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Babilonia, la prima metropoli cosmopolita

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 18, 2012

di Simona Maggiorelli

Babylon, gate of Ishtar

Culla della civiltà e straordinario melting pot di culture diverse, la Mesopotamia nella storia è stata duramente attaccata dall’Occidente. Tanto che per secoli cronache e dipinti l’hanno raccontata come il Male, come terra di peccato e di perdizione. Negando il valore della civiltà babilonese e le sue straordinarie realizzazioni in campo architettonico e culturale. Ma anche quell’intelligente lavoro di riassorbimento del passato sumerico e di reinvenzione delle altre tradizioni che, invece, aveva permesso a Babilonia di crescere rapidamente, diventando fra il II e  il I millennio a C., la capitale di Hammurabi e faro di tutto il Medio Oriente.

Così, mentre i testi cuneiformi la raccontano come città del bene, della convivenza pacifica fra i popoli, ma anche come luogo delle meraviglie, fucina delle arti, della letteratura, della poesia, della astronomia e della medicina, la tradizione biblica  ne ha  tramandato un’immagine deformata, frutto di una perversa rivisitazione ideologica.

E negli affreschi medievali, ma anche in opere di maestri come Bruegel o Rembrandt, gli svettanti ziqqurrat della capitale pagana appaiono tramutati in diroccate torri di Babele su cui si scaglia la maledizione divina, i ricchi palazzi diventano oscuri harem dove si consuma ogni tipo di violenza, i luminosi giardini pensili appaiono inquietanti e labirintici. E questo è accaduto per un arco di tempo lunghissimo, che va dai Salmi fino a Borges con la sua metafisica Biblioteca di Babele. E ancora oltre.

Ishtar/Inanna

Ishtar/Inanna

Come ricostruisce l’archeologo Paolo Brusasco nel libro Babilonia. All’origine del mito (Raffaello Cortina). Un affascinante lavoro multidisciplinare in cui il docente di storia dell’arte del Vicino Oriente dell’Università di Genova ricostruisce la verità storica di Babilonia, mostrando come il mito che l’Occidente ha costruito sia servito «ad esorcizzare le proprie paure» e continui a gettare ombra sul presente. Non a caso uno dei primi capitoli del libro è dedicato a una «autopsia del disastro in Iraq», dopo un ventennio di guerre e l’invasione anglo-americana.

La missione “civilizzatrice e democratica” targata Usa, come è noto, si è tradotta anche nell’occupazione militare del sito di Babilonia, distruggendo ogni possibilità di leggere filologicamente la stratigrafia. Un po’ come se i talebani fossero sbarcati a Pompei, suggerisce il professore. E senza che da parte degli organismi internazionali ci sia stata adeguata attenzione. E oggi, dopo che le truppe anglo-americane hanno lasciato il Paese, cosa sta realmente accadendo? «La situazione è ancora molto inquietante – denuncia Brusasco – Anche perché è impossibile stimare la reale entità dei danni che migliaia di siti archeologici stanno tuttora subendo. Una mia analisi del commercio telematico di antichità mesopotamiche dimostra la presenza di numerosissimi reperti sumerici e assiro-babilonesi verosimilmente finiti sul web in modo illegale. Anche le contrapposizioni etnico-confessionali (tra curdi, sciiti e sunniti etc.) hanno un peso nella mancata tutela del patrimonio culturale: sia la ricognizione dei Carabinieri del nucleo per la tutela che quelle del British Museum sotto l’egida dell’Unesco hanno messo in luce il perdurante saccheggio dei siti sumerici e babilonesi dell’alluvio meridionale (il biblico Eden) da parte di tribù sciite impoverite da anni di embargo e guerre. Per tacere dell’ennesima riapertura “propagandistica” dell’Iraq Museum, cinque mesi fa, in occasione di una mostra sulla scrittura cuneiforme, senza una preventiva messa in sicurezza delle strutture espositi

Tavoletta di argilla babiloneseNel libro Cultural cleansing in Iraq un gruppo di intellettuali scrive che l’invasione anglo-americana è stata un deliberato attacco all’identità storica dell’Iraq. E ha comportato «l’annientamento del patrimonio iracheno e della sua classe». Ma quale minaccia può mai rappresentare Babilonia oggi?

«Questo ed altri importanti siti antichi del Paese- spiega Brusasco-«sarebbero una minaccia in quanto simboli della grandezza del regime sunnita dell’ex dittatore Saddam Hussein che ne aveva fatto delle icone della sua propaganda politica :la cosiddetta mesopotamizzazione dell’Iraq. Distruggere questi simboli, con una vera e propria operazione di pulizia culturale, permetterebbe una riformulazione del concetto di nazione irachena più in linea con gli interessi Usa, per il petrolio e il controllo geopolitico del Medio Oriente. Una nazione che, privata della fierezza della propria memoria storica, diverrebbe uno stato vassallo, asservito agli interessi anglo-americani; i quali del resto non possono vantare un passato altrettanto straordinario.

Nella storia occidentale affiora l’immagine di un Oriente seducente e misterioso. Più spesso però il pregiudizio è stato violento. Il mito della torre di Babele lo testimonia?

I Greci lo vedevano come esotico, non senza una forte seduzione. Le invettive dei profeti contro Babilonia, «la madre delle prostitute», sono state amplificate a partire dalla cattività babilonese dal 597 al 538 a.C. E Babilonia è stata investita dal mito della confusione delle lingue dei popoli costruttori della torre di Babele, nella realtà la ziqqurrat Etemenanki, la “Casa delle fondamenta del cielo e della terra”. Fu un ribaltamento effettivo della realtà storica: la torre era il simbolo della prima città cosmopolita della storia alla cui costruzione cooperarono le migliori maestranze dell’impero, che, al contrario, si comprendevano grazie alla lingua franca dell’epoca, l’aramaico. Ma per gli esuli ebrei la torre era un idolo pagano dedicato al dio Marduk e un affronto al dio unico Jahvè.

Babilonia era la grande meretrice. E Semiramide era la lussuria. L’Occidente era scandalizzato dall’immagine e dall’identità che la donna aveva nella cultura babilonese, dove la stessa dea Ishtar rappresentava una sessualità femminile più libera e “attiva”?

babilonia secondo Brueguel

La «figlia di Babilonia» dei profeti si materializza in una donna in carne e ossa, «la grande prostituta». Vedere Babilonia come di genere femminile, e come corrotta e peccatrice, è una equazione rivelatrice della mentalità che echeggia nella Bibbia. L’esistenza di donne di grande potere in Mesopotamia doveva avere colpito anche i Greci che costruirono il mito della licenziosa Semiramide, la femme fatale costruttrice di Babilonia. L’eroina è un personaggio leggendario, un concentrato di valenze storiche, ispirato alle regine assire (Shammuramat e Nakija) e mitiche, dietro la quale si cela l’energia sessuale e guerriera della dea Ishtar, assai cara alla tradizione popolare babilonese. I profeti ebrei e i sapienti greci, tra cui anche Erodoto, rimasero scandalizzati anche dal costume babilonese della prostituzione sacra: in realtà si trattava di una unione sessuale (la ierogamia) di carattere apotropaico celebrata a Capodanno per rigenerare le forze stagionali della natura. E sottendeva al potere erotico del femminile come elemento culturale primario, lontano da una semplice valenza istintuale: le prostitute erano considerate le principali educatrici degli uomini non civilizzati, e i miti mostrano una sostanziale simmetria tra i sessi, entrambi emersi dalla terra o da un corpo” androgino” (amilu, “essere umano”).

Che differenziava l’ Afrodite greca, Ishtar/ Inanna sumerico accadica e Astarte fenicia?

Originano tutte da una primigenia divinità madre preistorica, la cui valenza sessuale attiva e procreatrice si unisce ad aspetti distruttivi e ctonii, legati all’oltretomba, man mano che si sviluppano civiltà sempre più complesse. L’Inanna/Ishtar babilonese è l’archetipo da cui si generano tradizioni fenicie, greche, romane ed etrusche indipendenti. L’Astarte fenicia è la trasposizione tout court della Ishtar babilonese, l’Afrodite greca ha una valenza legata alla spuma del mare primigenio, mentre Ishtar è anche la stella del pianeta Venere e ha quindi forti connotazione astrale.

Paolo Brusasco

Nel libro lei si occupa del poema d’Agushaya e della danza sfrenata che le era associato. Alcuni aspetti della cultura babilonese possono aver influenzato, direttamente o indirettamente, regioni del nostro Meridione?

«Il leone di Ishtar si è calmato, il suo cuore si è placato». Così chiude il poema dedicato alla Ishtar guerriera, ovvero Agushaya, dal sovrano babilonese Hammurabi (1792-1750 a.C.), dopo avere conquistato il mondo allora conosciuto. Il rito aveva lo scopo di placare il furore bellico del sovrano, come pure appianare le tensioni sociali esistenti all’interno della comunità, dal momento che prevedeva una danza catartica collettiva del popolo in festa. Non possiamo postulare un collegamento diretto con rituali del nostro meridione quali, per esempio, il tarantolismo pugliese, anche se la forma cristianizzata del tarantolismo richiama l’antichissimo sottofondo pagano della Magna Grecia, probabilmente debitore di influssi orientali. Negli ultimi anni risulta sempre più chiaramente la profonda ricchezza di contatti nel mondo antico. Per non fare che un esempio: la recentissima scoperta nel santuario fenicio di Astarte a Tas-Silg (Malta) di un amuleto babilonese di agata, recante un’iscrizione cuneiforme del 1300 a.C., testimonia di incredibili contatti tra Oriente e Occidente la cui natura e dimensione restano in via di definizione. Certo non si può disconoscere il ruolo giocato dai marinai e mercanti fenici nell’esportazione verso il Mediterraneo occidentale di culti orientali quali quello di Astarte/Ishtar, con tutte le implicazioni culturali che ne derivano.

da left-Avvenimenti

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Lode alla passione di Semiramide

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 18, 2010

Ecco perché il fondamentalismo cristiano se la prese con la scienziata alessendrina Ipazia. A margine dell’uscita nelle sale italiane del film Agorà del regista cileno Amenàbar, il filosofo Giulio Giorello invita riscoprire le grandi figure femminili che il Vicino Oriente ci ha tramandato. E che l’Occidente cristiano stigmatizzò come “dee false e bugiarde”

di Simona Maggiorelli

Gustave Moreau, Salomé 1876

il regista Amenábar racconta Ipazia come una filosofa neoplatonica ma anche come una grande matematica impegnata nel rileggere in modo critico la tradizione di Tolomeo. Fino a farne una precorritrice di Copernico e addirittura delle orbite ellittiche di Keplero. Chiaramente – sottolinea Giulio Giorello, fra i relatori del convegno su Ipazia che si è tenuto il 14 aprile a Roma su iniziativa dalla Treccani – nel film Agorà c’è un tocco di immaginazione riguardo a questo punto.  A mio avviso, una licenza legittima nella reinterpretazione poetica di Ipazia che Agorà ci offre. Ma va detto anche – prosegue il filosofo della scienza – che il film di Amenábar è molto preciso nella ricostruzione del fanatismo cristiano visto in due momenti: nella lotta contro i pagani al tempo del vescovo Teofilo e poi sotto suo nipote Cirillo che fece ancora peggio: un figuro che poi è stato fatto santo e addirittura è stato schierato fra i padri della Chiesa.

E il fondamentalismo cristiano dei parabolani?

Il film è molto coraggioso nel mostrare come le bande cristiane che linciarono Ipazia fossero “parenti strette” delle squadracce fasciste o, se vogliamo, delle bande comuniste di Pol Pot. «Il ventre che ha partorito l’intolleranza è ancora fecondo», diceva Brecht. E Agorà mette bene in luce il ruolo nefasto dell’intolleranza cristiana. Gli stessi cristiani che si batterono per una politica più lungimirante furono sconfitti. Quanto a Cirillo, a me ricorda i costruttori del totalitarismo, la «banalità del male», per dirla con Arendt; una banalità del male che i cristiani rivolgono verso gli altri… Alla fine, anche nel film la scienza, comunque sia, andrà avanti lo stesso, nonostante i lutti, le tragedie, le usurpazioni.

Ipazia fu calunniata dai cristiani che ne alterarono ferocemente l’immagine?

Fra le accuse che le furono mosse c’era anche quella di stregoneria, di praticare la magia nera, un reato che era odioso non solo ai cristiani ma anche fortemente represso a Roma. I parabolani, manipolati e manipolatori, praticarono sistematicamente la disinformazione. Ecco un altro tratto che avvicina il loro cristianesimo alle forme di totalitarmo che abbiamo conosciuto nel secolo breve.

Alessandria d’Egitto era una città multiculturale. I parabolani vollero colpire anche una certa libertà che lì le donne avevano?

La cultura greca e romana aveva una componente misogena. E quella del cristianesimo, poi, è più che evidente. In una cultura come quella alessandrina, invece, alle donne eccezionali veniva riconosciuto un prestigio intellettuale e politico, una sorta di status, che altre tradizioni invece negavano. Alessandria era stata, non dimentichiamolo, la città di Cleopatra nel I secolo a.C. Per Roma era una lussuriosa ma per gli orientali era la risposta all’imperialismo romano. Ci vorrà Shakespeare per riconoscere questo tratto politico di Cleopatra. Per molti versi, Ipazia fu il contrario. Mentre Cleopatra fu regina dai grandi amori, Ipazia fu una “virgo”, una vergine che si dedica alla contemplazione filosofica.

Allora perché colpirla?

In quell’atto di ferocia avvenuto sotto Cirillo la Chiesa si rese colpevole di tre diverse violenze: contro la donna, contro la libertà religiosa e contro la libertà scientifica. Per questo Ipazia fu straziata in modo orribile; il film riguardo alla sua morte edulcora la storia reale. Non so se il suo assassinio fu il segno della fine della grande cultura classica e pagana, come dice lo storico Gibbon. Certamente fu un segno nefasto: dice che le religioni, e in particolare il cristianesimo, possono essere elementi non di pace ma di discordia sociale, tarpando la fioritura di personalità di donne e di uomini, diventando solo fanatismo, violenza, repressione. Nella storia, poi, la Chiesa cattolica non si è smentita. Ricordiamoci come è finito Giordano Bruno, come fu messo a tacere Galilei, pensiamo alle dure repressioni di pensatori eretici o libertini. Altro che radici cristiane dell’Europa! Se le nostre radici cristiane sono quelle piantate dai parabolani è ora di tagliarle. Senza dimenticare poi che gli umani non sono piante che hanno bisogno di radici. Piuttosto sono nomadi che vogliono camminare in libertà.

Nel suo libro Lussuria (Il Mulino) indaga la sessualità vista da Oriente e da Occidente e scrive che Cleopatra fu vista come «un ostacolo da eliminare nel cammino di Roma nel mondo civilizzato».

Ottaviano per gli storici classici fu il restauratore delle virtù repubblicane di Roma dopo le guerre civili. Shakespeare conosceva bene le fonti classiche! Cleopatra subì una demonizzazione come altre eroine del Vicino Oriente. Ipazia no. Fonti posteriori, sia pagane che cristiane, riconobbero il suo grande valore intellettuale.

Le dee dell’Oriente furono dette false e bugiarde…

Da Agostino ma anche da Dante. E la donna fu considerata in modo molto diverso da quanto accadeva nel mondo pagano. Il monoteismo cristiano in questo ha molte responsabilità. Furono dette false e bugiarde Hinanna dei Sumeri, Isthar degli Accadi, Astarte della Siria e Afrodite che, prima di essere associata alla Venere latina, era una divinità femminile molto potente: in Oriente non era solo la dea dell’amore ma rappresentava anche la potenza della natura che genera il nuovo. Una dea terribile verso chi la ostacola. Un aspetto ripreso meravigliosamente nei Cantos di Pound e che troviamo già in Euripide. E poi molte figure femminili che ci ha lasciato il Vicino Oriente (checché ne dica Dante) furono grandi regine. Penso a Didone e alla grande Semiramide che l’Occidente vuole colpevole di incesto e assassina. La tradizione orientale che il paziente lavoro degli assirologi ha fatto riemergere, invece, ce ne parla come di una regina che apportò importanti novità politiche. La vera Semiramide, come ha dimostrato Giovanni Pettinato, fu una grande legislatrice, una edificatrice di civiltà e si tramanda dicesse: «Siccome la natura mi ha dotata di un corpo di donna ho avuto anche il tempo per coltivare i miei amori». Nel mio libro ho cercato di raccontare che ciò che oggi si dice lussuria era considerata in Oriente una qualità creativa potente. Un’idea che fu normalizzata dal monoteismo cristiano. Tertulliano diceva che la donna era «porta del diavolo» attraverso la quale tutti i vizi irrompono nell’umanità. Gli effetti di questo paradigma occidentale li vediamo anche oggi: le donne sono oggetto di una “lussuria” molto bassa da parte di maschi che poi pubblicamente fanno come Ottaviano.

Nell’epopea di Gilgamesh l’incolto Enkidu ottiene l’intelligenza grazie al rapporto con una prostituta…

Quello che noi chiamiamo vizio di lussuria era in realtà passione della conoscenza. Questa è una componente molto radicata nella cultura dell’Antica Mesopotamia. La sessuofobia paolina cancellò tutto questo. Paolo di Tarso deve aver avuto non pochi problemi psico-fisici… Come si vede da Lussuria le mie simpatie vanno alle grandi dee, Isthar e Afrodite, ma vanno soprattutto a quelle donne che hanno cercato di liberarsi volendo seguire il desiderio, che una cultura stupidamente maschilista definisce «voglie». Un grande esempio fu l’inglese Harriett Taylor che lottò per i diritti delle donne facendone conquiste per tutti. Le sue intuizioni passarono nel libertarismo di John Stuart Mill.

dal settimanale Left-avvenimenti


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Sulla pelle di Ipazia

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 15, 2010

di Simona Maggiorelli

 

Ipazia di Raffaello nell’affresco La scuola di Atene

La Chiesa copta in Egitto ritiene che i secoli che precedettero il 640 d.C e la nascita dell’Islam siano solo di propria ed esclusiva competenza. Un fatto inaccettabile e insensato. Non vedo perché un musulmano  non possa dedicarsi alla storia del proprio Paese, compresa quella preislamica». Con queste parole lo scrittore egiziano Youssef Ziedan rispondeva  un paio di anni fa agli strali che la Chiesa egiziana lanciava contro il suo  Azazel, il romanzo storico, vincitore del Premio internazionale della letteratura araba (in Italia  è pubblicato da Neri Pozza) in cui lo studioso, direttore del fondo manoscritti arabi della biblioteca di Alessandria, racconta il vivace intreccio di culture che animava la città nel V secolo, ma anche la ferocia con cui i cristiani imposero il proprio credo come religione ufficiale, distruggendo il patrimonio culturale preesistente e uccidendo barbaramente intellettuali come Ipazia.

Professor Ziedan in Azazel il padre del monaco Ipa viene ucciso dai cristiani. Nonostante questo lui assisterà impassibile all’assassinio della donna amata. Quali sono le radici di tanta ferocia cristiana?
Gli uomini, purtroppo, possono essere capaci di distruzione e violenza. La storia lo insegna. Ma quando qualcuno arriva a dire che la violenza è giustificata da dio, allora è illimitata. Può accadere qualsiasi cosa. Si arriva a  torturare e uccidere altri esseri umani nascondendosi dietro il fatto che sia per volontà divina. Il romanzo parte dalla prima metà del V secolo d.C e percorre un lungo periodo  punteggiato di efferate violenze. E tutto perché un giorno un uomo è venuto e ha detto io parlo in nome di dio.

 

Un capitolo è dedicato ad Ipazia. Al fondo cosa scatenò la sua uccisione?
La scuola pitagorica di Samo faceva studiare anche le donne. E questo fu il suo “crimine” . Perciò fu costretta a trasferirsi ad Alessandria che, con la sua enorme biblioteca era un vivo centro culturale. Di generazione in generazione la scuola alessandrina dette un contributo importante allo sviluppo dell’astronomia, della geografia, della matematica. E non solo. Qui fu completato il lavoro di Pitagora. Ed in questo contesto si formò questa straordinaria figura di scienziata e di filosofa, che  i suoi contemporanei dicono essere stata anche una bella donna. Ma nel V secolo il cristianesimo aveva intrapreso  la strada del potere.  E personaggi come il vescovo Cirillo furono campioni di violenza. Non solo distruggendo il Museo di Alessandria e le statue di Apollo, ma anche con campagne di pulizia etnica a danno di chi non era cristiano.  Così gli uomini di fede condannarono Ipazia sbranandola pezzo a pezzo. Nel romanzo ho cercato di raccontare questa enorme tragedia.

In Italia il film che Amenabar ha dedicato a Ipazia non è ancora arrivato:  ha incontrato molte “difficoltà di distribuzione”. Che cosa ne pensa?
è accaduto qualcosa di analogo in Egitto: il film ha avuto una circolazione molto limitata. La Chiesa ha cercato di screditarlo dicendo che contiene molte bugie. Io l’ho visto  in uno di quei piccoli circoli culturali che ancora lottano perché il film possa essere distribuito nelle sale. Quello che posso dire è che  c’è un solo errore.

Ovvero?
Il regista mostra Ipazia mentre viene uccisa da un suo servo di nome Davus. Un’invenzione che diviene un grave errore storico. Molti documenti dicono che le cose non andarono così. Che motivo c’era per cambiare la verità del suo assassinio per mano di un gruppo di monaci? Nonostante questo finale il  film è stato attaccato pesantemente dalla Chiesa.

Hanno fatto lo stesso con il suo libro?
Sì, ma non sono riusciti a bloccarlo vista la grande attenzione che ha ricevuto da letterati e media  in Egitto. Un vescovo copto ha scritto ben quattro volumi contro Azazel. Per giunta dei libroni! Un altro ha detto che questo libro distruggerà la Chiesa cristiana. In che modo? Ho chiesto. Se un romanzo può distruggere la religione cristiana allora basta davvero poco. Comunque sia non sono riusciti a fermare la curiosità dei lettori. Siamo già alla diciassettesima edizione.

Nel libro ci sono immagini femminili particolarmente belle. Per esempio Ottavia che tenta di aprire gli occhi di Ipa sulla misoginia di Aristotele e sulla crudeltà cristiana. L’imposizione della Madonna come modello di vergine e madre uccide donne così?
La religione cristiana indubbiamente non favoriva la libertà delle donne che erano sottoposte  agli uomini e a dio. Prima dell’Antico testamento, in tutta l’area del medioriente, dall’Egitto alla Mesopotamia,  il culto più diffuso era quello delle dee. Ishtar, Hinanna, Atena, in ogni regione c’erano dee. Ma con la Bibbia cominciò la storia che le donne dovevano consacrarsi alla famiglia, altrimenti diventavano il “male”. Una spaccatura tipica del pensiero cristiano. Nel mio primo romanzo The shadow and the serpent ho cercato di raccontare come, a poco a poco,  la donna sia “diventata  il diavolo” anche nella nostra cultura. La religione occupa un posto di rilievo in Egitto . Anche da noi c’è “una questione della donna”. Ma si pone in modo diverso da come si articola nella cristianità. Oserei dire che, sotto certi aspetti, l’islam tiene in maggiore considerazione il femminile.

La riflessione sull’amore e sul rapporto fra uomo e donna sono al centro dei poemi e del misticismo sufi?
La tradizione sufi dice che il divino si esprime nella bellezza della donna e che il sesso  femminile è la porta per la bellezza divina. Fu in particolare una poetessa a fare dell’amore il fulcro del sufismo islamico. Ma, come ben sappiamo il pensiero sufi rappresenta solo una piccola parte della galassia islamica.

da left-avvenimenti 12 marzo 2010

LUn ritratto di Ipazia firmato da Eva Cantarella:

Corriere 19.10.13
Ipazia filosofa, matematica e astronoma martire civile del fanatismo cristiano
di Eva Cantarella

Accadde ad Alessandria d’Egitto, nel mese di marzo del 415 a.C.: una donna venne crudelmente assassinata, le sue carni fatte a brandelli, gli occhi cavati dalle orbite, i resti dati alle fiamme. L’assassino non era un marito o un amante tradito, un maniaco o un serial killer… A ucciderla fu una folla inferocita. Perché? La donna si chiamava Ipazia, ed era un’esponente di spicco dell’aristocrazia ellenica. Iniziata allo studio dal matematico Teone, suo padre, Ipazia insegnava matematica, astronomia e filosofia nella scuola platonica, di cui si dice fosse il capo. C’era chi diceva che la sua sapienza superava quella dei filosofi della sua cerchia. Una posizione eccezionale per una donna, ai tempi (e non solo). Ma non fu la misoginia la causa della sua morte. Si colloca invece all’interno dalla lotta che per secoli oppose paganesimo e cristianesimo. A distanza di un secolo dall’Editto di Costantino che aveva concesso ai cristiani libertà di culto, il potere imperiale aveva dichiarato guerra ai culti pagani. Dal 319 il cristianesimo era religione di Stato, e le costituzioni imperiali arrivavano a stabilire la pena di morte per i pagani. Ad Alessandria, poi, il vescovo Cirillo si distingueva per un atteggiamento particolatamente violento e persecutorio. E al suo servizio agiva un gruppo di fanatici estremisti, i «parabalani», monaci del deserto egizio provenienti dalle file degli zeloti. Furono loro gli assassini di Ipazia. L’orrore e la bestiale crudeltà del massacro sconvolse il mondo della cultura dell’impero romano d’Oriente. E sconvolge ancora, dopo 1.500 anni.

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Ishtar, la dea degli opposti

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 6, 2009

In Mesopotamia quattro millenni fa fiorì una civiltà senza “religione”. Una cultura che nell’epos e nel suo pantheon offriva una complessa rappresentazione del femminile. La racconta in un nuovo libro dall’assirologo Pietro Mander

di Simona Maggiorelli

Ishtar

La decifrazione della scrittura cuneiforme fin dall Ottocento ha permesso l’accumulo di una grande quantità di informazioni sulle culture dell’antica Mesopotamia. Ma l’analisi filologica dei dati non ha coinciso sempre con la comprensione del loro significato più profondo. «Per questo ho sentito l’esigenza di prendere un po’ di distanze dalla mia stessa disciplina per tentare un’interpretazione più complessiva del pensiero mesopotamico» racconta l’assirologo Pietro Mander, docente all’Orientale di Napoli ed ex collaboratore di Pettinato nelle ricerche sui testi sumerici arcaici e eblaiti. C

Così, dopo un importante lavoro dedicato ai Canti sumerici di amore e morte (Paideia) e Sumeri pubblicato da Carocci, per l’editore romano Mander ha scritto una densa ricognizione della cultura mesopotamica nelle sue principali varianti sumera, babilonese e assira, dal titolo La religione dell’antica Mesopotamia. Un libro in cui propone innovative scelte terminologiche e di metodo. «Per cominciare – spiega il professore -il concetto di Mesopotamia non appartiene al mondo dei suoi antichi abitanti. Nasce dai Greci e da loro è giunto fino a noi» Ed è noto che i macedoni che entrarono a Babilonia da conquistatori con Alessandro Magno nel 31 a.C. erano militari.E non erano uomini di cultura nemmeno i generali che si divisero le province dell’impero macedone dopo la morte di Alessandro nel 323 a.C.

Immaginando di mettersi dalla parte di Berosso, un adepto del dio Marduk che intorno al 280 a.C. scrisse un’opera in più volumi per mostrare agli ignoranti greci (che stigmatizzavano gli stranieri come barbari) la ricchezza dell’antica cultura mesopotamica, Mander invita il lettore a uscire da quegli schemi occidentali che non permettono di capire la civiltà che fra il Tigri e l’Eufrate fiorì più di quattro millenni fa come culla della scrittura e delle prime città stato. La prima categoria fuorviante, avverte Mander, è proprio quella che campeggia nel titolo del suo nuovo libro: «Nelle lingue antiche del Vicino Oriente- spiega- non esiste un termine che possa rendere il senso di religione». Così come la nostra parola magia non richiama l’articolazione di significati che connotava l’astrologia, le divinazioni e gli esorcismi (già nei primi testi narrativi nel XXVI secolo a.C. di Farah). Né ci aiuta a comprendere l’immaginifica epica dei re di Uruk (di cui ci sono rimasti cinque poemi in lingua sumerica) o l’epica di Gilgamesh in lingua accadica, «una tradizione- sottolinea Mander- di forte intensità poetica e coesione narrativa».

Il punto è, al fondo, che il politeismo mesopotamico non conosceva separazione fra realtà trascendente e mondo sensibile. «Questa dicotomia – spiega l’assirologo – è necessaria nella religione che l’Occidente ha mutuato dal mondo giudaico: il monoteismo, che è fondato proprio sulla negazione dell’alterità e sulla netta separazione del trascendente dall’immanente». La più antica affermazione del monoteismo nel Vicino Oriente, come è noto, risale al XVI secolo a.C. e si fa risalire a Amenophis IV che in Egitto impose dall’alto il culto del disco solare Aten. «Il dio unico – approfondisce Mander – nega e annulla tutti gli altri dei. Poi i latini diranno omnes dii gentium daemonia, gli dei pagani sono demoni. Il monoteismo ha creato una visione preconcetta delle culture che ha sottomesso». E una visione alterata della “religione” mesopotamica è arrivata fino a noi, tanto che Mander (con Assmann) preferisce parlare di “cosmoteismo”: perché le divinità, perlopiù, sono raffigurate in forma antropomorfica e rappresentano «le potenze reali che ci circondano nella vita di tutti i giorni». Sono le forze che muovono l’universo, le stelle, l’acqua, i temporali ma anche le emozioni, gli affetti e le pulsioni profonde che muovono la mente umana. In altre parole, dice Mander, «gli dei erano differenziazioni del cosmo che corrispondevano alle molteplici esperienze umane».

statuetta egizia preistorica

Con questo assunto, il pantheon mesopotamico, eminentemente sumerico, era già compiuto nella prima metà del III millennio a.C. e rimase pressoché immutato per i duemila anni successivi. Di fatto. un pantheon assai affollato di dei ma al tempo stesso curiosamente antropocentrico. «Ogni persona si pensava generata dai propri genitori e al contempo da un suo “dio” o “dea” – ci spiega Mander – e la presenza nell’essere umano di un elemento divino costituisce il motivo della centralità cosmica dell’uomo che è stato incaricato dagli dei di gestire il mondo secondo i principi celesti da essi stabiliti». I sumeri non si interessavano all’origine dell’universo né di questioni escatologiche. Ma volevano conoscere il funzionamento delle cose del mondo. Come dimostra il grande sviluppo che ebbero le “scienze” in Mesopotamia fin dall’antichità. Inoltre, come scriveva l’archeologo Paolo Brusasco ne La mesopotamia prima dell’Islam (Bruno Mondadori, vedi left n.7/2009), il loro era un universo pagano che non reprimeva la donna. Diversamente dai tre monoteismi. Ne è spia anche il fatto che nel loro pantheon, così come nell’epos, un posto di rilievo era riservato alle dee e a Ishtar (Inanna in lingua sumerica) in modo particolare, la dea che ha in sé Venere e Marte. E, per dirla con l’assirologo Bottéro, « la dea che ha creato il desiderio per la buona riuscita dell’amore». «Ishtar – commenta Mander – è il pianeta Venere che appare prima del sole e dopo il tramonto. Mantiene la luce nelle tenebre e anticipa l’alba. In questo senso unisce gli opposti. Per questo i sacerdoti della dea erano vestiti da donna e portavano strumenti femminili. Non perché fossero dei pervertiti ma per indicare l’unione dei due opposti». Al contempo per rappresentare il fatto che la dea aveva in sé anche un’immagine maschile, guerriera, in alcuni contesti veniva rappresentata con la barba. «Ishtar – aggiunge Mander – era la dea dell’ebbrezza alcolica e del furore guerriero come stati di conoscenza alterata. Ma il suo nome indica anche la fusione dell’elemento divino con quello corporeo, dove per elemento divino si intende quella forza vitale, intima, quel talento, quella tendenza che, per esempio, spinge un Mozart verso la musica». Dunque non pensava in termini di scissione fra fisico e psichico? «L’essere umano per gli abitanti della Mesopotamia aveva una componente divina: è l’unico che crea una società diversa dal branco. Non c’èra un conflitto fra razionalità o irrazionalità. O almeno noi non ne abbiamo traccia».

dal left- Avvenimenti 20 novembre 2009

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I nuovi tesori di Ebla

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 9, 2009

img1-da-scontLa scoperta di due templi nell’antica città siriana. E l’uscita del libro che ripercorre 40 anni di storia di scavi. Una doppia occasione per raccontare le straordinarie avventure dello studioso Paolo Matthiae  di Simona Maggiorelli

Dopo sei anni riapre il museo di Baghdad, tra i musei più importanti al mondo, pesantemente colpito dall’invasione militare anglo-americana. “Un avvenimento importante ma non senza ombre”, avverte il grande archeologo Paolo Matthiae, lo scopritore di Ebla, l’antichissima metropoli della Siria. Ragioni di sicurezza impongono di tenere aperto il museo della capitale irachena solo alcune ore al giorno, mentre i curatori del Metropolitan Museum di New York in una lettera appello scrivono: “riaprire un museo non significa solo togliere il lucchetto a una porta. I musei non dovrebbero essere vittime del capriccio politico del momento, e venire sacrificati nell’interesse di una campagna di pubbliche relazioni per conto del governo”.

Da parte sua l’accademico dei Lincei Paolo Matthiae ammette: “Verificare quale sia la situazione reale in Iraq è difficile da qua, ma una cosa è certa: non solo il museo di Baghdad ma anche e, soprattutto, molti siti hanno subito uno scempio irreparabile”. E poi in accordo con quanto apparso nelle settimane scorse sul nostro settimanale, Matthiae aggiunge: “Neanche durante la seconda guerra mondale si è assistito a saccheggi intenzionali del panorama culturale di un Paese come è accaduto in Iraq”.

Già nel 2004, del resto, l’archeologo aveva lanciato un appello accorato in difesa del patrimonio della Mesopotamia e del Vicino Oriente a cui il professore si dedica da molti anni. Insieme al lavoro di tutela, Matthiae di pari passo è sempre andato avanti sulla strada di nuove scoperte. L’ultima in ordine di tempo sarà presentata sul numero di marzo de Il Giornale dell’arte e riguarda il ritrovamento di due templi descritti in un testo di 4500 anni fa, conservato negli Archivi Reali di Ebla; un testo in scrittura cuneiforme in cui si parla della cerimonia sacra eblaita di tre settimane che aveva come scopo il rinnovamento della regalità e con essa della fertilità universale.

img2-da-scont“Durante l’ultima campagna – racconta Matthiae- abbiamo scoperto il tempo del dio Kura sull’acropoli di Ebla e un altro nella periferia della città. Sono gli unici templi del terzo millennio che si conoscano nella Siria interna”. E mentre già il professore si sta “mettendo in caccia”del palazzo reale di Ebla risalente al secondo millennio, la recente uscita del suo libro Gli archivi reali di Ebla per la nuova collana Mondadori- La Sapienza, Università di Roma ci offre lo spunto per ripercorrere la straordinaria avventura di scavi in Siria: un vero primato nel panorama internazionale dell’archeologia.

Nell’ottobre del 2008 abbiamo fatto la nostra 45° campagna di scavo – conferma Matthiae – senza mai nemmeno un anno di interruzione dagli inizi ”. La missione archeologica ad Ebla dell’Università di Roma La Sapienza cominciò nel 1964. Undici anni dopo furono scoperti gli Archivi Reali: un tesoro di 17mila numeri di inventario di testi cuneiformi del 2350-2300 a. C , il repertorio testuale che ha aperto le porte della conoscenza su questa antichissima città situata a 60 km a Sud di Aleppo. Ma anche un evento archeologico che ha tutto il sapore delle grandi scoperte ottocentesche degli archivi di Ninive. E che ha fatto entrare Ebla, oltreché nella storia, nella leggenda dell’archeologia orientale.

“La città divenne importante poco dopo il 2500 a. C e fu distrutta intorno al 1600 a. C- ci ricorda Matthiae -. Si parla di un millennio di storia particolarmente importante non solo per la Siria, ma anche per la storia del Vicino Oriente”.  E se la civiltà urbana è nata in Mesopotamia alla fine del IV millennio, nel III millennio Ebla realizza per la prima volta un modello urbano in un territorio del tutto diverso da quello delle valli alluvionali. Ma non solo. Il fascino della scoperta di Ebla sta anche nel modo in cui avvenne.

Allora, nel 1964, Matthie era un giovanissimo laureato, ma già fra i massimi esperti di Siria del II millennio a.C, di cui allora si sapeva ben poco. flickrE fu questa sua approfondita conoscenza, insieme a mix di intuizione e deduzione, che nel 1964, davanti alla particolare sagoma di un sito vicino ad Aleppo, gli fece scattare l’immagine che là sotto doveva esserci qualcosa di molto importante: “Il sito anche per me che allora avevo 22 anni era assolutamente impressionante, dalla sagoma così particolare intuii che poteva trattarsi di un grande centro antico, anche se non si vedeva nulla di affiorante”. Fortuna volle che poco prima fosse stato trovato e salvato un bacino scolpito in modo magistrale. “Attrasse molto la mia attenzione – ricostruisce Matthiae -. Nessuno l’aveva ancora studiato. Lo si pensava del primo millennio,neo ittita o neosiriano. Ma qualcosa mi suggeriva che non era proprio così”.

Benché il tesoro si Ebla fosse sigillato dalla terra, la morfologia del terreno era molto eloquente. Ma il giovane archeologo aveva più di un problema storico da risolvere: “Della radici della Siria del terzo millennio, allora, non si sapeva praticamente nulla dal punto di vista della cultura materiale e urbana. In più – aggiunge Matthiae- era difficile immaginare che questo Tell Mardikh fosse Ebla, perché la si pensava a Nord e non a sud di Aleppo. E tanto meno si sapeva che la città fosse così straordinariamente importante”. Fu solo nel 1968 quando la spedizione italiana trovò un torso di statua dedicato alla dea dell’amore e della guerra con iscritto il nome di Ebla che le cose si fecero più chiare, anche riguardo alla cronologia del sito.

A questo si aggiunse il ritrovamento in Anatolia di un poema bilingue hurrita- ittita sulla distruzione di Ebla, unico poema del Vicino Oriente che sia stato scritto per la conquista di una città: chiarì d’un tratto l’importanza di Ebla, che tanto forte scosse la fantasia dei contemporanei. Il poema, benché frammentario, mostrava chiare assonanze con l’Iliade, narrando di un dio che minaccia Ebla perché teneva illegittimamente prigioniero un principe. “Sono da sempre convinto – chiosa Matthiae – che questo poema sia all’origine di topoi che sono stati ripresi dall‘Iliade stessa”.

E ancora un’altra scoperta importantissima sarebbe avvenuta di lì a poco: quella delle 17mila tavolette intere o frammentarie degli Archivi Reali di Ebla. Matthiae ne fa una ricostruzione scientifica nel suo nuovo libro,Gli Archivi di Ebla, ma quello che colpisce la fantasia del lettore è anche scorgere (tra la messe di tavolette che parlano di transazioni commerciali, di dizionari bilingui e di liste lessicali sumeriche di nomi di piante, di pesci, di pietre preziose) alcuni testi di scongiuri e incantesimi redatti in scrittura cuneiforme.

“Ebla certamente partecipava del livello culturale e delle strutture economiche delle società mesopotamiche del terzo millennio – ci spiega Matthiae -. Ma è anche vero che negli archivi, di fatto, abbiamo trovato poche opere letterarie. La gran parte sono di carattere economico, ma troviamo anche  invocazioni agli dei perché risolvano sul piano della storia problemi analoghi a quelli che si racconta abbiano risolto nel mito”. E se nel pantheon eblaita l’enigmatico dio Kura alle soglie del secondo millennio si eclisserà per lasciare spazio a Haddad, il dio della tempesta, eroe divino che combatté contro un mostro a più teste, dio del mare, sovrana assoluta dei templi e dei riti di Ebla appare la dea pagana Ishtar che le rappresentazioni mesopotamiche raffigurano come una dea alata e con artigli.

Ishtar è la grande dea del cielo e dell’amore e della guerra. E’ una dea potente e complessa- spiega Matthiae- perché dea celeste e insieme identificata con la stella Venere. Ma anche dea ctonia, della fecondità della terra”. Ma forse c’è di più. Quegli artigli- ci raccontava già settimane fa l’archeologo Paolo Brusasco, non sono da leggersi come segno di aggressività , ma come espressione di una femminilità che non si identifica tout court con la “posizione passiva”. Come invece accadeva in Grecia e a Pompei, dove la femminilità – come spiega Eva Cantarella – era sinonimo di passività e poco importava, a Greci e Romani, se a incarnarla fosse un corpo di donna o di fanciullo. left 8/2009 del 27 febbraio

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