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L’arte del bene comune. Le nuove frontiere della #PublicArt

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 28, 2015

Anish kapoor

Anish kapoor

La scultura celebrativa è morta. Ma crescono interventi creativi in spazi pubblici. Che rivendicano un valore civile. Per il modo in cui riescono a ridisegnare i luoghi e a stimolare relazioni. Il punto di vista di tre studiosi:  Anna Detheridge, Michele Dantini e Christian Caliandro

di Simona Maggiorelli

Le sue sculture concave, su specchi d’acqua, accendono magnetici fuochi, in grigi paesaggi di provincia del Nord Europa. A Chicago, invece, la superficie riflettente del suo gigantesco “fagiolo” cattura l’immagine di grattacieli e di passanti, restituendole rovesciate, deformate, aprendo il Millennium Park ad un orizzonte onirico e imprevisto. Sono i “sortilegi” dell’arte in spazi pubblici, quando sculture, fontane e installazioni non si limitano a celebrare l’esistente, ma riescono addirittura a ridisegnare l’intorno. È questo il caso delle sculture – installazioni dell’anglo indiano Anish Kapoor, ma anche di tanti altri artisti di talento, che dopo la fine della scultura intesa in senso celebrativo e monumentale, hanno trovato forme e linguaggi nuovi per fare opere site specific, che  sovvertono l’ordinario in maniera creativa, coinvolgendo i cittadini in modo invisibile e profondo.

Gibellina

Gibellina

Di questo tema, vastissimo, si è occupata Anna Detheridge in Scultori della speranza, un bel libro uscito nel 2012 per Einaudi e ora alla base dell’attività formativa dell’associazione no profit Connecting Cultures, fondata dalla giornalista e studiosa. Che precisa: «Quando parliamo di Public Art , non volendo essere superficiali, dobbiamo specificare i diversi ambiti. E avere ben presente che dalla metà degli anni Sessanta in poi lo scenario è diventato più complesso: si è sviluppata una sensibilità nuova. Il mondo è più mediatico. Lo vediamo attraverso una “finestra” già selezionata per noi. Per cui identificare l’arte tout court con le antiche tecniche non è più corretto».

Per parlare di Public Art, insomma, non basta mettere una scultura in una rotatoria. «Anche perché spesso è fatta dal cugino del sindaco. E gli esiti sono terrificanti», chiosa Detheridge. Occorre invece che le opere, qualunque sia la loro forma, abbiano un rapporto con il contesto inteso non solo in senso architettonico ma anche sociale. «Un artista deve saper valutare se lo spazio in cui interviene è vuoto o pieno, se c’è troppo rumore ecc. Per dare risposte adeguate. Tutto questo richiede non solo una sensibilità ma anche una specifica formazione».

Arte all'arte- Chianti

Arte all’arte- Chianti

Solo così l’arte pubblica può innescare anche un processo di coesione, di interrelazione. «Fare arte negli spazi pubblici non vuol dire andare verso l’altro in termini assistenziali o puramente sociali» sottolinea Detheridge. «Un artista dovrebbe dire: siamo in questo luogo, condividiamo questo spazio e vediamo cosa possiamo fare insieme. Perché la partecipazione abbia un senso per te e per me». Anche per questo Anna Detheridge considera semplicistico propagandare, come è stato fatto a Roma dall’assessorato alla cultura, interventi di Street Art nei quartieri più a rischio, come un progetto di recupero delle periferie e di lotta al degrado. «È chiaro che ai gravissimi problemi di disonestà e di criminalità non basta rispondere con graffiti o sculture. Ciò che può fare l’arte è offrire una nuova visione e avviare la possibilità di un cambiamento. Ma l’arte ha a che fare con la  relazione,con la sensibilità. Aspetti che evidentemente questo sistema criminale ha completamente calpestato».
In generale, però, in Italia«non mancano esempi in cui gli artisti sono riusciti a costruire, non solo dei luoghi ameni, ma davvero vivi e di scambio», assicura Detheridge. Magari dove meno te lo aspetti.

In provincia o in piccoli borghi del Chianti, con iniziative come Arte all’Arte. Un intervento riuscito è, secondo la studiosa, quello realizzato da Alberto Garutti al Teatro comunale di Peccioli in provincia di Pisa. «Non si tratta propriamente di un’opera di ristrutturazione  – precisa Detheridge -. È il risultato di una relazione. L’artista qui ha fatto qualcosa di specifico, proprio per gli abitanti della zona. Non si tratta di fabbricare oggetti in più, ma di tessere rapporti. In questo modo un’opera diventa un dispositivo e il risultato estetico non è più la sola cosa che conti».

Stalker, mappa di Roma

Stalker, mappa di Roma

Un classico esempio di questo tipo di arte pensata come avvio di un processo potenzialmente trasformativo è quello del gruppo Stalker al Corviale, dove per lungo tempo architetti e artisti hanno lavorato con la popolazione. «Purtroppo, in Italia, questo tipo di intervento non ha alcun tipo di definizione e non viene riconosciuto. Così  – denuncia Detheridge – queste realizzazioni vengono disperse, inficiate. Perché non se ne comprende l’importanza e nessuna istituzione le promuove. Ma anche se si tratta di segni apparentemente effimeri avevano la speranza, l’intenzionalità, di cambiare le cose, di ampliare un pochino la sensibilità . Fare il processo all’architettura oggi non serve. Alla fine del modernismo costruire una casa lunga  un km forse non era un’idea così brillante. Ma è anche vero che Corviale è stato abbandonato dalle istituzioni, si è lasciato che diventasse un ghetto».
Nel libro Scultori della speranza Anna Detheridge ricorda casi in cui edifici storici, invece, hanno assunto significati importanti per una comunità e che sono stati recuperati e ricostruiti con ogni sforzo possibile. Quello più emblematico riguarda il ponte di Mostar in Bosnia, che fu fatto saltare nel 1993, diventando l’icona della città. «L’aspetto più emozionante di questo ponte è che appare più simile a una scultura collettiva che a un’opera classica», osserva Anna Detheridge nel suo libro.

«Un ponte è qualcosa che unisce due rive e che si percorre a piedi o a cavallo, per secoli o decenni. È parte dell’uso quotidiano: diviene un riferimento affettivo prima che estetico. La stessa cosa vale per edifici pubblici di rilievo per la collettività», commenta Michele Dantini, docente di storia dell’arte contemporanea all’Università del Piemonte orientale, che pubblicato a un nuovo libro su arte, scienza e sfera pubblica edito da Doppiozero. «Non credo che oggi l’arte, e forse neppure l’architettura, si proponga obiettivi tanto ambiziosi. Ma – aggiunge – apprezzo molto taluni interventi di Jochen Gerz, artista tedesco di tradizione concettuale interpretata in chiave Public Art. E progetti ambientali, ad esempio il giardino di Gilles Clement a Lille: interdetto alle persone, è riservato all’autoriproduzione delle “vagabonde”, cioè le piante pioniere. Chiunque si prenda cura di qualcuno o qualcosa conduce la sua piccola o grande battaglia contro marginalità, violenza e degrado». Al tempo stesso, però,confessa Dantini «diffido di “abbellimenti” solo estetici, che non siano concretamente servizi. Ma non esistono regole certe. Anche la bellezza può essere un dono e divenire un’ “utilità” che porta durevole beneficio».

SanBa, street art a San basilio-Roma

SanBa, street art a San basilio-Roma

Di Public Art, e più in generale di arte contemporanea come “bene comune”, si è discusso agli Strati della cultura, una tre giorni organizzata dall’Arci a Ferrara, a cui hanno preso parte studiosi di arte contemporanea e non solo. Fra questi, oltre allo stesso Michele Dantini, il critico Christian Caliandro, autore con Pier Luigi Sacco di Italia Reloaded (il Mulino, 2012) e di Italia revolution (Bompiani, 2013). Un dittico che si appresta a diventare trilogia con un nuovo volume in cui lo storico dell’arte che si è formato in Normale approfondisce la riflessione sulle trasformazioni a cui sta andando incontro la nostra identità culturale. «Esempi brillanti ed efficaci di intervento nello spazio pubblico ce ne sono molti in Italia», dichiara Caliandro, che ha organizzato nel gennaio 2015 a Bari un convegno dal titolo La cultura e la città nuova, il ruolo delle pratiche creative in una comunità urbana.

«Penso al progetto con cui Gian Maria Tosatti sta riattivando luoghi abbandonati a Napoli e che invita a riflettere sulla nostra identità e su come potremo essere. Ma anche al progetto in barriera a Torino realizzato da Alessandro Bulgini, con opere favolose ed effimere come disegni geometrici a gessetto». Per quanto riguarda Roma, Caliandro segnala le opere di Blu e tutto il progetto Sanba a San Basilio. «L’importante è che l’arte contemporanea nelle città non si accontenti di operazioni decorative», avverte. «I problemi, le sfide e le nuove opportunità chiedono all’arte di riconfigurare in modo radicale il rapporto con la società e con il tessuto urbano. Le chiedono di uscire dal recinto e di immaginare nuove pratiche di partecipazione non retorica, sganciate dalla logica dei grandi eventi».
Le trappole della moda, del conformismo, della finta democratizzazione delle pratiche culturali, sono comunque in agguato. Così come la retorica ogni volta che amministratori comunali e politici cominciano a parlare di arte pubblica, di comunità e via di questo passo. « Spesso la cultura viene usata in chiave auto celebrativa e auto assolutoria», rileva Caliandro. «Dimenticando che il suo compito principale è favorire lo sviluppo di identità individuali e collettive, non di oscurarle. Il ruolo dell’arte e della cultura è sempre stato quello di elaborare i traumi, non di coprirli. Anche se è il lavoro più faticoso, doloroso, scomodo e critico che ci sia». Sul piano concreto della vita di tutti i giorni però, come è emerso con chiarezza anche durante gli Strati della cultura, la crescente consapevolezza da parte dei cittadini dell’importanza della difesa dei beni comuni (arte compresa) si scontra con lo scempio di politiche emergenzialiste, dissennate, di de-tutela e svendita del patrimonio pubblico. E non solo. Come denunciano da tempo le associazioni di categoria di storici dell’arte, archeologi e degli altri professionisti dei beni culturali il problema più grosso in questo settore riguarda l’occupazione giovanile. «Il lavoro culturale in Italia non è retribuito. Siamo ben oltre la precarizzazione», commenta Caliandro. «È una cosa che appartiene al territorio dello spettrale per quanto riguarda garanzie e salari. E tutto questo si riflette anche sulle modalità in cui la città stabilisce il rapporto con l’arte e con la cultura. Non basta la difesa dei monumenti, dell’arte, del paesaggio, ma tutti gli aspetti vanno riconnessi. Deve diventare una difesa dei valori umani. E una sfida per introdurre elementi di innovazione radicale».

dal settimanale Left luglio 2014

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#Lucamaleonte, writer gentiluomo

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 20, 2015

Lucamaleonte sten

Lucamaleonte sten

Alle spalle ha una solida formazione classica e lo studio del bello, nella sua arte di strada, si fonde con l’immaginifico, con il fiabesco e con un certo gusto per l’iperrealismo “nordico” e inquieto. Mutuato forse anche dalla passione per Bosch, il tardo gotico e Dürer che in lui va di pari passo con quella per il proto umanesimo di Paolo Uccello. Anche dal punto di vista della tecnica Lucamaleonte è quanto mai eclettico. Il suo strumento preferito è lo stencil, la classica mascherina.

Ma ama cimentarsi anche con l’incisione, con la xilografia e, più di recente, con grandi composizioni realizzate con un pennello attaccato a una lunga stecca. Simile a quella che usava Matisse a Nizza, per far fiorire sulle pareti della sua camera una ridda di forme e colori.

Romano, classe 1983, Lucamaleonte è  uno dei protagonisti del rinnovamento della Capitale grazie alla street art ed è stato uno dei 12 protagonisti della mostra Urban legends, la collettiva che nel Macro Testaccio ha messo a confronto più generazioni di writers e di differente estrazione culturale: una iniziativa di 999contemporary che ha fatto dialogare  opere di grandi dimensioni firmate da artisti autodidatti, agit prop della prima ora e figli della cultura hip hop americana, writers solitari e fautori della creatività che si sviluppa nel gruppo, graffitari figurativi e astratti, ognuno con un proprio stile e modo di fare arte negli spazi pubblici (ma non solo) come racconta Sabina De Gregori nel saggio pubblicato nel catalogo Castelvecchi. Per tentare almeno un’istantanea di questo cangiante e imprendibile universo della Street art, abbiamo rivolto qualche domanda a Lucamaleonte.
Aver studiato all’Istituto centrale per il restauro come ha influito sulla tua Street art?
In realtà la mia formazione è precedente alla scuola, e rientra in un contesto di educazione familiare; sono cresciuto sui libri della collana “I maestri del colore”.Da sempre sono stato abituato all’arte, soprattutto a quella antica. Ovviamente l’Istituto di restauro ha aumentato la mia conoscenza. Ed è cresciuta la mia passione per alcune correnti artistiche che tornano spesso in ciò che faccio.
LucamaeontexPreferire muri legali, non cercare lo choc, non imporre un immaginario violento è un tuo modo anche per “curare” con l’arte gli spazi degradati, per renderli più umani?
Spero di sì, non ho la presunzione di pensare che quello che faccio sia la cura giusta, dipingo a modo mio, è la mia visione della vita e di come dovremmo comportarci rispetto agli altri, spero che emerga dal mio lavoro. Sapremo tra qualche decennio se questa cura ha funzionato o no.

Parlando di Urban legends, come è stato lavorare con altri? C’è qualche writer che stimi in modo particolare?
è stata una bella occasione per mostrare il mio lavoro, realizzandolo accanto a mostri sacri. È difficile dire chi stimo di più, sicuramente gli italiani, con i quali ho un rapporto anche umano oltreché professionale, mentre tra gli artisti francesi mi piace molto Popeye, che è davvero una legenda urbana, e anche i lavori di Seth mi hanno impressionato. Lavorare fianco a fianco con Eron e Andreco è stato strano e divertente, non sono solito farlo a più mani, ma ritengo che la tela realizzata con loro sia uno dei miei lavori più intensi in assoluto, parliamo tre lingue diverse, ma abbiamo dimostrato di avere un fine unico.
Mantenere l’anonimato, come ha scelto di fare Banksy, è una scelta di libertà o una strategia di mercato?
Entrambe le cose. è una scelta di libertà perché ti consente una possibilità di movimento maggiore di chi ci mette la faccia, ed è una strategia di mercato perché crea un alone di mistero, crea un personaggio. Ma anche fare il contrario può rivelarsi una buona strategia. A me non interessa molto questo discorso, preferirei che a parlare fosse il mio lavoro, non ritengo di essere un personaggio particolarmente interessante, la mia vita è del tutto simile a quella di chiunque altro.
Lucamaleonte09-330x220Si parla dei graffiti urbani come ultracontemporaneo. Ma già agli albori della storia umana si trovano capolavori come le pitture rupestri di Chauvet. C’è un nesso seppur sotterraneo?
Sicuramente una scintilla di tribalità è presente anche in movimenti ultracontemporanei, i disegni rupestri raccontavano la vita di tutti i giorni, e probabilmente facevano parte di ritualità magiche che non conosciamo, in un certo senso anche l’arte urbana fa questo, racconta una visione del mondo del qui e ora di una generazione di artisti, ed agli occhi di chi guarda arriva ad avere una forte funzione simbolica personale e collettiva.
Roma è il tuo spazio ideale. Ma ti sei confrontato anche con altre realtà italiane e straniere. Cosa pensi del progetto del Comune di Pisa che, nel nome di Keith Haring, ha deciso di destinare ampi spazi pubblici alla Street art?
Non conosco questa iniziativa, credo che sia civile e ultracontemporaneo che le istituzioni diano spazi, ma ci vuole intelligenza nell’amministrarli e credo che si debba sempre indagare il fine ultimo di queste cose, prima di accettarle.

(Simona Maggiorelli, dal settimanale Left)

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La nuova stagione della street art

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 15, 2011

di Simona Maggiorelli

Os

Una ricercatrice sul campo, tenace e pronta a rischiare anche in prima persona pur di documentare il lavoro dei più interessanti writers che si aggirano sul suolo italiano. Questo è il ritratto di Marta Gargiulo, la giovane storica dell’arte che per Castelvecchi ha da poco pubblicato la prima storia dell’arte italiana nata per strada. Il suo Street art diary è costruito come un viaggio attraverso la penisola ed è arricchito con interviste ad artisti, che si rendono imprendibili, perché dell’esistenza del writer – si sa – fa parte anche la necessità di restare volti anonimi in modo da poter dipingere indisturbati in luoghi pubblici.

E il merito di questo lavoro, insieme a quello di fornire al lettore un’analisi delle differenti poetiche e personalità artistiche, è anche quello di spingere a considerare questo tipo di espressione sotto una luce nuova: non più come una pratica illegale e lesiva ma al contrario come un vero e proprio regalo fatto ai cittadini.

Lady Pink

Di città in città, di muro in muro, da un vagone dipinto all’altro, Gargiulo ci racconta come la street art possa trasformare spazi urbani degradati e dismessi, recuperandoli a una nuova fruibilità. Anche se, dopo l’11 settembre, nota l’autrice, molte cose sono cambiate, Oltreoceano ma anche in Italia. «I controlli si sono moltiplicati, e solo per fare un esempio – sottolinea Gargiulo – l’accesso libero ai depositi ferroviari è diventato quasi impossibile».

Nel frattempo però lo spazio per la street art è cresciuto nelle gallerie, nei musei e su muri assegnati legalmente. Insomma sono lontani ormai i tempi in cui artisti scavezzacollo come Kenny Sharf, Lady Pink oppure Ice One invadevano quasi ogni angolo della New York anni Settanta. Molta strada è stata fatta da allora, in tutti i sensi. E dalle “cifre”, dai monogrammi, dalle “firme” che si ripetevano sempre uguali e riconoscibili da un angolo all’altro della metropoli, si è passati ad un amplissimo ventaglio di tecniche e di modi di espressione. Al punto che è venuto meno anche il gusto per l’incursione notturna durante la quale lasciare il proprio segno in fretta e furia.

Os Gemeos

I disegni di quelli che una volta si chiamavano “graffitari” si sono fatti più accurati e eleganti. Qualcuno oggi predilige addirittura la tecnica degli stickers lavorando con cura l’opera prima di appiccicarla su un muro come una sua seconda pelle. Ha ripercorso questo “salto di paradigma” della scena della street art una mostra nella Palazzina dei Giardini di Modena, dove sei artisti internazionali, Futura e Mode2, Os Gêmeos, Tom Sachs, Kostas Seremetis, Boris Tellegen (aka Delta) si sono dati appuntamento per far conoscere i propri lavori. In una collettiva dal titolo Kindergarten al ritmo di un dj set di Howie B. Perché la cultura di strada dei graffiti, vecchi e nuovi, è imprescindibile dal ritmo sincopato dell’hip hop  e dalle jamm session di improvvisazione.

24 giugno 2011

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A vent’anni dalla caduta del muro di Berlino

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 13, 2009

Berlino estLa magia di una città trasfigurata dallo sguardo di un bambino. Un racconto intenso e poetico come raramente capita di leggerne in pagine di autobiografia. Il cuore della Berlino fra fine Ottocento e inizi Novecento è ancora vivo oggi grazie all’Infanzia berlinese (Einaudi) di Walter Benjamin. E a questo straordinario classico, così come alla flânerie a cui il filosofo tedesco si affidò per raccontare la Parigi dei Passages, si è ispirato lo scrittore Eraldo Affinati per il suo Berlin (Rizzoli), viaggio letterario nel passato e nel presente della città e non solo banale pellegrinaggio ai varchi del muro. Cercando nelle molte metamorfosi anche urbanistiche di Berlino ciò che le fonti scritte non raccontano.

Due giornalisti, partiti dalle opposte “sponde” dell’Inghilterra e dell’Italia, invece, si sono dati a raccontare la trasformazione di Berlino Est e i cambiamenti che in vent’anni hanno rimesso in moto i Paesi dell’Europa ex comunista; è diventato anche una fortunata serie tv il viaggio inchiesta del giornalista della Bbc Peter Molloy, edito in Italia da Bruno Mondadori con il titolo La vita ai tempi del comunismo: una serie di interviste che, insieme, affrescano una straordinaria galleria di ritratti di persone per le quali andare oltre cortina ha rappresentato una vera propria cesura nella propria vita, dividendola in un prima e un dopo, nel bene o nel male. Berlino, Lipsia, Varsavia. Ma anche Praga, Bratislava, Budapest. Sono le tappe del reportage che il giornalista Matteo Tacconi ha scritto per Castelvecchi. Nel suo C’era una volta il muro si ritrovano la passione e la voglia di capire di un cronista di razza che nel 1989 aveva solo 11 anni. Niente ideologie e appartenenze di allora a ingombrargli il passo e, nella scrittura rapida, suggestiva, per immagini, di questo libro, le speranze realizzate e quelle naufragate di intellettuali e operai ungheresi costretti a emigrare per lavorare. La Praga di Charta77 e di Vaclav Havel ma anche quella del processo a Milan Kundera. E ancora la Danzica e le istanze di libertà di Solidarnosc, presto deluse.

Riavvolgendo il filo della storia, torna a prima del muro Gianluca Falanga con il libro Non si può dividere il cielo (Carocci) che ricostruisce le vicende di persone che quando il muro (e la guerra fredda) esercitava tutta la sua oppressiva presenza osarono sfidarlo. Testimone diretto dell’89, lo scrittore ungherese György Dalos ricostruisce gli eventi che portarono alla caduta del muro nel libro Giù la cortina (Donzelli) dando voce ai protagonisti di allora, a  uomini politici come Dubcek e Havel ma anche a gente comune. Con pagine inedite sulla fuga in massa dei cittadini della Ddr oltre il confine ungherese. Delle vicende degli intellettuali e degli attivisti politici che nel Novecento hanno fatto di Berlino una fucina di idee e un laboratorio di nuove culture si occupa in modo particolare Gian Enrico Rusconi in Berlino, la reinvenzione della Germania (Laterza), mentre fra i molti nuovi titoli che affrontano il ventennale con strumenti di analisi politica, da segnalare il lavoro di Angelo d’Orsi, 1989,(Ponte alle Grazie). Un libro fuori dal coro delle grandi celebrazioni, che esplora zone d’ombra e promesse rimaste lettera morta. A cominciare dalla speranza di un futuro senza ideologiche contrapposizioni in blocchi e senza guerre. Infine, fresco di stampa, L’anno che cambiò il mondo (Il Saggiatore) di Michael Meyer, che dal 1988 al 1992 diresse la redazione di Newsweek per l’Europa dell’Est. Un documentatissimo libro che sfata l’idea che sia stata la fermezza Usa a dar la spinta decisiva allo smantellamento del muro.

BERLINO EST CAPITALE DELL’ARTE CONTEMPORANEA
Nel
1989 probabilmente nessuno ci avrebbe creduto che dai grigi e seriali palazzi dell’Est sarebbero sbocciati i più innovativi laboratori d’arte e di tendenza degli anni Duemila. E che le fabbriche dismesse sarebbero presto diventate cantieri giovanili dove si mettono in scena opere totali che mescolano i linguaggi delle arti visive e quelli della danza, del teatro, della musica e della videoarte.  Anticipando la tendenza al recupero di suggestivi spazi di archeologia industriale che negli anni 90, in Europa, ha permesso finalmente di rottamare gli spazi museali algidi e minimalisti di un decennio prima. Ma tant’è, a vent’anni dalla caduta del muro – complice un mercato immobiliare più abbordabile – possiamo ben  dire che la parte Est non è diventata soltanto quella più bella della città ma anche la più creativamente viva d’Europa. Da qualche anno, infatti, artisti da tutto il mondo fanno tappa a Berlino (e non più a Londra e Parigi) o decidono di viverci. La street art, i graffiti, i murales che tappezzano l’Est ne sono l’effetto più macroscopico, a cominciare dall’esplosione di colori della famosa Est side gallery all’aperto. Nel frattempo tutta la rete delle gallerie si è molto allargata verso Est. Tanto che dalle circa 250 gallerie che si contavano 15 anni fa oggi si è passati a più di 500. Frutto d’iniziativa privata ma anche merito delle intelligenti politiche culturali tedesche, locali e non, che investono molto su mostre, biennali, premi e offrono  agevolazioni agli artisti.        s.m.

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