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Ala al Aswani: La rivoluzione? E’ solo umana

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 28, 2011

Durante l’occupazione di piazza Tahrir al Cairo faceva ogni notte un comizio dialogando con la gente, ragionando sulle prospettive della rivoluzione e provando a fare i conti con la paura dei cecchini. Medico e scrittore, ‘Ala al Aswani è l’autore di capolavori come Palazzo Yacobian. Dopo l’appuntamento a Mantovaletteratura è in tour in Italia per presentare il suonuovo libro: La rivoluzione egiziana , da poco uscito per Feltrinelli.

Simona Maggiorelli

Ala Al Aswani

Da sempre critico verso il regime di Mubarak e suo strenuo oppositore, lo scrittore e medico egiziano ‘Ala al-Aswani (autore di potenti affreschi della società egiziana come Palazzo Yacoubian) durante la rivoluzione del Cairo ha trascorso quasi tutte le sue notti in piazza Tahrir, facendo comizi e cercando di «dare una mano a chi dal basso organizzava la protesta. Il mio compito – racconta a left lo scrittore – era quello di sviluppare la discussione su questioni di giustizia sociale e  diritti, ma anche di raccogliere le preoccupazioni e le paure della piazza». Paure che si sono fatte rischio concreto di vita quando i cecchini di Mubarak hanno cominciato a sparare con armi ad alta precisione. «Ogni volta che vedevi il laser fermarsi su un punto della piazza sapevi che una vita umana era stata stroncata con un colpo alla testa – dice Al Aswani-.  Ma quel 28 gennaio, quando hanno cominciato a sparare sulla folla, abbiamo avuto anche la certezza che da quel momento il regime era finito», chiosa lo scrittore in tour in Italia per presentare il suo “diario” da piazza Tahrir, una raccolta di articoli apparsi sulla stampa indipendente e ora pubblicati da Feltrinelli con il titolo La rivoluzione egiziana.
«Io non penso di essere una persona particolare, né tanto meno uno sprezzante del rischio. Ma in quella piazza ho sperimentato uno strano fenomeno che alcuni studi – ho letto poi- descrivono come tipico delle rivoluzioni: quando ti trovi in mezzo a eventi storici di questa portata non ragioni più in termini di pericolo individuale, ma valuti le cose nella prospettiva del “noi”».

piazza Tahrir

Ripensando oggi a quelle settimane, dopo che Mubarak è stato deposto ed è finito in tribunale, «la rivoluzione- dice al-Aswani – mi pare ancor più un sogno ad occhi aperti. Vedere gli egiziani ribellarsi alle umiliazioni inflitte dalla dittatura, alzare la testa e lottare con grande dignità è stata una delle cose più belle per me». Nel frattempo ’Ala al-Aswani al Cairo continua a scrivere articoli e a tenere aperto il suo studio di medico e di dentista, da alcuni anni diventato anche luogo di incontro fra intellettuali dissidenti. Mentre l’eccezionalità della congiuntura ha fatto momentaneamente scivolare in secondo piano la sua attività di romanziere, dagli anni Novanta noto in tutto il mondo per la sua capacità di dare voce a una società egiziana negli ultimi anni diventata sempre più povera e oppressa, senza prospettiva.

«Gli egiziani non sono diversi da altri popoli che abbiano subito una dittatura – spiega al-Aswani-, non sono differenti dagli spagnoli sotto Franco o dai sovietici sotto Stalin. Un dittatore non ha mai doti, gli basta uccidere e torturare. Magari vestendo la maschera di padre della patria. E il risultato è che la gente precipita in uno stato di minorità, è prostrata, fiaccata nell’iniziativa. Ma c’è un momento in cui la frustrazione arriva al top e bastano poche scintille perché scoppi la rivolta. Così – aggiunge Al Aswani  sorridendo – da un giorno all’altro ho visto tutti i miei personaggi di Palazzo Yacoubian scrollarsi da dosso l’inerzia e scendere in strada per protestare».
Per piazza Tahrir quale è stata la scintilla decisiva? «Tre sono stati i momenti salienti: il primo risale al 2008, al grande sciopero organizzato da una rete di attiviste che toccò molto l’opinione pubblica. Nel 2010 poi c’è stato il barbaro omicidio di Khaled Said, un ragazzo di 28 anni, ucciso dalle forze dell’ordine, senza un movente, senza che lui avesse mai aderito a gruppi di protesta né fatto attività politica. Quel crimine – spiega al-Aswani – ha fatto capire a molti egiziani che, anche abbassando la testa, standosene ai margini, non si era più al sicuro dalla violenza del regime. Poi ci sono stati i brogli delle elezioni di novembre che, ancora una volta, hanno dato la maggioranza assoluta del Parlamento a Mubarak: la goccia che ha fatto traboccare il vaso». Adesso cosa ci si aspetta? C’è il rischio che elementi religiosi o di controrivoluzione prendano il sopravvento? «Io non credo, perché la società egiziana ha un fondo laico. Ma è anche vero che, nonostante la piazza si sia costituita come Parlamento alternativo, non ne abbiamo ancora uno eletto». E l’esercito che ruolo sta giocando? «La polizia in Egitto non si è comportata come in Libia – ricorda al-Alswani- ma non ha nemmeno preso posizioni chiare per il cambiamento; del resto molti elementi collusi con il vecchio regime allignano nei suoi ranghi. E tanto più nel ministero di Giustizia che è controllato dal Governo. Ma sono certo che la volontà popolare eserciterà una pressione perché non ci siano imbrogli nel processo a Mubarak».  Quanto alla risposta dei governi occidentali, come è stata vista da piazza Tahrir? «Che Guevara diceva che l’onore è dire ciò che si pensa e fare ciò che si pensa. Ecco, speriamo che i governi occidentali si facciano onore, smettendo le doppiezze. Comunque sia – prosegue al-Aswani- se Governi come quello italiano hanno sostenuto il regime di Mubarak rafforzandolo come oppressore della nostra gente, sappiamo che il popolo italiano non la pensa allo stesso modo.  Se si guarda alla risposta della gente, la rivolta di piazza Tahrir è stata sostenuta da ogni parte del mondo, perché – approfondisce lo scrittore – la rivoluzione è una cosa molto umana: è un movimento che nasce per avere rispetto, libertà, democrazia, dignità. Cose che ogni essere umano capisce al volo. Ora è tempo che anche i Governi si alzino in piedi per la difesa dei diritti umani». Poi rivolgendo un pensiero alla questione israelo-palestinese che questa settimana conoscerà un momento importante all’Onu aggiunge: «Se affrontassimo la questione pensando che siamo tutti esseri umani, si troverebbe una soluzione. Anni fa – ricorda al-Aswani – ho scritto un racconto immaginando un pilota israeliano affettuoso a casa e poi freddissimo quando spara sui bambini palestinesi, visti come nemici in erba. I problemi nascono quando tu consideri l’altro come nemico, come arabo, come musulmano, come cristiano. E non come essere umano. La violenza comincia quando neghi l’umanità dell’altro. Se lo guardi negli occhi, trovi l’umanità che ci accomuna e allora non puoi uccidere. I soldati Usa in Vietnam, non a caso, venivano addestrati a non guardare mai il nemico negli occhi.

IL LIBRO

l libro
Una primavera inaspettata
«Perché gli egiziani non si ribellano? Questa era la domanda che veniva posta ripetutamente in Egitto e all’estero». Così esordisce lo scrittore ‘Ala al-Aswani ad incipit del suo nuovo libro, La rivoluzione egiziana (Feltrinelli): Già, perché le condizioni c’erano proprio tutte: la metà della popolazione egiziana viveva da tempo sotto la soglia di povertà, con meno di 2 dollari al giorno, mentre  Hosni Mubarak monopolizzava il potere da trent’anni, con elezioni truccate. Senza contare che ogni giorno gli egiziani subivano torture e violenze sessuali nelle centrali di polizia per estorcere loro confessioni di reati che non avevano commesso. In questo libro in cui l’autore di Palazzo Yacubian e di Chicago raccoglie articoli scritti per giornali indipendenti, emerge il quadro delle complesse ragioni che impedivano quel colpo di reni che, inaspettato ai più, sarebbe arrivato in quella che è stata giustamente chiamata la primavera araba. Una stagione di grandi promesse di libertà e democrazia. Ma in questo libro che fa comprendere più a fondo i molti volti della rivoluzione egiziana, troviamo anche pagine pungenti in cui lo scrittore e medico al-Aswani non solo denuncia la corruzione e gli abusi del regime  ma invita gli egiziani a riflettere sulle violente imposizioni della religione ( «Il niqab impedisce alle donne di vivere come esseri umani»). Una religione che fa ammalare dice coraggiosamente al-Aswani citando ricerche mediche che raccontano l’alta incidenza di problemi e di malattie mentali in un’Arabia Saudita che, in nome di Allah, si pretende virtuosa e invece è solo altamente repressiva.

Da left-avvenimenti

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Né deboli né positivisti

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 22, 2011

Non si può dire addio alla verità. Ma nemmeno rinunciare all’interpretazione. Nella querelle fra New Realism e Postmoderno che ha animato l’estate interviene il filosofo Salvatore Veca indicando una terza strada possibile.

di Simona Maggiorelli

Salvatore Veca

“Non si può dire addio alla verità. Non si può abdicare all’impegno nella ricerca della verità in filosofia. Pur sapendo che questa ricerca non ha sempre un happy end. Si procede per prove e errori. Esattamente come nella scienza». Da sempre critico verso il cosiddetto Postmoderno il filosofo Salvatore Veca interviene così, con una forte presa di posizione a favore dell’«irriducibilità dei fatti» e del valore irrinunciabile della conoscenza nella querelle fra Pensiero debole e Nuovo realismo che, dopo aver animato per settimane i giornali, nel fine settimana è andato  in piazza al Festivalfilosofia di Modena, Carpi e Sassuolo dove Maurizio Ferraris ha tenuto  il 17 settembre una lectio magistralis sul New Realism (vedi left n.35), ma anche nel Castello dei conti Guidi a Poppi (AR) dove, nell’ambito di una tre giorni di seminari, domenica 18 settembre Veca ha tenuto una conferenza su un tema cruciale come la giustizia. Che qualsiasi addio alla verità renderebbe impraticabile.
Professor Veca, nel libro L’idea di incompletezza di recente uscito per Feltrinelli lei dedica ampio spazio al tema dell’interpretazione. Come è noto i pensatori deboli eleggono a slogan la frase di Nietzsche: “Non ci sono fatti ma solo interpretazioni”. Qual è la sua posizione?
Dagli anni Settanta, Vattimo in Italia, Lyotard in Francia e Rorty negli Usa, a partire da quel motto di Nietzsche, hanno detto che non possiamo ancorare i nostri discorsi, privati e pubblici, alla ricerca scientifica. Sostenendo che il pensiero non può mai trovare un fondamento saldo e roccioso ma solo un vortice di possibilità. Il contesto era quello del collasso delle ideologie e della crisi delle grandi narrazioni degli ultimi vent’anni del Novecento in Occidente. E loro pensavano che abbandonare l’idea di una oggettività dei fatti avesse un effetto emancipatorio. Ma di fronte a un acquazzone, dire che piove è un’affermazione vera; è un fatto inemendabile come direbbe il mio amico  MaurizioFerraris. Nel libro che lei ricorda cerco di connettere la posizione di Nietzsche alla tesi scettica: come fai a sapere che è così? Come fai a dimostrare la veridicità delle tue asserzioni? La mia idea è di prendere sul serio le ragioni degli ermeneutici, degli interpretazionisti, ma con una obiezione. D’accordo dire che qualsiasi fatto può essere interpretato. Ma non tutti i fatti congiuntamente possono essere sottoposti a interpretazione. Qualcosa deve star fermo perché altro si possa muovere. Qualcosa deve essere tenuto fuori dal dubbio perché si possa dubitare di qualcosa. Qualunque credenza può essere messa in discussione, è una vecchia idea illuministica. Però non posso criticare tutto allo stesso tempo. Dunque, diversamente dai “debolisti” io penso che una verità sia tale fino a prova contraria, Questo non elide lo spazio d’interpretazione. Un esempio: pensiamo al 14 luglio del 1789, che chiamiamo presa della Bastiglia. In realtà solo il 2 agosto si arrivò a all’interpretazione chiara che si era trattato di un gesto per la libertà contro il dispotismo. Ogni volta che noi ci rivolgiamo alla reinterpretazione del passato non facciamo altro che rendere insaturi i fatti, riapriamo il gioco delle interpretazioni.
Estremizzando il pensiero di Nietzsche si arriva al nihilismo, D’altro canto il New Realism rischia il neopositivismo, L’essere umano non è fatto solo di razionalità. Cosa ne pensa?
Senza dubbio. Sono più che d’accordo. Tanto  che negli anni ho cercato di riflettere su una terza strada diversa dalle due menzionate. Faccio un esempio concreto. Non possiamo trascurare che mentre per noi è possibile studiare e classificare le proteine, quando cerchiamo di capire qualcosa di più delle rivolte arabe, abbiamo a che fare con strani tipi di oggetti che tendono a autodefinirsi. Lo stesso vale per i riots a Londra. In questo caso cosa vuol dire interpretare? Possiamo attribuire volontà collettive? In Medioriente prevalgono i jihaidisti? O i giovani twitters?. Non nego i fatti, ma resta aperto l’onere intellettuale dell’interpretazione. E se si irrigidisce, se si ipostatizza la si può sempre fluidificare. Ecco il punto.
In una conferenza al Festival della mente ha parlato di immaginazione filosofica. Un concetto quasi ossimorico vista la nascita del Logos come pensiero razionale…
L’immaginazione, per me, è un cardine. Non so neanche pensare che si possa fare ricerca filosofica senza che il primo passo non coincida con la capacità di “vedere” le cose, di immaginare un mondo, una questione, un problema. Il nostro lavoro è fatto da una continua tensione fra la ricerca di nessi, connessioni, fra idee e quella che io chiamo coltivazione di memorie: cioè lasciare che riemerga l’eco della tradizione, così pasticciata e meticcia e veramente creola quale è quella alle nostre spalle. Poi certo esistono metodi con cui si cerca di “acchiappare” ciò che si è intravisto. Mi sembra di vedere in una certa area qualcosa che mi attrae e cerco di andarci. Naturalmente per andarci servono dei metodi che siano giustificabili e non dipendenti dalle mie idiosincrasie. Per dirlo in una battuta, la visione filosofica è cieca se non c’è l’analisi, ma l’analisi è vuota se non viene messa in moto dall’immaginazione filosofica.
Un altro filone della sua ricerca riguarda l’eros, criticando la trattazione platonica, ma anche quella cristiana.
Ho ripreso questo tema di ricerca per il festival di Sarzana, ma il lavoro più completo che gli ho dedicato è in un libro di qualche anno fa, L’offerta filosofica. Mi interessava provare a mettere alla prova il motore della ricerca, provare a vedere sotto il profilo filosofico la passione, come accade che ci innamoriamo di qualcuno. Intanto continuo un corpo a corpo va con il Discorso sul metodo di Cartesio, con quel suo tentativo di dire: metto sotto pressione tutte le credenze e arriverò a una credenza che non posso mettere in questione. Cartesio lo risolve con il problema di Dio. Ma io dico che anche quella credenza lì è questionabile. Infine anche nell’intervento che ho preparato per Poppi continuo su un filone a cui mi dedico da trent’anni: il problema della giustizia sociale. Ce la facciamo a estendere concetti di giustizia a tutta l’umanità presente sul globo? Qui uso il pensiero politico di Rawls come punto di partenza.
Lei ha affrontato il tema della giustizia ora anche in forma di epos moderno, molto intensa in Sarabanda?
Nasce, in realtà, come reading per il teatro sociale fondato da Teresa Pomodoro a Milano… Sui miei libri filosofici posso rispondere lucidamente, ma riguardo a questo esordio mi sento un po’ come ragazzino. Lì c’è il precipitato dei miei ricordi, di ciò che ho provato di fronte all’ingiustizia. Una cosa però la posso dire: sono molto legato al fatto che il primo atto cominci con voce di donna.

da left-avvenimenti

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