altre protagoniste dell’arte del Novecento, arrivando fino ai nostri giorni. Da un’altra scampata dal surrealismo come Lee Miller alla tormentata Louise Bourgeois, dalla body art secondo Gina Pane alla fantasia selvatica di Carol Rama, passando per le installazioni contro la guerra della libanese Mona Hatoum, e molto altro ancora. Sempre mescolando con naturalezza (che nasconde somma sprezzatura) racconti di vita e intelligente lettura delle opere. Con quella passione viva per le persone, per gli incontri, che spinse Lea Vergine a Parigi, a vagare senza un indirizzo preciso, alla ricerca di Dora Maar. Ma anche con grande intuito nel cogliere e raccontare il pensiero che ogni immagine d’arte più profondamente esprime. Proprio con questo doppio registro negli anni Ottanta e Novanta Lea Vergine ci ha regalato indimenticabili ritratti dell’“l’altra metà dell’avanguardia”. Avendo il coraggio, anche quando la body art veniva celebrata come ultima frontiera dell’avanguardia, di andare a vedere cosa ci fosse dietro le ferite che si apriva sulle braccia Gina Pane, dietro a quella stella di sangue che Marina Abramovic si era tracciata sulla pancia con una lametta. Cercando di capire quella estetica del dolore e quell’ossessione verso il corpo, nella sua materialità, che portava Orlan a sottoporsi in diretta a continue operazioni di chirurgia estetica, che riducevano il suo volto a una maschera tragica e inespressiva. «Autodistruttività», «collasso della fantasia», «ripiegamento su un’estetica del dolore», «necrofilia». Lea Vergine ha saputo guardare fino in fondo la morte dell’arte. In una modernità di immagini piatte, figlie della cronaca e della pop art, continuando con passione e ostinazione a cercare zone d’ombra (per dirlo con il titolo di una sua recente mostra), nuovi sfumati leonardiani che facessero intuire un movimento di immagini, una vera ricerca. In questa raccolta di saggi, nutrita dal recupero di pezzi sparsi, ma tenuti insieme dal filo di questa infaticabile ricerca, si ritrovano molte delle perle scoperte da Lea Vergine tanti anni fa. A cominciare dai nomadi igloo di Merz, dalle sculture di nudo legno di Penone, dalle sculture sensibili di Luciano Fabro. Artisti amatissimi dell’arte povera ai quali Lea Vergine in libri come Arte in gioco e Arte in trincea ha dedicato le sue pagine più intense. Qui ritornano raccontati in una gamma vivida di colori, fatta di racconti all’impronta, solo all’apparenza occasionali.
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L’ultima ribellione di Friedrich

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 27, 2008

Adelphi pubblica le lettere da Torino di Nietzsche. Scritte dal pensatore tedesco poco prima di sprofondare nella follia
di Simona Maggiorelli

«Caro signor professore, in fin dei conti sarei stato molto più volentieri professore a Basilea piuttosto che Dio; ma non ho osato spingere il mio egoismo privato al punto di tralasciare per colpa sua la creazione del mondo. Vede, comunque e dovunque si viva, è necessario fare dei sacrifici».

Così scriveva Friedrich Nietzsche a Jacob Burckhardt il 6 gennaio del 1889. Era la sua ultima lettera da Torino e rivela tutto il dramma della malattia mentale in cui Nietzsche era sprofondato. Di lì a poco il sollecito e religiosissimo amico Franz Overbeck, destinatario insieme a Burckhardt di alcuni “biglietti della follia” di Nietzsche, sarebbe venuto in Italia a prenderlo per riportarlo in Germania. Il filosofo tedesco non avrebbe scritto più niente. Ma questa serie di lettere (che ora Adelphi, nell’ambito dell’edizione integrale delle opere di Nietzsche, ha tradotto e pubblicato) non sono solo il documento finale di una drammatica uscita di scena. Appaiono anche come una straordinaria testimonianza letteraria e di vita. Sprazzi di grande lucidità e di vitale ribellione si alternano a nomenti in cui Nietzsche veniva preso da un “freddo tremendo”. Non per il rigido clima torinese, ma «per un gelo che proviene da dentro». Come scrive in una lettera nell‘88. Consapevole di avere momenti in cui d’improvviso «la mente si ferma», Nietzsche cerca disperatamente di «farsi intendere», ribellandosi con forza a chi gli attribuisce pensieri che non sente più suoi, perché stravolti. Così all’amica von Meysenbug scrive il 20 ottobre dell’88 :«Dal mio concetto si superuomo lei si è ricavata – cosa che non le perdonerò mai – “una sovrumana impostura”».

Rigettando tanto la lettura germanica eroico-idealista del superuomo, quanto quella biologico darwiniana o antisemita. Proprio raccontando un po’ stupito che Zarathustra è piaciuto agli antisemiti, scrive a Overbeck nel 1887: «Esiste una interpretazione specificamente antisemita che mi ha fatto ridere molto». E ancora in questi giorni torinesi di «lavoro fortissimo» da cui (tra il maggio 1888 e il 2 gennaio 1889) escono Il caso Wagner, Crepuscolo degli idoli, L’Anticristo, Ecce homo. Nietzsche contra Wagner e i Ditirambi di Dioniso, Nietzsche scrive lettere di ogni genere, di carattere privato e pubblico, per rivendicare i punti cardine della sua battaglia contro l’idealismo «che ha svilito ogni realtà concreta» e soprattutto contro l’infetto cristianesimo. Al contempo cercando affannosamente di stabilire rapporti con intellettuali e scrittori che immaginava potessero essergli affini, come Strindberg. Ma interessante, e non solo per il biografo, è anche quel che si intuisce qui, nella ridda di lettere alla madre, degli oppressivi e malati rapporti familiari. A quest’epoca, come ricostruisce il filosofo Giuliano Campioni, curatore di queste Lettere da Torino, i rapporti con la sorella si sono già guastati. «La sorella – scrive Campioni – gli è sempre più estranea e ostile; è a una distanza siderale dalla minima comprensione della filosofia del fratello». Impegnata com’è in Paraguay « a condividere e a realizzare gli ideali del consorte tenendo a bada i tedeschi truffati dalla colonia ariana e antisemita da lui fondata». La rottura sarà esplicita in passi di Ecce homo poi soppressi da Elisabeth e che Mazzino Montinari ebbe il merito di riportare alla luce. Non fatichiamo troppo, a questo punto, a immaginare quella stessa Elisabeth, il 2 novembre del 1933, ad accogliere Hitler nella casa di Nietzsche a Weimar.

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Le rotte dell’arte

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 20, 2008

Su un tratto del muro costruito da Israele in Cisgiordania c’è dipinta una bambina che lo scala sollevata da un grappolo di palloncini. È l’immagine che forse meglio simboleggia il compito che si sono dati oggi molti artisti che vivono in questi territori dilaniati da conflitti e occupazioni. Dalla striscia di Gaza, al Libano, arrivando fino ai Balcani. I curatori del progetto Le porte del Mediterraneo (Skira) si sono messi sulle tracce di quegli artisti che, con immagini nuove e creazioni originali, sanno bucare lo schermo piatto dell’informazione e mandare in frantumi le stereotipie. Ne hanno raccolto le testimonianze e le opere, in un volume leggibile come un viaggio sulle rotte dell’arte contemporanea, con molti punti di partenza e altrettanti approdi sulle diverse sponde del Mediterraneo. Dalla Gerusalemme di Tarin Gartner, che ce ne offre un’inedita prospettiva nel suo Diario di sentimenti ai territori dei Saharawi trasformati in paesaggi di fantasia da Armin Linke. E via di questo passo, alla scoperta di decine di nuovi talenti. E poi, viaggiando attraverso il tempo, nella seconda parte del libro, testimonianze di artisti dell’800 che, in cerca di nuove esperienze, hanno solcato il mare nostrum.
Left 25/08**Simona Maggiorelli

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Digital art, la nuova frontiera

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 13, 2008

Il video di sabbia di Meg Stuart e le ultime creazioni di Platel, Motus, De Keersmaeker. L’avanguardia è di scena a Riccione di Simona Maggiorelli

Qualcuno l’ha definita la musa dello schermo freddo, per dirla con il titolo di un libro pionieristico (e già storico) di Elisa Vaccarino e pubblicato da Costa e Nolan. Da critico di danza, ma attenta alle contaminazioni fra linguaggi diversi, a metà degli anni Novanta, Vaccarino tracciava un primo panorama del mondo della videoarte, che già da un decennio in Inghilterra, ma anche in Belgio, in Francia e in Olanda si presentava come il nuovo terreno fertile della sperimentazione. Lo schermo usato come una tela, le possibilità quasi infinite della tavolozza di colori offerta dal digitale, il corpo dei danzatori che diventa quasi linea in movimento. Più del cinema e più dello spettacolo dal vivo il video ha liberato la danza dall’accademia. Ne sono nate opere dalla durata variabile, originalissime, che squadernano una straordinaria fusione di linguaggi diversi. Dietro alla ricerca di Vaccarino c’era il lavoro di un festival, il Riccione TTV che, per primo in Italia, ha fatto conoscere le nuove frontiere artistiche aperte dalla videodanza e dalla videoarte. Sotto la direzione e la guida di Fabio Bruschi (affiancato ora da Andrea Nanni per il teatro) il festival giunge, dal 12 al 15 giugno, alla sua 19esima edizione. Con un programma ricchissimo che presenta i nuovi lavori di artisti oggi maestri di videodanza. A cominciare da una coreografa e danzatrice come Anne Teresa De Keersmaeker, che nelle sue performance dal vivo crea all’impronta in un rapporto vivo, sensibilissimo, con il pubblico. Emozione che riverberano potenti anche le sue opere di videoarte. Nonostante il mezzo “freddo” del video. A riprova, una volta di più, che non è il mezzo a determinare l’opera, ma la profondità e l’originalità della fantasia dell’artista. Accanto alle più recenti creazioni della danzatrice fiamminga il festival presenta quest’anno anche il dance film di uno dei più importanti coreografi francesi, Alain Platel . E ancora fra i videoartisti più interessanti del momento finestre aperte sul lavoro di Thierry Knauff, Kris Verdonk e The Dead Texan. E ancora, le immagini proiettate su un tavolo colmo di sabbia di Meg Stuart e, per citare uno dei gruppi italiani amati dal pubblico giovane, la nuova opera rock di Motus.
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Dietro il boom delle neuroscienze

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 13, 2008

“Il problema mente-cervello”. Se ne discute il 20 giugno al Cnr in un confronto fra scienziati e filosofi. Ad aprire la giornata di studi sarà il Nobel Rita Levi Montalcini di Simona Maggiorelli

Grazie al premio Nobel Rita Levi Montalcini e al lavoro di alcuni scienziati come Piergiorgio Strata, direttore del Levi Montalcini Center for Brain Repair, vanno crescendo in Italia spazi e attenzione per le neuroscienze. Nelle università, negli istituti di ricerca, ma anche sui giornali: dal “fantascientifico”inserto Tuttoscienze de La Stampa, all’Espresso, a Repubblica, arrivando perfino a Internazionale che sistematicamente traduce e divulga i contributi dedicati a questa materia pubblicati dalle riviste di Oltreoceano. Ma sempre più alta è anche l’attenzione delle case editrici. Non solo quelle specializzate. Basta dire che il catalogo di Raffaello Cortina, storicamente incentrato sulla psicoanalisi, da qualche tempo ha trovato consistente espansione con le neuroscienze. Che dagli anni Novanta abitano anche la prestigiosa collana scientifica di Adelphi. Qui, per esempio, sono stati pubblicati i libri di Antonio Damasio, studioso di origini portoghesi che vive negli Usa, dove si è occupato di studi sulla coscienza, a partire da Cartesio. Ricerca sulla mente umana, la sua, tutta iscritta nell’ambito della razionalità, senza mai affrontare il non cosciente, come si evince da un suo libro dal titolo emblematico: In cerca di Spinoza. Dimostrando di ignorare così le conquiste della moderna psichiatria ma anche quanto vanno ripetendo scienziati come Boncinelli che, ancora lunedì scorso su Repubblica diceva con una battuta « l’uomo è un animale razionale non più di mezz’ora al giorno».
Intanto, comunque sia, sulle neuroscienze fioccano i convegni: il più recente, targato università Cattolica del Sacro Cuore, ha squadernato una “curiosa” compresenza di sacerdoti e scienziati provenienti dagli ambiti più diversi. Per rispondere alla domanda “Neuroscienze. Che cosa ci aspettiamo dalla ricerca?” in Campidoglio, pochi giorni fa, si sono incontrati (fra gli altri) Angelo Vescovi, Enrico Garaci, Ignazio Marino e Monsignor Vincenzo Paglia. Un appuntamento meno ecumenico, invece, si svolgerà il 20 giugno, nella sede del Cnr a Roma. Una giornata di studi, dal titolo“Il problema mente-cervello, filosofia e neuroscienze a confronto” a cui parteciperà la stessa Montalcini, con Lamberto Maffei, direttore dell’istituto di neuroscienze del Cnr, Pietro Calissano, vice presidente dell’Istituto europeo di ricerca sul cervello e molti altri. A presiedere il convegno sarà Luca Marini presidente del centro studi Ecsel e vice presidente del Comitato nazionale di bioetica (reintegrato al suo posto dal Tar dopo il tentativo di Casavola di mettere a tacere il dissenso interno al Cnb a colpi di dimissioni). A Marini e a Andrea Lavazza, studioso di scienze cognitive e autore de L’uomo a due dimensioni. Il dualismo mente-corpo oggi (Bruno Mondadori) abbiamo rivolto delle domande.
Qual è il portato e il valore delle neuroscienze oggi?
Marini: Le neuroscienze ci stanno dicendo molto di come funziona il nostro cervello e di come tante nostre capacità siano legate all’architettura e al funzionamento del sistema nervoso. Oggi non solo abbiamo penetrato alcuni misteri della mente, ma possiamo anche intervenire per modificarla. Siamo in grado di collegare funzioni specifiche con aree cerebrali, di dare conto scientificamente di percezione, memoria, attenzione e così via. Tanto che si aprono scenari futuribili, come quelli della “lettura della pensiero”, che richiedono quella che è stata chiamata neuroetica e strumenti di biodiritto.
Come Rita Levi Montalcini ci ha insegnato le neuroscienze sono state protagoniste di una svolta antropologica: hanno sconfessato il determinismo genetico sottolineando l’importanza del fattore ambientale. Si può dire che abbiano avuto un “valore politico”, sconfessando quel determinismo genetico che è base dell’idea nazista di razza?
Marini: Le neuroscienze non negano il ruolo fondamentale dei geni. Anche l’attività neuronale è espressione del codice genetico che in ogni cellula dà le sue istruzioni momento per momento. D’altra parte, è la stessa biologia oggi a rifiutare il determinismo genetico, riconoscendo il ruolo dell’interazione dell’organismo con l’ambiente. Le neuroscienze hanno tuttavia una loro autonomia esplicativa, un loro piano di esplorazione e di analisi non coincidente con quello della genetica. Attribuire loro un valore “politico”, però, è fuorviante: il razzismo sociale si basa di solito sulla cattiva scienza, perché quella buona non si presta ad aberrazioni ideologiche.
La filosofia ha preteso di fare una teoria della mente prescindendo dalla scienza. Per questo ha fallito?
Lavazza: Che la filosofia sia alla bancarotta è opinione di qualche scienziato miope, ma non corrisponde alla realtà. In effetti, la filosofia della mente in area anglosassone è più viva che mai, interagisce con le neuroscienze nell’ambito della cosiddetta scienza cognitiva e si segnala per contributi originali. D’altra parte, è vero che una vecchia filosofia “da poltrona”, che rifiuti il confronto con le recenti scoperte, non potrà fare molta strada. La scienza tuttavia senza la filosofia rischia di avere una prospettiva parcellizzata e riduttiva della realtà, trascurandone aspetti fondamentali.
Per le neuroscienze da dove nasce il pensiero umano?
Lavazza: Espressa in questa forma ampia e generale si tratta di una delle domande che, per ammissione della gran parte della comunità intellettuale, ci farà più sudare per arrivare a una risposta, malgrado i grandi progressi della scienza. Oggi sappiamo, in parte, che i sensi ci danno informazioni sulla realtà esterna e su come noi la modifichiamo nel percepirla. Abbiamo scoperto, in parte, come l’evoluzione ha plasmato gli istinti e alcune tendenze del nostro comportamento di base, conosciamo alcuni meccanismi del linguaggio. Ma, ad esempio, la coscienza in senso fenomenologico,(l’effetto che fa vedere un colore o essere una certa persona), resta un mistero sul quale ci sono soltanto ipotesi in competizione.
Damasio e Edelman si sono posti il problema di dare un fondamento biologico all’attività mentale. Ma non si cade così in una forma di riduzionismo?
Lavazza: Il rischio è fortissimo. Molti scienziati però sono convinti che sia così: non esiste altro, a loro parere, che la base materiale del nostro cervello; sarebbero i nostri neuroni tutto ciò che serve a produrre il pensiero. Ma questo riduzionismo non riesce ancora a spiegare, come detto, molte funzioni mentali. Vi sono anche profonde ragioni filosofiche che militano contro il riduzionismo. E non sembra facile confutarle.
Alcuni neuroscienziati come il premio Nobel Kandel sembrano accettare Freud. Ma sul piano neurofisiologico i suoi scritti non hanno nessuna validità scientifica. Senza dimenticare che Freud non riconosceva alcuna cesura fra la vita intrauterina del feto e quella del neonato. Cosa dire di questa aporia?
Lavazza: I neuroscienziati, Kandel compreso (che è stato analista in gioventù), non pensano che Freud avesse ragione, né condividono la teoria psicoanalitica come terapia per la malattia mentale. Qualche raro studioso, come Mark Solms, dice che Freud avesse visto giusto a livello di intuizioni, oggi confermate dalla neurobiologia del sistema nervoso. C’è anche chi ammette che la psicoanalisi possa portare qualche giovamento, ma non perché agisca sulla “psiche”, bensì perché modifica, con le parole, le connessioni neuronali del cervello. In sostanza, oggi c’è un muro di incomprensione che divide gli psicoanalisti classici dai neuroscienziati.
Left 24/08

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