La scultura celebrativa è morta. Ma crescono interventi creativi in spazi pubblici. Che rivendicano un valore civile. Per il modo in cui riescono a ridisegnare i luoghi e a stimolare relazioni. Il punto di vista di tre studiosi: Anna Detheridge, Michele Dantini e Christian Caliandro
di Simona Maggiorelli
Le sue sculture concave, su specchi d’acqua, accendono magnetici fuochi, in grigi paesaggi di provincia del Nord Europa. A Chicago, invece, la superficie riflettente del suo gigantesco “fagiolo” cattura l’immagine di grattacieli e di passanti, restituendole rovesciate, deformate, aprendo il Millennium Park ad un orizzonte onirico e imprevisto. Sono i “sortilegi” dell’arte in spazi pubblici, quando sculture, fontane e installazioni non si limitano a celebrare l’esistente, ma riescono addirittura a ridisegnare l’intorno. È questo il caso delle sculture – installazioni dell’anglo indiano Anish Kapoor, ma anche di tanti altri artisti di talento, che dopo la fine della scultura intesa in senso celebrativo e monumentale, hanno trovato forme e linguaggi nuovi per fare opere site specific, che sovvertono l’ordinario in maniera creativa, coinvolgendo i cittadini in modo invisibile e profondo.
Di questo tema, vastissimo, si è occupata Anna Detheridge in Scultori della speranza, un bel libro uscito nel 2012 per Einaudi e ora alla base dell’attività formativa dell’associazione no profit Connecting Cultures, fondata dalla giornalista e studiosa. Che precisa: «Quando parliamo di Public Art , non volendo essere superficiali, dobbiamo specificare i diversi ambiti. E avere ben presente che dalla metà degli anni Sessanta in poi lo scenario è diventato più complesso: si è sviluppata una sensibilità nuova. Il mondo è più mediatico. Lo vediamo attraverso una “finestra” già selezionata per noi. Per cui identificare l’arte tout court con le antiche tecniche non è più corretto».
Per parlare di Public Art, insomma, non basta mettere una scultura in una rotatoria. «Anche perché spesso è fatta dal cugino del sindaco. E gli esiti sono terrificanti», chiosa Detheridge. Occorre invece che le opere, qualunque sia la loro forma, abbiano un rapporto con il contesto inteso non solo in senso architettonico ma anche sociale. «Un artista deve saper valutare se lo spazio in cui interviene è vuoto o pieno, se c’è troppo rumore ecc. Per dare risposte adeguate. Tutto questo richiede non solo una sensibilità ma anche una specifica formazione».
Solo così l’arte pubblica può innescare anche un processo di coesione, di interrelazione. «Fare arte negli spazi pubblici non vuol dire andare verso l’altro in termini assistenziali o puramente sociali» sottolinea Detheridge. «Un artista dovrebbe dire: siamo in questo luogo, condividiamo questo spazio e vediamo cosa possiamo fare insieme. Perché la partecipazione abbia un senso per te e per me». Anche per questo Anna Detheridge considera semplicistico propagandare, come è stato fatto a Roma dall’assessorato alla cultura, interventi di Street Art nei quartieri più a rischio, come un progetto di recupero delle periferie e di lotta al degrado. «È chiaro che ai gravissimi problemi di disonestà e di criminalità non basta rispondere con graffiti o sculture. Ciò che può fare l’arte è offrire una nuova visione e avviare la possibilità di un cambiamento. Ma l’arte ha a che fare con la relazione,con la sensibilità. Aspetti che evidentemente questo sistema criminale ha completamente calpestato».
In generale, però, in Italia«non mancano esempi in cui gli artisti sono riusciti a costruire, non solo dei luoghi ameni, ma davvero vivi e di scambio», assicura Detheridge. Magari dove meno te lo aspetti.
In provincia o in piccoli borghi del Chianti, con iniziative come Arte all’Arte. Un intervento riuscito è, secondo la studiosa, quello realizzato da Alberto Garutti al Teatro comunale di Peccioli in provincia di Pisa. «Non si tratta propriamente di un’opera di ristrutturazione – precisa Detheridge -. È il risultato di una relazione. L’artista qui ha fatto qualcosa di specifico, proprio per gli abitanti della zona. Non si tratta di fabbricare oggetti in più, ma di tessere rapporti. In questo modo un’opera diventa un dispositivo e il risultato estetico non è più la sola cosa che conti».
Un classico esempio di questo tipo di arte pensata come avvio di un processo potenzialmente trasformativo è quello del gruppo Stalker al Corviale, dove per lungo tempo architetti e artisti hanno lavorato con la popolazione. «Purtroppo, in Italia, questo tipo di intervento non ha alcun tipo di definizione e non viene riconosciuto. Così – denuncia Detheridge – queste realizzazioni vengono disperse, inficiate. Perché non se ne comprende l’importanza e nessuna istituzione le promuove. Ma anche se si tratta di segni apparentemente effimeri avevano la speranza, l’intenzionalità, di cambiare le cose, di ampliare un pochino la sensibilità . Fare il processo all’architettura oggi non serve. Alla fine del modernismo costruire una casa lunga un km forse non era un’idea così brillante. Ma è anche vero che Corviale è stato abbandonato dalle istituzioni, si è lasciato che diventasse un ghetto».
Nel libro Scultori della speranza Anna Detheridge ricorda casi in cui edifici storici, invece, hanno assunto significati importanti per una comunità e che sono stati recuperati e ricostruiti con ogni sforzo possibile. Quello più emblematico riguarda il ponte di Mostar in Bosnia, che fu fatto saltare nel 1993, diventando l’icona della città. «L’aspetto più emozionante di questo ponte è che appare più simile a una scultura collettiva che a un’opera classica», osserva Anna Detheridge nel suo libro.
«Un ponte è qualcosa che unisce due rive e che si percorre a piedi o a cavallo, per secoli o decenni. È parte dell’uso quotidiano: diviene un riferimento affettivo prima che estetico. La stessa cosa vale per edifici pubblici di rilievo per la collettività», commenta Michele Dantini, docente di storia dell’arte contemporanea all’Università del Piemonte orientale, che pubblicato a un nuovo libro su arte, scienza e sfera pubblica edito da Doppiozero. «Non credo che oggi l’arte, e forse neppure l’architettura, si proponga obiettivi tanto ambiziosi. Ma – aggiunge – apprezzo molto taluni interventi di Jochen Gerz, artista tedesco di tradizione concettuale interpretata in chiave Public Art. E progetti ambientali, ad esempio il giardino di Gilles Clement a Lille: interdetto alle persone, è riservato all’autoriproduzione delle “vagabonde”, cioè le piante pioniere. Chiunque si prenda cura di qualcuno o qualcosa conduce la sua piccola o grande battaglia contro marginalità, violenza e degrado». Al tempo stesso, però,confessa Dantini «diffido di “abbellimenti” solo estetici, che non siano concretamente servizi. Ma non esistono regole certe. Anche la bellezza può essere un dono e divenire un’ “utilità” che porta durevole beneficio».
Di Public Art, e più in generale di arte contemporanea come “bene comune”, si è discusso agli Strati della cultura, una tre giorni organizzata dall’Arci a Ferrara, a cui hanno preso parte studiosi di arte contemporanea e non solo. Fra questi, oltre allo stesso Michele Dantini, il critico Christian Caliandro, autore con Pier Luigi Sacco di Italia Reloaded (il Mulino, 2012) e di Italia revolution (Bompiani, 2013). Un dittico che si appresta a diventare trilogia con un nuovo volume in cui lo storico dell’arte che si è formato in Normale approfondisce la riflessione sulle trasformazioni a cui sta andando incontro la nostra identità culturale. «Esempi brillanti ed efficaci di intervento nello spazio pubblico ce ne sono molti in Italia», dichiara Caliandro, che ha organizzato nel gennaio 2015 a Bari un convegno dal titolo La cultura e la città nuova, il ruolo delle pratiche creative in una comunità urbana.
«Penso al progetto con cui Gian Maria Tosatti sta riattivando luoghi abbandonati a Napoli e che invita a riflettere sulla nostra identità e su come potremo essere. Ma anche al progetto in barriera a Torino realizzato da Alessandro Bulgini, con opere favolose ed effimere come disegni geometrici a gessetto». Per quanto riguarda Roma, Caliandro segnala le opere di Blu e tutto il progetto Sanba a San Basilio. «L’importante è che l’arte contemporanea nelle città non si accontenti di operazioni decorative», avverte. «I problemi, le sfide e le nuove opportunità chiedono all’arte di riconfigurare in modo radicale il rapporto con la società e con il tessuto urbano. Le chiedono di uscire dal recinto e di immaginare nuove pratiche di partecipazione non retorica, sganciate dalla logica dei grandi eventi».
Le trappole della moda, del conformismo, della finta democratizzazione delle pratiche culturali, sono comunque in agguato. Così come la retorica ogni volta che amministratori comunali e politici cominciano a parlare di arte pubblica, di comunità e via di questo passo. « Spesso la cultura viene usata in chiave auto celebrativa e auto assolutoria», rileva Caliandro. «Dimenticando che il suo compito principale è favorire lo sviluppo di identità individuali e collettive, non di oscurarle. Il ruolo dell’arte e della cultura è sempre stato quello di elaborare i traumi, non di coprirli. Anche se è il lavoro più faticoso, doloroso, scomodo e critico che ci sia». Sul piano concreto della vita di tutti i giorni però, come è emerso con chiarezza anche durante gli Strati della cultura, la crescente consapevolezza da parte dei cittadini dell’importanza della difesa dei beni comuni (arte compresa) si scontra con lo scempio di politiche emergenzialiste, dissennate, di de-tutela e svendita del patrimonio pubblico. E non solo. Come denunciano da tempo le associazioni di categoria di storici dell’arte, archeologi e degli altri professionisti dei beni culturali il problema più grosso in questo settore riguarda l’occupazione giovanile. «Il lavoro culturale in Italia non è retribuito. Siamo ben oltre la precarizzazione», commenta Caliandro. «È una cosa che appartiene al territorio dello spettrale per quanto riguarda garanzie e salari. E tutto questo si riflette anche sulle modalità in cui la città stabilisce il rapporto con l’arte e con la cultura. Non basta la difesa dei monumenti, dell’arte, del paesaggio, ma tutti gli aspetti vanno riconnessi. Deve diventare una difesa dei valori umani. E una sfida per introdurre elementi di innovazione radicale».
dal settimanale Left luglio 2014













Uno specchio ibridato riflette un paesaggio rovesciato. Mettendo sottosopra cielo e terra. Dalla sua superficie concava inonda il paesaggio circostante di riflessi rossi, grigi e blu notte, che variano al mutare della luce e delle stagioni. Come un occhio aperto al centro del convento di Santa Clara, Islamic mirror dello scultore anglo-indiano Anish Kapoor offre uno sguardo inedito su questa possente struttura che si erge in mezzo a zone semidesertiche dell’Andalusia: sede di un califfato islamico, con l’arrivo dei conquistatori castigliani, divenne un convento. Ora che i lavori di restauro hanno riportato alla luce l’antica struttura islamica, fra chiostri, vasche e giardini, qui è nato un museo di arte islamica. E sotto i porticati della Sharq al-Andalus hall, Kapoor ha fatto incontrare le diverse tradizioni di Oriente e Occidente, realizzando questa nuova installazione che – come spesso è accaduto nel suo lavoro – vive di una vitale ibridazione fra culture diverse. Evocando con questa superficie specchiante, percorsa e ritmata da figure esagonali, la segretezza di antichi harem ma anche la violenza della segregazione claustrale. «In un momento in cui da più parti si agitano i fantasmi del fondamentalismo religioso e del terrorismo globale realizzare in un convento un’opera intitolata “Specchio islamico”, da qualcuno, potrebbe essere giudicata una provocazione – nota Rosa Martìnez, curatrice della mostra -. Ma una delle cose buone della globalizzazione è che ci costringe a essere assai cauti riguardo a un’idea unica e incontrovertibile di verità rivelata. Per me, per esempio, l’unica verità è il diritto degli esseri umani di vivere e lottare per la propria felicità e realizzazione». E poi aggiunge: «Come trovare nuovi modi di vivere insieme, oggi questa è la domanda. Accettare la differenza e la dialettica è centrale. E in questo l’arte aiuta. Perché crea delle micro-trasformazioni». Come quella che Kapoor mette in atto sovvertendo la visuale di questo convento andaluso. Ma un cambiamento radicale è anche quello che avviene in questi giorni al Guggenheim di Berlino grazie alla suggestiva installazione di Kapoor dedicata alla memoria. E un analogo discorso si potrebbe fare anche per Cloud gate, la gigantesca scultura a forma di fagiolo, al centro del Millennium park di Chicago: con la sua superficie specchiante cattura l’immagine dei passanti all’interno dell’opera rimodulando, così, tutto l’ambiente circostante.
In trent’anni di lavoro l’intervento negli spazi pubblici è stato sempre una costante nel percorso di Kapoor, che negli anni 80 cominciò a disseminare per le capitali del mondo forme colorate e lucenti, che esplorano gli opposti luce-buio, pieno-vuoto, maschile- femminile. Evocando forme ancestrali come potrebbero essere sculture primitive, le opere di Kapoor si ergono come forme astratte, simboliche, magnetiche. Ma a differenza delle sculture dell’arte minimalista che hanno dominato la scena internazionale negli anni 80 e 90, appaiono come forme dinamiche, percorse da un movimento interno. Perfino quando si tratta di sfere perfette (ad esempio Turning the world inside out del 1995) la superficie della scultura appare percorsa da una tensione positiva, vibrante. Il fascino delle opere di Kapoor – pietre che rivelano segrete aperture, specchi concavi rosso sangue, cumuli di intenso colore che disegnano forme attraversando porte e spazi architettonici, sculture friabili di puro pigmento – forse sta proprio in questa “energia” che sembra promanare dall’interno.
Diversamente dalla gran parte della produzione artistica contemporanea improntata a un arido razionalismo, le sculture di Kapoor appaiono dotate di una speciale “aura”. Di un potere evocativo. Lo si avverte in particolare nelle opere degli anni 90 in cui l’artista, superate dicotomie e scissioni, riesce a evocare un sentire interno, ad aprire spazi di fantasia a partire dalla materia e dalla sensualità delle forme modellate dalle sue mani. Opere astratte, ma che non hanno nulla del freddo e rigido schematismo della minimal art di marca americana, da Serra a Judd allo stesso Morris. Forse proprio perché da artista Anish Kapoor non perde mai di vista l’umano. Per meglio dire, il corpo e l’immagine femminile sembra essere quell’invisibile che dà segretamente forma a molte delle sue opere. Sculture dalle linee morbide, dalla superficie levigata e “sensibile” come la pelle, indagata come diaframma che mette in relazione la realtà esterna e un sentire interno. 



