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Amiry e il sogno di una Palestina libera

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 18, 2012

In questo momento in cui il cuore batte forte per ciò che sta accadendo nei territori palestinesi, mi manca,  fra molte altre ma in modo particolare, una voce importante, quella della scrittrice e architetto Suad Amiry che tanto ha fatto per recuperare i tesori d’arte  e dell’architettura della Palestina coinvolgendo centinaia di giovani nel suo progetto di decolonizzazione dell’architettura. Per questo mi permetto di riproporre qui il report dell’ultimo nostro incontro  in Italia, a Milano il mese scorso.

  Separare lo Stato dalla religione. Combattere il ritorno di vecchi stereotipi sulle donne. E tornare a dirsi arabi piuttosto che musulmani. La ricetta dell’ex attivista dell’Olp e scrittrice Suad Amiry per la Palestina di domani

di Simona Maggiorelli

Suad Amiry

Con spiazzante umorismo in Sharon e mia suocera (Feltrinelli, 2003) Suad Amiry ha raccontato la paralisi delle città palestinesi sotto il coprifuoco imposto dal leader israeliano Sharon; un coprifuoco che non era solo proibizione di uscire di casa e interruzione di ogni attività lavorativa, ma anche un tentativo di spezzare i rapporti sociali, di «isolare» e di «bloccare le menti».

In Niente sesso in città (Feltrinelli, 2007) il punto di vista scelto dalla scrittrice Suad Amiry, architetto ed ex attivista dell’Olp, era invece, specificamente, quello delle donne palestinesi. Che con la vittoria di Hamas e il ritorno della religione sulla scena politica (anche nella laica Palestina) si sono viste scippare libertà e diritti conquistati in lunghi anni di lotte. E ancora nel recente e toccante Murad Murad (Feltrinelli) Amiry ha indossato panni maschili per poter seguire da vicino l’odissea dei lavoratori palestinesi a giornata, che si fingono israeliani per poter andare a guadagnare un pezzo di pane, varcando clandestinamente il muro di Gerusalemme.

Impegnati a costruire case per gli occupanti israeliani, con la speranza di un futuro diverso. Costretti, quando va bene, a elemosinare un permesso di lavoro, anche dopo aver faticato vent’anni in Israele. «È una resistenza pacifica e attiva quella che mettono in pratica ogni giorno questi lavoratori», racconta Suad Amiry, che abbiamo incontrato alla Feltrinelli di Milano in occasione del festival di cultura palestinese Philastiniat. «Ragazzi come Murad, il protagonista del mio libro – dice Amiry – non demordono, si ripropongono ogni giorno, se serve, ricominciando da zero. Sono in una situazione disperata, ma non hanno perso la speranza. È un tratto che accomuna i palestinesi. Non amiamo fare le vittime». E non piace farlo soprattutto alle palestinesi che, in un mondo arabo sempre più frammentato e percorso da rigurgiti religiosi, «non accettano di rinchiudersi in casa o nascondersi sotto il velo. In particolare non lo accettano quelle della mia generazione, donne che hanno fatto politica, laiche, che come me insegnano nelle università o si sono guadagnate un posto nel mondo delle libere professioni», precisa la scrittrice e attivista, che in passato ha ricoperto importanti incarichi pubblici per l’Olp e che oggi ammette di sentirsi un’estranea nella Palestina di Hamas che impone i valori dell’Islam anche nella sfera pubblica. «Quando Hamas salì per la prima volta al potere, per reazione scrissi Niente sesso in città – racconta Amiry -; ero stupefatta che tornassero a circolare stereotipi sulle donne che avevamo combattuto e sconfitto. Quel libro oggi è attuale più che mai». La Primavera araba che purtroppo sembra volgere all’autunno, la repressione in Siria e i fatti drammatici che continuano ad accadere in Iraq, sostiene Suad Amiry, hanno creato una congiuntura negativa di cui risente anche la Palestina. «Da noi, come in altri Paesi arabi, oggi manca una chiara separazione fra Stato e Chiesa, bisogna tornare a dirci arabi piuttosto che musulmani. Anche perché la coesione nazionale che avevamo acquisito con le lotte di indipendenza dal colonialismo si va perdendo, insieme a quell’internazionalismo che aveva connotato la vicenda palestinese come un fatto assolutamente nuovo e straordinario». Ma non tutto è perduto, assicura Amiry: «La parte laica della società palestinese è ancora molto estesa, anche se riesce poco a far sentire la propria voce. Ha sulle spalle la delusione verso l’Olp che aveva promesso una soluzione del conflitto israelo-palestinese attraverso la creazione di due Stati, ma – conclude Amiry – spero ancora che possa tornare egemone, trovando nuova rappresentanza».

da left avvenimenti

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