Articoli

Posts Tagged ‘reportage’

Le meraviglie dell’Indo. Le donne libere del Ladakh

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 27, 2014

india_bikaner_woman_full_sizeSulle sue rive sono fiorite culture millenarie. Convivevano pacificamente prima della colonizzazione inglese e della partizione politica e religiosa fra India e Pakistan. Lo racconta in un libro Alice Albinia, vincitrice del premio Hemingway 2014

di Simona Maggiorelli

Dalle pitture rupestri di Burzahom risalenti al neolitico alle meraviglie dell’antica città di Mohenjo-daro, sorta 4.500 anni fa, fino alle feroci contraddizioni dell’India e del Pakistan di oggi, Paese in cui l’indipendenza del 1947 appare ormai lontana, sepolta da «leggi razziali, violenza etnica e vaneggiamenti settari dei mullah», come osserva Alice Albinia. La giovane scrittrice e reporter inglese ha compiuto un viaggio di oltre 3mila km lungo il fiume Indo, risalendo le correnti della Storia per raccontare lo straordinario mosaico di culture che, nei millenni, si è sviluppato sulle sue sponde, prima che il più rigido induismo delle caste in India e il monoteismo islamico in Pakistan (dove è religione di Stato) si sostituissero alle sincretistiche e pacifiche mescolanze indo-musulmane e buddiste preesistenti.

Gli imperi dell'Indo

Gli imperi dell’Indo

Arteria vitale di civiltà e di scambi per lunghi secoli, l’Indo fu regimato dalla canalizzazione inglese che diventò strumento di potere e di controllo nelle mani dei colonizzatori occidentali. «Il governo britannico si basava sull’antico “dividi et impera”», dice Alice Albinia. «Quando gli inglesi se ne andarono, gli abitanti di queste regioni, che erano stati messi gli uni contro gli altri, cominciarono a combattersi per la supremazia. Ecco quale fu l’elemento detonatore della violenza in questa area che non era mai stata dilaniata da lotte così feroci, nemmeno all’epoca della conquista di Alessandro il Macedone, né tanto meno sotto i grandi re dell’India come il musulmano Akbar».

Alice Albinia ha raccontato tutto questo in un libro insolito e affascinante, Imperi dell’Indo (Adelphi), con cui ha vinto il premio Hemingway, che le è stato consegnato il 28 giugno 2014 a Lignano Sabbiadoro. Più che un reportage è «un’opera-mondo» di quasi cinquecento pagine, che fonde storia, politica, arte, archeologia, antropologia e molto altro, al ritmo di una narrazione avvincente.

Dalla sua la scrittrice inglese ha la capacità di “sparire” fra la gente per trovare la persona giusta e ascoltare la sua storia. Risvegliando il ricordo del grande reporter polacco Ryszard Kapuściński. Come l’autore di Sha in Sha, Albinia (che è nata a Londra nel 1976) è poliglotta, prepara i suoi reportage con lunghe ricerche, li nutre di molte letture, andando a vivere direttamente nei territori che intende raccontare.

Ladakh-New-3-Ladakhi-women

Ladakhi-women

Ma lei si schermisce, non commenta il nostro paragone, volendo essere solo se stessa. Anche se poi ammette di avere una particolare passione per i libri di un originale outsider della letteratura come lo scrittore-viaggiatore (nella memoria) W.G. Sebald. Di ritorno a Londra dagli Stati Uniti, nei giorni scorsi, Alice ci ha detto di essere già al lavoro su un nuovo reportage « ma questa volta da zone molto più vicine a casa». In effetti Gli Imperi dell’Indo, uscito in inglese nel 2008, è stato un’impresa piuttosto impegnativa anche dal punto di vista fisico, fra avventurosi passaggi in terre Pashtun nascosta sotto un burqa e momenti di vero e proprio scoraggiamento « di fronte alle tormente di neve e al ghiaccio che in Tibet – ricorda la scrittrice – ci impedivano di procedere, ma anche di tornare indietro».

Sul versante opposto dal punto di vista climatico, ma non meno forte sul piano emotivo, è stato  l’inizio del suo viaggio in una torrida Karachi dove Albinia ha raccontato la vita degli intoccabili della casta banghi, che ancora puliscono le fogne della città senza che la modernità abbia modificato in nulla il loro status di paria. Insieme a loro, sono state le donne a pagare il prezzo più alto della partizione fra India e Pakistan, che separò in modo astratto e arbitrario territori dove culture differenti, per secoli, avevano tranquillamente convissuto. Una divisione fatta senza tener conto delle fisionomie sociali che si erano sviluppate in armonia con le aree disegnate dall’Indo.

L’imposizione di quei nuovi confini scatenò faide e spedizioni di pulizia etnica intorno al 1946. «D’un tratto vicini e parenti di diversa fede e lingua diventavano nemici e molte donne furono violentate, sfregate, uccise», ricostruisce la reporter. E il pensiero corre all’India di oggi di cui si legge sui giornali, alle tante storie di ragazzine stuprate da branchi criminali di maschi nelle campagne. Un fenomeno che ha radici culturali profonde, che affondano nel basso status che ancora oggi viene riconosciuto alle donne», commenta Alice Albinia, che prima di intraprendere questo suo viaggio lungo l’Indo ha vissuto per alcuni anni a Delhi. Eppure nella millenaria storia del continente indiano non è sempre stato così. Almeno, non ovunque. Come si apprende da un capitolo del libro dedicato alle donne del Ladakh nell’estremo nord dell’ India, al confine con il Tibet, dove per secoli ha prevalso la poliandria in modo che un figlio potesse contare sull’aiuto, anche materiale, di più padri, mentre alla madre spettava un ruolo centrale nella famiglia anche riguardo all’eredità. Alice sceglie un’espediente narrativo affascinante per raccontare questa sua nuova tappa nelle terre dell’Indo, partendo da alcune pitture rupestri risalenti al neolitico e incise sui menhir che svettano in semicerchio a Burzahom, dove sono state oggetto di studio fin dagli anni Trenta. In alcune scene compaiono, insieme agli uomini, anche delle donne a caccia di cervi con ampi archi. La libertà di cui godevano le donne in questa parte del mondo scatenò le reazioni di condanna tanto di missionari gesuiti quanto di viaggiatori occidentali e cinesi che, scrive Alice Albinia, nelle loro memorie e dispacci stigmatizzavano la poliandria come pratica contro natura. «Quella cultura è sempre stata guardata con grande sospetto dagli stranieri ma – sottolinea la scrittrice – oggi il Ladakh si distingue nettamente da tutti i territori circostanti per il rispetto sociale di cui godono le donne, eredità anche della tanto vituperata poliandria».

Il vuoto lasciato dai Buddha di Bamyan

Il vuoto lasciato dai Buddha di Bamyan

Raccontare un pezzo di storia attraverso l’arte – antiche miniature persiane e dell’epoca di re Akbar per esempio- ma anche attraverso reperti archeologici è uno degli elementi di grande forza di questo libro. Che in un capitolo dedicato ai Buddha sulla via della seta riannoda i fili della storia dal III secolo a.C. al VIII secolo d.C., raccontando come il re Ashoka fece del buddismo uno strumento di pace per il governo della regione, riattivandone il processo di diffusione dopo duecento anni di declino. Ricostruendo la storia del buddismo lungo la via della seta (dove i monasteri, nei punti più impervi del percorso, funzionavano anche da locande per le cosmopolite carovane di viaggiatori e mercanti), Alice Albinia approfondisce anche alcuni aspetti della complessa questione che va sotto il nome di iconocalastia. Che riguardò anche il buddismo alle sue origini, prima che questo tipo di pratica diventasse la «religione delle immagini» (così la chiamavano i Cinesi). I giganteschi Buddha del Bamiyan, distretto buddista dell’Afghanistan, ne erano una monumentale testimonianza. Lo sono stati per secoli prima che nel 2001 i talebani sunniti li facessero saltare. «Non tanto come attacco diretto ai buddisti, quanto per colpire gli sciiti», dice Alice Albinia. Alcuni di loro, infatti, furono costretti dai talebani a piazzare l’esplosivo perché- spiega la reporter – «nel Bamiyan, dopo la penetrazione dell’Islam nella regione, i Buddha monumentali vennero assorbiti dal folklore religioso sciita». Oltre alla “lettura” delle immagini artistiche, nella sua ricca narrazione l’autrice di Imperi dell’Indo ricorre anche a quella di poemi antichi per raccontare in profondità un territorio e la cultura che lo abita. È questo il caso della poesia sufi e della regione del Sindh punteggiata di templi. Anche in questo caso Albinia diserta il già noto. «Sono sempre stata affascinata dagli aspetti eterodossi del sufismo», confessa. «In questa valle dell’Indo invita a ribellarsi alle rigide norme sociali. Nei templi sufi le donne si lanciano in danze forsennate per cercare di elaborare le frustrazioni e l’oppressione della vita domestica. Ma va detto anche che questa ritualità è solo uno sfogo e nulla poi cambia realmente nella loro quotidianità».

dal settimanale Left

A conversation with Alice Albinia by Simona Maggiorelli  giugno 2014

Alice Albinia

Alice Albinia

Along the Indus River, there has been an extraordinary flowering of different cultures in centuries . Often mixing each other. Is this one of the reasons why you decided to write about this part of the world?

Yes the river flows through a region rich in intermingling cultures and interesting overlapping histories which it has helped to create. But also I had the idea to write the book while living in India, a country recently divided from the river valley which was once the motherland of its culture. So there were many enticing histories and stories to explore.

 Syncretistic religions and cultures “brought” long periods of peace. On the other side, wich are the roots of the violence that accompanied the partition? Is monotheism a violent matrix?

British rule in India was based on the old imperial form of divide and rule and when they removed themselves the people they had divided fought to rule over the land they were leaving. That is one reason for the violence.

A very big question: what are the cultural causes of the rapes and murders of young girls in India today?

The low status of women is mostly to blame.

Which impression did you get from the cave paintings of Ladakh? In that area women practiced polyandry and were respected in society. What remains of that culture?

Yes that culture was seen as backward and suspect by outsiders. But actually the valley of Ladakh stands alone, socially in the region, and that is partly to do with the historical legacy of polyandry.

Archeological discoveries and art often drive your storytelling. Which artistic treasure were most touching and exiting for you along the way?

It was absolutely thrilling to be taken to see the rock carving of the archers in northern Pakistan. The ancient art work on a rock had survived all this time; and the stone circles, also in northern Pakistan. I only hope that they last for another thousand years or two.

Our reportage is  very fascinating. You seem to have no masters. At last did you get any ispiration from authors like Sebald or from a journalist like Kapuscinski?

I love reading Sebald but mostly I got inspiration from the people I worked with and read while working in India and Pakistan.

Your book the takes strengh from art but also from poetry. What did you like most of the Sufi culture? And what about women who met in sufi temples? With their hysterical dances did they try to come across of their interior wounds? ( They made me remember those women dancing taranta in Italian south that were studied by Ernesto De Martino…).

I liked the unorthodox nature of Sufism. It allows a complete rebellion from the dictated norms of society, in the Indus valley at least. Yes, the women in those Sufi tombs were dancing away many frustrations and oppressions.

Have you ever been afraid and wanted to leave the trip? What convinced you to get back on your path?

I was afraid on the mountainside in Tibet, of the rain and the snow. But there was no way back.

My next reportage is something closer to home.

Posted in Libri | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Un maestro del reportage che detestava il cinismo

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 15, 2009

Esce il Meridiano Mondadori dedicato a Kapuscinski, il grande giornalista e scrittore polacco. Nel frattempo Feltrinelli pubblica Giungla polacca che contiene i lavori degli anni 50 che ebbero una travagliata storia editoriale, andando incontro a censura. Ora escono in edizione integrale

di Simona Maggiorelli

kapu“Viaggiare per scrivere un reportage esclude qualsiasi curiosità turistica. Esige un duro lavoro e una solida preparazione teorica. A cominciare dalla conoscenza del terreno su cui ci si muove. È un modo di viaggiare senza un momento di relax, in continua concentrazione… In un’ora dobbiamo registrare l’atmosfera e la situazione, vedere, sentire più cose possibili. Il viaggio per reportage esige un surplus emotivo e molta passione. Anzi la passione è l’unico motivo valido per farlo. è per questo che così poche persone praticano il reportage» raccontava Ryszard Kapuscinski in un’intervista pubblicata nel 2003 nel libro Autoritratto di un reporter (Feltrinelli). Per poi constatare con un pizzico di malinconia: «Di tutti i reporter che viaggiavano per il mondo negli anni Sessanta ci sono rimasto solo io. Gli altri sono diventati stanziali».

Coraggioso reporter di guerra e instancabile viaggiatore, curioso non tanto di conoscere nuovi fatti ma persone, storie, culture diverse, Kapuscinski (1932-2007) apparteneva a un tipo di giornalismo oggi, purtroppo, in estinzione: quello che passa settimane e mesi a studiare e documentarsi prima di partire. E poi impegna settimane e mesi per conoscere a fondo la realtà che vuole raccontare. Con un taccuino in tasca. Che Kapuscinski non tirava mai fuori. Perché prendere appunti in certe circostanze suscitava diffidenza e irrigidiva la conversazione. Ma soprattutto perché gli interessava conservare l’emozione e il senso più profondo di ciò che le persone gli regalavano di sé, per strada, nelle locande, nei quartieri più fuori mano, nei luoghi più imprevisti.

Anche quando si trovava in teatri di guerra, Kapuscinski non era tipo da scrivere i suoi pezzi standosene chiuso in albergo. «Il vero reporter – diceva- non abita all’Hilton: dorme dove dormono i personaggi dei suoi racconti. Mangia e beve con loro. è l’unico modo per scrivere qualcosa di decente».

Insomma se «ogni reportage degno di questo nome deve avere un pizzico di romanticismo» è  vero che nella sua scrittura colta e insieme immediata, l’importante era la fedeltà al vissuto. Le date, le nozioni, i dettagli si possono ricostruire anche una volta rientrati a casa con valigie zeppe di libri. Torna in mente quando Kapuscinski annotava:« Con Kish potremmo dire  che la descrizione delle difficoltà incontrate per arrivare sul posto a volte era più interessante dell’argomento in sé. Ma questo tipo di reportage è ormai finito. Ma non è finito il reportage d’autore, in cui  approfondisce il problema, lo filtra attraverso la propria personalità, lo rende sfaccettato. Di questo ci sarà sempre bisogno».

Con questo “metodo” sono nati libri indimenticabili come Ebano (1998) dai reportage realizzati nell’amata Africa. Ma anche un capolavoro di inchiesta e letteratura come Shah-in-Shah (1982), frutto di un anno passato in Iran quando l’ayatollah Komeini prese il potere. Insieme a Imperium (1993) dedicato al dissolvimento dell’impero sovietico e a Il Negus (1978), il libro che lo segnalò al pubblico più ampio, Ebano e Shah-In-shah formano il nucleo centrale del Meridiano che Mondadori dedica al giornalista e scrittore polacco. A fare da filo rosso di questa ininterrotta narrazione di oltre 1.600 pagine la ricostruzione puntuale di spaccati di storia del Novecento e un convincimento profondo: «Quello del reporter è un mestiere troppo difficile per i cinici, richiede troppo sacrificio e impegno», sconfessando ogni stereotipo da giornalista d’assalto.

«Parole che traeva dal suo modo di essere”, ha detto Silvano De Fanti presentando il Meridiano Mondadori che ha curato insieme alla traduttrice Vera Veridiani. «Aveva una grandissima capacità di comunicare, di entrare in sintonia con gli altri – ricorda il docente di polacco dell’università di Udine -. Era convinto che dentro ogni uomo ci fosse una bontà; talvolta nascosta, ma che riuscendo ad arrivare a questo nucleo originario si possa stabilire un dialogo con chiunque, a prescindere dalle ideologie e dalle appartenenze religiose».

Un tratto che si ritrova già sorprendentemente incarnato nelle pagine di Giungla polacca, la raccolta di scritti realizzata quando – dopo gli studi in storia  a Varsavia – Kapuscinski già lavorava per l’agenzia di stampa Pap e decise di raccontare la Polonia più profonda. Basta leggere lo scambio di battute all’apparenza surreale, di fatto radicalmente spiazzante fra  Kofi e , Kwesi e il grande Nana, capo di una tribù del Ghana che si incontrano con Kapuscinski nel pezzo omonimo del libro. Camminando nella giungla Kofi aveva spiegato all’autore: “Per cento anni  ci hanno inculcato che i bianchi erano il meglio del meglio, degli esseri superiori… Sapevamo che al mondo c’era solo l’Inghilterra, che Dio era inglese… sapevamo solo quello che loro volevano che noi sapessimo. Adesso è difficile disabituarsi».

Ma a Kapusinski arriva dritta al cuore anche la domanda di  un ragazzo che tagliando la legna gli chiedeva a bruciapelo: « Come si chiama il tuo paese?” “Polonia”». La Polonia, gli spiega Kapuscinski, «è lontana, oltre il Sahara, oltre il mare, verso il Nord, l’Oriente…Il mio Paese non ha colonie. Anzi c’è stato un tempo in cui era una colonia. Con tutto il rispetto per le vostre sofferenze… Da noi, però, sono successe cose spaventose: c’erano tram, ristoranti e quartieri solo per tedeschi. Ci sono stati i campi di concentramento… Si chiamava fascismo la peggior specie di colonialismo mai esistita».

Un libro, Giungla polacca,uscì per la prima volta nel 1962 dopo una storia editoriale travagliata di stop e censure. Ora utilmente Feltrinelli lo pubblica in italiano facendoci scoprire anche un Kapuscinsky anticlericale che denuncia la violenza delle suore e della religione su una studentessa. Nel pezzo “Ratto di Elzbieta” il giornalista ricostruisce l’agghiacciante sistema psicologico usato in una scuola cattolica per “convincere” una giovane a farsi suora. Facendo leva sulle sue fragilità e paure.

dal quotidiano Terra del 16 luglio 2009

«

Posted in Letteratura | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: