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Klee, il mago della figura

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 24, 2012

Dal 1902 Paul Klee fu spesso in Italia. Che divenne la sua musa per un deciso cambio di poetica. Lo racconta un’ampia mostra alla Gnam di Roma

di Simona Maggiorelli

La scoperta del colore, della luce radiante e la magia delle sue infinite rifrazioni. È la fascinazione del Sud, di un calore sconosciuto che fa scrivere a Paul Klee in una lettera da Firenze datata 1902: «Mi sto innamorando di tutto in questo Paese».

Classicamente ha con sé Il viaggio in Italia di Goethe, Der Cicerone di Burckhardt e la testa piena di esotismi da Grand Tour, quando il rapporto spiazzante e  dapprima «disturbante» con le chiassose piazze italiane, d’un tratto, si fa iniezione vitale per una decisiva svolta poetica: via i tenebrismi e i paesaggi inquieti di impronta nordica; via un pesante realismo di marca ancora ottocentesca, per lasciare spazio a una nuova visione, che cerca di «rendere visibile, l’invisibile».

Così, catturato dalla verticalità di Genova, l’artista svizzero la evoca in tele in cui l’addensato centro urbano diventa un fitto reticolo di linee, che misteriosamente riescono a richiamare la sagoma dell’abitato. A Pompei è sopraffatto dal rosso dilagante e si dice conquistato dalle linee nette con cui si stagliano le silhouettes di solide figure umane negli affreschi. E per il pittore saranno fiammeggianti e terragni ritratti di signore e signorine dai volti sghembi come maschere vagamente stranianti.

A Milano scopre Balla, Boccioni e il dinamismo futurista, ma anche, attraverso Carrà, il linearismo quattrocentesco e dei sarcofagi paleocristiani; suggestioni che poi saranno alla base di libere ricreazioni che tendono verso l’arte astratta. Anche se – di fatto – Klee non abbandonerà quasi mai del tutto la figurazione. Di se stesso, del resto, diceva: «Io sono un astratto con qualche ricordo», paragonando la propria arte al frutto di un albero che ha radici profonde nella realtà. Sia che fosse la “realtà naturale”, morbida e seducente, delle colline fiesolane che ritroviamo poi in stilizzati paesaggi. Sia che fosse la “realtà culturale” di abbaglianti mosaici ravennati che Klee seppe reinventare in caleidoscopiche e colorate “scacchiere”.

Alcune, come la celebre Composizione urbana con finestre gialle del 1919 insieme alla meno schematica Con la lampada a gas (1919) sono comprese nella selezione di opere di Klee in mostra alla Galleria di arte moderna (Gnam) di Roma nell’ambito della bella mostra Paul Klee e l’Italia (fino al 27 gennaio, catalogo Electa). Insieme a opere curiose come Ville fiorentine (1926) che traduce la visione urbana  in una preziosa trama di tasselli finemente e quasi ossessivamente decorati. Più in là, il preciso ed elegante lavoro di china di Americano-giapponese (1919) che, nel contrasto fra un giallo pastello e la linea nera,  mette insieme suggestioni orientaleggianti e limpida visione occidentale. Una schematicità, più rigida e ripetitiva, si ritrova invece  in opere in cui Klee sembra voler rileggere la lezione ottica del Pointillisme francese, come per esempio nell’acquerello Croci e colonne (1931) in cui il pittore alterna colori caldi e colori freddi, cercando di dare alla composizione una sorta di vibrazione e di movimento. Ma non mancano in mostra anche esempi di opere degli anni Trenta  in cui si accentua in Klee la propensione per fantasmagorie che lasciano intravedere un fondo drammatico ma anche angosciato.

dal settimanale left-avvenimenti

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Biennale Zapatera

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 4, 2005


Il 12 giugno a Venezia la 51. edizione della grande kermesse dell’arte «La sua funzione – per la curatrice Rosa Martinez – non è preservare il passato ma inventare il presente ed esplorare i confini dell’arte. Qualcosa di mutante, che si costruisce attraverso la contaminazione con la vita». Perciò aggiunge la cocuratrice Maria de Corral:«A Venezia non solo “stili”, ma artisti che rappresentano una qualche rivoluzione».

di Simona Maggiorelli

maria-de-corral-e-rosa-martinez1Difficile, a volte, commisurare progetti e pensieri: mentre in laguna c’è chi pensa in grande e allarga lo sguardo dell’arte al Mediterraneo e oltre, cercando di dare alla Biennale di Venezia un respiro veramente internazionale, i quotidiani più conservatori – Il Giornale in primis – sembrano voler fare di tutto per riportare la riflessione sull’arte a misura del nostro italico particulare.


Da un lato le due curatrici spagnole di questa cinquantunesima edizione che apre le porte il 12 giugno, Rosa Martinez e Maria De Corral, impegnate far emergere ciò che di più nuovo e vitale si muove nelle arti visive tra Occidente e Oriente. Dall’altro, un manipolo di critici e di giornalisti nostrani che continuano a fare e a rifare la conta di quanti artisti italiani figurano nelle due sedi ufficiali della mostra, all’Arsenale e ai Giardini. Con una raccolta firme vorrebbero costringere il presidente della Fondazione Biennale David Croff e il vicepresidente, il sindaco Massimo Cacciari, a fare marcia indietro e a ripristinare una lettura del panorama dell’arte ricondotta nei confini nazionali, più domestica e normalizzata. Prospettiva che, del resto, all’orizzonte già prende forma concreta, con la nomina dell’americano Robert Storr alla direzione della Biennale del 2007, allargata a progetto triennale. Da “curator” del MoMa, e in Italia da direttore della Biennale internazionale dell’arte contemporanea di Firenze, Storr non ha lasciato molti dubbi sulla sua propensione verso un tipo di arte figurativa d’antan che piace a un mercato dei grandi numeri e verso una statuaria di stampo neoclassico e di gusto molto americano, sostenendo le opere di Gina Lollobrigida. Ma tant’è. L’orizzonte del 2007 è, per fortuna, ancora molto lontano, e molto nel frattempo si agita in laguna: dallo sbarco nei giorni scorsi del magnate francese François Pinault a Palazzo Grassi (nuova sede della sua collezione privata), al progetto di Croff di creare, forse a Ca’Corner della Regina, una sede della Biennale delle arti visive da vivere e abitare tutto l’anno, con archivi, librerie, caffetterie, sul modello della Tate Modern di Londra.
Nel frattempo resta ancora tutta da scoprire e da godere questa Biennale 2005, già battezzata dalla stampa “Biennale Zapatera”, per la forte impronta di passione e di impegno civile che le due blasonate curatrici hanno voluto darle, allargando il cerchio dei paesi a 73, con il recente ingresso di Afghanistan, Albania, Marocco, Repubblica del Belarus, Kazakhistan e Uzbekistan, ospitando per la prima volta un padiglione cinese, ma soprattutto andando a caccia, ognuna con il proprio stile, di opere che raccontano il presente.


Con gusto elegante, estetizzante, più decantato, nel padiglione italiano ai Giardini, Maria De Corral presenta la sua rassegna intitolata: L’esperienza dell’arte.Con scelte più sanguigne, concrete, legate alla vita e alla mescolanza dei linguaggi all’Arsenale Rosa Martinez, in omaggio al veneziano Hugo Pratt e al suo Corto Maltese ha voluto intitolare la propria mostra: Sempre un po’ più lontano. Per entrambe, lo stesso proposito:  proposito: far vedere concretamente quanto l’equazione: Occidente uguale civilizzazione sia ormai superata. «L’utopia della democrazia – ha dichiarato la Martinez – si concretizza in una Biennale ideale che per me significa soprattutto un evento politico e spirituale». Per poi aggiungere con una esplicita dichiarazione d’intenti: «La Biennale, con la sua energia e fluidità, deve essere un modello che si rinnova ad ogni esposizione. La sua funzione non è preservare il passato ma inventare il presente e esplorare i confini dell’arte.


È qualcosa di mutante, che non si costruisce con i nomi dei big di turno ma attraverso la contaminazione con la vita, esplorando territori transnazionali e transgenerazionali». Parola di chi, come lei, Rosa Martinez, dopo essersi formata nella casba degli stili di Barcellona, ha diretto nel 1996 Manifesta 1 e l’anno dopo la Biennale di Instanbul intitolata, non a caso, On Life, Beauty, Translations per approdare poi, dopo le esperienze di Site di Santa Fé e della Biennale di Pusan in Corea, alla cura del padiglione spagnolo e alla rassegna veneziana del 2003. Nella Biennale diretta da Francesco Bonami, quella della Martinez, era una delle sezioni di più forte impatto, con l’ingresso letteralmente murato dall’artista Qui Santiago Sierra per far sperimentare allo spettatore il senso di una respingente frontiera. Evitando i rischi della vertiginosa proposta di Bonami e dei suoi 12 coautori che, nel 2003, seducevano e insieme procuravano un senso di spaesamento nel pubblico, all’Arsenale quest’anno si vedranno le proposte solo di una cinquantina di artisti, giovani ma già emersi; nomi con i quali Rosa Martinez ha già lavorato in passato (da Olafur Eliasson a Mona Hatoum, da Mariko Mori a Pascale Marthine Tayo) e che a Venezia la curatrice catalana ripropone attraverso le loro opere più dirompenti. A cominciare da quelle dichiaratamente femministe del collettivo americano Guerrilla Girls, che armate di video, foto, installazioni si sono date l’obiettivo di mandare a gambe all’aria ogni sorta di pregiudizio che riguardi il sesso o la razza. Più orientata verso uno sguardo più femminile che femminista, la madrilena Maria de Corral, direttrice dall’ ’81 al ’91 del Caixa di Barcellona e poi del programma mostre del Reina Sofia di Madrid (nonché, nel 1986, curatrice del padiglione spagnolo della Biennale con la mostra De varia commensuraciòn) ai Giardini tenta un percorso anche retrospettivo sulle novità più importanti che hanno segnato la scena dell’arte internazionale a partire dagli anni Settanta, scegliendo autori già “classici”,da Francis Bacon a Dan Graham, da Donald Judd a William Kentridge, fino a Antoni Tàpies e a Bruce Nauman. Artisti che nell’ultimo scorcio del Novecento, nel bene e nel male, sono stati presi a modello dalle generazioni più giovani.


«Indipendentemente dalle tecniche e dagli stili – scrive Maria De Corral, – mi interessa proporre alla Biennale quegli artisti che rappresentano una qualche rivoluzione». «Nulla di definitivo – avverte – ma i miei criteri sono rigorosi, anche se inseguono le emozioni ». Da parte di entrambe è proprio questa la promessa: esplorare i territori dell’intimo, i desideri, le passioni, ma anche le contraddizioni e i drammi che oggi attraversano il globo. Senza mai perdere di vista ciò che è più profondamente umano.

Da Europa 4 giugno 2005

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