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Sui sentieri incrociati di arte e vita

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 22, 2009


A Bergamo due occasioni per conoscere più da vicino l’opera di un grande maestro dell’Arte povera

di Simona Maggiorelli

Kounellis

Kounellis

Capotti abbandonati, disseminati sul pavimento. Sullo sfondo un sordo rullare di tamburo. Nell’ex oratorio di San Lupo quasi una scena teatrale che, insieme alle opere radunate da Annamaria Maggi negli spazi della Galleria Fumagalli di Bergamo, rinnova la memoria di storici allestimenti realizzati dall’artista greco Janis Kounellis negli anni Sesanta, all’epoca in cui nasceva l’Arte povera. Quando dominava il pensiero unico della Pop art con i suoi sgargianti oggetti e le sue apologie del consumismo un gruppo di artisti, tra Torino e Milano, scelse con coraggio la strada di una poetica decantata dall’euforia, puntò su un linguaggio intimo e profondo per raccontare indirettamente i drammi del fascismo, della guerra, ma anche per curare poeticamente le ferite aperte di una società come quella italiana che da povera e contadina d’un tratto si trovava al centro del boom economico. Uscito di prigione dopo la Liberazione fu Mario Merz a dare il la al nuovo movimento con i suoi primi disegni.

Ma presto “il gruppo” dell’Arte povera (che poi in senso stretto gruppo non fu mai) cominciò ad allargarsi. E artisti come Pistoletto, Fabro, Anselmo, Zorio, Paolini e molti altri cominciarono a sviluppare ognuno una propria cifra espressiva a partire da un punto comune: l’uso di materiali poveri come legno, stracci, pietre, ferro, fuoco, terra, scegliendo «la naturalità come matrice esistenziale», ma soprattutto, fuori da ogni artificio, cercando di riavvicinare l’arte e la vita. Nascono così quegli “Atti unici e irripetibili” con cui l’esule Kounellis diventò negli anni Sessanta uno dei protagonisti dell’Arte povera, arrivando a portare dei cavalli in un museo per denunciare la perdita di rapporto fra luoghi di cultura e il flusso vitale, quotidiano, di vita. Da qui sarebbero scaturite performarces come tingersi il volto con il carbone, fino a raggiungere l’inquietante fissità di una maschera, ma sarebbero nate anche le sue installazioni fatte di oggetti, indumenti, tracce che evocano chi non c’è più e nella storia ufficiale non ha avuto voce. Proprio come chi indossò quei cappotti laceri che si fanno materia viva nell’opera site specific realizzata a Bergamo da Kounellis.

Da Terra, 23 maggio 2009

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Kounellis, atto unico irripetibile

di Simona Maggiorelli

Kounellis Biennale di Vnezia

Kounellis, Biennale di Venezia

Dopo la grande retrospettiva al museo Madre di Napoli, la Fondazione Arnoldo Pomodoro ospita, fino all’11 febbraio, Atto unico, un nuovo, importante, allestimento di Jannis Kounellis.
Che qui a Milano torna a giocare con lo spazio e la fisicità del teatro. Richiamando, fin dal titolo, l’idea dell’evento, unico, irripetibile, irriproducibile.Come spesso sono state le opere di questo maestro dell’arte povera, fin da quando, facendo scalpore, all’inizio degli anni Sessanta portò la vitalità ribelle di alcuni cavalli dentro lo spazio museificato di una nota galleria romana.
Qui, nell’enorme spazio vuoto e nel silenzio della Fondazione Pomodoro, invece, Kounellis mette in scena un Atto unico beckettianamente senza parole. Sono le immagini, spesso folgoranti delle opere, che campeggiano sul fondo dell’immensa sala a farsi linguaggio, racconto, attraverso un’articolazione di pieni e di vuoti, di installazioni di grandi dimensioni, d’impronta architettonica che fanno balenare sotto le alte volte della Fondazione il ricordo di alte e robuste colonne, di poderosi frontoni, di vertiginosi labirinti, fra corridoi e fughe di stanze e il ripetersi di triangoli trasparenti come vele. Evocando la memoria di quando Kounellis stesso, giovanissimo, negli anni Cinquanta salpò dalla Grecia, dove è nato, per venire in Italia, a Milano, in particolare, la città che lo ha accolto e dove ha vissuto molti anni.

Ma, come sempre nei progetti di Kounellis non c’è solo la leggerezza del sogno, della poesia, il fascino potente dell’epos, di una tradizione antica, qui evocata da una gigantesca parete piena di libri, quasi una membrana che separa e unisce al mondo esterno. Ma c’è anche la materialità della vita ruvidamente appesa, come tranci di carne di bue, presi dai ganci robusti di una macelleria, richiamando la quotidianità più rozza e insieme un’immagine simbolo del “repertorio iconografico” dell’artista greco, negli anni riproposta in forme diverse, rielaborando il celebre bue squartato di Rembrandt.

E c’è la morte e il rito che accompagna la fine della vita degli esseri umani in una sorta di quadrilatero con al centro il lutto di una macchia nera, come la stilizzazione di una tomba con sopra il colore raggrumato del dolore.
Giocando sempre su un doppio registro: da un lato il fascino evocativo del mito, dei simboli, dei totem dall’altra il pugno allo stomaco e l’immediatezza del realismo più brutale. Fra suggestioni del passato e assoluta modernità.
Come in quella sorta di mostra nella mostra che è accolta nella struttura labirintica che Kounellis ha posto al centro dell’esposizione. Un percorso annodato che fa perdere le coordinate spaziotemporali al visitatore lasciandolo ancora più indifeso di fronte allo stupore di trovarsi davanti a immagini mai viste, opere inedite, accanto a opere che ci riportano al passato dell’artista. Disposte senza un ordine cronologico, con il piacere del gioco, di una meraviglia e di uno stupore infantile, lo stesso, immaginiamo, che Ermanno Olmi racconta di aver scoperto negli occhi di Kounellis quando crea. E il film che il regista ha girato sull’allestimento di questa mostra milanese, creata ad hoc da Jannis Kounellis per la Fondazione Arnaldo Pomodoro, si annuncia già come un’altra opera d’arte.

Da Europa,2007

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Le nuove frontiere della scultura

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 8, 2008

La Biennale di Carrara e il festival di Sarzana raccontano le ultime evoluzioni di una delle discipline artistiche più longeve di Simona Maggiorelli

Critico militante e autore di libri importanti come Il sistema dell’arte contemporanea e La scultura del Novecento (entrambi editi da Laterza), Francesco Poli è stato chiamato quest’anno a dirigere la Biennale di scultura di Carrara. Rassegna gloriosa, nata nel 1957 e che, fra alti e bassi, ha cercato di tenere un doppio rapporto: quello con i nuovi linguaggi (anche attraverso i giovani dell’Accademia carrarina) e quello con l’antica e dura realtà delle cave di marmo delle Apuane. E se certamente non sono più i tempi in cui Michelangelo sceglieva qui blocchi intonsi da cui, per “arte del levare”, ricavare la forma plastica del suo David repubblicano, per Carrara non sono più nemmeno quelli in cui a “dare immagine” alla Biennale era Gina Lollobrigida invitata a confezionare qui le sue sculture. A far uscire la rassegna dall’impasse contribuisce questa XIII edizione che all’Accademia (con Giulio Paolini), nel parco della Padula (con Louise Bourgeois) e nella chiesa del Suffragio ( con Merz) riflette sulla storia, mentre nelle altre sezioni indaga le evoluzioni aperte al futuro. Già da diversi anni, infatti, non si parla più di scultura come oggetto, che diventa autoreferenziale e decorativo. La scultura contemporanea, per dirla con Poli, ha molti volti e si è fatta anche « corpo vivente», nelle sue derivazioni che da Manzoni e Yves Klein arrivano alla body art. Ma soprattutto si è fatta ambiente, installazione e videoarte. Sfruttando le potenzialità del digitale per andare alla ricerca di una tridimensionalità, che non sia più solo spaziale, ma interiore, mettendo in gioco la fantasia e l’intenzionalità più profonda dell’artista. Delle nuove frontiere della scultura Francesco Poli parlerà il 31 agosto al festival della Mente di Sarzana. Per left anticipa alcuni spunti.
Professor Poli come è cambiato il lavoro dello scultore?
È cambiato moltissimo, perché per scultura nella critica oggi si intendono diversi tipi di opera tridimensionale in varie forme e materiali. Anche se il materiale tradizionale è ancora molto importante. Nella sezione della Biennale intitolata “La forza attuale del marmo” se ne raccontano gli usi più innovativi con Anselmo, Penone e altri dell’Arte povera. Accanto a nuovi nomi.
Fra loro anche un artista in voga come l’inglese Marc Quinn.
Sono esposte due sue statue. Rappresentano una donna handicappata incinta e poi con la sua bambina.
Fecero molto discutere qualche anno fa.
L’idea era dare dignità di bellezza a un corpo a cui mancano in parte gli arti. Similmente ai frammenti di una scultura antica, che ci appare bella. Evocando la scultura antica si valorizza la figura. È una operazione concettuale realizzata con tecniche antiche per scolpire il marmo.
Su un piano diverso, Tony Cragg ha cercato di dare movimento “interno” alle sue sinuose sculture.
La scultura come forma, quella che si fa partire dal secondo Rodin, è ancora oggi la più praticata con elaborazioni diverse. Un altro esempio è Anthony Gomerly. Per Carrara ha fatto delle vere e proprie statue e delle forme sintetiche di uomini fusi in ferro. Il loro senso non è tanto nella figura, ieratica, un po’ rigida, ma nella relazione con lo spazio. Colpisce il modo in cui Gomerly colloca le statue in ambienti naturali o urbani.
Quanto ha contato l’innovazione di Fontana, nel rapporto con lo spazio?
Fontana è un personaggio di straordinaria importanza. Tra i primi a fare degli ambienti, a teorizzarli come opera d’arte, non come ambiente decorato. Nel ’49 il suo ambiente spaziale fu un inedito: uno spazio con forme plastiche sospese, nel buio, percorso da luce ultravioletta. Crea una dimensione artistica autonoma rispetto all’esterno.
Oggi si fanno opere site specific in esterni. Ma spesso non c’è relazione con l’ambiente, ridotto a scenografia.
La scultura come installazione riesce se un contesto spaziale dà senso all’opera e viceversa. La magia sta nella relazione fra le due cose. Quando scatta, l’opera affascina, perché non è un fatto decorativo e di suggestione, ma qualcosa che tocca sensi profondi.
Collocare l’igloo di Merz nella chiesetta sconsacrata ha questo significato?
Nasce da una bella installazione che Merz fece a Milano: un igloo dentro l’abside. La chiesa vuota. Un raggio laser e del fumo continuo. Per ragioni tecniche non si poteva rifare. In questa architettura barocca, il lavoro di Merz crea una tensione particolare attivando l’attenzione su questo spazio che apparirebbe come una chiesa qualunque.
Nel suo libro parla di Picasso come capofila della scultura di costruzione. Rivoluzionario anche questo ambito?
La scultura come costruzione è stata una sua invenzione assoluta. Tra il 1912 e il ’13 combinando pezzi di materiali come legno o latta. Questo tipo di scultura avrà uno sviluppo enorme, ma in chiave strutturale e razionale, con il filone neocostruttivista e minimalista, come assemblaggio libero, con i neo dadaisti, fino a oggi.
Aveva anche fatto sculture in legno all’epoca delle Demoiselles d’Avignon.
Sì, nella fase di ricerca primitivista. Picasso ha fatto… tutto. Sia la scultura modellata nella creta, che fusa in bronzo, sia sculture come costruzione, nate come elaborazione di modelli tridimensionali di opere cubiste. Anche Braque le aveva fatte, ma senza capirne il senso. Picasso, invece, capì che dovevano essere opere autonome, tant’è che le pubblicò nel ‘13 sulla rivista di Apollinaire. Ha lavorato sulla scultura a cicli. A fine anni 20 poi ha elaborato una concezione della scultura come costruzione in termini strutturali col ferro saldato.
Che influenza ha avuto negli anni a venire?
Picasso è stato il più grande dei pittori moderni e contemporanei, lavorando sempre in termini di composizione. Ha usato le tecniche più svariate anche inventate da lui, sempre cercando di fare delle composizioni. Per lui il tema non è mai stato il fatto principale. Sì c’erano le persone, poi le figure, meno i paesaggi. Ma sempre un po’ a pretesto. Ad avere grande influenza sul ’900 è stato soprattutto Boccioni con il manifesto della scultura del 1912. Anche se lui forse non ha potuto esprimere tutto ciò che poteva.
Alcuni artisti, oggi, con le installazioni riescono a esprimere una tridimensionalità che evoca uno “spazio” e un movimento interiore. Ma il main streem della scultura oggi è fermo a una spazialità reificata. Che ne pensa?
C’è stata tutta una fase di rilancio di espressività diretta dei materiali, negli anni 60 e 70, in chiave poverista, processuale, minimalista. Continua in chiave di spettacolarizzazione oggi. Si cerca una trasformazione della realtà attraverso i materiali stessi di ricostruzione di realtà.Invece i più bravi artisti video, fra quali citerei Bill Viola e un anticipatore come Bruce Neuman creano degli ambienti che evocano un’interiorità. Ancor più chi fa videoinstallazioni. C’è un movimento nelle immagini, che non è solo quello materiale.
Left 32-33/08

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Passione reporter

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 4, 2008

Incontri, recensioni, racconti. In un libro, i reportage di un’inviata molto speciale nel mondo della pittura di Simona Maggiorelli

L’arte per meritare questo nome deve avere funzioni non solamente estetiche: deve toccare qualcosa in noi che va oltre il puro piacere della contemplazione, deve rappresentare e contenere un’idea. Non è sufficiente la bellezza di per sé, che è pur cosa divina, accidenti!». Così Meret Oppenheim, anni fa, raccontava a Lea Vergine la sua poetica. A Parigi, davanti a una tazza di tè e alle fotografie degli anni Trenta che la ritraggono, bellissima, negli scatti di Man Ray. Lei che era stata musa e modella dei surrealisti (diversamente da Kiki di Montparnasse, che si distrusse) riuscì a ribellarsi al ruolo di splendida e muta icona a cui Breton e compagni l’avevano confinata. Con una tazza ricoperta di pelo di gazzella cinese comprata all’Uniprix e con un paio di scarpe col tacco ricoperto di carta stagnola e servite su un vassoio, Meret dette una svolta alla propria carriera, dichiarando la volontà di sperimentare e di misurarsi con il “fare arte” in prima persona. Nel libro Parole sull’arte (Il saggiatore), ora la storica dell’arte Lea Vergine ripercorre la strada della Oppenheim insieme a quelle, diverse ma sempre impervie, di tante altre protagoniste dell’arte del Novecento, arrivando fino ai nostri giorni. Da un’altra scampata dal surrealismo come Lee Miller alla tormentata Louise Bourgeois, dalla body art secondo Gina Pane alla fantasia selvatica di Carol Rama, passando per le installazioni contro la guerra della libanese Mona Hatoum, e molto altro ancora. Sempre mescolando con naturalezza (che nasconde somma sprezzatura) racconti di vita e intelligente lettura delle opere. Con quella passione viva per le persone, per gli incontri, che spinse Lea Vergine a Parigi, a vagare senza un indirizzo preciso, alla ricerca di Dora Maar. Ma anche con grande intuito nel cogliere e raccontare il pensiero che ogni immagine d’arte più profondamente esprime. Proprio con questo doppio registro negli anni Ottanta e Novanta Lea Vergine ci ha regalato indimenticabili ritratti dell’“l’altra metà dell’avanguardia”. Avendo il coraggio, anche quando la body art veniva celebrata come ultima frontiera dell’avanguardia, di andare a vedere cosa ci fosse dietro le ferite che si apriva sulle braccia Gina Pane, dietro a quella stella di sangue che Marina Abramovic si era tracciata sulla pancia con una lametta. Cercando di capire quella estetica del dolore e quell’ossessione verso il corpo, nella sua materialità, che portava Orlan a sottoporsi in diretta a continue operazioni di chirurgia estetica, che riducevano il suo volto a una maschera tragica e inespressiva. «Autodistruttività», «collasso della fantasia», «ripiegamento su un’estetica del dolore», «necrofilia». Lea Vergine ha saputo guardare fino in fondo la morte dell’arte. In una modernità di immagini piatte, figlie della cronaca e della pop art, continuando con passione e ostinazione a cercare zone d’ombra (per dirlo con il titolo di una sua recente mostra), nuovi sfumati leonardiani che facessero intuire un movimento di immagini, una vera ricerca. In questa raccolta di saggi, nutrita dal recupero di pezzi sparsi, ma tenuti insieme dal filo di questa infaticabile ricerca, si ritrovano molte delle perle scoperte da Lea Vergine tanti anni fa. A cominciare dai nomadi igloo di Merz, dalle sculture di nudo legno di Penone, dalle sculture sensibili di Luciano Fabro. Artisti amatissimi dell’arte povera ai quali Lea Vergine in libri come Arte in gioco e Arte in trincea ha dedicato le sue pagine più intense. Qui ritornano raccontati in una gamma vivida di colori, fatta di racconti all’impronta, solo all’apparenza occasionali.
Left 27/08

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Nacque in prigionia il genio di Burri

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 19, 2006

In mostra le opere che l’Italia provinciale denunciò all’Ufficio di igiene. Le famose tele di “sacchi” bucati e logorati erano i “materiali” dei campi di concentramento e insieme la trasfigurazione delle tragedie vissute in guerra. Solo l’arte poteva, se non sanare, almeno tentare di esprimere una protesta, che andasse al di là di un semplice grido di dolore

di Simona Maggiorelli

alberto-burriNel cortile di un campo per prigionieri di guerra, in una zona desertica del Texas, il medico Alberto Burri diventò artista.
Troppo angoscioso e atroce quello che gli era capitato di vedere sotto le bombe, nella distruzione di uomini e di cose che la guerra aveva prodotto. Lui, giovane ufficiale medico fatto prigioniero in Tunisia, si trovò, così, a provare ad elaborare quell’immenso dramma con quel che aveva sotto mano. Con pochissimo. Pezzi di corda, sacchi di juta, qualche resto di spazzatura.
Solo l’arte, in quella situazione poteva, se non sanare, almeno tentare di esprimere una protesta duratura, che andasse al di là di un semplice grido di dolore. Nacque così il primo Saccodi Burri, fatto di materie poverissime, tela logorata, bucata e consunta, muffe e materiali di rottamazione. Quel Sacco che esibendo una realtà lacera, ferita, ridotta a brandelli, fece scandalo alla sua prima apparizione nella Galleria di arte moderna di Roma, nel 1960 e alla Biennale di Venezia. Al punto da sollevare interpellanze parlamentari e, persino, denunce all’Ufficio di igiene. Quello che è certo e che l’arte italiana, che negli anni delle avanguardie storiche non aveva avuto un Picasso, ma solo qualche attardato futurista, si trovò davanti, per la prima volta, un modo di fare arte che non era più mimesi della realtà, ma composizioni astratte di buchi, strappi, improvvise bruciature che riuscivano a rappresentare il dramma di una generazione più di un qualunque ritratto. E con la sensazione che poi non si sarebbe più tornati indietro. Almeno non nel senso di ritornare a un figurativo rassicurante come lo intendeva l’ultimo Ottocento. La svolta di Burri e di alcuni altri artisti che, con mezzi diversi, stavano percorrendo le stesse strade (in primis Fontana, ma anche il francese Yves Klein e poi Beuys, Kounellis, Pistoletto e molti altri) apriva a un nuovo modo di concepire lo spazio, coinvolgendo direttamente lo spettatore, inviatandolo a diventare anche lui, con quadri specchianti e sculture da abitar la fondamentale triade artista, ambiente, spettatore. Di questo mutamento, che fu un terremoto per l’arte del dopoguerra, e che apriva alla sperimentazione di nuovi materiali (ferro, legno, catrame, feltro, vetro, ma anche vinavil, cellotex e molto altro) e, dal punto di vista dei contenuti apriva ai temi della pace, dell’ambiente, di un nuovo umanesimo, Alberto Burri fu protagonista schivo, ma assoluto.
La mostra che si apre il 17 novembre alle Scuderie del Quirinale a Roma lo racconta. Riscoprendo, a dieci anni dalla scomparsa dell’artista umbro, la centralità e dell’attualità di queste sue invenzioni creative, che poi sarebbero state riprese, sviluppate, trasformate e portate avanti da più di una generazione di artisti: dal gruppo dell’Arte povera in Italia, ma anche da artisti americani come Rauschenberg o Schnabel che, proprio grazie anche al rapporto diretto con Burri, riuscirono a sviluppare un proprio modo originale di fare arte, sfuggendo alla piattezza seriale della pop art, che negli anni Sessanta, Oltreoceano e non solo, era padrona assoluta della scena artistica. Maurizio Calvesi che è stato fin dagli anni Cinquanta uno dei primi studiosi dell’opera di Burri ma anche, appena qualche mese fa, artefice di una delle più complete retrospettive di Burri, nella sua terra di origine, Città di Castello, per questa nuova e importante esposizione romana, intitolata Burri, gli artisti e la materia 1945-2004, seleziona un nucleo forte di 21 opere, fra le più significative dell’opera di Burri, da Grande sacco e Rosso degli anni Cinquanta fino ai Cretti degli anni Settanta e all’ultimo Cretto nero e oro del 1994, costruendo a raggiera, tutt’intorno percorsi di assonanze e vicinanze con opere di artisti dell’Arte povera e della scena internazionale, coeva e successiva a Burri. Inedito il parallelo che Calvesi getta fra Burri e Klein, affiancando i sanguigni Rossi del maestro umbro, con i vibranti monocromi bluoltremare, con cui l’artista francese, scomparso a soli 34 anni, riusciva a cambiare, la qualità emotiva.
Celebre Immateriel in cui Klein utilizzava un procedimento simile di cartoni compressi e bruciati che poi andavano a formare, nel finito, aloni diafani e evanescenti, evocando l’idea di umani ridotti a flebili ombre. Più noto, invece, ma non meno affascinante da vedere finalmente dal vivo il confronto fra l’uso dei materiali poveri da parte di Burri e da parte dei cosiddetti artisti dell’arte povera: da Kounellis con opere fatte di acqua, fuoco e terra, da Zorio e Merz nei loro esperimenti con il neon e la luce, da Pistoletto che in questa mostra romana è rappresentato dalla sua opera simbolo, la Venere degli stracci del 1967. E ancora i primi cementarmati di Uncini e l’omaggio a Burri di Ceroli.
E poi guardando Oltralpe, gli assemblaggi dell’artista umbro in un confronto vivo con gli organismi di oggetti e le splendide composizioni di violini bianchi dell’appena scomparso Arman; i segreti richiami fra le terre scavate e scure di Burri e i marroni e gli arancio caldi dello spagnolo Tapies. E poi opere di Kiefer, Twombly, Canogar, Cesar, Millares, Nicholson, Beuys in una tentacolare diramarsi di proposte che scovano radici comuni fra le scoperte di Burri e quelle quelle di artisti, a volte, davvero a lui lontanissimi, non solo geograficamente. Trasformando, fino al 16 febbraio, le sale delle Scuderie del Quirinale in un percorso generosissimo di sorprese.

da Europa,  19 novembre 2006

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Torna a splendere Villa Medici

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 3, 2005

Ingres, (1808)

Ingres, (1808)

Dopo anni di appannamento riapre l’Accademia di Francia a Trinità dei Monti

di Simona Maggiorelli

Una storia gloriosa di mostre. Da quando il ministro della cultura André Malraux decise di romperne il dorato isolamento, per oltre quarant’anni, Villa Medici, sede dell’Accademia di Francia, è stata un fulcro vivissimo della vita culturale romana, un luogo impareggiabile di incontri culturali, in un panorama mozzafiato come quello che dal Pincio e da Trinità dei Monti vola fin verso San Pietro. Con un nuovo direttore, ma anche grazie a una serie di leggi che in Francia incoraggiano i privati a farsi mecenati (riduzione fiscale del 90 per cento sugli investimenti per l’acquisto di beni culturali a favore dei musei nazionali), l’Accademia di Francia ora punta a un rilancio, riscoprendo la propria storia di luogo di studio e residenza speciale per gli artisti francesi che venivano a studiare a Roma, ma anche riaccendendo lo scambio vivo con il pubblico che negli ultimi anni si era appannato. Dopo che l’ex direttore di Villa Medici, Bruno Racine, è salito alla direzione del Centre Pompidou, Richard Peduzzi è l’uomo del rilancio. Sulla carta, figura ideale, poliedrica, di scenografo e designer con molti contatti internazionali, che potrebbe riportare Villa Medici al centro dell’attenzione intrecciando le proposte d’arte figurativa ad altre discipline, il teatro e il cinema, in primis, che per il sessantenne Peduzzi sono sempre stati privilegiato ambito di lavoro: è collaboratore stretto, da trent’anni, di uno dei maggiori registi francesi, Patrice Chéreau.
Ottenuto l’incarico l’estate scorsa, Peduzzi ha raccontato così i suoi progetti a Frederic Edelmanna di Le Monde: «Innanzitutto proseguire il lavoro di rinnovamento avviato da Bruno Racine e poi sviluppare il legame che ha saputo instaurare con la società italiana. Per quel che mi riguarda – ha aggiunto – mi piacerebbe lavorare sulla linea del mio lavoro alla Scuola superiore nazionale di arti decorative: fare della Villa l’epicentro della vita artistica e culturale, rafforzando i legami con le scuole e le università francesi, ricercando ancora e sempre l’apertura». La parola d’ordine per Peduzzi è interdisciplinarità, «intesa – spiega l’artista francese – come il contrario di una conoscenza superficiale, ma come acquisizione di un sapere come fabbricare un mobile o costruire una scenografia.
In una scuola d’arte contano i sentimenti, quanto l’occhio, lo sguardo, il pensiero. Sia che si utilizzi una matita o un computer, il solo vero e proprio strumento, come dice Chardin, sono i sentimenti.
Ma prima è necessario possedere una tecnica il più avanzata possibile. E alla fine la tecnica non si deve né sentire né vedere».
Nella “scuola” a cui Peduzzi sta lavorando in Villa Medici parteciperà un élite di borsisti (circa 300 all’anno) che, per periodi più o meno lunghi (dai sei mesi ai due anni), vivranno nei diciotto appartamenti con atelier, da poco ristrutturati, che affiancano villa Medici. Una nuova edizione, rivista e ammodernata, della lunga storia di “scuola” che l’Accademia di Francia ha sempre avuto fin dalle sue origini seicentesche, quando lo Stato francese cominciò a fare del mecenatismo pubblico, dando possibilità di formazione romana ai suoi talenti. Non era ancora l’epoca del grand tour, ma l’imago urbis romae era fortissima nell’immaginario collettivo francese ed europeo. E poter trascorrere alcuni anni a Roma dove studiare la cultura classica rappresentava già un investimento     investimento importante. Fu Colbert, il potente ministro di Luigi XIV, nel 1666, a fondare quest’idea di Accademia. Da allora, nel corso di duecento anni, nelle stanze affrescate sono passati pittori come Ingres (che fu anche direttore di Villa Medici), Deschamps, Fragonard, David, compositori come Debussy, Bizet, Berlioz, Gounod, e scrittori e filosofi come Derrida.
Ma il nuovo corso di Peduzzi promette anche, con il pieno recupero degli spazi espositivi, di riaprire integralmente Villa Medici al pubblico. Il percorso, sebbene un po’ in sordina, è già cominciato, con le serate dedicate al film L’abécédaire di Gilles Deleuze e poi con le mostre di disegni rinascimentali e barocchi italiani acquisiti l’anno scorso dal governo francese per il Museo del Louvre: opere di Correggio, Lotto, Fra Bartolomeo, Parmigianino, Veronese, Tintoretto, Giulio Romano, Polidoro di Caravaggio, Perin Del Vaga acquistate per lo Stato dal Gruppo Carrefour (grazie alla politica di sgravi fiscali di cui dicevamo).
E ancora, mostre di fotografia, che indagano il tema della foto come quadro con opere di Yto Barrada, Patrick Faigenbaum, Jean-Baptiste Ganne, Valérie Jouve, Suzanne Lafont, Jean-Luc Moulène e Paola Salerno.Mentre si è appena chiusa la retrospettiva dedicata a Graziella Lonardi Buontempo, straordinaria collezionista che a Roma, dal 1968, seppe intuire talenti e tendenze dell’arte che poi si sarebbero sviluppate negli anni successivi, raccogliendo dai dipinti informali di Alberto Burri e Lucio Fontana, alle opere di Pistoletto, Merz e a altri maestri dell’arte povera, fino al grande wall drawing di Sol LeWitt.
Quella dedicata alla Lonardi Bontempo, dal titolo Incontri, sarà il conio e il prototipo delle mostre che Villa Medici proporrà nel nuovo anno dedicando un quinto del suo budget di 5,5 milioni di euro alla creazione di eventi aperti al pubblico.

da Europa, 3 dicembre 2005

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