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Tiziano e la forza del colore

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 3, 2013

Tiziano, Danae di Capodimonte

Tiziano, Danae di Capodimonte

La rivoluzione del colore. Di una pittura che – con grande scandalo di Michelangelo e di altri maestri toscoemiliani – modernamente faceva a meno del disegno, dando corpo e tridimensionalità alla rappresentazione con la forza di una tavolozza cangiante, ricca di riflessi di luce e di un tonalismo che, sulla strada aperta da Giorgione, permetteva una inedita fusione fra personaggi e paesaggio. E poi l’orgoglio di una pittura laica, espressiva, carnale ed elegante, che teneva alta la fama della Repubblica di Venezia, fieramente indipendente, nonostante i venti cupi di controriforma che, nella seconda metà del Cinquecento, la Chiesa cattolica alzava non solo nella penisola.

La pittura di Tiziano Vecellio (1490 circa – 1576) seppe farsi interprete di queste istanze in un modo straordinariamente creativo e originale, per un lungo e fertile sessantennio. Una mostra alle Scuderie del Quirinale, dal 5 marzo al 16 giugno (catalogo Silvana editoriale) offre l’occasione di ripercorrerlo attraverso una selezione di quaranta opere di questo forte protagonista della pittura del XVI secolo.

A conclusione di un ciclo di mostre sulla pittura veneta e scandito da capitoli monografici dedicati a Antonello da Messina (che dal 1474 fu in Laguna), a Giovanni Bellini, a Lorenzo Lotto e a Tintoretto, il curatore Giovanni C.F. Villa in dieci sale è riuscito a costruire un percorso dedicato a Tiziano che evoca due storiche retrospettive, quella del 1935 e quella del 1990 in Palazzo Ducale a Venezia. E anche se questa mostra a Roma – ovviamente – non può giovarsi degli affreschi che il pittore realizzò, per esempio, ai Frari e in altri luoghi, ha comunque il merito di esporre importanti opere conservate all’estero come L’allegoria del tempo (1550-1565) della National Gallery in cui Tiziano ricreava un tema caro a Giorgione e poi ritratti conservati a Vienna, a Budapest e a Washington e ancora capolavori come il Supplizio di Marsia (1576) proveniente dal Castello ceco di Kromeriz, opera che testimonia la capacità che Tiziano ebbe, anche nei suoi ultimi anni, di rinnovare radicalmente il proprio linguaggio espressivo.

Tiziano Supplizio di Marsia

Tiziano Supplizio di Marsia

L’episodio mitologico, mutuato da Ovidio, prende vita sulla tela con una pittura rapida e materica che mira all’essenziale. Con una fiammeggiante scelta di toni rosso-bruni Tiziano decise di rappresentare il momento più cruento della vicenda di Marsia punito da un feroce Apollo perché aveva osato sfidarlo nella musica. In un angolo di questa scena dalle tonalità arse e profonde, dipinta in modo impressionistico e drammatico con pennellate spezzate, quasi sommarie, spunta anche un singolare autoritratto di Tiziano, come una sorta di scettico Nicodemo dallo sguardo smagato e pensieroso. Un cammeo e insieme una eretica e coraggiosa sfida da parte di un artista che per tutta la vita aveva rappresentato per immagini gli ideali repubblicani, sempre guardandosi dal diventare pittore di corte, nonostante la vicinanza con letterati come Bembo e l’Aretino, nonostante le profferte papali e gli inviti a trasferirsi a Roma (cosa che Tiziano rifiutò sempre), nonostante l’attenzione di committenti come l’imperatore Carlo V e Filippo II di Spagna.

Uno spirito di indipendenza di cui raccontano le pagine dei cronisti del suo tempo (Giorgio Vasari in primis), ma che si può leggere in filigrana anche nella sua eccezionale produzione ritrattistica. Fu proprio quel suo spiccato senso di estraneità, quel suo essere e sentirsi “altro” rispetto ai potenti della sua epoca a dare originalità al suo sguardo e a consentirgli quella sua speciale e penetrante capacità di cogliere gli aspetti psicologici dei soggetti rappresentati.

Per rendersene conto, visitando la mostra alle Scuderie del Quirinale, basta osservare l’arcigno papa Paolo III che Tiziano dipinse nel 1543, oppure l’espressione di tronfia stolidità che caratterizza il ritratto di Carlo V proveniente dal Prado di Madrid.

Tiziano, Ritratto di Ranuccio Farnese

Tiziano, Ritratto di Ranuccio Farnese

E ancora, sul versante opposto, basta  prestare attenzione  allo sguardo timido, sensibile e quasi impaurito del giovane Ranuccio Farnese, in palese contrasto con la posa e l’abito inamidato in cui lo costringe il suo rango sociale.

Ma grande immediatezza e forza comunicativa hanno anche i tanti ritratti di personaggi liberi e anonimi che Tiziano dipinse in momenti di vita quotidiana come l’elegante Uomo con guanto del Louvre o il pianista de Il concerto. Una libertà espressiva che si fa sensuale carnalità in ritratti femminili come Flora o come la Danae di Capodimonte, in cui Tiziano si divertiva a ritrarre giovani e misteriose  bellezze del suo tempo.

Un omaggio al fascino muliebre era la cifra viva e vibrante dei suoi ritratti femminili ma anche di opere di soggetto sacro, come la sensuale Maddalena penitente di Pitti, un’opera al limite dell’eterodossia.

Ma Tiziano, amico e sodale di umanisti, seppe evitare pericolose condanne da parte della Chiesa, invocando raffinate letture neoplatoniche del Cristianesimo, come nel celebre Amor sacro e amore profano (1515) della Galleria Borghese in cui, come ricostruì Erwin Panofsky (Studi di iconologia, Einaudi), operava un sapiente rovesciamento: rappresentando l’amore profano come una giovane donna sontuosamente vestita e l’amor sacro come una giovane nuda: come nuda, secondo la dottrina, è la verità dell’anima davanti a dio.

( Simona Maggiorelli)

dal settimanale left

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Il Bolero dei segni

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su novembre 30, 2012

 Come in un ipnotico brano di Ravel,  una ridda di segni  nelle tele di Capogrossi s’incontra e si separa  dando vita a sempre nuove forme. Quasi fossero elementi di una immaginaria vita biologica e mappe di un’umanità, fatta di individui, che  continuamente intrecciano rapporti, sempre diversi. Una bella mostra al Guggenheim e un incontro sabato 8 dicembre che racconta i rapporti che Capogrossi ebbe con Pollock e molti altri artisti  dell’avanguardia internazionale

  di Simona Maggiorelli

Superficie210GiuseppeCapogrossi1957Si rimane alquanto disorientati varcando la soglia della mostra Capogrossi. Una retrospettiva, al Guggenheim di Venezia. Specie se, poco prima si è tornati a visitare l’ala del museo   fondato da Peggy Guggenheim dove si accalcano dirompenti Picasso cubisti e giganteschi dripping firmati Pollock.

E poi immaginifiche composizioni astratte di Kandinsky, esperimenti di Balla sulla rappresentazione del movimento ed esempi di dinamismo emozionale alla Boccioni. Dopo un tale tripudio di proposizioni originali e che rompono radicalmente – ciascuna a suo modo – con la pittura d’accademia, d’un tratto, nelle prime due sale della retrospettiva dedicata a Capogrossi ci si trova precipitati in un mondo quasi ottocentesco. Connotato da un figurativo arcaicizzante, metafisico, atemporale.

Intorno a noi sfilano paesaggi, marine, scene di vita borghese, inquadrate in rigide prospettive rinascimentali, declinate in impalpabili tonalità cipria, che rendono diafana e immobile la visione. Come accade nelle tele di Carrà o, più  ancora, in certe nature morte di Morandi, dove la patina del tempo diventa sfocato e diffuso chiarore. Ma chi è questo Giuseppe Capogrossi che firma queste tele classiche che ci riportano all’epoca di Valori Plastici con un brivido di ritorno all’ordine di marca fascista? Possibile che sia lo stesso Capogrossi divenuto celebre per il suo personalissimo vocabolario di segni, per quella ridda di “forchette” che dinamizzano la tela, avanzando con l’incedere di un irresistibile “Bolero” di Ravel? È così che grazie all’assiduo lavoro di ricerca del curatore Luca Massimo Barbero scopriamo qui a Venezia la prima delle molte vite di un maestro dell’informale come Capogrossi.

Quella più antica, che coincide con gli anni di regime e in cui lui – per quanto si sia sempre tenuto lontano dalla politica e dal fascismo – sembra tuttavia non essere riuscito ad uscire dal solco di una formazione romana attardata e che risentiva dell’ombra cupa e immobile di un casato nobiliare e di uno zio gesuita.

Capogrossi 1959

Capogrossi 1959

Poi il primo viaggio a Parigi e lo choc culturale delle avanguardie che dettero alla pittura di Capogrossi un salutare scossone. In questa antologica veneziana aperta fino al 10 febbraio 2013 campeggiano alcuni interessanti esperimenti di cubismo che l’artista romano realizzò dopo quella fertile esperienza Oltralpe, accanto ad opere giovanili inedite (scovate da Barbero in collezioni private, con l’aiuto di giovani studiosi della Fondazione Capogrossi) scampate al “falò” che ne fece lo stesso Capogrossi dopo la svolta informale degli anni Cinquanta. Svolta astratta che, come scrive il curatore nel catalogo edito da Marsilio, fu per il pittore «una seconda nascita».

«Il bisogno di ricominciare da capo, per non essere più schiavo, era per me un’esigenza morale», raccontava il pittore di se stesso in un testo degli anni 60. A portarlo alla “scoperta” e messa a punto di un proprio universo di segni primari fu, per dirla ancora con le parole di Capogrossi, «una ricerca interiore di verità», di essenzialità, per dare forma ed espressione a ciò che si muove a livello più profondo nella realtà umana. Una memoria di bambino restava viva nella mente del pittore: l’aver visto un cieco disegnare segni e forme potenti che venivano dal suo mondo interiore. Verità o leggenda che sia, quell’episodio ci aiuta a comprendere un po’ di più la forza che hanno dal vivo questi strani ideogrammi, queste crescenti e fluide catene di segni, che si attraggono e si respingono in magnetiche campiture di colore. Sulle pareti del Guggenheim si rincorrono da una sala all’altra attraendo lo spettatore in segrete trame. “Lunette” nere su campo giallo, bianche e in rilievo su sfondo bianco, oppure in contrasti timbrici di colore a ritmare lo spazio. Come a rappresentare sui muri lo sviluppo interrotto della vita umana, in catene di individui che si tengono per mano e intrecciano continuamente rapporti, sempre diversi, in varianti infinite. Alcune composizioni sembrano in divenire continuo e verrebbe la voglia di prendere a prestito parole dalla biologia per raccontare il dipanarsi di queste catene “neuronali” di segni che creativamente si strutturano in sempre nuove architetture. Ma ci seduce anche il curatore Barbero quando suggerisce di vedere nell’originale “alfabeto” di Capogrossi un nesso con l’essenzialità affascinante ed enigmatica di certe pitture astratte del paleolitico.

L’APPUNTAMENTO

Capogrossi, 1959

Capogrossi, 1959

Sabato 8 dicembre al Museo d’Arte Moderna Mario Rimoldi di Cortina d’Ampezzo  Luca Massimo Barbero,  curatore associato Collezione Peggy Guggenheim,  parla di Capogrossi. Internazionalità del segno italiano

.L’incontro ripercorre la storia dell’arte e della società italiana e internazionale degli anni in cui Capogrossi non solo inventa e sviluppa il suo segno, ma diventa uno dei più rappresentativi autori dell’epoca. Luca Massimo Barbero prende il via dal “caso Capogrossi”, dalla grande mostra scandalo del 1950 in cui l’artista presenta per la prima volta quel segno che contraddistinguerà la sua arte in tutto il mondo, per ripercorrere gli anni del suo rapporto con Michel Tapié e con i grandi artisti con cui esponeva, da Jackson Pollock a Sam Francis a Georges Mathieu, e del mondo delle avanguardie contemporanee degli anni ’50.Una retrospettiva al Guggenheim di Venezia racconta il lungo percorso di ricerca di Capogrossi. E la sua coraggiosa svolta dal figurativo all’astratto. Da cui prese vita il suo personalissimo “vocabolario” visivo.

Da left-Avvenimenti

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La voce delle immagini

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su novembre 22, 2012

Le nuove frontiere della videoarte a Palazzo Grassi.  La primavera araba raccontata  per frammenti in  opere poetiche di fortssimo impatto visivo. E il 26 e 27 novembre arriva il musicista e videomaker Hassan Khan in una imperdibile performance live al Teatro della Fondamenta a Venezia

di Simona Maggiorelli

Può un lavoro rude e faticoso come quello dei pescatori trasformarsi in una danza magnetica e di inaspettata bellezza? Accade, come per magia, nel video del musicista anglo egiziano Hassan Khan che, su un ritmo arabo ipnotico e grezzo, nel video Jewel ( si trova anche in rete) riesce a far ballare un pescatore dal physique du rôle decisamente insolito per i canoni asciutti della danza, regalandoci sequenze coreografiche altamente poetiche. Come se l’eleganza interiore di chi balla emergesse in primo piano, trasfigurando la stessa forma fisica.

Così in una buia sala di Palazzo Grassi a Venezia restiamo letteralmente incantati dai movimenti leggeri di due improvvisati pescatori-ballerini che, in Jewel, evocano e ricreano i movimenti quotidiani del proprio lavoro, celebrando “la bellezza dell’umano”. Mentre la musica di Hassan (che  sarà il 26 e 27 novembre a Punta della Dogana e in concerto al Teatro Fondamenta Nuove)  ci porta in  un mondo i suoni in cui la tradizione araba incontra la tecno londinese.

Hassan Kahan, Jewel

Poco più là su un maxi schermo a distanza ravvicinata rispetto al nostro sguardo, vediamo il selciato di una strada polverosa farsi tela e trama di un racconto fantastico che un uomo sconosciuto, forse un migrante solitario, dipana in raffinate calligrafie. Anche in questo video, The path (il sentiero) di Abdulnasser Gharem, come nello struggente estratto dal film Donne senza uomini della pluripremiata artista iraniana Shirin Neshat l’immagine si fa pittura in movimento e l’inquadratura si riempie di inaspettati colori. Il rosso di inimmaginabili fioriture nel deserto inonda lo schermo quando la giovane protagonista del film di Shirin Neshat, d’un tratto, riesce a riemergere dagli  abissi di aridità interiore in cui è precipitata dopo un “rapporto d’amore” che era invece uno stupro.

Caroline Bourgeois, curatrice di questa sorprendente mostra La voce delle immagini (aperta fino al 31 dicembre, catalogo Electa) ha voluto sottolineare questo aspetto pittorico, originale e poetico della nuova videoarte che sceglie un registro intimo ed evocativo per raccontare sentimenti umani universali, la dialettica vitale, anche se talora sanguinosa, fra uomo e donna (Shirin Neshat, Yang Fudong), la fantasia sconfinata di un bambino che cresce (Mircea Cantor) ma anche i sogni e gli ideali di giovani operai travolti dal feroce capitalismo cinese (Cao Fei) o le speranze di pace in Palestina (Mohamed Bourouissa).

Shirin Neshat, Donne senza uomini

Un’attenzione al sociale che si ritrova in molte di queste trenta opere di videoarte appartenenti alla collezione Pianult e frutto del lavoro di ventisette artisti provenienti da ogni angolo del mondo, dall’Europa, al mondo arabo, all’Asia. Parliamo di opere perlopiù realizzate negli anni Novanta e Duemila e firmate da artisti emergenti ma anche da pionieri della videoarte come Bruce Nauman e “star” come Bill Viola. Sono opere che sperimentano le tecniche e i supporti più differenti dai 35 mm all’immagine catturata con un cellulare e che mostrano un variegato uso del tempo (da quello narrativo al loop), non di rado mescolando i linguaggi (la musica, il teatro, le arti visive, la danza) per arrivare a fonderli in un’opera totale.

da left-avvenimenti

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Idee da mettere in comune

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su novembre 19, 2012

Progetti e sogni da abitare. Ultima occasione da non perdere questa settimana per vedere Common ground, la Biennale di architettura diretta da David Chipperfield che celebra la dimensione pubblica e civile del costruire. A Venezia fino al 24 novembre

di Simona Maggiorelli

Norman foster Biennale 2012

“Common ground”, ovvero terreno comune. È questo il titolo della tredicesima edizione della Biennale architettura di Venezia che, ai Giardini e all’Arsenale, aperta fino al 24 novembre. Un’espressione volutamente polisemica in cui si può leggere l’auspicio di un incontro fra politiche differenti del costruire nel nuovo millennio. Ma anche un riferimento allo spazio pubblico e civile: ambito prioritario del lavoro di progettazione oggi secondo l’architetto inglese David Chipperfield, direttore di questa Biennale che segna un punto di svolta rispetto alle spettacolarizzazioni degli anni scorsi. Morto e sepolto il Postmoderno (l’epoca delle bizzarrie alla Robert Venturi e di un neobarocco che stordisce) ma anche quella di un’architettura tutta virtuale alla Aaron Betsky (che diresse la Biennale “Out of there”), con Chipperfield in laguna si torna a parlare concretamente di progetti attenti alla qualità della vita, alla tutela dell’ambiente e soprattutto alla progettazione urbanistica di città a misura d’uomo. Elegante, chiaro, essenziale, lo stile Chipperfield in architettura non punta a stupire con effetti speciali. Nei suoi progetti cerca di centrare la dimensione umana, senza cancellare le tracce di storia e di memoria. Anche quando è dolorosa. Esemplare in questo senso il Neues Museum che Chipperfield ha “ristrutturato” a Berlino: l’architetto inglese è intervenuto in modo da lasciare visibili le ferite e le fratture riportando alla luce, al tempo stesso, la bellezza dell’edificio storico.

Z. Hadid, Biennale 2012

Nulla viene nascosto. La storia ha avuto un peso, la distruzione rimane visibile, ma diventa traccia, segno di ricchezza, sussunta in una forma nuova, unitaria ed armonica. Ed è questa la cifra complessa, insieme estetica e civile, che Chipperfield ha voluto dare a questa sua Biennale, in cui si ritrovano i nomi di molte archistar, ma chiamati qui a dialogare fra loro, a creare ad hoc progetti per questa edizione 2012 che si è data il compito di interessare un pubblico vasto di cittadini uscendo dall’autoreferenzialità più specialistica. Così ritroviamo la regina dell’architettura futuribile Zaha Hadid, l’autrice del  MAXXI con progetti poco gridati e più poetici e lo studio Norman Foster tornato in una dimensione di eleganza molto inglese. E ancora, sempre pescando nel gotha internazionale dell’architetturacontemporanea, il francese Jean Nouvel, la coppia d’oro dell’arte svizzera Fischli Weiss e lo studio  Herzog & De Meuron che, insieme al cinese Ai Weiwei,  ha firmato progetti come la Serpentine Gallery di Londra, fino alla stessa Kazuyo Sejima, la direttrice della passata edizione della Biennale, nella sua veste più originale di architetto di edifici “leggeri” e un po’ naif.

da left avvenimenti del settembre 2012

 Intanto si scaldano i motori  della BIENNALE D’ARTE 2013 -Massimiliano Gioni è stato nominato direttore artistico della Biennale d’arte di Venezia 2013 che si svolgerà a Vnezia dal primo giugno al 24 novenbre dell’anno prossimo. Classe 1973, Gioni è curatore e critico d’arte contemporanea. Nel 2010 ha diretto la ottava Biennale d’Arte di Gwangiu in Sud Corea, essendone il più giovane direttore nonché il primo europeo. Da dicembre 2007 fa parte dello staff dei curatori del New Museum of Contemporary Art di New York, dove è Capo Curatore e Associate Director. Curatore nel 2003 della sezione “La Zona” per la 50. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, nel 2004 è co-curatore della biennale di arte contemporanea itinerante Manifesta 5 e nel 2006 ha curato la 4. Biennale di Berlino con l’artista Maurizio Cattelan e la curatrice Ali Subotnick. Dal 2003 è il direttore artistico della Fondazione Nicola Trussardi di Milano. Molti sono stati nel frattempo i suoi progetti indipendenti:per esempio  ha fondato la rivista Charley e aperto uno spazio espositivo non profit, la mini galleria itinerante Wrong Gallery, inizialmente allestita nel 2002 a New York e spostata nel 2005 alla Tate Modern di Londra.
Caporedattore di Flash Art a New York dal 2000 al 2002, ha collaborato con le riviste Artforum, Domus, Frieze, Parkett, Rolling Stone, Wired e con le case editrici Charta, Mondadori, Phaidon, Les Presses du Reel e Rizzoli.

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Ritratto dell’artista da giovane

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su agosto 25, 2012

Il talento precoce e originale di Albrecht Dürer è al centro di una importante mostra che a Norimberga, la sua città natale, riunisce più di duecento opere del maestro del Rinascimento tedesco

di Simona Maggiorelli

Durer, ritratto di ragazzo

Tutti in fila per Albrecht Dürer, nella sua città natale, Norimberga. E non certo per inefficienza della biglietteria del Germanisches Nationalmuseum. Fatto è che in questa estate parca di eventi d’arte e mentre da Grecia e Spagna arrivano preoccupanti notizie di musei e gallerie a rischio chiusura per mancanza di fondi, questa monografica Il giovane Dürer sta richiamando appassionati da ogni parte d’Europa. E a buon diritto, dacché questa mostra, fino al 2 settembre, permette di vedere riunite più di duecento opere di Albrecht Dürer (1471-1528), fra dipinti e opere grafiche, in un percorso che mette a fuoco il prodigioso esordio di questo artista cresciuto nella bottega del padre, un orafo immigrato dall’Ungheria, ma anche e soprattutto nei circoli umanisti che fiorivano nella colta e attiva Norimberga nel XV secolo. Quanto al talento precoce di Dürer basta vedere il sorprendente autoritratto a punta secca, – una tecnica che non ammette incertezze o ripensamenti – che realizzò con mano sicura a soli tredici anni. I curatori di questa importante retrospettiva, Daniel Hess e Thomas Eser, l’hanno eletto non a caso ad incipit della sezione dedicata agli autoritratti che raccontano l’evolversi non solo della fisionomia ma anche della psiche del pittore lungo tutte le fasi della sua esistenza. E in cui spiccano il timido e sfuggente autoritratto con in mano un fiore d’eringio dipinto a ventidue anni per la fidanzata e il raffinato Autoritratto con i guanti (1498) in cui si nota già una maturazione dell’immagine in senso rinascimentale, liberata da quella certa legnosità tardo gotica tipicamente nordica.

Albrecht-Dürer-Adorazione-dei-Magi-1504

Nell’aristocratico sguardo in tralice si può leggere la consapevolezza di un artista che, per primo in Germania, rivendicava uno status di intellettuale e non più di artigiano. A questo punto Dürer aveva già compiuto il suo primo viaggio di formazione a Colmar, a Basilea e a Strasburgo. Nel 1493, lungo il Reno, era andato in cerca dei migliori maestri. Viaggi documentati da lettere e diari, dove la linearità della annotazioni quotidiane è presa d’assalto da folgoranti intuizioni e improvvisi tuffi in profondità. Ma è raccontata anche da acquerelli improntati ad un fresco realismo e da schizzi pungenti e indagatori, attenti a ogni dettaglio.

Di fatto però l’esperienza che fu davvero decisiva per la sua ricerca pittorica fu il primo soggiorno a Venezia dal 1494 al ’95. Qui il giovane artista tedesco, entrato in rapporto con l’affermato Giovanni Bellini, ebbe modo di studiare dal vivo il colorismo della pittura veneta, ma anche lo sfumato di Giorgione e di Leonardo mutuandone l’interesse per lo studio dell’umano.

Da Cima da Conegliano, invece, prese l’interesse per le rovine antiche e da Mantegna e Pollaiolo una tecnica grafica raffinatissima che utilizzò per xilografie che ebbero grande circolazione, grazie alla nuove tecniche a stampa di cui Dürer, sodale dell’umanista Willibald Pirckheimer e allievo di Erasmo, intuì il potenziale democratico e di diffusione dell’arte e del sapere.

Durer, autoritratto a Venezia

Il risultato di questi anni di studio appassionato (e soprattutto mai passivo) di modelli iconografici lontani dalla tradizione fiamminga fu l’elaborazione di uno stile personalissimo, in cui le visioni rinascimentali più splendenti sono sempre percorse da un segreto tormento, da sotterranee tensioni.

Il tripudio di luce e di colori della Festa del Rosario (1506) commissionatagli da mercanti tedeschi per la chiesa di San Bartolomeo di Rialto, ne è un chiaro e alto esempio. La Madonna e le altre figure qui si sono fatte più morbide e dolci, mentre la costruzione della scena appare più armonica e prospetticamente profonda. I bagliori degli ori della tradizione fiamminga ci sono ancora ma, come accade nella sua orientaleggiante Adorazione dei Magi (1504) che molto deve alla Natività di Leonardo, non conferiscono più fissità ieratica alla scena: al contrario la ridda di ori entra in vibrazione timbrica e dinamica con la tavolozza tutta italiana di rossi fuoco, blu cobalto, lussureggianti verdi e caldi marroni. Tuttavia, a ben vedere, nella lucida minuzia dei dettagli l’opera di Dürer mantiene sempre un fondo di sottile inquietudine, un gusto tipicamente tedesco per l’inserto naturalistico, per il ritmo nervoso, per l’individuazione psicologica delle figure, in cui talora si intuisce un’ombra interiore.

In tempi foschi di guerre politiche e di religione e, specie dopo essersi avvicinato a Lutero, l’artista avvertì sempre più un tormentoso dissidio fra ideali umanistici e istanze spirituali. Un conflitto che lo portò ad accentuare nelle sue opere toni di malinconia e ancor più neri. Basta pensare alle visionarie e anti classiche xilografie dell’Apocalisse (1496-98) e ad opere grafiche come Il cavaliere, la morte e il diavolo o alla stessa Melancolia I (1514) che allude a qualcosa di ben diverso da quel velo languido, da quell’ombra romantica, che avvolgeva e rendeva sognanti certi ritratti di Giorgione.

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Tintoretto e Marietta

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su febbraio 23, 2012

La scrittrice Mazzucco, autrice dei testi per la retrospettiva Tintoretto  che siapre il 25 febbraio a  Roma, racconta il talento del maestro del tardo Rinascimento e quello di una inaspettata donna pittrice: sua figlia Marietta 

di Simona Maggiorelli

Tintoretto, presentazione di Maria al tempio

Quella bambina che, da sola, ne La presentazione di Maria al tempio (1552-’53) s’inerpica su una scalinata puntata al cielo è l’immagine che molti anni fa colpì la fantasia di Melania Mazzucco. In quella fragile e risoluta bambina la scrittrice vide Marietta, la figlia illegittima di Tintoretto, che sarebbe diventata artista, nascosta in abiti da maschio. Poi da quell’incontro inaspettato sarebbero nati due libri, il romanzo La lunga attesa dell’angelo (Rizzoli) nel 2008 e un anno dopo la ponderosa biografia Jacomo Tintoretto e i suoi figli (Rizzoli). Due testi diversissimi, ma parimenti frutto di una lunga ricerca d’archivio durata una decina di anni. Una ricerca di fatto mai terminata e a cui Mazzucco ha attinto anche per scrivere i testi che accompagnano il visitatore lungo la mostra di Tintoretto a Roma. Ma lasciamo la parola alla scrittrice: «Anni fa, per caso, mi ritrovai fra le mani la prima biografia di Marietta, apparsa nel 1584, quando sia lei che il padre erano vivi e potevano leggerla. E mi sono accorta che già lì si parlava della Tintoretta come artista, ma anche di figlia molto amata. E si sa che a quel tempo dei sentimenti non si parlava, erano sottintesi, o temuti come fonte di disordine, frutto di incantamento e magia. Proseguendo nelle ricerche, mi sono resa conto che Marietta era stata,- come artista, come persona e come leggenda – una creazione, quasi un’invenzione del padre».

Perciò nella storia ci sono state solo poche pittrici?

La storia dell’arte ne ha avute poche perché la pittura era un mestiere e non era previsto né auspicabile che una donna lavorasse. Alle donne era riservato un altro ruolo nella società. Tanto che oggi, con la rivoluzione culturale, politica e sessuale del Novecento ,ci sono tante artiste quanti artisti. Ma va la storia ci insegna che vi sono state più lavoratrici di quante pensiamo. Nella Fraglia dei Pittori di Venezia intorno al 1580 (l’epoca di Marietta) risultavano attive numerose donne capo-bottega. Si trattava per lo più di vedove o di figlie che proseguivano, talvolta con successo, il mestiere di un parente. Spesso, però, si dedicavano a una pittura minore: dipingevano tessuti, maaschere, carte da gioco, illustravano libri. Così il loro nome non è stato tramandato, e il loro ricordo si è perduto.

Non fu così, però, per Marietta.
No, ma non ebbe mai una bottega propria, lavorò in quella di Tintoretto. Del resto Il padre la educò a rifare se stesso: era il destino dei figli d’arte. Il sesso non aveva qui molta importanza: anche il fratello Domenico divenne capo-bottega solo dopo la morte del padre. Non sappiamo quanto Marietta riuscì a emulare il padre e a realizzare opere che lui poteva firmare. Sappiamo solo che sapeva disegnare bene, perché le sue esercitazioni sono sopravvissute. Il caso di Marietta – una pittrice senza opere – non è unico, e testimonia che al grande interesse suscitato dalla sua figura non corrispondeva un’uguale considerazione del suo lavoro. Poco dopo la sua morte i suoi quadri erano già dispersi.

L’arte di Tintoretto, intanto, dopo una lunga eclisse conosce una riscoperta. A partire dalla mostra al Prado del 2007. Sorprendente è stata anche l’esposizione di un trittico di sue opere alla Biennale di Venezia l’anno scorso.

Sono molto felice del rinnovato interesse intorno alla figura di Tintoretto. La scelta della curatrice della Biennale 2011, Bice Curiger, di inserire le sue opere tra quelle d’arte contemporanea, e quella delle Scuderie del Quirinale di dedicargli una personale, dimostrano che i tempi sono maturi per confrontarsi di nuovo con lui. Credo che la ragione del suo “ritorno” sia anche la ragione della sua sottovalutazione precedente. Tintoretto non è un pittore facile: non ha creato icone, o immagini gradevoli come Bellini, Tiziano, Raffaello. E non è stato neanche un pittore maledetto come Caravaggio benché anche lui abbia alimentato una leggenda di ribellione e anticonformismo. Non è catalogabile e sfugge a ogni definizione. La sua arte è insieme brutale e raffinata, artigianale e geniale, immediata e cerebrale, realistica e mistica. Personalmente sono affascinata dalla sua sperimentazione: è un artista che non si acquieta; che si cimenta con ogni genere, linguaggio, stile, e dipinge i suoi fantasmi sulla tela senza un rigido schema prestabilito, inseguendo la sua personale visione. Ma mi colpisce anche che crea pensando all’effetto delle sue immagini su chi guarda e su di sé. Dipinge dunque anche per sé, cosa rara, unica forse nella sua epoca. Crede insomma in un’arte che “muova”, ovvero smuova, commuova, coinvolga. Provoca, lusinga, irrita, comunque non lascia indifferente. Tintoretto si parla e mi parla, Tintoretto mi riguarda.

Da qui muovono i suoi testi per la mostra?

Parola e immagine si sfiorano, talvolta si intrecciano, ma non possono mai spiegarsi a vicenda e non si bastano. E’ la sfida che ogni artista, pittore o scrittore che sia.

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La svolta geniale dell’ultimo Tiziano

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su gennaio 30, 2012

di Simona Maggiorelli

Tiziano, Dánae , Prado,(1553-1554)

Dissero che il suo autoritratto di ultra ottuagenario non fosse finito, a causa di quei contorni poco definiti che fanno apparire la nobile figura di Tiziano quasi in dissolvenza

. Mentendo sulla straordinaria forza evocativa di questo volto maturo  su cui dardeggia uno sguardo vivo e penetrante.

Ma i cronisti cinquecenteschi  dissero che Tiziano non ci vedeva più e che, per questo, nelle sue ultime opere usava pennellate materiche, sfrangiate e dipingeva figure evanescenti su sfondi bruniti.

Come nel feroce Supplizio di Marsia (1570)conservato nel Castello ceco di Kromeriz in cui un sadico Apollo,  con un coltellacci,  scuoia un malcapitato Marzia, appeso a testa in giù, come condanna per aver osato sfidare la divinità nella musica. Su uno sfondo ribollente di rossi e di marroni, figure come arse da un fuoco paiono baluginare alla superficie della tela per poi svanire.

Tiziano, supplizio di Marsia

Davanti allo sguardo dello spettatore appare una composizione drammatica, addensata di personaggi, immersa in una natura selvaggia, fuori dal tempo, eppure in movimento, quasi fosse il riflesso dall’inquietudine più intima del pittore (che si autoritrae meditabondo nella parte destra della tela). Quella che anche il Vasari ebbe a giudicare, tra le righe, come la fine di un grande artista era, in realtà, un geniale cambio di poetica e un imprevisto salto in avanti.

In vecchiaia Tiziano seppe rinnovare interamente la propria pittura, come ricostruisce Fabrizio Biferali nel libro Tiziano, il genio e il potere (Laterza). Un saggio che, diversamente dalla appassionata biografia scritta da Alvise Zorzi (Il colore e la gloria, Mondadori), non ricorre alla seduzione dello stile romanzato volendo mettere in primo piano una ricostruzione scientifica della lunga parabola tizianesca.

Che fin dall’adolescenza fu all’insegna di una piena consapevolezza dei propri mezzi espressivi e di una fiera indipendenza: un’esigenza di autonomia che portò il pittore veneto a farsi cantore di una Venezia cosmopolita, laica e sensuale e ad opporre recisi rifiuti agli inviti papali di trasferirsi a Roma.

Dagli esordi sotto l’ombra dei Bellini, alla competizione con Giorgione (del quale Tiziano si diceva collega, aumentandosi gli anni) fino alle commissioni delle più importanti corti internazionali, per le quali nacquero misteriose e sensuali immagini di donna come la Danae del Prado.

Tiziano, autoritratto 1566

Già in  quadri come questo datato ’53-’54, e più ancora nel malinconico Ratto di Europa del ’59, si possono cogliere i segnali del profondo cambiamento a cui la pittura di Tiziano stava andando incontro . Basta guardare alla morbidezza delle linee, ai bagliori di luce, alla perdita di nitore delle figure. Di lì a poco il sontuoso e brillante colorismo tizianesco avrebbe lasciato il posto a una tavolozza più scura. Da ritratti ufficiali e quadri ricchi di dettagli, il Tiziano più maturo sarebbe passato a una pittura che badava solo all’essenziale, a ciò che vibra sotto la superficie delle cose, a quel guizzo vitale che fa di molti ritratti dell’artista cadorino opere universali. Come ci ricorda ora la mostra Da Vermeer a Kandinsky, capolavori dai musei del mondo che si apre il 21 gennaio in Castel Sismondo a Rimini e che, all’interno di una ampia sezione dedicata alla pittura veneta, riporta temporaneamente in Italia l’elegante Ritratto di uomo con libro del Museum of Fine Arts di Boston.

Senza dimenticare la serie di mostre a staffetta che la rete museale della Gran Bretagna sta dedicando alle opere di Tiziano conservate alla National Gallery.  Da qui è partito il quadro Diana e Atteone di Tiziano che dal 13 gennaio scorso è in mostra alla Tate Gallery di Liverpool per poi andare in tour a Cardiff e in altre città. Ma alle Metamorfosi di Tiziano, ovvero alle tele di Tiziano ispirate ad Ovidio, che raccontano  i prodromi di questa ultima geniale fase di Tiziano nei prossimi mesi sarà dedicata anche una delle più interessanti mostre dell’anno ovvero Metamorphosis: Titian 2012  che negli spazi della National Gallery , alla Royal Opera House vedrà artisti visuali come Chris Ofili, Conrad Shawcross e Mark Wallinger , ma anche coreografi, musicisti e compositori presentare nuove opere, ispirate a Tiziano.

da left-avvenimenti

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Il mare di Kiefer

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su agosto 17, 2011

di Simona Maggiorelli

Anselm Kiefer venezia

Un mare di onde rilucenti di luce. Paesaggi screziati, di una natura che appare percorsa da un continuo movimento. Lastre grigio-azzurre come finestre aperte sul mondo. Ma non è pittura classicamente fatta di colori a olio o pastello.

Anselm Kiefer riesce a tracciare scenari pieni di vita utilizzando le possibilità di cambiamento materiale dei supporti. Usa le crepe della carta che si arrotola su se stessa, l’ossidazione dell’ottone, lo sgretolarsi friabile della pietra serena per dare forma ai suoi paesaggi interiori. Rendendo visibile l’invisibile. «L’alchimista necessitava solo di tempo per trasformare il piombo in oro – scrive Kiefer-. Accelerava questo processo con vari mezzi. Si parlava di magia. Come artista non faccio nulla di diverso, mi limito ad accelerare la trasformazione che è già insita nelle cose».

kiefer

Così negli spazi della Fondazione Vedova a Venezia, progettati da Renzo Piano come una Wunderkammer (una camera delle meraviglie dove le opere sono collocate su supporti mobili) accanto a un gruppo di olii di Emilio Vedova in drammatico bianco e nero, spuntano paesaggi materici di Kiefer che hanno l’incandescenza del mercurio vivo, le forme cangianti del fuoco, il colore caldo del grano tostato. Ma talora anche risvolti assai drammatici. Come i paesaggi di ghiaccio e sangue evocati dai suoi acquerelli degli anni Settanta in cui l’artista si interroga su una tragedia immane come il nazismo e sulle responsabilità insite in certa parte della cultura tedesca. Nei quadri di quel periodo ,come sottolinea Germano Celant nel catalogo Skira che accompagna la mostra Anselm Kiefer, il sale della terra (aperta fino al 30 novembre), «l’oscurità rappresenta la profondità cupa dell’artista» ma c’è anche un nero, assai più tragico a cui Kiefer ricorre per evocare il nazionalsocialismo: «Un nero che appare refrattario a ogni riscatto».

da   left avvenimenti

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Morte a Venezia

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su agosto 8, 2011

Punta della dogana, e il cavallo di Cattelan

Negli spazi di Punta della Dogana e nella Biennale d’arte va in scena la crisi delle arte visive. Negli splendidi spazi dell’ex porto monumentale restaurato da Tadeo Ando  la mostra Elogio del dubbio mette in mostra il presente globalizzato

di Simona Maggiorelli

Sculture contemporanee o gigantografie di oggetti di consumo? Ironico iperealismo o involontaria apologia di un mondo globalizzato fatto di sole merci? Un dubbio neanche troppo amletico assale il visitatore della mostra Elogio del dubbio allestita fino al prossimo dicembre (catalogo Electa) nei suggestivi spazi di Punta della Dogana a Venezia.

Davanti ad opere come Hanging heart, lo sgargiante cuore di plastica firmato Jeff Koons, così come di fronte ai suoi assemblaggi di papere e canotti gonfiabili, il sospetto è che l’arte contemporanea (specie nelle sue declinazioni americane) si sia ridotta a puro gadget. Portando alle estreme conseguenze la lezione di  Andy Warhol che dipingeva barattoli di zuppa Campbell’s.

Hanging heart di Jeff Koons

Analogamente, di fronte ai manichini di donna fatti a pezzi da Paul McCarthy e alle sue grottesche rappresentazioni di donne-oggetto viene da domandarsi se questo suo estremo esercizio di realismo caricaturale colga nell’intento di rappresentare (e denunciare) la distruzione dell’immagine femminile messa in atto dalle società occidentali più “avanzate” o se non ne diventi, piuttosto, inconsapevole amplificatore.

Certo è, che questa mostra curata da Caroline Bourgeois con opere della collezione François Pinault (al pari della Biennale dell’arte) riesce pienamente a rappresentare il momento di crisi che l’arte contemporanea sta attraversando: fra grandeur, gigantismo, dismisura e disseccato minimalismo concettuale, fra autoreferenzialità e rinuncia a creare immagini nuove, profonde, dense di senso, universali.

Un fenomeno specifico delle arti visive di questo inizio del XXI secolo e che, ci pare di poter dire, non riguarda così massicciamente altre discipline, come per esempio l’architettura. Prova ne è anche la splendida ricreazione degli spazi antichissimi di Punta della Dogana (l’ex porto monumentale affacciato sul Canal Grande e sulla Giudecca) compiuta dall’architetto giapponese Tadao Ando, con travi a vista, scale di pietra serena e magnifiche finestre ad arco che si aprono su un vero capolavoro d’arte: la città di Venezia.

da left-avvenimenti 3 luglio 2011

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Sgarbi d’Italia

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 2, 2011

Il critico ferrarese espone duecento artisti, scelti  da Scalfari, Eco, Luxuria, Alberoni e molti altri intellettuali.  Saltando a pie’ pari ogni competenza in materia. E inneggiando alla genialità del culatello. Un Padiglione Italia a dir poco… imbarazzante . Con soldi anche dei cittadini.

di Simona Maggiorelli

La mostra per i 150 anni dell’Unità d’Italia curata da Vittorio Sgarbi alla Biennale di Venezia conta ben duecento artisti. Non scelti in prima persona dal critico e curatore del Padiglione Italia 2011 ma segnalati dai più vari intellettuali e personaggi dell’establishment culturale. Da Scalfari a Galli Della Loggia, da Eco a  Luxuria, da Fo a Albertazzi, da  Bondi ad Alberoni. E via di questo passo… Tanto che la mostra risulta un puzzle assai bizzarro, fatto di opere dal valore diseguale e senza nesso, accatastate senza un filo di pensiero. E non poteva accadere altrimenti visto che Sgarbi, ostracizzando le competenze specifiche del settore, ha improntato la sua proposta all’ecumenismo, facendone la sagra della cooptazione e della ricerca di consenso. Quale dei ducento blasonati consiglieri, infatto, oserà criticare il critico che li ha elevati a cotanto onore?

E già se ne vedono le conseguenze, con stimati giuristi come il professor Michele Ainis che si improvvisano critici d’arte sul Corriere della Sera per giustificare la propria opa su un certo artista. Con esiti alquanto imbarazzanti: Ma tant’é. Il sindaco d Salemi, Vittorio Sgarbi, sostiene che i critici d’arte fanno parte di una mafia e. invece di occuparsi delle indagini che riguardano il Comune siciliano di cui è primo cittadino, a Venezia lancia una mostra spot, dal titolo l’Arte non è Cosa Nostra. Le sue ragioni le ha dette in una conferenza stampa-fiume a Roma in cui ha lungamente intrattenuto una riottosa platea di giornalisti sui valori metafisici della salama da sugo ferrarese. Specie se confrontata con il culatello parmense. E a buon diritto Sgarbi ha rimbrottato chi dal pubblico lo accusava di divagare: una selezione di culatelli e di salameria varia è assurta nel Padiglione Italia in rappresentanza delle “sublimi creazioni” di Spigaroli, maestro del culatello di Zibello.

“Questa è la mia Biennale e faccio cosa mi pare”, ha urlato Sgarbi alla malcapitata giornalista. Aggiungendo poi graziosamente: ” Se non le piace si faccia la sua”.Ma il museo del culatello non è il solo sogno di Sgarbi. A spese dello Stato. Accanto ci sarebbe anche quello di un museo dell follia. Ma non ha trovato posto in laguna. Così come è rimasta fuori una retrospettiva di Lucien Freud che, insieme a Fausto Pirandello, per Sgarbi, “è il più grande artista del Novecento”.

Comunque sia, su questa linea, largo spazio nella “sua Biennale”, hanno epigoni di un figurativismo tenebroso e attardato, esempi di una certa destra allieva di Sironi e che Sgarbi ha programmaticamente detto di voler riscattare in questo suo Padiglione Italia. In cui non c’é traccia del critico che talora scrive pezzi intelligenti perfino su rotocalchi come Oggi, né dell’autore di libri godibili come il recente Viaggio sentimentale nell’Italia dei desideri (Bompiani). Che si tratti di una omonimia?

da left-avvenimenti del 29 maggio 2011

Dal settimanale francese Le Monde:

L’arte non è cosa nostra. Ammucchiate in una sala dell’Arsenale, centinaia di opere allestite in  modo indegno sono appese a una specie di griglia. Non avevamo idea che l’Italia avesse prodotto tante croste. Questa esposizione, o piuttosto questa esibizione, è sovrastata da una immensa croce dove Cristo è sostituito da uno stivale italiano. L’Italia crocifissa e gli artisti messi in una tomba da Sgarbi sono una degna maniera di festeggiare i 150 anni dell’unità d’Italia.

giugno 2011

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