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l’aborto non è assassinio

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 26, 2010

intervento all’Università Roma III, 17 maggio 2008

di Simona Maggiorelli

Ru486

Pochi giorni fa, proprio in occasione del
trentesimo anniversario della approvazione della legge 194,Benedetto XVI è tornato a proclamare la posizione della Chiesa di Roma sull’interruzione della gravidanza. L’occasione  per questa sua ennesima ingerenza negli affari dello Stato italiano da parte del capo dello Stato vaticano è stata, il 12 maggio scorso, l’udienza accordata a esponenti del Movimento della Vita.  «Se guardiamo ai tre decenni trascorsi –  e consideriamo la situazione attuale, dobbiamo riconoscere che difendere la vita oggi è diventato più difficile perché si è creata una mentalità di svilimento progressivo del suo valore», ha detto il Pontefice, secondo quanto riportato dalle agenzie di stampa.
L’aborto, per il sommo pontefice, sarebbe una piaga, un flagello da combattere nella società . In particolare quella italiana.  Tralasciando per un attimo l’ legittimità di un tale intervento a gamba tesa nella legislazione di uno stato straniero come lo è l’Italia, per lo Stato Vaticano, va detto che si tratta di un’affermazione del tutto falsa. Trent’anni fa in Italia, secondo stime dell’Organizzazione mondiale della sanità(Oms), gli aborti erano circa un milione e duecentomila, oggi gli aborti legali sono circa centomila. Un decino di trenta anni fa. Un dato che parla da solo.  E  a trent’anni della sua approvazione,  la legge 194 continua ad essere una buona legge.

Le ricerche ufficiali dell’Istituto superiore di Sanità ( pubblicate ufficialmente, di anno in anno sul suo sito) dicono che , da allora, in Italia gli aborti legali sono diminuiti del 44%. E se poi  agli aborti legali si sommano quelli clandestini il calo risulta essere del 75% . In pratica si è passati dai circa 585mila aborti del 1982 ai 150mila del 2006. Ad abortire,  negli ultimi anni, sono state soprattutto le immigrate provenienti da Paesi dove l’aborto è vietato e mancano informazioni sulla contraccezione. Ma studi recenti ci dicono anche che quelle stesse immigrate, dopo qualche tempo che vivono in Italia, ricorrono meno all’interruzione di gravidanza e  al tempo stesso e fanno meno figli.

Così, in barba ai discorsi ideologici e assai poco scientificamente fondati del nuovo governo Berlusconi che, per bocca della sottosegretaria Eugenia Roccella chiede di fare un tagliando della legge 194, ci sentiamo di poter dire – insieme con la Federazione nazionale dell’Ordine dei medici – che la 194 è una buona legge. A distanza di 30 anni ancora solida e moderna.

A partire da quell’articolo 15 che raccomanda “l’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità psicofisica della donna e meno rischiose per l’interruzione di gravidanza”. Che implica già – per esempio – la possibilitàdell’aborto farmacologico, come tecnica meno invasiva per le donne, rispetto all’aborto chirurgico. Con buona pace di chi, come Francesco Storace quando era ministro della Salute, ha cercato di imporre in Italia una anacronistica e immotivata nuova sperimentazione della Ru486, un farmaco che è in uso in Europa da dieci anni ed è indicato dall’Organizzazione mondiale della sanità fra i farmaci essenziali.
Ma c’è anche un altro aspetto di modernità della legge, che val la pena di ricordare: la 194 non fissa un limite temporale per l’aborto
terapeutico. Il legislatore nel ‘78 fu assai più avveduto e aperto di quanto ci prospetti il dibattito politico attuale. Basta pensare al recente indirizzo
applicativo della legge 194 raccomandato dalla Regione Lombardia. Il presidente Roberto Formigoni non si è limitato a  invitare le donne che abortiscono a fare il funerale all’embrione di poche settimane (il che potrebbe anche far sorridere chi, non del tutto ignorante, sa bene che a quello stadio si tratta di poco più che un agglomerato di cellule) ma pretende di fissare un limite all’aborto terapeutico alla 21esima settimana. O, tutt’al più, dalla 22esima e 3 giorni.

Decisione , proprio la settimana scorsa dichiarata illegittima dal Tar della Lombardia e che già molti ginecologi avevano definito “una  vera e
propria canagliata”, proprio perché in quel torno di settimane matura la possibilità di capire con più chiarezza, con gli strumenti diagnostici attuali,
la vera entità del deficit del feto. Ma soprattutto perché, come dimostra la moderna  neonatologia  solo intorno alle 24 settimane il feto comincia ad avere possibilità di vita autonoma, fuori dell’utero. Un seme di una pianta, caduto casualmente sul terreno, –  assicurano gli scienziati-  avrebbe più
possibilità di vita  di un feto che non abbia ancora raggiunto i sei mesi nella pancia materna.
Ma Ratzinger  insiste invocando – fuori da ogni realtà di scienza –  una tutela per l’essere umano, a suo dire, “già pieno e completo
fin dal concepimento, benché informe nell’utero materno”. “Essere informe – continua il papa- “sul quale si pone già lo sguardo benevolo e amoroso degli occhi di dio”. E così Giuliano Ferrara, mettendosi in scia con il suo capitano Achab di bianco vestito, ha varato la sua lista pro life, proponendo un’odiosa moratoria contro l’aborto – odiosa perché falsa , antiscientifica – in analogia con la pena di morte, mentre il premier  Berlusconi, facendo a chi la spara più grossa, ha annunciato già da alcuni mesi di voler addirittura cambiare lo statuto dei diritti dell’uomo suggerendo all’Onu di fare propria la tutela del diritto alla vita, fin dal concepimento.

E tutto questo mentre l’Europa va in tutt’altra direzione. Non solo i singoli Paesi come l’Inghilterra, la Spagna e perfino il Belgio, ormai all’avanguardia nella ricerca scientifica sulle staminali embrionali e sulla clonazione terapeutica. Ma  L’Europa tutta dopo che, alla metà di aprile, la Commissione Pari Opportunità del Parlamento Europeo ha proposto  con successo un documento per favorire l’accesso delle donne all’interruzione di gravidanza . In pratica il documento del Parlamento europeo  sollecita gli Stati membri del Consiglio d’Europa che ancora non l’hanno fatto – Andorra, Irlanda, Malta e Polonia – a depenalizzare l’aborto, ma denuncia  anche che , nei Paesi in cui l’aborto è legale, “le condizioni non
sono sempre tali da garantire alla donna l’effettivo esercizio di questo diritto”. Tra gli ostacoli indicati dal rapporto redatto dalla europarlamentare
austriaca del partito socialista Gisela Wurm: “la mancanza di dottori che accettino di praticare l’interruzione di gravidanza, i ripetuti e obbligatori
consulti medici, il periodo di tempo concesso per la riflessione e i lunghi tempi di attesa”. In più il rapporto approvato a larga maggioranza dalla
Commissione pari opportunità sottolinea anche la necessità di rendere  la contraccezione “facilmente agibile, anche dal punto di vista economico” e “di introdurre l’educazione sessuale e alla contraccezione nelle scuole”.

Per contrasto risultano ancora più netti i contorni del violentissimo attacco alla 194 in atto in Italia. Che poi, a questo punto possiamo dirlo, è un attacco all’identità stessa della donne e alla loro libertà. Ma in Italia non è faccenda di questo ultimo anno di storia, nonostante negli ultimi mesi si siano registrati fatti indegni di un Paese civile come il blitz della polizia nel reparto di ginecologia dell’ospedale di Napoli.

Volendo fare un minimo di storia  vadetto che la genesi di quello che stiamo vivendo oggi risale almeno al 2004, ovvero all’entrata in vigore della legge 40, sulla fecondazione medicalmente assistita. Ma a essere più precisi si potrebbe tornare più indietro ancora ovvero a quel febbraio 1999 quando nell’aula di Montecitorio una maggioranza trasversale approvò un emendamento alla proposta di legge sulla fecondazione assistita che introduceva il diritto soggettivo del concepito. «Questo significa che un embrione ha gli stessi diritti un bambino appena nato» disse
subito il capogruppo della Lega, Alessandro Cè.

Comunque la si pensi,questo fu un brusco cambio di rotta rispetto alle conquiste della legge 194. Basta ricordare per questo che la legge sull’aborto fu anticipata da una famosa sentenza della Corte Costituzionale del 1975 che chiariva, senza possibilità di equivoci, che non esiste equivalenza fra i diritti dell’embrione e quelli della donna. Quella sentenza, che rese possibile poi la 194, stabiliva una gerarchia fra donna e embrione a favore della prima e in nome della tutela della sua salute e integrità psico-fisica. Al contrario, la legge 40, che all’articolo 1 equipara l’embrione a una persona, basando poi, su questo punto, tutto l’ impianto di legge, riporta la donna a un medioevo in cui lei sarebbe un semplice contenitore di un’entità sacra, intangibile, il “concepito”.

Assunto fra le figure titolari di diritti. La legge 40, di fatto, considera l’embrione persona giuridica alla stregua dei soggetti già nati. Andando contro il nostro codice civile in cui “l’acquisizione di diritti è subordinata alla nascita”. Così la maternità  tornerebbe a essere un destino, non sarebbe più una scelta, maturata nel rapporto con un uomo, rapporto creativo non solo dal punto di vista del fare figli.  Dacché con la legge 40 la donna è costretta, per legge, a farsi trasferire in utero tutti anche gli embrioni  anche se malati, le è proibita l’ eterologa che perfino alla Madonna fu concessa, (come stigmatizzava una geniale copertina del settimanale “Diario” qualche anno fa che). Non sto a ricordarvi tutti gli assurdi e crudeli divieti contenuti in questa norma, mercé anche le sue linee guida, a cui l’ex ministro Livia Turco, in corner, negli ultimi dieci giorni del suo mandato ha cambiato solo alcune virgole. Tanto che a fronte della possibilità di accesso alle tecniche di fecondazione assistita da parte di coppie portatrici di malattie infettive come l’hiv resta ancora in piedi  il divieto di accesso alla fecondazione  assistita per  chi è portatore di malattie genetiche. Una storia di provvedimenti cavillosi  che affonda le radici, appunto, in quel 2005 che nonostante la valanga di firme per andare al
referendum, partorì quattro quesiti così arzigogolati e capziosi che,  cardinal Camillo Ruini o meno la gente ne fu scoraggiata. E questo gioco a confondere è oggi all’acme. Basta dare uno sguardo a come i media nazionali raccontano le vicende di cui stiamo parlando.  Con notizie  sugli anatemi del papa contro l’aborto, date prima di quelle che riguardano i provvedimenti del nuovo governo italiano.

Il lessico antiscientifico e le immagini comparse sulle maggiori testate italiane negli ultimi anni parlano di un bombardamento al napalm alla mente dei lettori, appena un poco distratti. Sui giornali di centrodestra c’è di che sbizzarrirsi da questo punto di vista. Purtroppo però non solo su quelle pagine. Si leggono quotidianamente articoli in cui si parla genericamente di vita, senza distinguere fra la vita di una pianta, di un animale e di un essere umano. Sono entrate nella routine  giornalistica locuzioni quotidiane icome “ dolce morte” per parlare di eutanasia o , ancora più impropriamente di testamento biologico.
Si parla di “tutela del concepito”, ma non è chiaro se questo “concepito” sia una morula, una blastocisti o cosa altro. In occasione dei fatti di Genova, e ancor più gravemente nel caso di Napoli, si è letto sui giornali un inaudito linciaggio pubblico delle donne che hanno abortito. Il Giornale, sulla scorta di Ferrara, ha scritto “un bambino ucciso per un reality”, quando si trattava di un aborto fatto a cinque settimane dall’inizio della gravidanza. Il corollario di sottotesto, del resto, pare, chiaro: le donne meglio a casa a fare figli. Il Foglio poi, ha fatto una campagna per la tutela della privacy
dell’embrione che  sarebbe disturbata dagli strumenti di diagnosi prenatale (resta da capire come il feto abbia potuto far sapere a Ferrara che si sentiva importunato) e ne ha fatta un’altra per denunciare un presunto dolore del feto, quando la scienza ci dice che a quello stadio non ci può essere che una reazione per riflesso e non in relazione a un sentire, dal momento che il feto non ha nessunissima attività psichica, che si realizza solo alla nascita.
L’Avvenire con i vari inserti di Scienza e vita diffusi capillarmente nelle parrocchie si è inventato la sindrome del boia, a cui sarebbero destinate tutte
le donne che abortiscono. Mentre la Ru486 viene chiamata pregiudizialmente, in modo del tutto antiscientifico, Kill pill dalla neo  sottosegretaria al
ministero del Welfare, Eugenia Roccella. E ancora nelle pagine sul recente caso di Pisa si leggevano articoli che confondevano la Ru486 con la pillola del giorno dopo (la Norlevo) che non è affatto un abortivo e sulla quale è illegale fare obiezione.
E ancora si legge di apparentemente democratiche proposte di “adozione degli embrioni orfani”, quando la parola adozione e l’aggettivo orfano afferiscono a un bambino, non certo a un agglomerato di cellule. Per non dire della bassa propaganda  vaticana che si sente sui media italiani quando ci si addentra nei temi che aprono al futuro della scienza. Un vero can can: per cui esperimenti di clonazione terapeutica, ovvero di trasferimento del nucleo di una cellula diventano esperimenti di una (del resto impossibile) clonazione umana. Gli embrioni ibridi (da cui anche Papa Woytila, pare, trasse giovamento) diventano immaginifici embrioni chimera. E questo con la complicità dei soliti,
emeriti esperti. Così il genetista Bruno Dallapiccola, fondatore di Scienza e vita ha definito “ammucchiata in provetta” gli esperimenti di alcuni
ricercatori britannici, che utilizzando materiale genetico (gameti e mitocondri) di tre soggetti con tecniche di trasferimento del nucleo, avrebbero
creato embrioni che potrebbero in futuro essere indenni dalle 40 e oltre malattie (epilessia, distrofia muscolare ecc.) ereditabili proprio dai difetti
del mitocondrio.  E pochi giorni fa si è letto: quindicenne obbligata ad abortire,  speculando sul caso di questa ragazzina che aveva già avuto una
gravidanza  a 13 e dunque bisognosa di aiuto. I giornali hanno preferito invece scagliarsi contro  la 194 che non prevede affatto l’aborto coatto. E via di questo passo. Scusate l’insistenza. E questo non senza la connivenza dei giornali di cosiddetta sinistra a cominciare da certi  specchietti riassuntivi
di Repubblica che vanificano qualunque tentativo l’articolista abbia fatto per argomentare la questione in termini di approfondimento. Ma mi viene in mente anche una storica copertina dell’Espresso che per invitare a votare quattro sì al referendum sulla legge 40 pubblicò in cover una serie di bambini racchiusi in provetta che avanzano come un esercito di homuncoli nello spermatozoo, proprio come nelle raffigurazioni medievali. L’immagine scelta dice il contrario del messaggio che, sulla carta, si vorrebbe far passare.

E qui veniamo al punto, forse il più doloroso, nel constatare le armi spuntate dei giornali nei confronti di questa massiccia campagna di disinformazione e, insieme, di colpevolizzazione delle donne rispetto all’aborto.  Dire “siamo tutte assassine”  certamente non ci offre strumenti di via d’uscita. In filigrana si può leggere: siamo tutte matte e nessuna è matta, a negare la realtà delle cose. Allora mi dico che non basta, per affrontare  la situazione in cui siamo venute a trovarci, il vecchio discorso del diritto all’autodeterminazione.  I tempi sono maturi ormai perché ci possano essere una consapevolezza e un sapere scientifico diffuso che ci permetta, finalmente, di liberarci dal giogo  di un senso di colpa lungo centinaia di anni.

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Una bioetica più umana

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 19, 2006

A giugno 2006 si rinnova il comitato nazionale di bioetica. Flamigni e Neri lanciano proposte per il futuro dell’ente governativo

di Simona Maggiorelli

I nodi da affrontare sono tutti o quasi ancora sul tavolo: testamento biologico, terapia del dolore ( che la legge Fini-Giovanradi rende più diffficile) ma soprattutto la legge 40 sulla fecondazione medicalmente assistita, con la sua antiscientifica definizione del concepito e dei suoi presunti diritti, i suoi assurdi divieti della fecondazione eterologa e della diagnosi preimpianto. Che il caso della signora inglese che, grazie alla selezione degli embrioni, avrà un figlio che non erediterà la sua stessa malattia genetica ha da poco risolleevato in tutta la sua crudele assurdità.

Su tutti questi temi  il Comitato nazionale di bioetica (Cnb) deve ancora tenere un incontro, agli inizi di giugno, per dire un’ultima parola prima del normale scioglimento del mandato. Il timone poi, per decreto del Presidente del Consiglio passerà al Cnb nominato dal nuovo governo. E già ci sinterroga su chi sarà il nuovo presidente di questo importante organo di consiglio del Governo. Il nome che circola è quello dell’ex garante della Privacy, il giurista Stefano Rodotà, ma anche del ginecologo e ordinario all’Università di Bologna, Carlo Flamigni, che nehli ultimi anni ha portato avanti una coraggiosa e contrastata battaglia di laicità all’interno del Cnb presieduto dal cattolico Francesco D’Agostino.

Tutto dipenderà dalle scelte del premier Prodi: vorrà dare forza alla ricerca oppure, su una strada di continuità con il governo di centrodestra, mettere il Cnb nelle mani della neosenatrice della Margherita, la neurospischiatra Paolo Binetti, promotrice del Comitato scienza e vita? Insomma siamo davanti a un bivio decisivo per questo importante organo consultivo, composto di scienziati ed esperti, e che ha anche il compito delicatissimo di giudicare le ricerche biomediche italiane che chiedono finanziamenti europei.. Con un parere che può diventare pesantemente vincolante. Come ha dimostrato di recente l’esempio di un gruppo di ricercatori dell’Ispra sul Lago di Como, avendo visto svanire un finanziamento Ue di 9 milioni di euro per una ricerca sui nuovi metodi di valutazione delle sostanze tossiche nello sviluppo dell’embrione, proprio a causa di un parere negativo del Cnb.

“Fondi che poi sono stati assegnati a un gruppo di ricercatori tedeschi” racconta il bioeticista Demetrio Neri dell’Università di Messina. “E’ una pretesa assurda pensare di fermare la scienza e i progressi che possono venirne per gli esseri umani. Se non in Italia, la ricerca andrà avanti in altri paesi” commenta Flamigni che, dopo aver completato una impegnativa storia della fertilità per la Utet e una raccolta di articoli dal titolo eloquente Io ve lo avevo detto compagni, sta per mandare alle stampe per i tipi di Baldini Castoldi Dalai un libro sull’intelligenza femminile ” in cui-dice il professore- mi sono divertito a confrontare i documenti cristiani con quelli di Casanova”. Ripensando al referendum sulla legge 40 e a quella che Flamigni non valuta del tutto come una sconfitta poi fa notare: ” Bisogna pensare a quei dieci milioni di italiani che sono andati a votare per dire no a questa legge sulla fecondazione assistita.

E proprio per questa fetta importante del Paese oggi Flamigni rilancia: ” Nonostante ci siano state molte sollecitazioni a lasciare i Ds- racconta – ho preferito restare perché è qui che ha senso fare una forte battaglia di laicità. E poi, tornando al ruolo del Comitato nazionale di bioetica e all’urgenza di una sua riforma, aggiunge: ” Ci sono diversi modi di intendere il lavoro. negli ultimi anni il Cnb si è espresso solo per pareri di maggioranza comportandosi come un comitato destinato in qualche modo destinato a regolare le questioni che riguardano la vita e la scienza. Io invece-sottolinea Flamigni- ho sempre pensato a una bioetica più riflessiva che non proceda per maggioranze e minoranze su problemi di morale”. E aggiunge ancora:”Quello che ha preso campo nell’ultima legislatura è stato un Cnb a maggaioranza cattolica, in cui le posizioni non ideologiche non sono state sufficientemente rappresentate e che ha espresso pareri sempre orientati. Mentre il suo compito dovrebbe essere quello di dare al Governo le informazioni scientifiche necessarie a preparare delle buone leggi”. Del resto non è un segreto, basta scorrere l’organigramma del Cnb per rendersene conto: su 51 componenti una ventina sono i giuristi di formazione cattolica. Pochissimi i ricercatori e gli scienziati. Solo tre i genetisti.

“la mia sensazione è stata che Dal Comitato siano stati allontanati i laici  per fare un piacere all’altra sponda del Tevere”, commenta Flamigni. Faccenda spinosa e in parte trasversale che ora lascia in eredità al Governo di centrosinistra la questione della legge 40. In due anni di applicazione, come ammette lo stesso Istituto Superiore di Sanità, ci sono state meno gravidanze e più aborti per chi in Italia si sottopone a tecniche di fecondazione assistita. ” Purtroppo però non credo ci sia la possibilità di fare una nuova legge perché non c’è la serenità sufficiente-dice ancora Flamigni -. Ma possiamo modificare le linee guida che devono essere riviste ogni tre anni.. Ci sono delle “passerelle” utilizzabili che riguardano la fase preembrionale dell’ootide e le indagini genetiche preimpianto, perché le donne hanno il diritto di sapere se il bambino sarà fisicamente sano”. Resterebbe da risolvere il divieto della donazione di gameti, ma in questo caso – suggerisce Flamigni- si potrebbe riaprtire proprio  dal documento del Cnb sull'”adozione per la nascita”. degli embrioni crioconservati  e abbandonati . “Dal momento che non si adottano le formiche è chiaro che si adottano le persone, il documento di fatto propone una modifica della legge sull’adozione. Si tratterebbe di prevedere – suggerisce Flamigni- che uno dei due genitori possa adottare i gameti con tutti i controlli necessari, facendo in modo che le donazioni avvengano in strutture pubbliche per evitare ogni timore di vendita dei gameti”.

E c’è anche chi, come il docente di bioetica, Demetrio Neri, da componente uscente del Cnb, torna ad avanzare una proposta intelligente, fin qui scartata dalla maggioranza guidata da D’Agostino, ovvero destinare questi cosiddetti embrioni orfani alla ricerca scientifica ” E’ una questione rimasta in sospeso. Stiamo preparando un documento da presentare all’ultima riunione del 9 giugno – racconta Neri-. Anche perché una volta che gli embrioni congelati vengano scongelati non c’è certezza che siano sufficientemente vitali per essere impiantati”.

Ma Neri propone anche una discussione pubblica sul ruolo del Cnb che andrebbe riformato. “La bioetica è una materia che riguarda la vita concreta delle persone, non può essere usata per consigliare le istituzioni”. Il pensiero corre alla stagione in cui il Cnb ( che oggi ha sedici anni di vita) fu guidato da Giovanni Berlinguer. “All’epoca – ricorda il docente dell’Università di Messina- si cercò di dargli un ruolo di interlocutore della società civile, il ruolo di un organo che fa informazione”. Occorre che il Comitato recuperi questa sua funzione anche per scongiurare proposte di legge antiscientifiche come quella depositata da Rutelli che impone divieti ancora più severi di quelli previsti dalla Legge 40 pribendo del tutto la ricerca sulle cellule staminali embrionali. “Il presidente della margherita sostiene che la ricerca sulle adulte basta. Ma – conclude Neri – delle due l’una: o bisogna cacciare a calci i direttori dei maggiori centri di ricerca internazionali oppure è Rutelli che sbaglia.  In questo caso, se la sua proposta passasse, per i ricercatori italiani e per tutti noi come futuri pazienti si preparerebbero tempi davvero duri”.

da left-avvenimenti 19-25 maggio2006

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