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L’Europa aspetta i restauratori

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 19, 2006

Cristina Acidini Luchinat «I nostri giovani sono richiesti all’estero: aiutiamoli». La neodirettrice del Polo museale fiorentino spiega l’importanza del ruolo dei diversi istituti che si occupano di restauro per rilanciare il settore, strategico per il nostro paese. Intanto Rutelli chiede a Bruxelles che l’Italia assuma un ruolo guida per coordinare i restauri nel mondo di Simona Maggiorelli

Il restauro è uno dei settori strategici della tutela in Italia. E i vari istituti che si occupano del settore sono un immenso serbatoio di competenze, di conoscenza e di professionalità, riconosciute ormai a livello internazionale, con i restauratori italiani chiamati a “salvare” opere d’arte in ogni parte del mondo. Ne ha parlato anche il ministro Rutelli intervenendo al convegno dell’istituto Brandi, a Roma. «Chiederò ai ministri europei a Bruxelles – ha detto Rutelli – che all’ Italia venga riconosciuto non solo il ruolo guida nel restauro, ma che possa svolgere una sorta di mandato europeo, nella direzione di una vera e propria diplomazia culturale, per coordinare l’impegno europeo dei restauri nel mondo». Se ne parla per il nascente Istituto romano per il restauro, pensato come punto nazionale di eccellenza. E se ne discute all’Opificio delle pietre dure, glorioso e longevo istituto fiorentino per il quale, come ha detto il sottosegretario Andrea Marcucci a Firenze, il ministero immagina uno status di maggiore autonomia, che gli consenta di poter accettare con maggiore agilità sponsor, donazioni e commesse. «Una maggiore autonomia, credo sia fondamentale per salvaguardare il futuro dell’Istituto – commenta la soprintendente dell’Opificio Cristina Acidini Luchinat, dal primo ottobre scorso anche soprintendente del Polo museale fiorentino — Il lavoro italiano è molto seguito all’estero, molto desiderato. Credo che il futuro per un istituto come il nostro sia anche quello di esportare conoscenze».
Il riconoscimento dei titoli di studio dei restauratori italiani in Europa diventa discriminante?
Abbiamo avuto un riconoscimento che dobbiamo mettere a frutto. C’è stata l’equiparazione della nostra scuola per restauratori all’università di cinque anni. È il riconoscimento a lungo atteso del ruolo del restauratore, finalmente alla pari con chi è laureato in altre materie. Ora siamo attrezzati per confrontarci in maniera competitiva con i colleghi europei che si formano nelle università. Occorre valorizzare quanto più possiamo il patrimonio culturale e umano che già esiste.
Ci sarà una migliore circolazione anche in Europa dei giovani che scelgono questo mestiere?
Andrà incoraggiato. I nostri studenti, purtroppo, sono fra quelli in Europa che meno sfruttano la possibilità di spostamento fra i vari atenei, a livello di formazione universitaria. Voglio dire che i nostri giovani non sono smaniosi di andare all’estero a occupare posti e avrebbero le carte in regola per ottenerli. Chissà, forse è un tratto caratteriale, ora che non abbiamo più bisogno di emigrare siamo diventati molto stanziali.
Non amano spostarsi forse perché in Italia c’è tanto patrimonio da curare…
E questa è una delle contraddizioni più laceranti. È vero c’è il patrimonio, ma non d sono le risorse, per curarlo. Se mancano i fondi si può solo stare a guardare il patrimonio mentre va in rovina. E questa è una macchia nera sulla fedina di tutti i governi che si sono succeduti finora. Come Salvatore Settis ha detto spesso, fin qui, sia centrodestra che il centrosinistra non hanno esitato a tagliare i finanziamenti alla tutela. E poi c’è il problema del mancato ricambio generazionale nelle soprintendenze e negli istituti. In molti, a ondate massicce, vanno in pensione, ma non ci sono nuove assunzioni. Da soprintendente dell’Opificio posso testimoniare che ci sono restauratori di un’esperienza altissima, che non ha eguali nel mondo. Ma se non assumiamo dei giovani non ci resta che l’estinzione. E questa è una cosa che la repubblica italiana non deve permettere, perché all’articolo 9 della Costituzione si è assunta la responsabilità della tutela del patrimonio artistico.
Occorrerebbe sbloccare le assunzioni?
Da anni è bloccato l’avvicendamento nella pubblica istruzione e nei beni culturali. Le soprintendenze e gli istituti di restauro sono le vittime di questi provvedimenti. E, ripeto, senza contare che se mando in pensione un maestro restauratore e non lo sostituisco con un giovane che ha imparato presso di lui interrompo la filiera di sapere.
Da qualche settimana è alla guida del Polo museale fiorentino.
In realtà è la seconda volta che io siedo sulla poltrona di Paolucci. Era già accaduto nel”95 e nel ’96, quando lui era ministro; allora le competenze del patrimonio artistico erano ancora congiunte con quelle del territorio. Ma è vero che in questi anni le cose sono molto cambiate, prima era una soprintendenza ora è un polo, un carico di responsabilità addirittura maggiore.
Come sono stati questi primi giorni?
Sono state giornate intense, ricche di incontri informativi e stimolanti. I miei progetti sono a medio termine perché per ora mando avanti la situazione esistente, il potenziamento del settore informatico e del suo utilizzo all’interno e all’ esterno.
Insieme ad altri esperti lei è stata nominata nella nuova commissione prestiti. Si è molto parlato sui media del caso del “Cristo morto” di Mantegna, ma anche del prestito della “Annunciazione” di Leonardo a Tokyo. Avete già stilato delle linee guida?
La commissione ha già lavorato già molto e entro poche settimane presenterà al ministro Rutelli il testo delle linee guida. Linee guida che naturalmente tengono conto dei documenti già elaborati in sede nazionale. Quello dei prestiti è un argomento che appare sovente nel nostro lavoro quotidiano. Esiste una serie di riferimenti normativi. Come commissione noi non dobbiamo produrre una legge. Così come non dobbiamo decidere su casi particolari. Stiamo lavorando a indirizzi, suggerimenti. indicazioni di comportamento e sollecitazioni di sensibilità.
Se fosse già stata alla guida del Polo museale fiorentino avrebbe autorizzato il prestito di Leonardo a Tokyo?
Queste sono decisioni che vanno prese nel rispetto delle norme, caso per caso; ogni opera ha la sua storia, ha le sue condizioni e ogni richiesta nasce da un desiderio, offre un’opportunità, impone dei limiti. Nel caso di Leonardo a Tokyo, essendo una decisione che è stata presa prima della mia nomina, la lascio alla responsabilità di chi ha così deciso. Resta il fatto che, oltre allo stato di salute di un’opera, bisogna anche tener conto del fatto che esistono delle opere che sono elemento identitario per un museo. Ci sono dei nuclei che lo caratterizzano soprattutto nelle aspettative dei visitatori. E non sempre è giusto e utile deluderle.
Una piccola curiosità: è vero che ha scritto un romanzo e che ha accusato Dan Brown di plagio?
Ho scritto molti anni fa un romanzo ambientato nel mondo dei musei e ci sono alcuni elementi di coincidenza, abbastanza impressionanti, con Il Codice da Vìnci. Ho segnalato questa cosa ma Dan Brown non ha mai reagito. Ma non mi importa più di tanto. La mia era solo una curiosità di sapere da dove aveva attinto. Le sue fonti sono tante, dai Vangeli apocrifi ai libri di storia dell’ arte. Mi sarebbe piaciuto sapere come gli era venuta in mente una storia così puntualmente somigliante a quella che io avevo scritto nel ’92 e che negli ambienti degli storici dell’arte ha avuto molta circolazione. Del resto la moglie di Dan Brown è una storica dell’arte, esperta di arte italiana, e avrebbe potuto conoscerlo.

Europa quotidiano

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