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William Darlymple vince il premio #Kapuściński con Il ritorno del re

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 11, 2015

Darlymple, il ritorno di un re

Darlymple, il ritorno di un re

Ne Il ritorno di un re, William Darlymple racconta la «prima, disastrosa invasione occidentale in Afghanistan». “Emulata” da Bush. Dopo aver vinto il Premio Hemingway si aggiudica anche il premio #Kapuściński. Lo storico  giornalista e scrittore scozzese è al Festival della letteratura di viaggio a Roma il 12 settembre per ricevere il riconoscimento

Nella primavera del 1839 gli inglesi invasero per la prima volta l’Afghanistan. Guidati da ufficiali in marsina rossa, circa ventimila soldati ingaggiati dalla Compagnia delle Indie orientali si avventurarono in quelle terre impervie e lontane per rimettere sul trono Shah Shuja (1786-1842), pensando che avrebbe aiutato la Gran Bretagna nel contrastare l’avanzata napoleonica verso l’India. Dopo due anni di tatticismi, doppi giochi e mosse sbagliate dettate dalla sottovalutazione dell’altro, quello che era considerato l’esercito più forte al mondo fu sbaragliato dalle tribù afghane, benché mal equipaggiate e in lotta fra loro.
La prima guerra anglo-afghana, conosciuta anche come Auckland’s Folly, fu la maggiore disfatta dell’Impero britannico nel XIX secolo. «Ma non è bastata come monito», rimarca William Darlymple che nel libro Il ritorno di un re (Adelphi) ha ricostruito quella rocambolesca vicenda traendone un volume di oltre seicento pagine che ha il ritmo avvincente di un racconto cinematografico. Per scriverlo, lo storico scozzese ha impiegato cinque anni, in gran parte spesi facendo ricerche su fonti poco o niente considerate dalla storiografia occidentale: manoscritti, lettere, documenti e poemi epici scovati in archivi afghani, russi, indiani e pachistani.
Dalrymple600- shah ShujaDopo libri di viaggio e molti reportage che lo hanno portato a rischiare la vita in territori di crisi, dall’Iran durante la Rivoluzione alla Palestina assediata dagli israeliani, William Darlymple ha composto questo affascinante affresco storico, che ci fa entrare nelle sontuose corti degli ultimi discendenti delle contrapposte dinastie Sadozai e Barakzai. E mentre racconta i teatrali riti di corte con cui il re fantoccio cercava di mascherare la perdita di potere, mentre ci parla di poeti sufi, di grandi calligrafi e miniaturisti, di caravanserragli e di feroci faide fra Sikh e Pashtun, lo scrittore scozzese smaschera il colonialismo inglese, l’intento predatorio della missione basata su un’ideologia utilitaristica che credeva nella natura civilizzatrice del mercato. Al contempo mette in luce il Grande Gioco imbastito dalle potenze europee per il controllo di quella regione che, ancora oggi, non è terminato.
Ladies_cabul1848b«Anche per questo forse Il ritorno di un re ha avuto un successo internazionale maggiore rispetto ai miei precedenti lavori di carattere storico», commenta Darlymple, che a Lignano Sabbiadoro ha ricevuto il Premio Hemingway 2015. «Questa non è una storia di carattere antiquario ma riguarda l’attualità. È cruciale e determinante per il presente. E al tempo stesso ha una trama fantastica, con una qualità epica innata. Sarei stato uno stupido se non fossi riuscito a trarne un buon libro date le premesse. E un irresponsabile viste le conseguenze di quegli eventi, con ripetute invasioni dell’Afghanistan».
Quella volta (era il 1842) in Gran Bretagna tornò un solo sopravvissuto, il resto dei soldati morirono oppure furono catturati. E capita ancora oggi che qualche afghano dica di avere fra i propri antenati un inglese. Darlymple assicura di averne incontrati più di uno durante i suoi avventurosi viaggi in Afghanistan. Perlopiù fuori dalle principali città, nelle gole e nei luoghi selvaggi dove avvennero gli scontri. Con l’unica protezione di un rilevatore satellitare ad alta tecnologia che avrebbe permesso di localizzarlo nel caso fosse stato rapito. Un minuscolo gioiello d’ingegneria che lo scrittore ha poi restituito all’ufficiale inglese che glielo aveva prestato. Felice di non averlo mai usato.

lady-sale-in-the-ilnCosì dopo aver portato i lettori ne La terra dei Moghul bianchi e aver raccontato L’assedio di Delhi, ovvero la storia della rivolta dei soldati indiani dell’esercito dell’India britannica, William Darlymple mostra tutte le complesse sfaccettature di una vicenda e di personaggi che spesso non sono quello che sembrano. A cominciare dallo stesso stesso Shah Shuja che gli inglesi immaginavano come un “troglodita”, conquistabile con qualche spada istoriata e qualche suppellettile, mentre si rivelò essere un uomo colto, che stupiva i rozzi soldati inglesi per i suoi modi eleganti, per la dignità con cui affrontava la mala sorte e l’attenzione che riservava alla moglie Waga Begun, donna niente affatto di secondo piano che si batté poi per la sua liberazione.
Lo stesso Ranjit Singh, il Leone del Punjab che scandalizzava gli inglesi per i suoi disinibiti rapporti con le donne, li sorprendeva con spettacoli di danzatrici, battute di caccia al cervo e visite ai monumenti, ma aveva anche saputo costruire un sistema di intelligence e aveva sburocratizzato il regno.
«Se decidi di scrivere un libro di carattere storico, per prima cosa ti devi mettere alla ricerca di un tema che, pur essendo ambientato nel passato, insegni qualcosa. Che non tratti solo del passato morto e finito, degli uomini che ormai non ci sono più», dice Darlymple. «La storia della prima disastrosa incursione inglese in Afghanistan nel 1839 ci mostra quanto l’avere una mente piena di pregiudizi razzisti apra alla sconfitta. Ma non solo. Ci mostra quanto sia pericolosa l’ideologia occidentale e cristiana» sottolinea lo scrittore. «Ci dice molto delle ferite provocate in Afghanistan da un Occidente cristiano che cerca di imporre le proprie idee di bene e male, i propri costumi, la propria moralità e pregiudizi. E ci fa anche vedere che l’imperialismo alla fine fallisce completamente. Shah Shuja, il sovrano fantoccio imposto dagli inglesi, li fece andare incontro a una totale e storica sconfitta. Tanto che ancora oggi -fa notare Darlymple – i confini dell’Afghanistan sono tracciati là dove i britannici furono battuti. Il moderno Afghanistan, paradossalmente, è figlio di quel disastro. È una lezione che avremmo dovremmo saper leggere».

The Remnants of an Army 1879 Elizabeth Butler (Lady Butler) 1846-1933

The Remnants of an Army 1879 Elizabeth Butler (Lady Butler) 1846-1933

In realtà ne Il ritorno di un re questo significato più profondo della vicenda resta latente. Quello di Darlymple non è un libro a tesi, appesantito da intenti didattici. Tutt’altro. La narrazione, seducente, procede al galoppo come i suoi protagonisti. «Il punto è che mi sono imbattuto in una storia straordinaria dal punto di vista umano, perché i personaggi che la popolano sono estremamente vivi», spiega l’autore. «Le persone che vi presero parte furono donne e uomini eccezionali. Incontriamo personaggi come Jan Vitkevic, un avventuriero polacco che a 14 anni era stato scoperto a scrivere slogan anti russi e fu mandato al confino nelle steppa per poi diventare, ironia della sorte, una grande spia russa nel Grande Gioco; un uomo che rimase affascinato dalla cultura turca e imparò molte lingue fra cui l’arabo, il persiano, le lingue dell’Uzbekistan, del Tagikistan e oltre». Ma interessante è anche la sua controparte: Alexander Burns (cugino del poeta Robert Burns), «una sorta di James Bond ante litteram, ossessionato dal mito di Alessandro Magno». Poi c’è Lord Hockland, «il vice governatore inglese che era più crudele di George Bush e che, come lui, decise di intraprendere una guerra in Afghanistan senza sapere nulla del Paese. Sono personaggi – dice Darlymple – con cui ho convissuto per tre anni. Quando scrivi un libro diventano i compagni con i qual parli, con i quali vivi quotidianamente. Non mangiavo con loro ma certamente ce li avevo in testa di notte, nei miei sogni».
Ma fra i tanti protagonisti di questo libro, indimenticabile è anche il disertore James Lewis che, sfuggito al servizio militare della Compagnia delle Indie, si era stabilito a Kabul con il falso nome di Charles Masson, diventando il primo esploratore dei siti archeologici afgani. Salvo poi essere scoperto da Burns e costretto a fare l’informatore segreto per gli inglesi insieme a un buon numero di veterani napoleonici francesi e italiani. Il nome di Masson oggi resta legato alla sezione dei reperti afgani del British Museum.

William Darlymple

William Darlymple

Mettendosi sulle sue tracce William Darlymple è andato nei siti archeologi sopravvissuti miracolosamente alle guerre, visitando tesori come il Mausoleo di Tamerlano ed entrando nella cittadella di Herat, restaurata da Jolyon Leslie. «L’Afghanistan ha una straordinaria storia dal punto di vista dell’arte, nata dall’incontro di culture diverse» dice lo scrittore. Nel XV secolo, in particolare, ha vissuto un’epoca di grande Rinascimento, paragonabile per importanza a quella fiorita qui in Italia. Herat era comparabile a Firenze, c’era un’Università che era stata fondata dalla regina dove si trovavano i maggiori studiosi, c’erano pittori e miniaturisti di genio, ma molte delle loro opere sono andate perdute. L’Afghanistan è stato per secoli il pomo della discordia, preda di tantissime guerre, prima fu conquistato dai Moghul, poi dagli inglesi, dai russi, dagli americani, e dai talebani. Oggi è un Paese davvero molto povero e ferito». Ancora negli anni 50 e 60, Kabul aveva università e fiorenti centri di studi, «quella di oggi» denuncia Darlymple «non è che l’ombra della città che era una volta: il misticismo sufi, per esempio, è stato contrastato dai wahabiti che ne hanno impedito l’esistenza e lo sviluppo». Gli americani alla fine non hanno fatto altro che ripetere gli errori commessi in passato? «Volendo fare un paragone, bisogna considerare vari aspetti. L’esercito che invase l’Afghanistan nel 1839 non era un esercito nazionale, ma di una corporazione internazionale, era l’esercito delle Indie orientali, veniva gestito da un piccolo ufficio a Londra, non era un colosso come Google o i gestori della telefonia mobile, ma aveva iniziato l’attacco all’impero dei Moghul, aveva avviato la guerra dell’oppio con la Cina e indirettamente alla guerra di Indipendenza americana. Il motivo per cui si mosse era il profitto» ribadisce Darlymple «e solo quello. Nel 2001 apparentemente c’erano delle credenziali umanitarie, almeno una parvenza».

Ma occorre notare anche delle analogie fra la prima invasione inglese e quella americana. «Nel 1839 gli inglesi imposero un sovrano fantoccio, era il capo dei populzai, e nel 2001 è stato imposto Harmid Karzai, che era il capo della stessa tribù di Sha Shuja. Oggi come allora gli stranieri sono stati messi in scacco da tribù difficili da controllare. E si è determinata la stessa suddivisione: le città in mano all’esercito americano e le zone fuori in mano alle tribù, ma anche preda della violenza talebana». ( Simona Maggiorelli, left)

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