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Imprendibile Nietzsche. L’ultimo libro di Maurizio Ferraris

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 9, 2014

Nietzsche Minch

Nietzsche Minch

Nel suo nuovo libro Maurizio Ferraris opera una ricognizione critica della “gloria” del filosofo tedesco, che fu esaltato dal ’68. E si riapre la discussione

E’ un libro di spessore, anche letterario, quello che Maurizio Ferraris dedica a Nietzsche rielaborando suoi importanti lavori precedenti (come Nietzsche e la filosofia del Novecento) fino a ricrearli in una forma interamente nuova.

Nel suo Spettri di Nietzsche, appena uscito per Guanda, la ricognizone critica del pensiero del filosofo tedesco si apre a nessi inediti con rimandi a Dostoevskij, a Mann, a Conrad, alla pittura di Munch e oltre (fino a chiamare in causa i Doors!). Ma incontra anche tratti di autobiografia. L’indagine serrata dei testi, infatti, s’intreccia alla narrazione di momenti vissuti in quelle stesse strade e palazzi che videro Nietzsche scrivere pagine folgoranti e rapidamente sprofondare nella pazzia.

Professore ordinario di Filosofia teoretica all’Università di Torino era impossibile per Ferraris non imbattersi nel “fantasma” di Nietzsche. Ma è stata certamente una scelta deliberata quella di ingaggiare con il suo rapsodico pensiero un corpo a corpo che dura ormai da trent’anni. Da quando Ferraris era un giovanissimo allievo di Derrida e uno dei primi filosofi in Italia a confrontarsi seriamente con il Decostruzionismo.

Da allora, però, molte cose sono cambiate e il pensiero di Ferraris si è sviluppato fino a prendere una direzione del tutto nuova che lo ha portato negli anni scorsi a tematizzare l’urgenza di un Nuovo Realismo in filosofia, rivalutando il valore dei fatti, la loro concreta oggettività, senza la quale nessuna interpretazione sarebbe possibile.

Ferraris, Guanda

Ferraris, Guanda

Obiettivo polemico dichiarato: il pensiero postmoderno, che ha rinunciato a qualunque ricerca sulla verità storica, filosofica, fattuale, rischiando di cadere nel negazionismo e nel populismo, pur di portare avanti (è questo il caso del Pensiero Debole di Vattimo, Rovatti, ecc) la propria lotta antidentitaria nata nell’alveo del ’68, nelle piazze della rivolta studendesca che nel Maggio francese si lasciò sedurre dal pensiero di Heidegger. Contraddizione feroce, lacerante, mettere insieme Marx e il filosofo della Selva Nera, la rivolta in nome della libertà e il pensiero cattolico-nazista dell’autore di Essere e tempo.

Un corto circuito che rese cieco il movimento, facendolo precipitare nel caos. Gianfranco De Simone ne ha scritto in modo autorevole e puntuale su left. Qui mi premeva solo richiamare brevemente quel contesto per dire della coraggiosa presa di posizione da parte di Ferraris con un pamphlet come Manifesto del Nuovo Realismo (Laterza, 2013) e con riflessioni acuminate che denunciano il nazismo di Heidegger e la sua pericolosa esaltazione da parte di pensatori che si dicono di sinistra .
Ora, con Spettri di Nietzsche, Maurizio Ferraris sembra voler fare un passo ulteriore chiamando in causa anche il filosofo della «volontà di potenza». Riaprendo così un’antica querelle che contrapponeva innocentisti e accusatori. Da un lato Deleuze e Vattimo che celebravano l’autore dello Zarathustra. Dall’altro i detrattori, che si rifacevano a György Lukács e alla sua Distruzione della ragione.

Ovviamente Ferraris va oltre il già detto, approfondisce, provoca, lanciando non poche stoccate alla “Gloria di Nietzsche” (per dirla con il titolo della lectio magistralis che ha tenuto al Festivalfilosofia ).Nel suo nuovo libro il filosofo torinese denuncia l’incontrovertibile strumentalizzazione del pensiero nietzschiano operata dal nazi-fascismo. Ma al contempo ridimensiona il ruolo della sorella Elisabeth nel manomettere le opere dell’ultimo Nietzsche piegandole all’ideologia di destra. Anche se è probabile una falsificazione dell’epistolario da parte della sorella che millantava un ruolo di interlocutrice e confidente che non ebbe mai.

«Il nihilismo della forza», «l’esaltazione della potenza e di ciò che ne segue» sono aspetti che innervano intrinsecamente tutto il pensiero nietzschiano, secondo Ferraris. Difficilmente potrebbe passare per progressista la sua idea di «superuomo dispotico» («un maschio alfa, cioè anche un povero fesso, ma un fesso pericoloso»).

Eppure, ricorda Ferraris, nel 1919 Hugo Bund pubblicò Nietzsche come profeta del socialismo. Un libro dove «non è anacronisticamente accusato di nazismo, ma chiamato a correo come ispiratore del socialismo. Il superuomo e la sua tirannia sarebbero la piena realizzazione del socialismo che – d’accordo con il modello leninista – non si contrapporrebbe più al militarismo, ma ne sarebbe anzi il compimento», scrive Ferraris. Insomma, detto rozzamente, il ribellismo antiborghese di Nietzsche, il suo messianesimo e vitalismo, avrebbero fatto di lui un autore amato dall’avanguardia leninista e non solo.

E quel suo argomentare oracolare e «messianico» ne avrebbe fatto, via Heidegger, un eroe di quel ’68, che praticava il marxismo come religione. L’operazione ermeneutica compiuta da Deleuze e in Italia da Vattimo completò il lavoro di annessione di Nietzsche alla sinistra. Incuranti della sua idea di «inconscio geologico», dice Ferraris, e del suo nihilismo assoluto. Lungi dal dire che Nietzsche fosse nazista (non poteva esserlo per ragioni storiche, perché i nazisti erano anti semiti e cristiani mentre lui era anti cristiano e contro la razionalità lucida, apollinea esaltata in ambiente universitario tedesco), Ferraris tuttavia mette radicalmente in discussione la possibilità di vedere nel teorico dell’Übermensch un pensatore rivoluzionario e Giamettaprogressista.
Riaffermendo la necessità di leggere l’opera di Nietzsche nel suo insieme, Sossio Giametta, storico traduttore del pensatore tedesco, nel libro Cortocircuiti (Mursia, 2014) invita alla cautela e a non riudurre Nietzsche a un «bue squartato di cui ognuno si ritaglia una bistecca che poi si cucina a modo suo».

In questa raccolta di saggi (in parte già noti, in parte inediti) rilancia la sua interpretazione di Nietzsche come spirito libero, che coraggiosamente attaccava ogni forma di pensiero sclerotizzato, rimettendo al centro l’autodeterminazione dell’essere umano, Vozzapreso atto della crisi irreversibile del Cristianesimo e della «morte di Dio».

E se Giametta poeticamente vede nel superuomo nietzschiano, non solo l’«oltreuomo danzante» dello Zarathustra, ma anche il viandante, Marco Vozza, nel libro Il nuovo infinito di Nietzsche (Castelvecchi, 2014) invita a leggerlo come filosofo del profondo, che «trasvaluta i valori mettendo al centro l’interiorità del soggetto», contro un Logos ormai devitalizzato. Il filosofo torinese Vozza propone dunque una lettura quasi diametralmente opposta a quella del concittadino Ferraris e sarebbe interessante chiamarli ad un confronto dal vivo.

( Simona Maggiorelli)

Dal settimanale left del 6 settembre 2014

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L’eros non si addice al logos occidentale

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 17, 2009

di Simona Maggiorelli

velàzquez, Venus,1650

velàzquez, Venus,1650

Con libri come Le forme del visibile, filosofia e pittura da Cézanne a Bacon (Pendragon) il filosofo Marco Vozza si è dedicato a un interessante tentativo di elaborazione di un’estetica basata su un’idea di autonomia dell’opera d’arte rispetto al contesto in cui nasce ma anche sul riconoscere alle immagini un contenuto di pensiero che si esprime nella forma. A fare da traccia, qui, è la lezione di Focillon da cui il docente di filosofia teoretica dell’università di Torino ha mutuato la celebre espressione «il segno significa, mentre la forma si significa». Una visione del fatto artistico che parte dal presupposto che «l’arte, così come la scienza e la filosofia – scrive Vozza – sia uno strumento di conoscenza». In questa chiave, l’opera d’arte nata nel «flusso della vita» conserva un plenum che è proprio della percezione sensibile, mentre forma e contenuto, del tutto inscindibili, esprimono un’eccedenza rispetto allo spirito del tempo in cui sono state realizzate. Con questa filosofia dell’arte che qui abbiamo riassunto rozzamente il professore ha riletto l’opera dei maggiori artisti del Novecento e ha dato vita a una collana editoriale coinvolgendo altri importanti autori nel progetto. Per le edizioni Ananke sono già usciti i primi due titoli. Il primo di Didier Anzieu dedicato al pittore Francis Bacon e un secondo, Indizi sul corpo, firmato da Jean Luc Nancy: non un volume collettaneo che mette insieme testi di conferenze svolte in epoche diverse (come ne stanno uscendo molti, di Nancy, in questi mesi) ma un testo filosofico in senso stretto. Tenendo presente il lavoro del filosofo francese dedicato ai temi dell’eros a Sassuolo oggi alle 21 Marco Vozza farà la sua lectio magistralis analizzando come filosofi e psiconalisti hanno letto il desiderio. Così dopo il saggio A debita distanza (Diabasis) in cui Vozza raccontava il tormentato rapporto fra Kierkegaard, Kleist, Kafka e le rispettive fidanzate, il filosofo torinese aggiunge un nuovo capitolo alla sua disanima dei tentativi da parte dei pensatori cresciuti nel culto del logos occidentale di controllare e soffocare il desiderio, cristianamente visto come male. «Nel mio intervento – dice il professore – cercherò di spiegare come la dinamica del desiderio sia stata letta come esperienza che approda a una configurazione (filosoficamente) solipsistica e (psicologicamente) narcisistica, in ossequio alla metafisica dell’età moderna e poi contemporanea. E sosterrò con una certa risolutezza che, fin quando ci si attiene a tale logica (o grammatica) del desiderio, si manca o si fallisce l’esperienza d’amore». In altre parole? «Si tratta innanzitutto di decostruire una certa idea di desiderio che si ritrova già in un moralista come La Rochefoucault, il quale sosteneva che gli uomini non avrebbero mai pensato all’amore se non ne avessero sentito parlare da qualcun altro, che “le passioni si nutrono di cliché” e che “la maggior parte delle emozioni sono di origine convenzionale”. Ma – prosegue Vozza – questo carattere mimetico del desiderio è stato ribadito e teorizzato più recentemente anche da un filosofo e antropologo come René Girard». E in precedenza lo ritroviamo in Proust. «Per l’autore della Recherche – spiega Vozza – la realtà non ha alcun ruolo costitutivo o dirimente nel desiderio che, per lui, è fondamentalmente di natura proiettivo-fantasmatica. Pertanto l’amore esprime la perversione del soggetto. L’intera tradizione occidentale – sottolinea il professore -, senza particolari eccezioni, si avvale di uno schema in base al quale l’esperienza amorosa è pensata in termini di una logica (o di una grammatica) del desiderio a carattere proiettivo-fantasmatico piuttosto che in termini di relazione tra un uomo e una donna. Quale soggetto è attivo all’interno di questo scenario? Un individuo, anzi due individui che si rispecchiano fedelmente nel perseguire simulacri del Nulla, confrontandosi tra loro come nello stato di natura descritto da Hobbes; un individuo ignaro del carattere comunitario del suo essere-al-mondo, del con-essere. Questo individuo, estraneo al contagio della relazione, così “immunizzato”, non può che muoversi inquieto nell’esistenza perché – conclude Vozza – osserva un’originaria e angosciosa inimicizia e una irriducibile propensione al potere…in una costante disposizione distruttiva che si avvale della capacità di uccidere: “gli uomini per naturale passione sono reciprocamente offensivi”, scrive l’autore del Leviatano». E in questa visione così desolata dell’uomo si potrebbero variamente collocare in molti, da Platone a Freud.

dal quotidiano Terra, 18  settembre 2009

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