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La voce delle immagini

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 22, 2012

Le nuove frontiere della videoarte a Palazzo Grassi.  La primavera araba raccontata  per frammenti in  opere poetiche di fortssimo impatto visivo. E il 26 e 27 novembre arriva il musicista e videomaker Hassan Khan in una imperdibile performance live al Teatro della Fondamenta a Venezia

di Simona Maggiorelli

Può un lavoro rude e faticoso come quello dei pescatori trasformarsi in una danza magnetica e di inaspettata bellezza? Accade, come per magia, nel video del musicista anglo egiziano Hassan Khan che, su un ritmo arabo ipnotico e grezzo, nel video Jewel ( si trova anche in rete) riesce a far ballare un pescatore dal physique du rôle decisamente insolito per i canoni asciutti della danza, regalandoci sequenze coreografiche altamente poetiche. Come se l’eleganza interiore di chi balla emergesse in primo piano, trasfigurando la stessa forma fisica.

Così in una buia sala di Palazzo Grassi a Venezia restiamo letteralmente incantati dai movimenti leggeri di due improvvisati pescatori-ballerini che, in Jewel, evocano e ricreano i movimenti quotidiani del proprio lavoro, celebrando “la bellezza dell’umano”. Mentre la musica di Hassan (che  sarà il 26 e 27 novembre a Punta della Dogana e in concerto al Teatro Fondamenta Nuove)  ci porta in  un mondo i suoni in cui la tradizione araba incontra la tecno londinese.

Hassan Kahan, Jewel

Poco più là su un maxi schermo a distanza ravvicinata rispetto al nostro sguardo, vediamo il selciato di una strada polverosa farsi tela e trama di un racconto fantastico che un uomo sconosciuto, forse un migrante solitario, dipana in raffinate calligrafie. Anche in questo video, The path (il sentiero) di Abdulnasser Gharem, come nello struggente estratto dal film Donne senza uomini della pluripremiata artista iraniana Shirin Neshat l’immagine si fa pittura in movimento e l’inquadratura si riempie di inaspettati colori. Il rosso di inimmaginabili fioriture nel deserto inonda lo schermo quando la giovane protagonista del film di Shirin Neshat, d’un tratto, riesce a riemergere dagli  abissi di aridità interiore in cui è precipitata dopo un “rapporto d’amore” che era invece uno stupro.

Caroline Bourgeois, curatrice di questa sorprendente mostra La voce delle immagini (aperta fino al 31 dicembre, catalogo Electa) ha voluto sottolineare questo aspetto pittorico, originale e poetico della nuova videoarte che sceglie un registro intimo ed evocativo per raccontare sentimenti umani universali, la dialettica vitale, anche se talora sanguinosa, fra uomo e donna (Shirin Neshat, Yang Fudong), la fantasia sconfinata di un bambino che cresce (Mircea Cantor) ma anche i sogni e gli ideali di giovani operai travolti dal feroce capitalismo cinese (Cao Fei) o le speranze di pace in Palestina (Mohamed Bourouissa).

Shirin Neshat, Donne senza uomini

Un’attenzione al sociale che si ritrova in molte di queste trenta opere di videoarte appartenenti alla collezione Pianult e frutto del lavoro di ventisette artisti provenienti da ogni angolo del mondo, dall’Europa, al mondo arabo, all’Asia. Parliamo di opere perlopiù realizzate negli anni Novanta e Duemila e firmate da artisti emergenti ma anche da pionieri della videoarte come Bruce Nauman e “star” come Bill Viola. Sono opere che sperimentano le tecniche e i supporti più differenti dai 35 mm all’immagine catturata con un cellulare e che mostrano un variegato uso del tempo (da quello narrativo al loop), non di rado mescolando i linguaggi (la musica, il teatro, le arti visive, la danza) per arrivare a fonderli in un’opera totale.

da left-avvenimenti

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