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La svolta geniale dell’ultimo Tiziano

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 30, 2012

di Simona Maggiorelli

Tiziano, Dánae , Prado,(1553-1554)

Dissero che il suo autoritratto di ultra ottuagenario non fosse finito, a causa di quei contorni poco definiti che fanno apparire la nobile figura di Tiziano quasi in dissolvenza

. Mentendo sulla straordinaria forza evocativa di questo volto maturo  su cui dardeggia uno sguardo vivo e penetrante.

Ma i cronisti cinquecenteschi  dissero che Tiziano non ci vedeva più e che, per questo, nelle sue ultime opere usava pennellate materiche, sfrangiate e dipingeva figure evanescenti su sfondi bruniti.

Come nel feroce Supplizio di Marsia (1570)conservato nel Castello ceco di Kromeriz in cui un sadico Apollo,  con un coltellacci,  scuoia un malcapitato Marzia, appeso a testa in giù, come condanna per aver osato sfidare la divinità nella musica. Su uno sfondo ribollente di rossi e di marroni, figure come arse da un fuoco paiono baluginare alla superficie della tela per poi svanire.

Tiziano, supplizio di Marsia

Davanti allo sguardo dello spettatore appare una composizione drammatica, addensata di personaggi, immersa in una natura selvaggia, fuori dal tempo, eppure in movimento, quasi fosse il riflesso dall’inquietudine più intima del pittore (che si autoritrae meditabondo nella parte destra della tela). Quella che anche il Vasari ebbe a giudicare, tra le righe, come la fine di un grande artista era, in realtà, un geniale cambio di poetica e un imprevisto salto in avanti.

In vecchiaia Tiziano seppe rinnovare interamente la propria pittura, come ricostruisce Fabrizio Biferali nel libro Tiziano, il genio e il potere (Laterza). Un saggio che, diversamente dalla appassionata biografia scritta da Alvise Zorzi (Il colore e la gloria, Mondadori), non ricorre alla seduzione dello stile romanzato volendo mettere in primo piano una ricostruzione scientifica della lunga parabola tizianesca.

Che fin dall’adolescenza fu all’insegna di una piena consapevolezza dei propri mezzi espressivi e di una fiera indipendenza: un’esigenza di autonomia che portò il pittore veneto a farsi cantore di una Venezia cosmopolita, laica e sensuale e ad opporre recisi rifiuti agli inviti papali di trasferirsi a Roma.

Dagli esordi sotto l’ombra dei Bellini, alla competizione con Giorgione (del quale Tiziano si diceva collega, aumentandosi gli anni) fino alle commissioni delle più importanti corti internazionali, per le quali nacquero misteriose e sensuali immagini di donna come la Danae del Prado.

Tiziano, autoritratto 1566

Già in  quadri come questo datato ’53-’54, e più ancora nel malinconico Ratto di Europa del ’59, si possono cogliere i segnali del profondo cambiamento a cui la pittura di Tiziano stava andando incontro . Basta guardare alla morbidezza delle linee, ai bagliori di luce, alla perdita di nitore delle figure. Di lì a poco il sontuoso e brillante colorismo tizianesco avrebbe lasciato il posto a una tavolozza più scura. Da ritratti ufficiali e quadri ricchi di dettagli, il Tiziano più maturo sarebbe passato a una pittura che badava solo all’essenziale, a ciò che vibra sotto la superficie delle cose, a quel guizzo vitale che fa di molti ritratti dell’artista cadorino opere universali. Come ci ricorda ora la mostra Da Vermeer a Kandinsky, capolavori dai musei del mondo che si apre il 21 gennaio in Castel Sismondo a Rimini e che, all’interno di una ampia sezione dedicata alla pittura veneta, riporta temporaneamente in Italia l’elegante Ritratto di uomo con libro del Museum of Fine Arts di Boston.

Senza dimenticare la serie di mostre a staffetta che la rete museale della Gran Bretagna sta dedicando alle opere di Tiziano conservate alla National Gallery.  Da qui è partito il quadro Diana e Atteone di Tiziano che dal 13 gennaio scorso è in mostra alla Tate Gallery di Liverpool per poi andare in tour a Cardiff e in altre città. Ma alle Metamorfosi di Tiziano, ovvero alle tele di Tiziano ispirate ad Ovidio, che raccontano  i prodromi di questa ultima geniale fase di Tiziano nei prossimi mesi sarà dedicata anche una delle più interessanti mostre dell’anno ovvero Metamorphosis: Titian 2012  che negli spazi della National Gallery , alla Royal Opera House vedrà artisti visuali come Chris Ofili, Conrad Shawcross e Mark Wallinger , ma anche coreografi, musicisti e compositori presentare nuove opere, ispirate a Tiziano.

da left-avvenimenti

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Sulla pelle di Ipazia

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 15, 2010

di Simona Maggiorelli

 

Ipazia di Raffaello nell’affresco La scuola di Atene

La Chiesa copta in Egitto ritiene che i secoli che precedettero il 640 d.C e la nascita dell’Islam siano solo di propria ed esclusiva competenza. Un fatto inaccettabile e insensato. Non vedo perché un musulmano  non possa dedicarsi alla storia del proprio Paese, compresa quella preislamica». Con queste parole lo scrittore egiziano Youssef Ziedan rispondeva  un paio di anni fa agli strali che la Chiesa egiziana lanciava contro il suo  Azazel, il romanzo storico, vincitore del Premio internazionale della letteratura araba (in Italia  è pubblicato da Neri Pozza) in cui lo studioso, direttore del fondo manoscritti arabi della biblioteca di Alessandria, racconta il vivace intreccio di culture che animava la città nel V secolo, ma anche la ferocia con cui i cristiani imposero il proprio credo come religione ufficiale, distruggendo il patrimonio culturale preesistente e uccidendo barbaramente intellettuali come Ipazia.

Professor Ziedan in Azazel il padre del monaco Ipa viene ucciso dai cristiani. Nonostante questo lui assisterà impassibile all’assassinio della donna amata. Quali sono le radici di tanta ferocia cristiana?
Gli uomini, purtroppo, possono essere capaci di distruzione e violenza. La storia lo insegna. Ma quando qualcuno arriva a dire che la violenza è giustificata da dio, allora è illimitata. Può accadere qualsiasi cosa. Si arriva a  torturare e uccidere altri esseri umani nascondendosi dietro il fatto che sia per volontà divina. Il romanzo parte dalla prima metà del V secolo d.C e percorre un lungo periodo  punteggiato di efferate violenze. E tutto perché un giorno un uomo è venuto e ha detto io parlo in nome di dio.

 

Un capitolo è dedicato ad Ipazia. Al fondo cosa scatenò la sua uccisione?
La scuola pitagorica di Samo faceva studiare anche le donne. E questo fu il suo “crimine” . Perciò fu costretta a trasferirsi ad Alessandria che, con la sua enorme biblioteca era un vivo centro culturale. Di generazione in generazione la scuola alessandrina dette un contributo importante allo sviluppo dell’astronomia, della geografia, della matematica. E non solo. Qui fu completato il lavoro di Pitagora. Ed in questo contesto si formò questa straordinaria figura di scienziata e di filosofa, che  i suoi contemporanei dicono essere stata anche una bella donna. Ma nel V secolo il cristianesimo aveva intrapreso  la strada del potere.  E personaggi come il vescovo Cirillo furono campioni di violenza. Non solo distruggendo il Museo di Alessandria e le statue di Apollo, ma anche con campagne di pulizia etnica a danno di chi non era cristiano.  Così gli uomini di fede condannarono Ipazia sbranandola pezzo a pezzo. Nel romanzo ho cercato di raccontare questa enorme tragedia.

In Italia il film che Amenabar ha dedicato a Ipazia non è ancora arrivato:  ha incontrato molte “difficoltà di distribuzione”. Che cosa ne pensa?
è accaduto qualcosa di analogo in Egitto: il film ha avuto una circolazione molto limitata. La Chiesa ha cercato di screditarlo dicendo che contiene molte bugie. Io l’ho visto  in uno di quei piccoli circoli culturali che ancora lottano perché il film possa essere distribuito nelle sale. Quello che posso dire è che  c’è un solo errore.

Ovvero?
Il regista mostra Ipazia mentre viene uccisa da un suo servo di nome Davus. Un’invenzione che diviene un grave errore storico. Molti documenti dicono che le cose non andarono così. Che motivo c’era per cambiare la verità del suo assassinio per mano di un gruppo di monaci? Nonostante questo finale il  film è stato attaccato pesantemente dalla Chiesa.

Hanno fatto lo stesso con il suo libro?
Sì, ma non sono riusciti a bloccarlo vista la grande attenzione che ha ricevuto da letterati e media  in Egitto. Un vescovo copto ha scritto ben quattro volumi contro Azazel. Per giunta dei libroni! Un altro ha detto che questo libro distruggerà la Chiesa cristiana. In che modo? Ho chiesto. Se un romanzo può distruggere la religione cristiana allora basta davvero poco. Comunque sia non sono riusciti a fermare la curiosità dei lettori. Siamo già alla diciassettesima edizione.

Nel libro ci sono immagini femminili particolarmente belle. Per esempio Ottavia che tenta di aprire gli occhi di Ipa sulla misoginia di Aristotele e sulla crudeltà cristiana. L’imposizione della Madonna come modello di vergine e madre uccide donne così?
La religione cristiana indubbiamente non favoriva la libertà delle donne che erano sottoposte  agli uomini e a dio. Prima dell’Antico testamento, in tutta l’area del medioriente, dall’Egitto alla Mesopotamia,  il culto più diffuso era quello delle dee. Ishtar, Hinanna, Atena, in ogni regione c’erano dee. Ma con la Bibbia cominciò la storia che le donne dovevano consacrarsi alla famiglia, altrimenti diventavano il “male”. Una spaccatura tipica del pensiero cristiano. Nel mio primo romanzo The shadow and the serpent ho cercato di raccontare come, a poco a poco,  la donna sia “diventata  il diavolo” anche nella nostra cultura. La religione occupa un posto di rilievo in Egitto . Anche da noi c’è “una questione della donna”. Ma si pone in modo diverso da come si articola nella cristianità. Oserei dire che, sotto certi aspetti, l’islam tiene in maggiore considerazione il femminile.

La riflessione sull’amore e sul rapporto fra uomo e donna sono al centro dei poemi e del misticismo sufi?
La tradizione sufi dice che il divino si esprime nella bellezza della donna e che il sesso  femminile è la porta per la bellezza divina. Fu in particolare una poetessa a fare dell’amore il fulcro del sufismo islamico. Ma, come ben sappiamo il pensiero sufi rappresenta solo una piccola parte della galassia islamica.

da left-avvenimenti 12 marzo 2010

LUn ritratto di Ipazia firmato da Eva Cantarella:

Corriere 19.10.13
Ipazia filosofa, matematica e astronoma martire civile del fanatismo cristiano
di Eva Cantarella

Accadde ad Alessandria d’Egitto, nel mese di marzo del 415 a.C.: una donna venne crudelmente assassinata, le sue carni fatte a brandelli, gli occhi cavati dalle orbite, i resti dati alle fiamme. L’assassino non era un marito o un amante tradito, un maniaco o un serial killer… A ucciderla fu una folla inferocita. Perché? La donna si chiamava Ipazia, ed era un’esponente di spicco dell’aristocrazia ellenica. Iniziata allo studio dal matematico Teone, suo padre, Ipazia insegnava matematica, astronomia e filosofia nella scuola platonica, di cui si dice fosse il capo. C’era chi diceva che la sua sapienza superava quella dei filosofi della sua cerchia. Una posizione eccezionale per una donna, ai tempi (e non solo). Ma non fu la misoginia la causa della sua morte. Si colloca invece all’interno dalla lotta che per secoli oppose paganesimo e cristianesimo. A distanza di un secolo dall’Editto di Costantino che aveva concesso ai cristiani libertà di culto, il potere imperiale aveva dichiarato guerra ai culti pagani. Dal 319 il cristianesimo era religione di Stato, e le costituzioni imperiali arrivavano a stabilire la pena di morte per i pagani. Ad Alessandria, poi, il vescovo Cirillo si distingueva per un atteggiamento particolatamente violento e persecutorio. E al suo servizio agiva un gruppo di fanatici estremisti, i «parabalani», monaci del deserto egizio provenienti dalle file degli zeloti. Furono loro gli assassini di Ipazia. L’orrore e la bestiale crudeltà del massacro sconvolse il mondo della cultura dell’impero romano d’Oriente. E sconvolge ancora, dopo 1.500 anni.

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