Archive for the ‘Archeologia’ Category
Pubblicato da: Simona Maggiorelli su dicembre 29, 2009
Un viaggio nella cultura di questo antico popolo andino che fu sterminato dai conquistadores. A Brescia una grande mostra con reperti per la prima volta esposti in Italia
di Simona Maggiorelli

maschera Inca
Dimenticare per un attimo il mondo che ci circonda per immergerci in una cultura antica come quella degli Inca e fare un viaggio immaginario nel Perù preispanico che nell’area andina toccò il suo apice fra il XIII e XVI dando vita a un vasto impero. Un viaggio scoperta di una civiltà precolombiana che fu ferocemente sterminata dai conquistadores occidentali. “Quando con Giuseppe Orefici e Antonio Aimi abbiamo cominciato a pensare alla curatela di questa mostra italiana – racconta Paloma Carcedo de Mufarech, ideatrice della mostra Inca origini e misteri della civiltà dell’oro ( aperta fino al 27 giugno 2010 al Museo di Santa Giulia a Brescia) – abbiamo cominciato a pensare che, avendo questa splendida occasione di portare in Italia pezzi fin qui raramente usciti dai musei peruviani, volevamo mostrare qualcosa di diverso, fare in modo che emergesse la complessità di una cultura come quella degli Inca basata su una originale cosmogonia e una ritualità lontanissima dalla cultura occidentale”. Una cultura, prosegue Carcedo de Mufarech, in cui la natura era trattata “come un essere vivente, oggetto di rispetto e di venerazione per i doni che regalava agli esseri umani”.
E in cui il culto degli antenati serviva a tramandare alle generazioni future una sapere sedimentato di generazione in generazione. Ma anche – come documentano alcune sezioni di questa importante mostra bresciana- una cultura che accanto a straordinarie conquiste di civiltà nell’ambito delle scienze applicate testimoniate da straordinari reperti d’oro e d’argento, contemplava forme di religione particolarmente oppressive. “Le culture preispaniche erano caratterizzate da una religione pervasiva – racconta Antonio Aimi-. Quasi tutti i reperti che conosciamo provengono dai corredi funerari e avevano quindi una precisa funzione rituale. E se questo da un lato ci ha reso particolarmente difficile penetrare in quella che poteva essere la vita quotidiana degli Inca, dall’altra parte – precisa lo studioso- ci ha permesso di conoscere i loro riti cosmogonici e di capire che quegli splendenti ori e quelle magnifiche ceramiche sopravvissute allo scempio dei conquistadores e del tempo non rappresentavano eventi mitologici ma rituali ben concreti e reali”.
Alcuni reperti in mostra a Brescia raccontano le vari fasi della cerimonia del sacrificio conosciuta fin dalle prime fasi di popolamento delle Ande centrali. Un ruolo centrale in questi riti era svolto dagli sciamani, ai quali si attribuiva la capacità di comunicare con le divinità e con gli spiriti degli antenati. “All’interno di ogni collettività – spiega Giuseppe Orefici nel catalogo Marsilio che accompagna la mostra – gli sciamani diventarono i custodi incaricati di conservare, trasmettere e rinnovare le rappresentazioni cosmogoniche, grazie alle loro cognizioni di mitologia, di interpretazione del passato e alle loro conoscenze di astronomia e nell’uso di piante medicinali. Con le loro parole, gesti, riti, si pensava fossero in grado di garantire la fertilità della natura e il benessere della comunità”.
dal quotidiano Terra del 31dicembre 2009
Posted in Archeologia | Contrassegnato da tag: Antonio Aimi, Brescia, civiltà dell'oro, civiltà precolombiane, cosmogonia, Giuseppe Orefici, Inca, Marsilio, Museo di Santa Giulia, Paloma Carcedo de Mufarech, sciamani | Leave a Comment »
Pubblicato da: Simona Maggiorelli su dicembre 6, 2009
In Mesopotamia quattro millenni fa fiorì una civiltà senza “religione”. Una cultura che nell’epos e nel suo pantheon offriva una complessa rappresentazione del femminile. La racconta in un nuovo libro dall’assirologo Pietro Mander
di Simona Maggiorelli

Ishtar
La decifrazione della scrittura cuneiforme fin dall Ottocento ha permesso l’accumulo di una grande quantità di informazioni sulle culture dell’antica Mesopotamia. Ma l’analisi filologica dei dati non ha coinciso sempre con la comprensione del loro significato più profondo. «Per questo ho sentito l’esigenza di prendere un po’ di distanze dalla mia stessa disciplina per tentare un’interpretazione più complessiva del pensiero mesopotamico» racconta l’assirologo Pietro Mander, docente all’Orientale di Napoli ed ex collaboratore di Pettinato nelle ricerche sui testi sumerici arcaici e eblaiti. C
Così, dopo un importante lavoro dedicato ai Canti sumerici di amore e morte (Paideia) e Sumeri pubblicato da Carocci, per l’editore romano Mander ha scritto una densa ricognizione della cultura mesopotamica nelle sue principali varianti sumera, babilonese e assira, dal titolo La religione dell’antica Mesopotamia. Un libro in cui propone innovative scelte terminologiche e di metodo. «Per cominciare – spiega il professore -il concetto di Mesopotamia non appartiene al mondo dei suoi antichi abitanti. Nasce dai Greci e da loro è giunto fino a noi» Ed è noto che i macedoni che entrarono a Babilonia da conquistatori con Alessandro Magno nel 31 a.C. erano militari.E non erano uomini di cultura nemmeno i generali che si divisero le province dell’impero macedone dopo la morte di Alessandro nel 323 a.C.
Immaginando di mettersi dalla parte di Berosso, un adepto del dio Marduk che intorno al 280 a.C. scrisse un’opera in più volumi per mostrare agli ignoranti greci (che stigmatizzavano gli stranieri come barbari) la ricchezza dell’antica cultura mesopotamica, Mander invita il lettore a uscire da quegli schemi occidentali che non permettono di capire la civiltà che fra il Tigri e l’Eufrate fiorì più di quattro millenni fa come culla della scrittura e delle prime città stato. La prima categoria fuorviante, avverte Mander, è proprio quella che campeggia nel titolo del suo nuovo libro: «Nelle lingue antiche del Vicino Oriente- spiega- non esiste un termine che possa rendere il senso di religione». Così come la nostra parola magia non richiama l’articolazione di significati che connotava l’astrologia, le divinazioni e gli esorcismi (già nei primi testi narrativi nel XXVI secolo a.C. di Farah). Né ci aiuta a comprendere l’immaginifica epica dei re di Uruk (di cui ci sono rimasti cinque poemi in lingua sumerica) o l’epica di Gilgamesh in lingua accadica, «una tradizione- sottolinea Mander- di forte intensità poetica e coesione narrativa».
Il punto è, al fondo, che il politeismo mesopotamico non conosceva separazione fra realtà trascendente e mondo sensibile. «Questa dicotomia – spiega l’assirologo – è necessaria nella religione che l’Occidente ha mutuato dal mondo giudaico: il monoteismo, che è fondato proprio sulla negazione dell’alterità e sulla netta separazione del trascendente dall’immanente». La più antica affermazione del monoteismo nel Vicino Oriente, come è noto, risale al XVI secolo a.C. e si fa risalire a Amenophis IV che in Egitto impose dall’alto il culto del disco solare Aten. «Il dio unico – approfondisce Mander – nega e annulla tutti gli altri dei. Poi i latini diranno omnes dii gentium daemonia, gli dei pagani sono demoni. Il monoteismo ha creato una visione preconcetta delle culture che ha sottomesso». E una visione alterata della “religione” mesopotamica è arrivata fino a noi, tanto che Mander (con Assmann) preferisce parlare di “cosmoteismo”: perché le divinità, perlopiù, sono raffigurate in forma antropomorfica e rappresentano «le potenze reali che ci circondano nella vita di tutti i giorni». Sono le forze che muovono l’universo, le stelle, l’acqua, i temporali ma anche le emozioni, gli affetti e le pulsioni profonde che muovono la mente umana. In altre parole, dice Mander, «gli dei erano differenziazioni del cosmo che corrispondevano alle molteplici esperienze umane».

statuetta egizia preistorica
Con questo assunto, il pantheon mesopotamico, eminentemente sumerico, era già compiuto nella prima metà del III millennio a.C. e rimase pressoché immutato per i duemila anni successivi. Di fatto. un pantheon assai affollato di dei ma al tempo stesso curiosamente antropocentrico. «Ogni persona si pensava generata dai propri genitori e al contempo da un suo “dio” o “dea” – ci spiega Mander – e la presenza nell’essere umano di un elemento divino costituisce il motivo della centralità cosmica dell’uomo che è stato incaricato dagli dei di gestire il mondo secondo i principi celesti da essi stabiliti». I sumeri non si interessavano all’origine dell’universo né di questioni escatologiche. Ma volevano conoscere il funzionamento delle cose del mondo. Come dimostra il grande sviluppo che ebbero le “scienze” in Mesopotamia fin dall’antichità. Inoltre, come scriveva l’archeologo Paolo Brusasco ne La mesopotamia prima dell’Islam (Bruno Mondadori, vedi left n.7/2009), il loro era un universo pagano che non reprimeva la donna. Diversamente dai tre monoteismi. Ne è spia anche il fatto che nel loro pantheon, così come nell’epos, un posto di rilievo era riservato alle dee e a Ishtar (Inanna in lingua sumerica) in modo particolare, la dea che ha in sé Venere e Marte. E, per dirla con l’assirologo Bottéro, « la dea che ha creato il desiderio per la buona riuscita dell’amore». «Ishtar – commenta Mander – è il pianeta Venere che appare prima del sole e dopo il tramonto. Mantiene la luce nelle tenebre e anticipa l’alba. In questo senso unisce gli opposti. Per questo i sacerdoti della dea erano vestiti da donna e portavano strumenti femminili. Non perché fossero dei pervertiti ma per indicare l’unione dei due opposti». Al contempo per rappresentare il fatto che la dea aveva in sé anche un’immagine maschile, guerriera, in alcuni contesti veniva rappresentata con la barba. «Ishtar – aggiunge Mander – era la dea dell’ebbrezza alcolica e del furore guerriero come stati di conoscenza alterata. Ma il suo nome indica anche la fusione dell’elemento divino con quello corporeo, dove per elemento divino si intende quella forza vitale, intima, quel talento, quella tendenza che, per esempio, spinge un Mozart verso la musica». Dunque non pensava in termini di scissione fra fisico e psichico? «L’essere umano per gli abitanti della Mesopotamia aveva una componente divina: è l’unico che crea una società diversa dal branco. Non c’èra un conflitto fra razionalità o irrazionalità. O almeno noi non ne abbiamo traccia».
dal left- Avvenimenti 20 novembre 2009
Posted in Archeologia | Contrassegnato da tag: Alessandro Magno, Archeologia, Assiri, assirologia, Babilonesi, Babylon, Berosso, canti sumerici, Carocci, dea madre, divinazioni, donna pre islamica, esorcismi, Eufrate, Gilgamesh, Ishtar, La Mesopotamia prima dell'Islam, Lilith, Marduk, Mesopotamia, paganesimo, Paideia, Paolo Brusasco, Pettinato, Pietro Mander, politesimo, religione, Sumeri, Tigri, Uruk, Vicino Oriente | 1 Comment »
Pubblicato da: Simona Maggiorelli su dicembre 6, 2009

Ishtar
Alla scoperta dell’antica Mesopotamia dove la donna aveva una libertà che poi Cristianesimo e Islam le avrebbero negato. Una mostra al British Museum e nuove campagne di recupero delle rovine per ricostruire l’antico splendore della città di Hammurabi. «In Iraq c’è ancora la guerra civile. E’ impossibile per gli archeologi occidentali andare a visitare i siti» racconta l’archeologo Paolo Brusasco di Simona Maggiorelli
Babilonia “culla della civiltà” si studiava da piccolissimi. In questa area del mondo, si leggeva nei libri di scuola c’erano stati i primi grandi risultati nelle scienze umane, l’invenzione della scrittura cuneiforme, il primo codice di leggi di Hammurabi. Ma anche l’arte degli aruspici e degli interpreti di sogni. Un mondo favoloso, fino allo controriforma Moratti, sfuggito miracolosamente alle maglie della scuola gentiliana improntata sugli anatemi biblici contro la torre di Babele. Ma poi sul quel sogno infantile di civiltà antica fatto di giardini pensili su inespugnabili ziqqurrat sono piombate d’un tratto le agghiaccianti distruzioni della Guerra del Golfo. “Operazioni chirurgiche” come venivano raccontate dalla Cnn, dalla Bbc e dalla Rai nel 1991. A cui si sono sommate le missioni angloamericane contro le presunte armi atomiche del dittatore iracheno Saddam Hussein. Un’operazione pretestuosa, del tutto folle che “ha lascito sul campo più di 4mila soldati occidentali uccisi. E un numero ancora incalcolabile di morti fra i civili iracheni”, come ricorda l’archeologo e docente dell’Università di Genova Paolo Brusasco ad incipit del suo libro La Mesopotamia prima dell’Islam (Bruno Mondadori). Di pari passo, come è noto, sono stati distrutti centinaia di importanti siti archeologici, mentre dal museo di Bagdad sono andati dispersi- distrutti o trafugati -più di ventimila reperti importanti (che datano dal 7mila a. C al mille d. C) di arte dei Sumeri, degli Assiri e dei Babilonesi.
Come ricostruisce puntualmente l’archeologo Friederick Mario Fales nella recente riedizione del suo Saccheggio in Mesopotamia uscito nel 2003 per la casa editrice Forum di Udine. “Ancora oggi non abbiamo una stima esaustiva e definitiva, i danni potrebbero essere di molto superiori- rilancia Brusasco-. In Iraq è in corso una guerra civile ed è ancora impossibile per la maggior parte di noi occidentali andare a visitare i siti archeologici”. A cominciare da quello dell’antichissima città di Babilonia, la capitale del regno di Hammurabi del II millennio a. C, insieme a Uruk ,una delle città simbolo della Mesopotamia. Nonché una delle più segnate dalla presenza di soldati. “Del tutto incuranti delle raccomandazioni preventive dell’Unesco le truppe angloamericane – racconta a left Paolo Brusasco – hanno scavato trincee in siti archeologici di primaria importanza e buona parte dei danni causati, purtroppo, saranno purtroppo irrecuperabili”. Non solo è stata danneggiata la porta istoriata di Ishtar,installando una base di elicotteri a ridosso delle antiche e friabili mura in terra cruda, ma sono andate in rovina anche le ricostruzioni anni 70 che Saddam Hussein aveva fatto fare in mattoni cotti. “Certamente restauri che non avevano nulla di scientifico e confezionati a misura della propaganda di regime -sottolinea Brusasco – ma alcuni sostengono che almeno sommariamente potessero dare l’idea dello splendore antico di Babilonia”. Così dopo aver raso al suolo centinai di siti, dopo aver trafugato e rivenduto su internet reperti preziosissimi di arte sumera, assira e babilonese, oggi l’occidente sembra voler cercare di correre ai ripari. Per senso di colpa ma anche perché la ricostruzione può essere un buon business . Fatto è che da più parti. si annunciano campagne internazionali di scavo e di recupero dell’antica città della Mesopotamia. Una, dal titolo “Il futuro di Babilonia” e con la partecipazione economica di importanti organismi internazionali, secondo l’agenzia Reuters, partirà a giorni.
Professore sarà davvero possibile un recupero delle rovine dell’antica Babilonia e in quanto tempo?
In realtà ancora siamo solo alle operazioni preventive di studio e di messa a punto organizzativa di possibili campagne. Il direttore del dipartimento del Vicino Oriente del British Museum, John Curtis, ha fatto già una serie di ispezioni portando alla luce alcuni danni, purtroppo irreversibili. Una base militare anglo americana è stata costruita, per esempio, proprio sulle rovine attigue al palazzo di Nabucodonosor, il sovrano della deportazione ebraica del 597 a. C. I soldati hanno coperto le rovine archeologiche di ghiaia e le hanno cosparse di spray chimico per non sollevare la polvere. S’immagini i danni che un esercito potrebbe fare se domani si installasi a Pompei. A Babilonia addirittura molti container sono stati riempiti di terra prelevando materiali da siti diversi, la stratigrafia è irreversibilmente danneggiata. Gesti che la popolazione irachena ha letto come una volontà di appropriarsi in modo neocolonialista del passato e della storia di queste aree. Se un giorno si faranno nuovi scavi in queste zone sempre bisognerà sempre tener presente che esiste uno strato dell’invasione anglo-americana. Hanno creato un disastro inimmaginabile dal punto di vista della lettura del sito.
La mostra londinese ora al British esplora il mito di Babilonia, quanto certo “orientalismo” ha oscurato il nostro sguardo occidentale? Babilonia è città delle prime leggi di Hammurabi, di questa città che poi fu governata Nabucodonosor ne hanno parlato in termini favolosi gli autori classici, ma soprattutto la Bibbia. Nell’immaginario occidentale è sempre stata una città simbolo di tirannia ma anche di meraviglia e di stupore. I racconti dei profeti ebrei che hanno scritto in cattività a Babilonia ce l’hanno sempre raffigurata in termini negativi e fino agli scavi del 1800 non si è mai conosciuta in Occidente la vera Babilonia.
Babilonia la grande meretrice, Babilonia che verrà distrutta dal castigo di dio sono le immagini anche dantesche…
Una parte della mostra ora al British Museum di Londra si occupa appunto del mito di Babilonia e punta a metterne in luce gli aspetti fasulli, quelli su cui si è basata la visione distorta dell’occidente. Basta pensare al mito della torre di Babele, alla minaccia della confusione delle lingue. Alle leggende che dipingevano la città come regno del vizio. In realtà la famigerata torre non era che lo ziqqurrat del dio Marduk a cui si rifacevano più colture diverse. Babilonia era una città dove convivano in modo pacifico diverse etnie. L’ interpretazione che ne ha dato l’Occidente non corrisponde in nulla ai reperti scavati.
Il fatto che lo sguardo deformante della tradizione biblica si sia accanito soprattutto su figure femminili ( basta pensare a Semiramide) farebbe pensare che le donne in Mesopotamia godessero di una certa libertà. E’ così?
Io l’ho scritto, ma non sono il solo. In Mesopotamia la donna non aveva la posizione sociale che poi ritroviamo nella tradizione cristiana o nell’islam. Soprattutto nel terzo millennio, nel periodo sumerico, i codici di leggi trovati ci raccontano di tantissime regine, donne che avevano realmente potere. Poi nel codice di Hammurabi troviamo che la donna può intraprendere attività commerciali come imprenditrice e avere libero rapporto con l’esterno. C’era anche una specifica categoria di cosiddette sacerdotesse imprenditrici che avevano delle grandi proprietà fondiarie e le gestivano autonomamente. Ovviamente non c’era una vera parità fra uomo e donna, però possiamo dire che in Mesopotamia, dal III al I millennio a C. non c’è prova che esistessero degli Harem. Solo intorno al 900 a. C. fra gli Assiri compaiono, in concomitanza con l’emergere della propaganda maschile legata alla guerra e che determinò una serie di leggi che per la prima volta relegavano la donna in aree specifiche della casa e del palazzo.
La libertà sessuale della donna in Mesopotamia, lei scrive, “non è affatto associata a un’istintualità primitiva o animale”.
Sì la sessualità e la figura femminile non sono viste in accezione negativa. Il desiderio femminile non è represso ma è considerato un elemento di vita, un aspetto culturale. Per esempio nel mito di Gilgamesh, l’eroe di Uruk, che si narra sia vissuto intorno al 2675 a. C aveva un nemico, Enkidu, che viveva nella foresta ed detto un incivile. Prima di scontrarsi con Gilgamesh, però, Enkidu viene “civilizzato” da una prostituta. In Mesopotamia il fatto che le prostitute fossero immerse nella vita urbana ne faceva delle detentrici di cultura e conoscenza. Anche da altri testi antichi si comprende che la sessualità era un mezzo per conoscere i rapporti umani di cui la società viveva. Non si trova mai in questo contesto una caratterizzazione in negativo della donna come si trova nella Bibbia. E il desiderio non è qualcosa di immediato da sfogare o da reprimere. La sessualità viene inserita in un ordine di idee urbano e civile non animale.
Non c’è un senso del peccato come nella tradizione giudaico cristiana?
No in Mesopotamia non c’è qualcosa di simile.
In un modellino di un letto conservato al British Museum si coglie uno scambio di sguardi fortissimo fra un uomo e una donna. Una rappresentazione ben diversa dalle fredde anatomie di Pompei.
Nelle abitazioni in Mesopotamia si trovano placche sessuali come amuleti di fecondità. Si rifacevano a miti del matrimonio sacro fra due divinità. In Mesopotamia l’accoppiamento fra esseri umani e divinità era considerata all’origine del mondo. Anche per questo la sessualità veniva vista in modo positivo. Ma sessualità era anche l’intimità fra uomo e donna è vista in senso sentimentale, romantico. Questo abbraccio, questo letto che rappresenta il simbolo della vita di coppia, soprattutto in epoca sumerica, nel periodo più antico è molto legato a situazioni sentimentali più profonde.
Nella cultura della Mesopotamia il Logos, inteso come ragione non arriva a schiacciare un mondo di immagini e di passioni come accade a un certo punto nella Grecia antica?
La ragione in Mesopotamia è secondaria rispetto a una concezione del mondo e anche della scienza sempre divinatoria. Per l’uomo della Mesopotamia il rapporto con il mondo non è logico ma è in qualche modo illogico, talvolta legato ai presagi. Grande importanza aveva l’astronomia ma anche l’astrologia. La divinazione era considerata una scienza. C’erano indovini, esorcisti, scienziati, specializzati nella lettura dei pianeti e delle stelle, maghi, interpreti di sogni. C’è un approccio completamente diverso da quello della logica greca.
Lei scrive anche che è un pregiudizio pensare che solo la lingua e la scrittura siano sistemi altamente simbolici. Anche l’arte in Mesopotamia tende ad essere rappresentazione simbolica, talvolta quasi astratta?
In Mesopotamia l’arte non è mai mimetica della realtà alla maniera greca. Parte da un altro presupposto. Non c’è l’umanesimo greco. L’arte mesopotamica è un’arte sempre simbolica, tanto che anche quanto raffigura la realtà, come nelle stele o nei rilievi assiri che pur narrando di guerre, le traspongono sempre con elementi astratti su un piano simbolico. Si parte da un fatto, da un azione singola, ma si arriva poi a trasporla su un piano universale. Sono scene che non tendono a una prospettiva precisa, ma puntano a a un’evidenza viva, alla drammaticità del racconto. All’arte mesopotamica non interessa raffigurare la realtà per ciò che è.
da Left-Avvenimenti 7/2009 del 20 febbraio
Posted in Archeologia | Contrassegnato da tag: Archeologia, aruspici, Assiri, Babilonesi, Babilonia, Babylon, Baghdad, Bbc, Bibbia, British Museum, Bruno Mondadori, Cnn, Cristianesimo, culla della civiltà, Dante, donna, esorcisti, Friederick Mario Fales, Gilgamesh, Grecia, Guerra del Golfo, Hammurabi, Iraq, Islam, libertà, logos, Mesopotamia, Nabucodonosor, Paolo Brusasco, Pompei, Saddam Hussein, Semiramide, sessualità, sogni, Sumeri, torre di Babele, Uruk, Vicino Oriente | Leave a Comment »
Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 23, 2009
Complici le case d’aste e certa politica. 25mila opere ritrovate , un milione di pezzi ricettati, ladri e mercanti che agiscono indisturbati. Le pagine più nere del patrimonio archeologico italiano raccontate da Fabio Isman ne I predatori dell’arte perduta (Skira)
di Simona Maggiorelli

maschera di avorio II sec a.C.
«Quale obbligo avevamo di restituire il torso di Mitra di Bassano romano mai dichiarato rubato?» domanda seraficamente la ex curatrice delle collezioni del Getty museum di Los Angeles, Marion True, durante l’udienza dello scorso marzo del processo che a Roma la vede imputata, insieme al mercante d’arte Robert Hecht, per 35 reperti d’arte che l’accusa sostiene essere stati trafugati in Italia e acquistati dal Getty. Fra questi anche il marmo dipinto, detto Trapezophoros del IV secolo a.C. restituito dal Getty nell’agosto 2007.
Il processo True ha avuto un’ennesima udienza in questo mese di maggio ma di fatto, a causa della solita lungaggine dei procedimenti giudiziari in Italia, va avanti da anni e non si sa quando su questa brutta storia si potrà mettere la parola fine. Nel frattempo la domanda della signora True (mentre la dice lunga sulla sua attività di direttrice di museo) riporta in primo piano le gravi falle del sistema di tutela del patrimonio archeologico italiano, di cui si avvantaggiano da sempre tombaroli, mercanti di frodo, collezionisti, case d’aste e perfino importanti musei come hanno rivelato di recente l’affaire Getty e le ammissioni di colpa di musei come il Fine Arts di Boston. Falle, va detto subito, non certo ascrivibili a cattiva volontà e a scarso impegno da parte dei nostri archeologi e storici dell’arte, che ogni giorno fanno salti mortali in soprintendenze territoriali sempre più depauperate di ogni mezzo da parte del governo.
«Il primo strumento di prevenzione dei furti è la catalogazione dei reperti» ricorda utilmente l’ex presidente del Consiglio superiore dei beni culturali Salvatore Settis (mesi fa frettolosamente sostituito dal ministro Bondi). Un rilievo, quello del professore, che in ogni altro Paese europeo suonerebbe ovvio. Non così in Italia, dove – come ricostruisce puntualmente Fabio Isman nel suo I predatori dell’arte perduta (Skira) – dal dopoguerra a oggi hanno agito e agiscono quasi indisturbati ladri, ricettatori e mercanti d’arte “anfibi”, capaci di muoversi altrettanto bene nel mercato nero come nelle alte sfere del mondo ufficiale dell’arte. Grazie a porti franchi di stoccaggio dei reperti in Svizzera e in alcuni altri Paesi compiacenti.
Ma anche e soprattutto grazie alla complicità di grandi case di aste che, così come la mafia fa con i soldi sporchi, danno una nuova identità ai pezzi d’arte di dubbia provenienza, “battendoli” pubblicamente. Di fatto un sistema di riciclaggio, per un giro di soldi da capogiro. Per queste vie, scrive Isman, è avvenuto «un sistematico saccheggio del sottosuolo della penisola», una razzia che «dal 1970 alla metà degli anni 2000 ha coinvolto forse 10mila persone, e milioni di reperti». Un fenomeno che non ha eguali in nessuno Stato occidentale: una depredazione capillare, “di massa” che ha arricchito vari grandi musei al mondo, dagli Usa al Giappone, nonché facoltosi collezionisti italiani, “incoraggiati”, dal 1994 in poi, dalla incultura dell’illegalità sostenuta dai governi Berlusconi con condoni e disegni di legge su archeocondoni e su proposte di vendita o di noleggio di opere conservate nei depositi dei musei. E le cose potrebbero peggiorare ancora se dovesse passare il divieto delle intercettazioni a scopi investigativi proposto dal ministro Alfano. Senza uno strumento di indagine così importante il lavoro dei carabinieri del nucleo di Tutela del patrimonio risulterebbe pressoché impossibile. Senza intercettazioni, per esempio, non si sarebbero potute sventare le frodi di un insospettabile “Mozart”, un anziano signore austriaco che faceva la guida per comitive straniere fra Roma antica e l’Etruria, e nel frattempo radunava «a Linz, dove Hitler voleva fare il suo museo, una collezione di 600 reperti trafugati in Italia». L’operazione Mozart è una delle tante storie di cronaca nera del patrimonio d’arte che attraversano il libro inchiesta di Isman, costruito dal cronista de Il messaggero collazionando una folta messe di documenti e di riscontri. «Ho seguito 15 processi e ho sentito 306 persone coinvolte in processi sul saccheggio del patrimonio culturale degli ultimi decenni», racconta Isman stesso. In alcuni casi si tratta di vicende sottratte allo stillicidio di notizie quotidiane di furti e ritrovamenti per essere ricomposte in quadri organici. In altri casi, come quello clamoroso che riguarda il Getty e i furti di un mercante d’arte come Giacomo Medici, Isman prosegue e completa con piglio da giallista il lavoro di due colleghi, Peter Watson e Cecilia Todeschini, autori di The medici Conspiracy un libro uscito nel 2006 per Public affairs press e stranamente non ancora tradotto in italiano.
da Terra del 26 maggio 2009
Il libro
Il sacco del Belpaese
Pubblicato sul settimanale left: E’ la cronaca di un impressionante saccheggio di siti di primaria importanza. E non parliamo dell’Iraq invaso dalle truppe anglo-americane, né dell’Afghanistan dove i talebani hanno distrutto antiche statue di budda. Parliamo dell’Italia e dei furti di tombaroli che, da generazioni, “lavorano” nel centro sud. Sotto l’occhio indulgente dei clienti del mercato nero dell’arte: da politici firmatari di archeo condoni a direttori di musei come il Getty che, per anni, ha acquistato pezzi di arte trafugati in Italia e “ripuliti” nel giro delle aste. Fabio Isman ne I predatori dell’arte perduta (Skira) scrive che si tratta di un milione gli oggetti trafugati e ricettati. Fra l’inchiesta e il reportage la sua è una ricostruzione appassionata di molte pagine nere della tutela dell’arte. Accanto alle vicende, ai personaggi inquisiti, un utile apparato di rassegne stampa e di documenti dei nuclei di carabinieri specializzati.
Posted in Archeologia, Beni culturali | Contrassegnato da tag: archeocondono, Berlusconi, case d'aste, catalogazione, Cecilia Todeschini, condono, Consiglio superiore dei beni culturali, Fabio Isman, Getty Museum, Giacomo Medici, Hitler, inchiesta, intercettazioni, Linz, Marion True, ministro Alfano, Mozart, Peter Watson, Public Affairs Press, reperti, Robert Hecht, saccheggio, Salvatore Settis, Sandro Bondi, Skira, soprintendenze, tombaroli, Trapezophoros | Leave a Comment »
Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 10, 2009


in alto sculture yemenite III millennio a.C
Donna di leggendaria bellezza secondo la cultura araba preislamica.
La tradizione ebraico-cristiana la degradò a demone dal piede caprino.
di Simona Maggiorelli
Una lunghissima e feroce storia di alterazione dell’immagine perseguita la Regina di Saba: donna di leggendaria bellezza e sapienza secondo la cultura preislamica araba, che la tradizione ebraico-cristiana degradò a demone dal piede caprino. Mentre i Vangeli di Matteo e Luca ne fecero addirittura un’astratta allegoria della Chiesa in cerca di Cristo. Una storia feroce e millenaria, più subdola di una damnatio memorie. Tanto che se ne possono ancora cogliere segni nella mostra veneziana Nigra sum sed formosa che, presentando in Ca’ Foscari reperti archeologici e testi antichi provenienti dall’Etiopia, ascrive tout court la regina di Saba alla tradizione copta, facendone la “madre santa” della stirpe salomonide che sarebbe arrivata fino al Negus.
«Di lei non sappiamo con piena certezza né il nome né l’epoca in cui visse, anche se la comunità scientifica oggi è concorde nel dire che la leggendaria regina di Saba sia esistita davvero» scrive Daniela Magnetti nel volume La regina di Saba, arte e leggenda dallo Yemen (Electa). Conosciuta come Bilqis in Yemen, Makeda in Etiopia e Nikaulis in Palestina, gli storici collocano il regno della regina di Saba in quell’Arabia felix che i Romani tentarono invano di conquistare; e più precisamente in quella città di Marib, che nel Nord dello Yemen fu abbandonata intorno al 570 d. C, dopo il crollo della diga che la preservava dal deserto. Non a caso nelle storie della tradizione orale yemenita Bilqis è la regina adoratrice del Sole, signora di una terra fertile di giardini e fontane. E un autorevole studioso come Alessandro de Maigret oggi conferma: “In base alle campagne di scavo, condotte fin dal 1980 in Yemen, si può datare il regno di Saba al decimo secolo avanti Cristo”: la regina Bilqis, spiega l’archeologo italiano, probabilmente favorì la trasformazione dell’altopiano in terre fertili grazie a complessi sistemi di irrigazione.
Oggi dell’antichissima città di Marib dove sorgeva il palazzo reale dei sabei non restano che suggestivi ruderi. Una città fantasma alle soglie del deserto, terra di beduini ma anche, purtroppo, di sequestri di turisti. Per percorrere i 120 km che separano la capitale Sana’a da Marib serve la scorta di militari armati e un faticoso percorso a tappe fra i posti di blocco. Anche per questo, forse, vedere d’un tratto le svettanti colonne del tempio del Sole, su cui si arrampicano ragazzini che sembrano usciti dal nulla, è un’emozione che difficilmente si dimentica.
Ed è qui, in uno dei due templi della regina di Saba che Omar, un po’ guida un po’ cantastorie della tradizione yemenita, ci ha fatto conoscere la storia di Bilqis secondo una delle versioni islamiche più suggestive, quella di Ta’labi, commentatore del Corano, vissuto intorno al 1053. Come nelle storie tramandate oralmente dai beduini, la sua Bilqis nasce dalle nozze del re Hadhad con la figlia del re dei Jiinn, che nelle credenze arabe popolari erano creature dai poteri soprannaturali. Secondo questa versione l’incontro fra la regina e Salomone sarebbe stato un gioco di inviti attraverso un upupa messaggera e di seduzioni da parte della bella regina. Ma, diversamente da quanto racconta la Bibbia, per la tradizione araba, quello fra Bilqis e Salomone sarebbe stato un confronto alto fra due diverse identità e due diverse culture e sapienze. “Bilquis – racconta il nostro Omar sulla scorta di Ta’labi – sfidò la sapienza leggendaria di Salomone, il re di Gerusalemme,mettendosi in viaggio verso la sua reggia con una carovana di cammelli che portavano oro, pietre preziose e gioielli poi donati al re da ragazzi vestiti come fanciulle e viceversa. Ma – avverte Omar – c’era un enigma che, agli occhi di Bilqis, Salomone doveva sapere sciogliere: per raggiungere il suo cuore doveva distinguere le ancelle femmine dai maschi, forare una splendida perla e infilare un fio d’oro nella conchiglia». Una storia che avrebbe affascinato nei secoli poeti e artisti, non solo nei Paesi arabi. Anche in Occidente. Basta pensare ai ritratti della regina di Saba che ci hanno lasciato pittori come Piero della Francesca, Tintoretto e Moreau (nella foto in basso) . «Una vicenda affascinante- conclude de Maigret – anche se sul piano della storia quell’incontro probabilmente non avvenne mai dal momento che il regno del re di Gerusalemme fu tra 961 e il 922 a.C ,mentre quello della regina di Saba fu assai più antico».
da left-Avvenimenti del 3 aprile 2009
Posted in Archeologia, Arte | Contrassegnato da tag: Alessandro de Maigret, Arabia felix, Bilqis, Ca' Foscari, cultura preislamica, Electa, Etiopia, Gerusalemme, Makeda, Marib, Moreau, Negus, Nigra sum sed formosa, Nikaulis, Palestina, Piero della Francesca, Queen Sheba, regina di saba, Salomone, simona maggiorelli, Ta'labi, Tintoretto, tradizione ebraica-cristiana, Venezia, Yemen | 2 Comments »
Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 9, 2009
La scoperta di due templi nell’antica città siriana. E l’uscita del libro che ripercorre 40 anni di storia di scavi. Una doppia occasione per raccontare le straordinarie avventure dello studioso Paolo Matthiae di Simona Maggiorelli
Dopo sei anni riapre il museo di Baghdad, tra i musei più importanti al mondo, pesantemente colpito dall’invasione militare anglo-americana. “Un avvenimento importante ma non senza ombre”, avverte il grande archeologo Paolo Matthiae, lo scopritore di Ebla, l’antichissima metropoli della Siria. Ragioni di sicurezza impongono di tenere aperto il museo della capitale irachena solo alcune ore al giorno, mentre i curatori del Metropolitan Museum di New York in una lettera appello scrivono: “riaprire un museo non significa solo togliere il lucchetto a una porta. I musei non dovrebbero essere vittime del capriccio politico del momento, e venire sacrificati nell’interesse di una campagna di pubbliche relazioni per conto del governo”.
Da parte sua l’accademico dei Lincei Paolo Matthiae ammette: “Verificare quale sia la situazione reale in Iraq è difficile da qua, ma una cosa è certa: non solo il museo di Baghdad ma anche e, soprattutto, molti siti hanno subito uno scempio irreparabile”. E poi in accordo con quanto apparso nelle settimane scorse sul nostro settimanale, Matthiae aggiunge: “Neanche durante la seconda guerra mondale si è assistito a saccheggi intenzionali del panorama culturale di un Paese come è accaduto in Iraq”.
Già nel 2004, del resto, l’archeologo aveva lanciato un appello accorato in difesa del patrimonio della Mesopotamia e del Vicino Oriente a cui il professore si dedica da molti anni. Insieme al lavoro di tutela, Matthiae di pari passo è sempre andato avanti sulla strada di nuove scoperte. L’ultima in ordine di tempo sarà presentata sul numero di marzo de Il Giornale dell’arte e riguarda il ritrovamento di due templi descritti in un testo di 4500 anni fa, conservato negli Archivi Reali di Ebla; un testo in scrittura cuneiforme in cui si parla della cerimonia sacra eblaita di tre settimane che aveva come scopo il rinnovamento della regalità e con essa della fertilità universale.
“Durante l’ultima campagna – racconta Matthiae- abbiamo scoperto il tempo del dio Kura sull’acropoli di Ebla e un altro nella periferia della città. Sono gli unici templi del terzo millennio che si conoscano nella Siria interna”. E mentre già il professore si sta “mettendo in caccia”del palazzo reale di Ebla risalente al secondo millennio, la recente uscita del suo libro Gli archivi reali di Ebla per la nuova collana Mondadori- La Sapienza, Università di Roma ci offre lo spunto per ripercorrere la straordinaria avventura di scavi in Siria: un vero primato nel panorama internazionale dell’archeologia.
“Nell’ottobre del 2008 abbiamo fatto la nostra 45° campagna di scavo – conferma Matthiae – senza mai nemmeno un anno di interruzione dagli inizi ”. La missione archeologica ad Ebla dell’Università di Roma La Sapienza cominciò nel 1964. Undici anni dopo furono scoperti gli Archivi Reali: un tesoro di 17mila numeri di inventario di testi cuneiformi del 2350-2300 a. C , il repertorio testuale che ha aperto le porte della conoscenza su questa antichissima città situata a 60 km a Sud di Aleppo. Ma anche un evento archeologico che ha tutto il sapore delle grandi scoperte ottocentesche degli archivi di Ninive. E che ha fatto entrare Ebla, oltreché nella storia, nella leggenda dell’archeologia orientale.
“La città divenne importante poco dopo il 2500 a. C e fu distrutta intorno al 1600 a. C- ci ricorda Matthiae -. Si parla di un millennio di storia particolarmente importante non solo per la Siria, ma anche per la storia del Vicino Oriente”. E se la civiltà urbana è nata in Mesopotamia alla fine del IV millennio, nel III millennio Ebla realizza per la prima volta un modello urbano in un territorio del tutto diverso da quello delle valli alluvionali. Ma non solo. Il fascino della scoperta di Ebla sta anche nel modo in cui avvenne.
Allora, nel 1964, Matthie era un giovanissimo laureato, ma già fra i massimi esperti di Siria del II millennio a.C, di cui allora si sapeva ben poco.
E fu questa sua approfondita conoscenza, insieme a mix di intuizione e deduzione, che nel 1964, davanti alla particolare sagoma di un sito vicino ad Aleppo, gli fece scattare l’immagine che là sotto doveva esserci qualcosa di molto importante: “Il sito anche per me che allora avevo 22 anni era assolutamente impressionante, dalla sagoma così particolare intuii che poteva trattarsi di un grande centro antico, anche se non si vedeva nulla di affiorante”. Fortuna volle che poco prima fosse stato trovato e salvato un bacino scolpito in modo magistrale. “Attrasse molto la mia attenzione – ricostruisce Matthiae -. Nessuno l’aveva ancora studiato. Lo si pensava del primo millennio,neo ittita o neosiriano. Ma qualcosa mi suggeriva che non era proprio così”.
Benché il tesoro si Ebla fosse sigillato dalla terra, la morfologia del terreno era molto eloquente. Ma il giovane archeologo aveva più di un problema storico da risolvere: “Della radici della Siria del terzo millennio, allora, non si sapeva praticamente nulla dal punto di vista della cultura materiale e urbana. In più – aggiunge Matthiae- era difficile immaginare che questo Tell Mardikh fosse Ebla, perché la si pensava a Nord e non a sud di Aleppo. E tanto meno si sapeva che la città fosse così straordinariamente importante”. Fu solo nel 1968 quando la spedizione italiana trovò un torso di statua dedicato alla dea dell’amore e della guerra con iscritto il nome di Ebla che le cose si fecero più chiare, anche riguardo alla cronologia del sito.
A questo si aggiunse il ritrovamento in Anatolia di un poema bilingue hurrita- ittita sulla distruzione di Ebla, unico poema del Vicino Oriente che sia stato scritto per la conquista di una città: chiarì d’un tratto l’importanza di Ebla, che tanto forte scosse la fantasia dei contemporanei. Il poema, benché frammentario, mostrava chiare assonanze con l’Iliade, narrando di un dio che minaccia Ebla perché teneva illegittimamente prigioniero un principe. “Sono da sempre convinto – chiosa Matthiae – che questo poema sia all’origine di topoi che sono stati ripresi dall‘Iliade stessa”.
E ancora un’altra scoperta importantissima sarebbe avvenuta di lì a poco: quella delle 17mila tavolette intere o frammentarie degli Archivi Reali di Ebla. Matthiae ne fa una ricostruzione scientifica nel suo nuovo libro,Gli Archivi di Ebla, ma quello che colpisce la fantasia del lettore è anche scorgere (tra la messe di tavolette che parlano di transazioni commerciali, di dizionari bilingui e di liste lessicali sumeriche di nomi di piante, di pesci, di pietre preziose) alcuni testi di scongiuri e incantesimi redatti in scrittura cuneiforme.
“Ebla certamente partecipava del livello culturale e delle strutture economiche delle società mesopotamiche del terzo millennio – ci spiega Matthiae -. Ma è anche vero che negli archivi, di fatto, abbiamo trovato poche opere letterarie. La gran parte sono di carattere economico, ma troviamo anche invocazioni agli dei perché risolvano sul piano della storia problemi analoghi a quelli che si racconta abbiano risolto nel mito”. E se nel pantheon eblaita l’enigmatico dio Kura alle soglie del secondo millennio si eclisserà per lasciare spazio a Haddad, il dio della tempesta, eroe divino che combatté contro un mostro a più teste, dio del mare, sovrana assoluta dei templi e dei riti di Ebla appare la dea pagana Ishtar che le rappresentazioni mesopotamiche raffigurano come una dea alata e con artigli.
“Ishtar è la grande dea del cielo e dell’amore e della guerra. E’ una dea potente e complessa- spiega Matthiae- perché dea celeste e insieme identificata con la stella Venere. Ma anche dea ctonia, della fecondità della terra”. Ma forse c’è di più. Quegli artigli- ci raccontava già settimane fa l’archeologo Paolo Brusasco, non sono da leggersi come segno di aggressività , ma come espressione di una femminilità che non si identifica tout court con la “posizione passiva”. Come invece accadeva in Grecia e a Pompei, dove la femminilità – come spiega Eva Cantarella – era sinonimo di passività e poco importava, a Greci e Romani, se a incarnarla fosse un corpo di donna o di fanciullo. left 8/2009 del 27 febbraio
Posted in Archeologia | Contrassegnato da tag: Accademia dei Lincei, acropoli, Aleppo, Archeologia, Archivi Reali, Bagdad, Baghdad, Ebla, Eva Cantarella, Grecia, Il Giornale dell'arte, Iliade, Iraq, Ishtar, ittita, Kura, Mesopotamia, Metropolitan Museum, Mondadori, Ninive, Paolo Brusasco, Paolo Matthiae, scrittura cuneiforme, Siria, Tell Mardikh, Università La Sapienza, Vicino Oriente | 1 Comment »
Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 3, 2009
Cercando di fare capolino oltre la cronaca più spiccia. Oltre lo stillicidio di notizie che, a singhiozzo, dopo i giorni feroci del saccheggio sono comparse sui giornali. Puntando a ricostruire passo dopo passo la storia di uno dei più importanti musei dell’area dell’antica Mesopotamia: il museo di Baghdad. Dalla nascita nel 1923 sotto l’egida degli inglesi, alla nazionalizzazione del 1974, ai saccheggi avvenuti durante la Guerra del Golfo, fino al clamoroso sfascio dei primi giorni del dopo Saddam.
Con più di 15mila pezzi trafugati in una manciata di giorni, dall’ 8 al 12 aprile 2003, al termine della rapida invasione dell’Iraq da parte delle forze angloamericane, con migliaia di reperti poi rivenduti al mercato nero e via internet. Oggetti d’arte, che in parte poi sono comparsi in Siria, in Giordania, in Arabia Saudita, ma anche nelle botteghe antiquarie di mezza Europa e degli Stati Uniti.
A ripercorrere da vicino queste vicende in un prezioso volume di 470 pagine, Saccheggio in Mesopotamia, edito dalla casa editrice universitaria Forum di Udine è l’archeologo Frederick Mario Fales, uno dei primi italiani ad andare, più di vent’anni fa a scavare, insieme a colleghi tedeschi e inglesi, i siti archeologici dell’antica Mesopotamia, luoghi dai nomi mitici come Selucia, Babilonia, Ninive.
“Lavoravamo negli scavi mentre sopra di noi volavano gli aerei della guerra Iran Iraq, che andavano a bombardare i Curdi” racconta l’archeologo. “Sotto il regime di Saddam – ricorda Fales – ho conosciuto il museo nel suo fulgore”: una teoria di oltre ventotto gallerie dedicate alla cultura sumera, babilonese, assira, arrivando fino all’età achemenide, ellenistico romana, e poi islamica. Con reperti che risalgono fino a 10mila anni fa.
Tra questi anche la famosa Dama di Uruk, misterioso e unico volto femminile scolpito prima dell’età del bronzo, molto prima che la civiltà di Uruk, raccontano gli studiosi, consegnasse all’umanità l’invenzione della scrittura. Un reperto che, per fortuna, compare oggi nella lista dei beni in salvo (alcuni dei pezzi più preziosi, racconta Fales nel suo libro, erano stati depositati prima della guerra in località segrete). Diversa la sorte toccata, invece, ad altri pezzi come, ad esempio, il vaso di alabastro del tempio di Uruk che risale a tremila anni prima di Cristo: è stato ritrovato sì, ma gravemente danneggiato.
E, se nel caos del 2003, il dramma era stato soprattutto la spoliazione del museo di Baghdad, nel 2004 i danni maggiori sono venuti dagli scavi calndestini dei siti archeologici : l’epicentro del racket dei furti, nel Dhi Qar, nei centri a nord di Nassiriya, come Ash Shatrah e Ar Rifa’i. I ladri hanno depredato con violenza, specie attorno a Nassiriya, dove non c’era sorveglianza.
Una strage su commissione, denunciano gli archeologi. E un danno gravissimo, irreparabile. Perché gli scavi fatti da incompetenti distruggono il contesto, separano il reperto dal suo tempo, dal suo significato. E in questo modo si finisce per perdere una quantità immensa di dati e informazioni. Ma chi c’è dietro quest’evento che si è ripetuto ogni giorno quasi inalterato dal 1991 si domanda Fales.” Purtroppo, per miseria,cercando di sopravvivere alla guerra – dice Fales – soprattutto iracheni impoveriti che si recano ogni giorno al loro ‘lavoro’ di sterrare le aree archeologiche a caccia di reperti di pregio per poi cederli a ricettatori locali, dietro i quali ci sono organizzazioni internazionali dedite al commercio di reperti antichi. Un traffico – aggiunge – che spesso serve a riciclare denaro sporco”.
“L’embrago americano ha fatto le fortune della classe dirigente irachena – spiega Fales – ma il resto della popolazione irachena ha subito una severa proletarizzazione per un decennio, e le depredazioni di pezzi d’arte non hanno certo cambiato la loro situazione”. Ad arricchirsi, semmai, sono stati altri: antiquari, collezionisti, multinazionali. “Sul campo – prosegue l’archeologo – non sono rientrati soldi, è rimasta solo la ferita aperta di un mnemocidio, un assassinio della memoria storica”. E l’angoscia, per questa vertiginosa perdita non si placa, neanche oggi che arrivano notizie incoraggianti sui ritrovamenti e nonostante gli aiuti internazionali tesi alla ricostruzione del museo di Baghdad con l’ausilio di metodologie ammodernate. Anche perché, denuncia Fales, in questi lunghi anni di guerra non si sono perse solo ricchezze artistiche ma si è interrotta quella crescita di nuove generazioni di esperti, studiosi e archeologi iracheni che aveva cominciato a produrre risultati importanti fino agli inizi degli anni Novanta. “A causa della pauperizzazione degli statali causata dall’embargo – spiega – con conseguente impennata dell’inflazione c’è stata nell’ultima decina di anni una massiccia serie di abbandoni con migrazioni verso il settore privato e, soprattutto, verso altri paesi del Medio Oriente”.
“Oggi è urgente aiutare gli archeologi iracheni a difendere con dignità la propria reputazione professionale rispetto ai nuovi amministratori occidentali, che tendono ad epurare chi aveva un precedente ‘ tesseramento’ nel Baath, è urgente -conclude Fales – cercare di aiutarli perché possano riprendere le redini dell’attività archeologica del paese riportando l’Iraq nella rete moderna dell’archeologia scientifica”
Da articoli del settimanale Avvenimenti e del quotidiano Europa pubblicati nel 2004
Posted in Archeologia | Contrassegnato da tag: Ar Rifa’i, Arabia Saudita, Archeologia, Ash Shatrah, Avvenimenti, Baath, Babylon, Bagdad, Baghdad, botteghe antiquarie, collezionisti, Curdi, embargo, Età del bronzo, Europa, Forum, Forum editrice, Frederick Mario Fales, Furto opere d'arte, Giordania, Guerra del Golfo, Guerra in Iraq, Iraq, Mesopotamia, Museo di Bagdad, Nassiriya, Ninive, reperti trafugati, saccheggio, Saddam Hussein, Selucia, Siria, Stati Uniti, Uruk | Leave a Comment »
Pubblicato da: Simona Maggiorelli su dicembre 1, 2008
Relazioni pericolose fra musei collezionisti e trafficanti. Un libro inchiesta smaschera il modo in cui si riciclano i reperti trafugati e mette sotto accusa il Getty e altri musei
di Simona Maggiorelli
Un tavolo di cristallo sostenuto da capitelli antichi all’ingresso. E nelle stanze, in teche illuminate, circa quattromila reperti trafugati. Così si presentava la “show room” che Giacomo Medici aveva messo su nei depositi del Porto Franco di Ginevra. In quei locali intestati alla società Edition Service che faceva capo al mercante italiano i Carabinieri e la Polizia svizzera ritrovarono anche centinaia di polaroid. Scatti che mostravano reperti ancora incrostati di terra, poi in fase di restauro e pronti per la vendita. Immagini che raccontano di opere importanti uscite clandestinamente dall’Italia. Fra queste anche un affresco romano di area vesuviana di cui erano state staccate e rubate tre intere pareti. E poi la tavola votiva in marmo con grifoni che azzannano un daino, venduta alla metà degli anni Ottanta al Getty, il busto di Vibia Sabina rubato a Villa Adriana e il Kylix di Eufronio oggi a Villa Giulia. Accanto ai reperti, decine e decine di documenti scritti. Comprese alcune lettere inviate a Medici dall’archeologa Marion True, curatrice per le antichità del Getty Museum di Malibu, Los Angeles. In una di queste, cominciando con “Caro Giacomo”, la signora dell’archeologia americana, ora sotto processo in Italia, chiedeva da quale necropoli provenissero esattamente alcuni pezzi acquistati.
Perché lo chiedeva a un trafficante come Medici? Si è domandata la giornalista Cecilia Todeschini quando, con il fotografo inglese Peter Watson, ha cominciato le sue ricerche per il libro inchiesta The Medici conspiracy, pubblicato dall’editore newyorkese Public Affairs. «Evidentemente la True sapeva che Medici era in possesso di queste informazioni e forse in contatto diretto con i tombaroli che avevano scavato quelle tombe», ipotizza Todeschini. E perché Marion Treu, ora accusata di associazione a delinquere e ricettazione, si rivolgeva a lui e non a Robert Hecht, il grande mercante dal quale aveva acquistato i pezzi in questione? «Qui entriamo nel vivo dei meccanismi di riciclaggio di pezzi d’arte trafugati, una catena di cui fanno parte tombaroli, trafficanti, grandi antiquari case d’aste e musei prestigiosi» denuncia la giornalista italiana, che in passato ha realizzato inchieste su Ustica e sulla mafia per la Bbc ed altri media stranieri.
Ma per andare più a fondo occorre fare un passo indietro. Torniamo agli inizi degli anni 90. Siamo a Londra e il fotografo Peter Watson “riceve una soffiata” da un amico, che lavora al British Museum: durante una colazione gli consiglia di tenere d’occhio una partita di reperti archeologici che stanno per essere messi all’asta da Sotheby’s. È l’inizio della grande inchiesta di Todeschini e Watson che porta a una raffica di licenziamenti e alla chiusura della piazza d’aste londinese di Sotheby’s riguardo alla compravendita di reperti archeologici (spostata poi sulla piazza americana). «Su incarico di Channel 4 facemmo un’inchiesta – ricorda Todeschini – entrando nella casa d’aste con telecamere nascoste. In questo modo potemmo filmare tutto. Ricostruendo il modo in cui un pezzo trafugato veniva “ripulito”».
Il fatto che aveva incuriosito la giornalista italiana era che alcuni pezzi ritrovati nel 1995 nel deposito Porto Franco di Ginevra avessero ancora appeso il cartellino che riportava la data in cui erano stati battuti all’asta. «Fatto strano – dice Todeschini – perché se io voglio rivendermi qualcosa per guadagnarci su cerco di non far sapere al mio acquirente quando l’ho comprato e quanto l’ho pagato». Ma per Medici e gli altri trafficanti d’arte quel cartellino è importante: è una sorta di bollino di garanzia, che dà una nuova verginità e apparenza di provenienza legale a quella statua o a quel vaso trafugato e che così può essere più facilmente rivenduto a grossi antiquari o collezionisti che a loro volta poi faranno da intermediari per importanti musei in giro in America, in Giappone, in Svizzera, in Germania e ovunque in giro per il mondo ci siano fondazioni o gallerie poco propense a fare indagini approfondite sulla reale provenienza dei reperti che vengono loro proposti. Un meccanismo dove il guadagno cresce in maniera esponenziale, strada facendo. Tanto che a lucrarci poco alla fine è prorio chi scava la terra.
«Nell’Italia del centro-sud – racconta Todeschini – e in modo particolare nel meridione, operano non tanto singoli tombaroli, quanto vere e proprie squadre organizzate, stipendiate dai compratori». Compratori che si fanno committenti e che, spesso, si mettono d’accordo fra loro per calmierare i prezzi dei tombaroli. Le quotazioni dei reperti rubati saliranno in modo vertiginoso solo dopo essere stati battuti all’asta. Dai faldoni che la Sotheby’s consegnò alla magistratura e che contenevano tremila pagine sull’attività di vendita della Edition Service di Medici tra la fine degli anni ’80 e il 1994, i prezzi risultavano aumentati anche di dieci volte. Così Giacomo Medici, ufficialmente “esperto d’arte” e consulente presso il Tribunale penale e civile di Roma e in realtà esperto di “riciclo”, è stato l’anello determinante perché il Metropolitan arrivasse, nel 1972, ad acquistare per un milione di dollari dalle mani (apparentemente più pulite) di un noto antiquario come Hecht il Cratere di Eufronio, il famoso vaso con dipinte scene dell’Iliade a figure rosse trafugato da una tomba di Cerveteri. Una cifra record trent’anni fa.
Oggi Medici, sessantacinquenne aspetta l’appello, dopo una condanna in primo grado a 10 anni di reclusione, a una multa di 16.000 euro, all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e al risarcimento di 10 milioni di euro in favore del ministero dei Beni culturali per i danni subiti. La sanzione più alta mai comminata in Italia per un caso di questo genere. A mo’ di anticipo gli è stata sequestrata la Maserati e la villa, guarda caso, proprio nei pressi di Cerveteri. L’archeologa Marion True, responsabile degli acquisti a Villa Getty dalla metà degli anni 80 a tutti gli anni 90, invece, è venuta in Italia lo scorso 18 luglio per la prima udienza del suo processo. La prossima sarà a gennaio. Con lei è chiamato a comparire anche Hecht. Intervestato dal New York Times, dice di aver continuato la sua attività da casa, a New York, in questi mesi, nonostante il processo, lamentandosi di aver subito un calo di profitti e di aver perso grossi clienti come Shelby White, collezionista e intermediario del Metropolitan. «Oggi nesun museo in America comprerebbe più da me – ha detto Hecht al giornale Usa – ma lo hanno fatto in passato. E poi perché non avrebbero dovuto?».
da left -Avvenimenti 1 dicembre 2006
Posted in Archeologia, Arte | Contrassegnato da tag: Archeologia, Bbc, British Museum, Cecilia Todeschini, Eufronio, Getty Museum, Giacomo Medici, Ginevra, Iliade, Los Angeles, Malibu, Marion True, Metropolitan Museum, Peter Watson, Porto franco, Robert Hecht, Sotheby’s, tomba di Cerveteri, Vibia Sabina | Leave a Comment »
Pubblicato da: Simona Maggiorelli su dicembre 2, 2006
Adriano La Regina: «L’Atleta non è di Lisippo. Potevamo anche lasciarglielo. Sarebbe stato un gesto di generosità» di Simona Maggiorelli
È stata trafugata dalla Sicilia, dopo uno dei tanti “scavi” illegali di opere d’arte. Ed è riapparsa nel Paul Getty Museum di Malibu, in California. Ora il direttore del museo, Michael Brand, promette che la Venere di Morgantina sarà restituita ma solo se, entro un anno, si riusciranno a trovare prove certe che sia stata rubata. La Venere è uno dei 52 pezzi contesi di cui lo stato italiano ha chiesto la restituzione. Ma il Getty non è disposto a mollarne più di una ventina. La settimana scorsa il ministro dei Beni culturali, Francesco Rutelli, è volato negli Stati Uniti per rilanciare la sua campagna di restituzioni. Il braccio di ferro continua. Ma il professor Adriano La Regina, ex soprintendente ai Beni archeologici di Roma, non è convinto dell’enfasi che accompagna questa operazione.
Professor La Regina, che cosa pensa della proposta di Rutelli di applicare ima glasnost ai musei stranieri, che non dovrebbero più esporre opere rubate?
È importante che abbia trovato ascolto a livello politico una richiesta che veniva da ambienti di studio e da Paesi come la Grecia, l’Italia e la Turchia che hanno subito una forte emorragia di reperti trafugati. Certo, si tratta di una proposta che arriva dopo le azioni della magistratura e dei Carabinieri, ma anche dopo che il governo americano ha dimostrato attenzione a questi temi.
Ma i musei americani non sono i primi indiziati del saccheggio?
Diversamente da quanto accade in Italia, il governo americano non ha potere sulle istituzioni museali, che sono in gran parte private. Ma ha giurisdizione sulle dogane e ha reso i controlli più severi pervenire incontro alle richieste dei Paesi stranieri. Una certa moralizzazione c’è stata anche in Svizzera che spesso è stata terra di transito per le opere rubate. Ripeto, è importante che il governo assuma questo impegno. Il problema ora è che fare.
Lei che strategie attuerebbe?
La soluzione alla quale avevo lavorato all’inizio degli anni Novanta e che divenne ima proposta di legge firmata dal sottosegretario Covatta, cercava di risolvere il problema del traffico illegale adottando una strategia di maggiore liberalità nei confronti dei Paesi stranieri, dando loro la possibilità di tenere in prestito a lungo, anche per 5 o 10 anni, materiali archeologici scavati in Italia. L’obiettivo era favorire la ricerca, lo studio, piuttosto che l’acquisto. Questo avrebbe depresso il mercato alimentato dai musei e dai privati che in Usa beneficiano di forti sgravi fiscali sulle donazioni.
Insomma occorre scoraggiare il business?
Si tratta di alleggerire la pressione sulla domanda del mercato, che incoraggia gli scavi clandestini e, quindi, la devastazione del patrimonio archeologico.
Perché la proposta di legge non ebbe fortuna?
Non fu bene accolta nell’ambiente degli storici dell’arte e degli archeologi. Che hanno una mentalità molto gelosa nei confronti dei materiali archeologici. E la legge non andò avanti. Ma ora leggo che il ministro Rutelli si sta orientando verso una politica di prestiti di più lunga durata. È positivo.
Rutelli ha recuperato la sua proposta?
Non direi questo. Piuttosto ha scelto una strada con divisa da molto tempo. Poi gli darà una sua impostazione. E mi pare giusto.
E sulla campagna di restituzione dei pezzi già migrati clandestinamente?
Non è semplice. Bisogna riuscire a dimostrare che si tratta di opere rubate. E nel caso di scavi clandestini è difficile arrivare a documentarlo. Qualche volta i Carabinieri ci sono riusciti. Ma su una cosa non sono d’accordo…
Quale?
Non si può da una parte chiedere la restituzione dei reperti e dall’altra accettare una sorta di politica di scambio. Per cui se voi mi restituite il mal tolto io sarò più disponibile nei prestiti. Sono due cose diverse. Se si chiede indietro un bene tenuto indebitamente, va fatto senza condizioni. Altrimenti non è serio. Poi si può aprire un rapporto diverso che riguarda una politica di prestiti di maggior durala, non vincolandola alla restituzione. Sennò diventa tutto ridicolo, è una presa in giro.
E quando un’opera come l’Atleta di Fano viene pescato in acque internazionali?
È un’altra questione. Interviene la magistratura, in base al diritto internazionale. Anche questa storia dell’Atleta che il Getty ci dovrebbe restituire mi pare un po’ esagerata.
In che senso esagerata?
Diciamolo, non sono d’accordo sull’esaltazione che si fa di queste operazioni di restituzione. E poi trovo esagerata tutta questa enfasi sull’opera. Intanto non è un Lisippo.
Però tutti lo chiamano l’Atleta di Lisippo.
È un bronzo ben conservato. Un pezzo di pregio, ma non è un Lisippo. Diciamo le cose come stanno, che reclamiamo un’opera di una certa qualità. Ma senza esagerare, perché altrimenti si da la sensazione che si tratti di un trofeo. Di statue così, i nostri musei ne hanno già un gran numero. Non si tratta di opere d’arte eccezionali, sono soltanto dei prodotti artistici di buona fattura.
Dunque meglio lasciar perdere?
A mio avviso, in casi così sarebbe utile adottare decisioni diverse. Invece di vantarsi della pretesa restituzione, per quel tipo di opera si poteva anche fare un bel gesto e lasciargliela in deposito, facendo un gesto di liberalità e generosità. Perché riportare questi reperti in Italia, per poi buttarli in qualche deposito? Diventa una cattiveria. Dovremmo sempre tener presenti quali sono i nostri interessi da tutelare, ma anche quelli del pubblico. D’accordo non subire rapine, ma quando abbiamo la possibilità di valorizzare il nostro patrimonio, la nostra tradizione culturale, con una produzione che altri possono ben curare, vale la pena di lasciarglielo fare.
E i vasi del Fine Art Museum, che in questi giorni sono in mostra in Palazzo Massimo a Roma?
Io li avrei lasciati al museo di Boston. Avrei chiesto che ce ne riconoscessero la proprietà e poi avrei firmato un protocollo d’intesa. La generosità è anche un comportamento che premia.
L’obiettivo è la conoscenza?
Nei musei vanno le scolaresche, ci si può fare lezione. Hanno la funzione di diffondere informazione culturale. Ripeto, è nostro interesse, attraverso strumenti adeguati e rapporti corretti, favorire l’opera dei musei all’estero.
Rutelli denuncia che dagli anni Sessanta agli Ottanta c’è stata una eccessiva trascuratezza nella tutela. Cosa ne pensa?
La trascuratezza non è stata delle istituzioni, è stata politica. Spesso dovuta alla sudditanza italiana nei confronti di Paesi forti e vincitori, che poi erano quelli che facevano i grandi traffici. Ma c’è stata anche una sudditanza verso il mercato. Noi sottostavamo alle posizioni politiche di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia. Ma anche della Svizzera e della Germania, perché erano forti sul mercato. Dunque eravamo perdenti.
Quali sono state le perdite più importanti?
Le devastazioni sono quelle che purtroppo vediamo in Italia un po’ ovunque, a cominciare dal paesaggio. Ce lo siamo giocato nel nome del profitto, della rendita immobiliare, del mercato. Riguardo all’archeologia, il saccheggio è tuttora molto attivo in Etruria, Puglia e in molte altre zone.
Quanto ha pesato la guerra?
La guerra è un momento critico per antonomasia. Vuoi dire distruzione, minori controlli. Quello che è stato portato via come bottino, in gran parte è stato restituito. L’unica situazione non risolta riguarda la Germania e la Russia, che ha trattenuto delle opere come risarcimento dei danni subiti.
Nell’Iraq devastato continua lo stillicidio delle opere d’arte. Come soprintendente lei collaborò alla costruzione di un laboratorio di restauro nel museo di Bagdad. Che cosa ne è stato?
Lo stillicidio continua eccome. In situazioni di povertà e di illegalità il patrimonio artistico è esposto a danneggiamenti e rapine. Non tanto nel museo, dove i reperti ora sono stati messi al sicuro e in parte si stanno restaurando con l’aiuto di esperti anche italiani. Ma la situazione di crisi e i furti continuano a un ritmo ben superiore a quello dei recuperi. Left
Posted in Archeologia, Politiche culturali | Contrassegnato da tag: Adriano La Regina, Archeologia, atleta di Fano, Baghdad, Beni culturali, Boston, Fine Art Museum, Furto opere d'arte, Guerra in Iraq, Iraq, Lisippo, Michael Brand, Museo di Bagdad, Palazzo Massimo, Patrimonio artistico, Paul Getty Museum di Malibu, Rutelli, simona maggiorelli, tutela | Leave a Comment »