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Siviero lo 007 dell’arte che recuperò le opere trafugate dai nazisti

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su febbraio 9, 2014

Mostra di arte degenerata sotto il nazismo

Mostra di arte degenerata sotto il nazismo

Guerra e dittature da sempre, sono nemiche giurate dell’arte e dell’immaginazione. Anche se eroicamente pittori, scultori e scrittori, hanno sempre cercato di opporsi alla barbarie e al disumano. Ogni regime improntato alle armi e alla violenza, nei secoli, ha sempre cercato di controllare l’irrazionale, stigmatizzandolo come pericoloso e demonizzandolo.

Per Hitler, artista fallito che da giovane aveva tentato la strada della pittura, l’arte d’avanguardia era «degenerata» e per questo doveva essere messa al bando. Così nel suo delirante tentativo di affermare la superiorità dello spirito ariano e dei suoi simboli, la pittura espressionista, ma anche il jazz e altre forme espressive innovative che erano emerse negli anni Dieci e Venti in Francia e in Germania dovevano essere censurate e cancellate dalla storia.

Nel suo limpido ed essenziale saggio L’arte in guerra appena uscito nella collana sms di Skira, Sergio Romano ricostruisce la strategia nazista, volta ad annientare la fantasia di artisti non allineati e definiti “parassiti”, ma anche (con l’aiuto di Goebbels) a razziare opere «di interesse germanico», da «rimpatriare». Un piano che Hitler non mancò di attuare anche in Italia. Mentre le SS sterminavano, depredavano e distruggevano opere di valore inestimabile come, ad esempio, gli affreschi di Andrea Mantegna nella cappella Ovetari a Padova di cui restano solo pochi lacerti insieme ad alcune foto in bianco e nero scattate prima di quel tragico11 marzo 1944.

Sergio Romano

Sergio Romano

In questo triste scenario spiccano alcune figure straordinarie di storici dell’arte e partigiani come Giulio Carlo Argan, che insieme a Palma Bucarelli a Roma, riuscì a mettere in salvo un nucleo importante di opere antiche portandole, a rischio della propria vita, in angoli nascosti di Castel Sant’Angelo. Durante e dopo la guerra – ricostruisce Romano – lavorò intensamente al recupero di capolavori italiani anche un’insolita figura di agente segreto come Rodolfo Siviero, una sorta di colto 007 dell’arte al quale – val la pena di ricordare qui – Francesca Bottari ha dedicato una bella monografia pubblicata nel 2013 da Castelvecchi a cui si aggiunge ora una monografia Skira firmata da Luca Scarlini.

Siviero svolse un importante  lavoro di recupero che, in maniera scientifica e sistematica, oggi è portato avanti dal Nucleo speciale dei carabinieri, impegnato in una lotta quotidiana e impari con tombaroli e mercanti senza scrupoli che continuano a fare soldi a spese del patrimonio archeologico italiano, purtroppo ancora non adeguatamente censito e non sufficientemente tutelato. Tristemente emblematica, da questo punto di vista, è stata la storia di musei di rango internazionale come l’americano Getty che per lunghi anni ha acquistato, in primis tramite un faccendiere di nome Medici, importanti pezzi trafugati in Italia e “ripuliti” dalle vendite all’asta. Una brutta storia venuta alla luce qualche anno fa e che ha coinvolto, oltre al Getty, musei come il Metropolitan di New York e il Fine arts di Boston. La vicenda è stata ricostruita nel 2006 da Cecilia Todeschini nel libro The Medici Conspiracy. Ma è stata ripercorsa poi da Fabio Isman nel libro I predatori dell’arte perduta, il saccheggio dell’archeologia in Italia, pubblicato da Skira nel 2009, un volume che ora forma un ideale dittico con il saggio dell’ex ambasciatore Sergio Romano. (Simona Maggiorelli)

dal settimanale left- avvenimenti

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#Aborto. A rischio i diritti delle donne, bersaglio dei #no-choice

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su febbraio 1, 2014

spagna_nIl primo febbraio una grande manifestazione internazionale contro il dietro front del governo spagnolo sui diritti delle donne riguardo all’aborto. Alle 15 sit-in davanti all’Ambasciata spagnola a Roma.

E in Italia cosa sta accadendo? La riscossa dei No-choice riparte da Firenze. Confidando nel sindaco. Mentre  non si sono ancora spente le polemiche per il voto dei sei europarlamentari Pd che nel dicembre scorso hanno affossato la risoluzione Estrela che chiedeva aborto sicuro in tutti Paesi dell’Unione Europea. E il movimento religioso l’embrione è “uno di noi” raccoglie 1.700.000 firme per cancellare in Europa  la ricerca scientifica che utilizza embrioni.

di Simona Maggiorelli

«No all’aborto», «Fermiamo la soppressione legalizzata dei concepiti». Con questi slogan il 4 gennaio si sono presentati davanti all’ospedale di Careggi alcuni attivisti di gruppi cattolici, che in tutta Italia organizzano maratone di preghiera per sostenere una proposta di legge di tutela degli embrioni.

Era un numero sparuto di pro life quello che ha manifestato a Firenze per chiedere l’abrogazione della legge 194, ma non è la prima volta che nella città governata da Renzi gli anti abortisti scendono in piazza: qualche mese fa lo hanno fatto anche tentando di intralciare il lavoro dei consultori. E dopo che la giunta del sindaco ha deliberato a favore di un cimitero per i feti, è partita anche una raccolta firme per una proposta di legge che chiede «tutele per le famiglie dei bambini mai nati».

Promossa dall’associazione Pensiero Celeste e sostenuta dal Mir (Moderati in rivoluzione) e dal progetto politico Innamorati dell’Italia, a dicembre è stata presentata in Palazzo Vecchio da Walter Ferrazza (ex sottosegretario Affari regionali) e dal consigliere di Forza Italia Jacopo Cellai. Segnali che anche una città dalla tradizione di sinistra come Firenze si sta allineando alla Roma papalina, dove solo farsi prescrivere la pillola del giorno dopo è un percorso a ostacoli? Certo è che l’offensiva contro la 194 da parte degli oltranzisti cattolici trova un solido appoggio in Papa Francesco, che nei giorni scorsi è tornato a parlare dell’«orrore dei bimbi vittime dell’aborto», dopo interviste come quella apparsa su Civiltà cattolica in cui il pontefice diceva che l’aborto pesa enormemente nella vita delle donne e che per questo dovrebbero pentirsi. Per la Chiesa la donna che decide di interrompere una gravidanza è, da sempre, un’assassina. E ora dal pulpito si cerca di irretirla nelle scelte, brandendo il fantasma del senso di colpa e della «sindrome post aborto», che i fondamentalisti cristiani chiamano anche «sindrome del boia» (vedi left del 15 luglio 2013). Una “patologia” che la moderna psichiatria stigmatizza come invenzione ideologica, perché senza alcun fondamento scientifico. Mentre la neonatologia ha ampiamente dimostrato che l’aborto non è un assassinio e che il feto non ha nessuna possibilità di vita autonoma fuori dall’utero prima delle ventiquattro settimane.

«La donna che ha deciso di abortire non uccide una vita umana come si vuol far credere – ha detto la neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti -. Il feto ha una realtà puramente biologica e quindi anche sul piano etico e giuridico l’aborto non può essere equiparato a un omicidio. Il cervello del neonato – approfondisce la docente di neurologia neonatale dell’Università di Siena – è completamente diverso da quello del feto che è funzionale ai processi di accrescimento e non a una attività di pensiero che ha inizio con la nascita». Ma nonostante queste acquisizioni scientifiche compaiano anche in sentenze importanti come quella della Cedu (Corte europea dei diritti dell’uomo), che invita l’Italia a rivedere il testo della Legge 40 sulla fecondazione assistita perché confonde il feto con il bambino, la politica italiana – specie quella più ligia ai diktat vaticani – continua a non perdere occasione per attaccare il diritto di poter ricorrere all’aborto. Basta ricordare che alla fine del 2013 sei eurodeputati Pd (renziani e non) hanno affossato la risoluzione Estrela che semplicemente invitava gli Stati membri a garantire, per le donne di tutti i Paesi della Unione Europea, gli stessi diritti in tema di sessualità e salute riproduttiva e l’aborto legale e sicuro, senza i vincoli dell’obiezione di coscienza.

«Anche a causa della capillare azione dei No-choice, il testo è stato bocciato e sostituito con una proposta di esponenti del Ppe che afferma la non competenza del Parlamento europeo su queste tematiche, rimandando alle scelte dei singoli Paesi», commentano attiviste del movimento Se non ora quando. Per poi aggiungere: «L’astensione di parlamentari del Pd, che ha consentito che questo avvenisse, ci sorprende e ci preoccupa, anche perché il testo non era vincolante ed era già stato modificato al ribasso».

La bocciatura al Parlamento europeo della “risoluzione Estrela” «è l’ultimo di una lunga serie di attacchi ai diritti delle donne» ribadisce la ginecologa Anna Pompili della Laiga, tornando a denunciare l’uso strumentale dell’obiezione di coscienza, che rende praticamente impossibile effettuare aborti in molti ospedali italiani e che rischia di riaprire la piaga dell’aborto clandestino (che la 194 ha drasticamente ridotto). «Il rapporto Estrela impegnava i governi degli Stati membri, anche le cattolicissime Irlanda e Italia, a promuovere la salvaguardia della salute riproduttiva attraverso l’accesso alla informazione sessuale, alla contraccezione oltreché all’aborto sicuro – sottolinea la ginecologa -. Troppo aggressivo, secondo l’europarlamentare Pd David Sassoli, che con Silvia Costa, Patrizia Toia e gli altri del gruppo Pd a Strasburgo difende le diverse sensibilità di ciascun Paese su temi “eticamente sensibili”». Per rispondere in maniera positiva, dando voce alle donne, la Laiga rilancia una manifestazione internazionale che si svolgerà con ogni probabilità l’8 marzo e organizzata dalla rete Womenareurope. « La sinistra in Italia – dice Anna Pompili – deve ricominciare a pensare che i diritti umani (e la salute riproduttiva lo è a pieno titolo) non sono temi secondari rispetto alla drammaticità della crisi economica, temi per i tempi di “vacche grasse”, restituendo dignità a quella sua vocazione originaria da troppo tempo dimenticata. Insomma – conclude la rappresentante della Laiga – il Pd deve chiarire la sua posizione in tema di aborto, contraccezione, fecondazione assistita, laicità dello Stato. Lo deve a quelle cittadine che vedono i loro diritti calpestati in nome di un’etica superiore, e che spesso sono costrette ad una dolorosa migrazione in altri Paesi per esercitarli. Anche se la legge italiana è una delle più avanzate d’Europa».

dal settimanale left avvenimenti

La campagna l’embrione è uno di noi raggiunge 1.700.000 firme. A rischio la ricerca scientifica che utilizza embrioni

BRUXELLES 28 febbraio 2014- I venti di destra che soffiano sull’Europa dei diritti civili e delle donne in particolare trovano un’altra preoccupante conferma: nella Ue l’iniziativa religiosa l’embrione è “uno di noi” ha raccolto 1,7 mln firme tagliare i finanziamenti alle ricerche scientifiche che implicano la distruzione di embrioni . La Commissione Ue, s ilegge in un comunicato Ansa, ha reso noto che l’iniziativa ha superato la soglia minima di un milione di firme (raccolte in almeno 7 Paesi membri) necessaria per obbligare le istituzioni Ue a valutare l’opportunità di legiferare. ‘Uno di noi’ mira ”a proteggere la vita umana sin dal concepimento.Sulla base della definizione di embrione come ”l’inizio dello sviluppo dell’essere umano’. Entro i prossimi tre mesi la Ue dovrà decidere

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Evan Gorga e il sogno di un collezionista bohémien

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su gennaio 26, 2014

frammento di marmo, collezione Gorga

frammento di marmo, collezione Gorga

Tre anni fa l’ex direttore della National Gallery di Londra Neil MacGregor ha scritto una sorprendente Storia del mondo in cento oggetti (in Italia edita da Adelphi). Riuscendo a tratteggiare affascinanti ritratti di epoche e culture lontane attraverso la “descrizione” di un centinaio di pezzi d’arte, scelti nelle vaste collezioni di arte antica del British Museum.

Dal pilastro indiano di Asshoka del 238 a.C. a una tazza cinese della dinastia Hann, dalla calligrafia turca di Solimano il Magnifico della metà del Cinquecento ad una quattrocentesca coppa di giada con drago proveniente dall’Asia centrale e oltre…

Per quanto MacGregor parli di opere diversissime, giunti alla fine delle sue settecento pagine, l’immagine che resta nella mente è quella di un saggio con un preciso metodo e stile, ma anche compatto e unitario. Come se quegli oggetti così differenti fra loro per tradizione, cultura, significato, estetica, alla fine, fossero perle cangianti di un’unica collana, tasselli che vanno a comporre un’opera nuova, da cui emerge nitida la personalità e l’identità dell’autore.

Gavalli in terracotta, collezione Gorga

Gavalli in terracotta, collezione Gorga

Il libro di MacGregor è, in certo modo, il prodotto alto e aggiornato di una lunga tradizione di collezionismo colto e curioso che dalla Wunderkammer, zeppa di oggetti esotici e rari, arriva fino al collezionismo di artisti di oggi , come Rauschenberg o Arienti, capaci di fare creazioni nuove a partire dall’assemblaggio di frammenti o di opere altrui e “citazioni”.

A metà strada fra l’assoluta bizzarria dello studiolo fiorentino di Francesco I e il museo immaginario di Malraux si situa la sterminata collezione del tenore Evan Gorga (1865-1957) entrato nella storia dello spettacolo come il Rodolfo della Bohème di Puccini diretta da Toscanini nel 1896. Ma anche come collezionista d’arte e di strumenti antichi.

Nell’epoca della grande esposizione universale e mentre i lavori per Roma capitale portavano alla luce infiniti tesori dal sottosuolo, Gorga divenne anche uno dei maggiori collezionisti di reperti archeologici. Non tanto di marmi e opere preziose quanto di raffinati oggetti antichi. Come racconta la mostra Evan Gorga, il collezionista, allestita nelle sale di Palazzo Altemps a Roma fino al 4 maggio 2014 (catalogo Electa), Gorga era attratto soprattutto da resti di manufatti, vetri, oggetti decorati, ma di uso quotidiano.

Evan Gorga

Evan Gorga

Nelle addensate teche allestite in Palazzo Altemps si scoprono così frammenti di decorazioni, stoviglie e lacerti di affreschi.

Pezzi minori, oseremmo dire, ma in sé straordinariamente suggestivi come un vetro levigato dal mare o una porcellana finemente lavorata; oggetti che si rivelano di grande valore oggi per lo studioso di storia materiale e quotidiana di tempi antichi, di cui questi 40mila pezzi sono un segno, una traccia, che aspetta di essere interrogata per rivelare la propria vicenda.  Gorga voleva dare vita a un “museo della storia universale”, ma i debiti fermarono il suo progetto utopistico. Che la mostra di Palazzo Altemps, curata da Alessandra Capodiferro direttrice del museo, invita a conoscere. Anche attraverso una serie di conferenze: il 19 gennaio l’archeologa Beatrice Palma ha ripercorso la storia che va dalla camera delle meraviglie al nascita del museo. Il 26 gennaio, lo scrittore Emanuele Trevi confronta differenti tipi di collezionista da Benjamin, a Chatwin a De Wall.  (Simona Maggiorelli)

dal settimanale Left-avvenimenti

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Daverio e i denti di Giotto

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su gennaio 19, 2014

Giotto cappella degli Scrovegni

Giotto cappella degli Scrovegni

Tecnicamente sarebbero una serie di canovacci, semplici tracce usate dal critico Philippe Daverio per realizzare una serie di puntate del popolare programma televisivo Passepartout. Ma a leggerli pubblicati nel suo nuovo libro edito da Rizzoli ci si rende conto come questa serie di scritti d’occasione, fuori da ogni banale semplificazione, formino una collana di folgoranti ritratti di artisti – da Giotto a Botticelli, da Correggio a Caravaggio – e un originale viaggio nella storia dell’arte italiana, con uno sguardo comparativo al resto del panorama europeo.

Nelle prime pagine di questo Guardar lontano, veder vicino (che fa seguito al best seller Il museo immaginato uscito nel 2011 e al più recente Il secolo della modernità) Daverio promette un racconto non conformista di alcuni dei più noti capolavori dell’arte italiana. E fino all’ultima pagina dedicata alla drammatica Resurrezione di Lazzaro di Caravaggio, non tradisce la promessa mantenendo uno sguardo fresco e curioso su opere sulle quali si è depositata la polvere di decine e decine di manuali scolastici.

Giotto, Cappella degli Scrovegni, particolare

Giotto, Cappella degli Scrovegni, particolare

Così ecco la Cappella degli Scrovegni affrescata da Giotto raccontata dal critico lombardo-alsaziano come la scoperta di una nuova oggettualità attraverso dettagli mai prima rappresentati in un affresco sacro, come i denti e le bocche spalancate dei frati, i peli e il sesso dei dannati e la trasformazione degli angeli, che liberati dalla rigidità bizantina, non appaiono più come i «carabinieri del Signore».

E’ la scoperta dell’espressività dei volti e il primo tentativo di rappresentare gli affetti umani in pittura che Daverio aiuta a cogliere nei capolavori di Giotto a Padova e ad Assisi, con un linguaggio spigliato che avvicina il lettore meno attrezzato ma che – bisogna riconoscere – non rinuncia mai all’approfondimento. Né a nessi suggestivi come quando mette a confronto il primitivismo del medievale Cimabue con quello del cubista Picasso raccontando la complessità di una poetica che dietro alla scabra essenzialità delle forme, cela una ricerca artistica raffinatissima. In questo breve spazio possiamo solo offrire qualche suggestione di questa multiforme “Daveriologia” lasciando al lettore il gusto di scoprire molto altro.

Ma prima di chiudere vorremmo almeno spendere qualche parola per raccomandare in particolare la lettura dei capitoli sul Rinascimento in cui la proposta fiorentina di Botticelli, intrisa di astratto neoplatonismo, viene messa a confronto con la scoperta della realtà che caratterizzava invece la coeva pittura fiamminga e con la nuova luce che la pittura ad olio regalava ai quadri di Van Eyck, che i traffici commerciali e bancari fra la signoria medicea e le repubbliche anseatiche, del resto, avevano reso ben noti nella penisola.

Non solo in Toscana, ma anche in quella Messina in cui nacque e si formò Antonello e che nel Quattrocento non era affatto una città di periferia, ma uno dei porti più importanti del Mediterraneo che metteva in connessione diretta la Sicilia con Venezia e con Anversa.

daverio_guardar_fascetta-660x911Per non dire poi del capitolo dedicato a Leonardo da Vinci che Daverio tratteggia come un giovane anarchico e “alternativo”, capace di mettere a soqquadro le ferree leggi del disegno tosco-emiliano scegliendo la via di  una laica «sperienza».  Nella Firenze medicea era il neoplatonismo  di Ficino a dettare i programmi iconografici ma il giovane pittore non poteva accettare che il disegno partisse da un’idea astratta. Leonardo, come giustamente Daverio ci ricorda qui, non poteva rinunciare allo spirito di ricerca, e  si fece notimista, anatomista, osservatore del continuo fluire degli elementi naturali. Più assonante in questo con il giovane Albrecht Dürer che con il concittadino Botticelli.

E leggendo queste pagine dedicate  al genio da Vinci  e alla sua affascinante quanto evanescente Ultima Cena torna alla mente  quella sequenza di Passepartout in cui Daverio per fare percepire allo spettatore per quale punto di vista Leonardo avesse pensato l’affresco,  nella sala del refettorio di Santa Maria Maggiore a Milano puntò due telecamere una contro l’altra evidenziando così quello spazio vuoto che un tempo era occupato dal tavolo dove i frati mangiavano: piccolo particolare domestico, ma che in tv metteva in nuova luce questo straordinario quanto enigmatico capolavoro leonardiano.  Anche per sequenze come questa ci dispiace  molto che la Rai non abbia voluto rinnovare a Daverio l’incarico per una nuova serie di trasmissioni.  Le vecchie puntate, per chi se le fosse perse, si possono rivedere su Rai 5.     (Simona Maggiorelli)

Dal settimanale Left-avvenimenti

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Mantegna, il pittore filosofo che anticipò il Rinascimento

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su gennaio 7, 2014

Andrea Mantegna. La presentazione al tempio

Andrea Mantegna. La presentazione al tempio

Quando si parla di Rinascimento, di solito, si pensa alla grande tradizione fiorentina e toscana. Di fatto, però, quella veneta non fu meno importante, quanto a inventiva e sperimentalismo. Due aspetti che connotano fortemente la pittura di Andrea Mantegna (1431-1506), straordinaria figura di “artista-filosofo”, anticipatore di quel modo di studiare l’antico (con pieno senso della distanza storica) che avrebbe poi caratterizzato Leonardo, Michelangelo e Raffaello.

Ma anche maestro di una pittura in cui la nettezza quasi crudele della visione fiamminga è riscaldata da un forte pathos. Basta pensare ad un capolavoro come il Cristo morto (1480) che la Pinacoteca di Brera ha presentato di recente in un nuovo scenografico e discusso allestimento curato dal regista Ermanno Olmi che tuttavia ne mette bene  in risalto l’assoluta originalità,  attraverso un confronto con la Pietà (1460) di Giovanni Bellini.

Nella rappresentazione che Mantegna ci offre di questa scena sacra non c’è traccia di idealizzazione né di agiografia.

Lo scorcio vertiginoso lascia in primo piano il dettaglio dei piedi di Gesù. Mentre il dolore deforma il volto invecchiato di Maria che si affaccia da un lato, come sbucando da una quinta teatrale. Costruzione ardita e potenza immaginifica. Descrizione della realtà umana anche negli aspetti più concreti ed, insieme, invenzione di immagine. Perché qui non si tratta di pittura dal vero.

Se Mantegna avesse riprodotto la visione retinica della realtà, allora i piedi del Cristo sarebbero dovuti essere più grandi e la testa più piccola, secondo i canoni della prospettiva, come nota giustamente Marco Lucco nella sua interessante analisi del quadro contenuta nel volume Mantegna, appena pubblicato da 24 Ore Cultura: una importante monografia che ricostruisce minuziosamente la vita e l’opera del pittore padovano, che fece della provinciale Mantova una delle corti più illustri dal punto di vista artistico in un cinquantennale sodalizio con i Gonzaga, offuscato solo dalle pretese di Isabella d’Este, che l’artista, giudicava alquanto fatue e superficiali.

Spirito indipendente e rigoroso, Mantegna intendeva la pittura come studio e ricerca. Cercava la naturalezza, l’incisività e la freschezza restituendo allo spettatore, scrive Lucco, «la sensazione vitale di una realtà intensificata». E dava grande importanza alla coerenza del racconto figurativo. Tanto che, aggiunge lo storico dell’arte, «non c’è centimetro della sua pittura che non sia pensato».

Eppure non è mai cerebrale, mai freddo. Distaccandosi nettamente dal giudizio di Roberto Longhi che, con un certo disprezzo parlava di Mantegna come del pittore «di pietre fredde e acidamente venate», Lucco mette bene in luce la dinamica degli affetti che rende vive e vibranti in particolare le opere dell’ultimo Mantegna, realizzate negli anni Ottanta. E che a noi pare ravvisabile già in opere di disarmante bellezza come la Madonna Butler (1460) o come la Presentazione al tempio (1455) conservata alla Gemäldegalerie di Berlino, in cui spicca una bionda Madonna, fragile e femminile, che Lucco ipotizza essere un ritratto di Nicolosia, la figlia del pittore veneziano Jacopo Bellini che Mantegna sposò giovanissima. (Simona Maggiorelli)

dal settimanale Left-Avvenimenti

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Il coraggio di Benedetta Tobagi

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su gennaio 2, 2014

Benedetta Tobagi

Benedetta Tobagi

“L’’Italia delle stragi mi fa pensare a una famiglia borghese che nasconde segreti innominabili come un abuso, un incesto o altri crimini vergognosi. Se anche il segreto viene alla luce e il velo d’ipocrisia si squarcia per un momento, ben presto lo schermo si ricompatta… Bisogna salvare la famiglia, le apparenze, il buon nome delle istituzioni, la ragion di Stato», scrive Benedetta Tobagi nelle prime pagine del suo nuovo libro Una stella incoronata di buio  pubblicato da Einaudi.

Un libro inchiesta che ha la prosa viva e bruciante di un’autobiografia. E in cui l’autrice tenacemente riesamina documenti, fotografie d’epoca, video, andando alla ricerca di quella verità che per anni è stata coperta e occultata e ancora fatica ad emergere.

Fondendo ricostruzione puntuale e partecipazione emotiva Benedetta Tobagi (in foto) ripercorre la storia della strage di piazza Fontana e poi di quella di Brescia, riesaminando i fatti senza mai perdere di vista le vittime e i loro affetti.

Benedetta Tobagi, Einaudi

Benedetta Tobagi, Einaudi

Il 28 maggio 1974, quando scoppiò la bomba in piazza della Loggia, a Brescia, lei non era ancora nata. E aveva appena tre anni quando, il 28 maggio 1980, i brigatisti uccisero suo padre, il giornalista Walter Tobagi. Un dramma che Benedetta ha rievocato in Come mi batte forte il tuo cuore (Einaudi, 2009), straordinario llbro-testimonianza che ha ricevuto numerosi riconoscimenti, fra i quali il Premio Pozzale Luigi Russo nel 2010.

Ora, provando a fare un passo ulteriore, Benedetta Tobagi riallaccia i fili della storia indagando gli anni che precedono l’assassinio di suo padre; a ritroso arrivando fino al’attentato in piazza della Loggia del 28 maggio 1974, «Una strage impunita», come recita il sottotitolo di Una stella incoronata di buio. In cui i veri protagonisti si chiamano Manlio e Livia. E poi Clem e Alberto. Sono i nomi di operai, studenti, insegnanti che, insieme ad altri, persero la vita in quella tragica mattina in cui si erano dati appuntamento in piazza per manifestare il proprio impegno antifascista. (Simona  Maggiorelli, dal settimanale left-avvenimenti)

Benedetta Tobagi è la figlia minore del giornalista Walter Tobagi assassinato dalla Brigata XXVIII marzo  il 28 maggio 1980.Laureata in filosofia, ha lavorato alcuni anni nella produzione audiovisiva, occupandosi in particolare di documentari , e in campo editoriale. Collabora con il quotidiano La Repubblica. Segue le attività di associazioni e centri di documentazione dedicati ai terrorismi e alle mafie (Rete degli archivi per non dimenticare).Il 5 luglio 2012 è stata nominata, in quota Pd al consiglio di amministrazione della RAI.

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Il pensiero di Goya. Il libro di Todorov e una mostra a Parigi

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su gennaio 1, 2014

Goya, la lampada del diavolo

Goya, la lampada del diavolo

Francisco Goya (1746 -1828), testimone del suo tempo e straordinario interprete della modernità. Così la Pinacothèque de Paris racconta il maestro spagnolo, con una mostra (aperta fino al 16 marzo 2014) che scardina  molti di quei vecchi luoghi comuni che hanno rinchiuso l’autore della Quinta del sordo nello stereotipo del misantropo solitario, immerso in visioni allucinate e inquietanti.

Con il titolo Goya e la modernità l’esposizione parigina propone un percorso che prende le mosse dai celebri ritratti dei reali di Spagna (in cui immaginazione e spietato realismo si mescolano in modo formidabile) per arrivare alle caustiche incisioni dei Capricci, pubblicati nel 1799, in cui Goya mette a segno una acuminata critica del clero e della religione, stigmatizzata come ciarpame oscurantista e ostacolo ad ogni progresso. Per arrivare poi alla serie i Disastri della guerra (1820) cui il pittore spagnolo denunciava l’oppressione dell’occupazione napoleonica iniziata nel 1808, approfittando di conflitti locali.

In questa serie di acqueforti Goya attua un totale ribaltamento dell’estetica riguardo alla guerra. Che nelle sue opere non è più glorificata come un atto di eroismo. Anzi vi appare rappresentata in tutta la sua brutalità, come insensata violenza, che non può avere mai una giustificazione politica.Con grande passione civile nei Disastri della guerra, Goya si fa cronista per raccontare la coraggiosa resistenza spagnola, che si batteva in nome di ideali umani e politici. Ed è anche nella schietta incisività di questa opera grafica che Tzvetan Todorov legge la straordinaria attenzione che Goya aveva per il suo tempo. Nel suo importante saggio, Goya, appena pubblicato in Italia da Garzanti, lo studioso bulgaro-francese traccia una biografia intellettuale del pittore raccontandolo come uno dei «pensatori più profondi» della sua epoca, «paragonabile in questo al contemporaneo Goethe o più tardi a Dostoevskij.

TodorovSulla traccia del poeta Yves Bonnefoy che alcuni anni fa scriveva del «pensiero figurale» di Goya, Todorov – esaminando dipinti, disegni e incisioni – riesce a far emergere i nuclei forti del pensiero dell’artista. Che era massimamente pensiero per immagini.«L’immagine è pensiero non diversamente da quello espresso con le parole e rappresenta sempre una riflessione sul mondo e sugli uomini», rileva acutamente Todorov. Di più: «L’immagine rivela quelle sensazioni che non richiedono parole». Riuscendo a rappresentare un pensiero che va al di là del discorso cosciente. È con questa potenza di immagine (che è pensiero profondo) che Goya riesce a farci arrivare emotivamente il suo rifiuto del disumano, sia che si manifesti in un’esecuzione sommaria, in un medievale esorcismo o in una predica che tenta di seminare terrore. «La rivoluzione pittorica di Goya appartiene ad un movimento che vede l’ascesa dell’illuminismo, la progressiva secolarizzazione dei paesi europei, la rivoluzione francese e la crescente popolarità dei valori democratici», scrive Todorov in questa sua affascinante monografia. Ma vi si iscrive senza consegnarsi all’aridità che hanno quei pensieri che hanno perso il rapporto con le immagini della notte e della fantasia.  (Simona Maggiorelli, dal settimanale left-avvenimenti)

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L’attimo fuggente degli Impressionisti.

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su dicembre 30, 2013

Signac, Venezia

Signac, Venezia

Rivoluzionari in pantofole e autori di quadri piacevolmente inoffensivi oppure artisti radicali che cambiarono profondamente l’estetica di fine Ottocento? Mentre Renoir a Torino e Verso Monet a Verona  fanno il pieno di visitatori, un nuovo libro di Will Gompertz e una mostra al Guggenheim di Venezia mettono in luce gli aspetti più vitali del movimento impressionista nella Francia di fine Ottocento

di Simona Maggiorelli

Al botteghino le retrospettive dedicate agli impressionisti vanno fortissimo, come è noto. E c’è chi storce il naso davanti al successo da blockbuster di mostre come Verso Monet (fino 9 febbraio 2014, a Verona). I quadri dei pittori impressionisti? «Dipinti chiari, bellissimi e piacevolmente inoffensivi», scrive il critico della Bbc Will Gompertz nel libro E questa la chiami arte? (Electa), un manuale spigliato ma di alta divulgazione che ripercorre 150 di anni storia dell’arte «in un batter d’occhio», come fosse un romanzo.

A ben vedere, però, precisa Gompertz, artisti come Monet, Pissarro, Renoir, Degas, e Sisley misero fine alla pittura accademica, uscendo dal chiuso degli atelier, per andare a mescolarsi fra la gente nella metropoli parigina. Gli impressionisti raccontarono la modernità. E dettero luce e respiro alla pittura di paesaggio dipingendo en plein air. «Per il pubblico di fine Ottocento furono il gruppo più radicale, ribelle e rivoluzionario» scrive Gompertz , ricordando lo scandalo che generarono i nudi di Manet.

Maximilien Luce, Parigi, sera

Maximilien Luce, Parigi, sera

«La Parigi di fine XIX secolo fu teatro di scompigli politici e trasformazioni culturali» sottolinea anche Vivien Green, curatrice della mostra Le avanguardie nella Parigi fin de siècle aperta fino al 6 gennaio al Guggenheim di Venezia. Nella Parigi di allora, prosegue la specialista di storia dell’arte ottocentesca «nascono correnti artistiche fra loro correlate, filosofie insurrezionaliste, i primi accenni di gruppi politici di sinistra e le conseguenti reazioni conservatrici». E gli impressionisti riuscirono a dare espressione a quel fermento culturale nell’ambito pittorico. fondando una nuova estetica. Che studiava e faceva tesoro dei cambiamenti di luce, che rivendicava l’importanza della visione sulla descrizione razionale della realtà: gli scorci di Parigi di Maximilien Luce esposti al Guggenheim non cercano la verità fotografica ma esprimono la visione dell’artista e la sua emozione di fronte al crepuscolo sulla Senna o all’alba in campagna. Il paesaggio viene panteisticamente reinterpretato. E il bagliore che inonda i pini sul mare dipinti da Hippolyte Petitjean evoca una dimensione interiore, non è banale cronaca di un giorno d’estate. Ma la mostra del Guggenheim non presenta solo il volto più noto e lirico della pittura di fine Ottocento. Merito di questa rassegna è anche sondare le correnti più inquiete che percorrono la stagione che precede il grande salto di inizio Novecento e la rivoluzione cubista. Particolarmente interessante nelle sale di Palazzo Venier dei Leoni è la scelta di opere del simbolista Odilon Redon, che rappresentano il volto notturno e misterioso dell’arte parigina fin de siècle. Le vele dorate della sua Barca (1894) si offrono come un onirico controcanto alle brillanti marine di Paul Signac Mentre I fantini di Henri de Toulouse-Lautrec, due affascinanti apparizioni nel buio, evocano personaggi di racconti fantastici. Per finire poi con un’ampia sezione dedicata ai Nabis, forse i più caustici nel rappresentare quella borghesia che animava la rutilante Parigi ottocentesca ma che faceva una vita claustrofobica nel chiuso di ricchi salotti e nel vuoto degli affetti.

dal settimanale Left-Avvenimenti

SignacWho were the Impressionists?Just revolutionaries in slippers? Authors of paintings pleasantly inoffensive? Or radical artists who profoundly changed the aesthetics of the late nineteenth century ? While Renoir’s retrospective  in Torino and the exhibition  Towards Monet in Verona are full of visitors, a new book by Will Gompertz , and an exhibition at the Venice Guggenheim highlight the most vital aspects of the Impressionist movement in France in the late nineteenth century.

by Simona Maggiorelli

Retrospectives dedicated to the Impressionists are very successfull at box office , as we know. And someone stares withs suspicion at the  blockbuster success of exhibitions such as Towards Monet (up to 9 February  2014 in Verona ) .

What can we say about Impressionists’ paintings? ” They are just clear , beautiful and pleasantly harmless paintings “, wrote the BBC’s critic Will Gompertz in his book What are you looking art? (Penguin, 2012, Electa 2013 ) , a breezy manual of high disclosure that traces 150 years of history of art ” in the blink of an eye,” as if it were a novel.

On closer inspection, however ,  Gompertz states , artists such as Monet, Pissarro , Renoir , Degas, Sisley  put to an end the academic painting , leaving the closed atelier , to go to mingle among the people in the Parisian metropolis . The Impressionists told about modernity. They gave light and breath to landscape painting working en plein air . ” For the late  Nineteenth  century audience they were the most radical group , rebellious and revolutionary” Gompertz writes , recalling the scandal that generated by Manet’s Le déjeuner sur l’herbe (1862-63) .

“In the  late nineteenth century Paris was the scene of political upheavals and cultural transformations ” emphasizes Vivien Green , curator of the exhibition The avant-garde in Paris fin de siècle open until January 6 at the Guggenheim in Venice. In Paris at the time , says the specialist of the history of nineteenth-century ” born artistic inter-related trends , philosophies insurgency , the first hints of leftist political groups and  conservative reactions” . The Impressionists were able to give expression to those cultural ferment with their paintings. They founded a new aesthetic. Studying  light changes , and using it to express their feeelings they claimed the importance of inner vision rejecting rational description of reality: the views of Paris by Maximilien Luce exhibited you can see now in Guggenheim do not seek thecamera  truth but express the artist’s vision and emotion watching the Seine at dusk or dawn in the countryside.

The landscape is pantheistically reinterpreted by the Impressionists . And the glow that bathes the pine trees on the sea painted by Hippolyte Petitjean evokes an inner dimension: it is quite the opposite of  a trivial chronicle of a summer day. But the exhibition of the Guggenheim presents not only the most recognized face of the Impressionists and not only the  lyrical painting of the late nineteenth century . Merit of this exhibition is also probing the restless currents that run through the season that precedes the big jump at the beginning of the twentieth century and the Cubist revolution . Particularly interesting in the Palazzo Venier dei Leoni is the choice of works by Symbolist Odilon Redon , who represent the face of Parisian night and mysterious fin de siècle. The golden sails of his Boat (1894) are offered as a counterpoint to the brilliant dream marine by Paul Signac. While The jockeys by Henri de Toulouse- Lautrec ( two fascinating appearances in the dark)  evoke characters from fairy tales . Lust but not least the  large section devoted to the Nabis , perhaps the most caustic group in representing the bourgeoisie that animated nineteenth-century Paris closed in a domestic claustrophobic life and  in a vacuum of affection .

Left magazine

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#VanGogh, dipingere con le parole. Painting with words. Van Gogh’s letters

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su dicembre 23, 2013

Van Gogh, ritratto di Gachet

Van Gogh, ritratto di Gachet

di Simona Maggiorelli

C’è un libro che chi ama Van Gogh, negli anni, ha continuato a leggere e rileggere, è Lettere a Theo nell’edizione Guanda. Per quanto si tratti di un’esigua selezione dall’epistolario (che ad oggi conta 819 lettere superstiti) è stato fin qui lo strumento principe in italiano per conoscere più da vicino la vita e il pensiero di questo genio del colore che ha rivoluzionato la pittura dell’Ottocento, mandando definitivamente in soffitta la pittura intesa come mimesis, come calco dal vero, cronaca dell’esistente.

Ora, a quattro anni dalla pubblicazione in Olanda dell’edizione critica delle lettere di Van Gogh, un corposo volume nella collana Millenni Einaudi permette, anche in Italia, di allargare lo sguardo affiancando alle missive al fratello Theo decine di altre indirizzate a parenti e ad amici pittori (Bonnard, Gauguin, ecc).

E se i rari messaggi inviati alla madre Anna hanno un tono formale e distaccato, lasciando percepire un abisso di rabbia e di incomprensione fra lui e la famiglia, spiccano invece per freschezza quelle indirizzate alla sorella Willemien, alla quale Vincent confidava progetti e aspirazioni, senza nascondersi e senza dover giustificare le proprie scelte che non si accordavano alle mode e al gusto corrente, come invece avrebbe voluto il pragmatico Theo.

Doctor-Gachet-Sitting-at-a-Table-with-Books-and-a-Glass-with-Sprigs-of-FoxgloveProprio scrivendo alla sorella mette insieme per la prima volta esplicitamente «arte del colore» e «arte delle parole», facendo così delle lettere un momento importante del processo creativo. Lo rileva acutamente Cynthia Saltzman nell’introduzione a questa nuova pubblicazione Einaudi dal titolo Vincent Van Gogh Le lettere. Un aspetto reso immediatamente tangibile dall’impaginazione del volume, punteggiata da riproduzioni anastatiche di missive in cui lo scritto è accompagnato da schizzi e disegni.

«Nella mente di Van Gogh, così come nella pratica – nota Saltzman- la scrittura, il disegno e la pittura sono strettamente legati». «Dipingere è disegnare con i colori» scriveva Van Gogh «e disegnare è dipingere in bianco e nero». Il disegno è l’ossessione degli anni giovanili: anni di studio “matto e disperatissimo”, passati a cercare di impadronirsi delle differenti tecniche come base e alfabeto necessario per potersi poi esprimere liberamente, fuori dai rigidi canoni d’accademia.

Leggendo in sequenza le lettere qui raccolte – che vanno dal 1872 all’anno del suicidio del pittore nel 1890 – si ha l’impressione di una forsennata corsa contro il tempo, come se fosse consapevole di non averne molto . L’urgenza espressiva che lo muoveva traspare dal modo deciso, vigoroso,apparentemente frettoloso di dare le pennellate, dall’uso visionario, intensificato, del colore, ma anche dal modo in cui, nelle lettere, compone parole e immagini per far arrivare all’altro, più profondamente, ciò che ha in mente.

Lettera 252

Lettera 252

E traspare dalla calligrafia che muta a seconda delle circostanze, delle emozioni, degli interlocutori e via via si fa più istintiva e gestuale. Ma c’è anche un altro aspetto che emerge con forza da questo epistolario: la coerenza e l’unitarietà dell’opera di Van Gogh che non consisteva di singoli quadri, per quanto forti e originali, ma di interi cicli intorno a un tema o a un motivo. Così accadde per i contadini, dai volti indefiniti per rappresentare un universale umano, o dalle figure deformate, fin quasi alla caricatura negli anni dei vagabondaggi in Belgio e Olanda. Così accadde per la serie delle barche e ad Arles per i girasoli.

«Penso di decorare il mio atelier con una mezza dozzina di quadri di girasoli» scriveva a Emile Bernard nel 1888. Un aspetto che la grande mostra Van Gogh at work aperta fino al 12 gennaio al Museo Van Gogh ad Amsterdam evidenzia in modo straordinario attraverso un percorso di 200 tele (vedi left 16, 27 aprile)  fra le quali, appunto, due versioni dei girasoli esposte insieme alla Berceuse (1889) secondo la sequenza immaginata dall’artista.Diseguali, poliglotte, piene di riferimenti agli amati Shakespeare, Dickens e Hugo, le lettere dimostrano quanto Van Gogh fosse curioso e attento alle novità artistiche che emergevano nel suo tempo, ma anche quanto fosse determinato a portare avanti una propria originale ricerca sul valore espressivo del colore («il pittore del futuro è un colorista come non ce ne sono ancora stati», scriveva) e un’idea di pittura intesa come ricerca del vero, non in senso naturalistico descrittivo, ma come capacità di cogliere e rappresentare in ogni circostanza una verità umana. Perciò Van Gogh amava i ritratti. Prendendo le mosse da Rembrandt cerca «il ritratto che abbia il pensiero, che abbia l’anima del modello». Cerca «la rappresentazione dell’umanità».

«Vorrei fare ritratti che tra un secolo alla gente di quel tempo, sembreranno apparizioni. Quindi non cerco di rappresentarci attraverso la somiglianza fotografica, ma attraverso le nostre espressioni appassionate» scriveva a Willemien il 5 giugno 1890. E furono autoritratti e ritratti pieni di dolorosa, bruciante, verità, come quello del dottor Gachet, dallo sguardo malinconico mentre la bocca fa una smorfia. Dopo l’internamento nel 1890 a Saint Remy, è il medico a cui Van Gogh aveva affidato le sue ultime speranze, mentre le crisi psichiche si facevano sempre più violente. «Il dottor Gachet mi ha dato l’impressione di essere piuttosto eccentrico» scrive a Theo il 20 maggio del 1890. «Mi pare confuso e malato quanto te e me». Come medico alienista Gachet ripeteva a Van Gogh di non preoccuparsi, che le sue crisi non erano nulla di grave. Il 29 luglio 1890 Van Gogh si sparò. In Chi ha ucciso Vincent van Gogh? (Skira) lo storico Pierre Cabanne scrive che la freddezza e l’impotenza terapeutica di Gachet contribuirono a determinare quel tragico gesto.

dal settimanale left-avvenimenti

 

van-gogh-letterThere is a book that anyone who loves Van Gogh, over the years , he continued to read and reread , it’s Letters to Theo (Guanda) . Though it is small selection from the correspondence ( which now counts 819 surviving letters ) has been so far the main instrument in Italian to know more about the life and thought of this genius of color who revolutionized nineteenth century painting , finally overcoming painting as mimesis , as calculated mould from the chronicle of reality.

Now , four years after its publication in the Netherlands of the critical edition of the letters of Van Gogh, a substantial volume in the series Millennia Einaudi allows , even in Italy , broaden our vision, uniting the letters to his brother Theo to dozens of others  letters sent to relatives and artist friends ( Bonnard , Gauguin, etc. ) .

And if the rare messages sent to his mother Anna have a formal tone and detached , allowing us to see  the deep sense of anger and misunderstanding between him and the family , on the contrary stand for freshness the letters addressed to his sister Willemien, to whom Vincent confided  plans and aspirations , without hide and without having to justify his choices which did not accord with current fashions and tastes , as pragmatic Theo would have liked . Writing to his sister Vincent van Gogh makes clear the importance of putting together,” painted art” ‘and’ art of words ” , thus making letters a moment of his creative process . Cynthia Saltzman observes this acutely in the introduction to this new publication Vincent Van Gogh ‘s letters (Einaudi) .

lettereThis is an aspect immediately made tangible from the layout of the book, punctuated by anastatic reproductions of letters in which the script is accompanied by sketches and drawings . ” In the mind of Van Gogh, as well as in practice, writing, drawing and painting are closely linked “, says Saltzman. ” Painting is drawing with colors” , Van Gogh  wrote. ” Drawing is  painting in black and white” . Drawing is the “obsession” of his youth years of frenetic study , spent trying to master the different techniques as a base alphabet necessary to be able to express himself freely, outside the rigid academic canons. Reading in sequence all the letters  collected here ( ranging from 1872 to the year of the painter’s suicide in 1890) one gets the impression of a frantic race against time , as if he were conscious of not having a lot. The expressive urgency that moved him shines through the decided , vigorous, seemingly hasty  brush strokes ,through his visionary use of intensified colors, but also in the letters , where words and images  get together, as to express more profoundly , what he had in mind. The handwriting  itself  changes depending on the circumstances  gradually becoming  more instinctive. But there is also another aspect that emerges strongly from this correspondence : the coherence and unity  of Van Gogh’s work:  his art did not consist of single paintings , altough strong and original . Is art dispalied in cycles a s a variation on a single theme . During his years of wanderings in Belgium and the Netherlands so it was for the  paintings dealing with farmers ,that Van Gogh painted with indefinite  faces to express an  universal humanity , or in deformed  figures , almost to caricature . This is what happened to the number of boats and Arles’ sunflowers .

“I wuold like to decorate my studio with half a dozen paintings of sunflowers ,” he wrote to Emile Bernard in 1888. One aspect that the important exhibition Van Gogh at work (open until January 12) at the Van Gogh Museum in Amsterdam highlights in an extraordinary way through a series of 200 paintings (see left 16 , April 27 ) between which , in fact, we can find  two versions of sunflowers exposed together with the Berceuse (1889) according to the sequence imagined by the artist. uneven, polyglot , Van Gogh’s letters are full of references to the beloved Shakespeare , Dickens and Hugo . An let us know  his curiousity and interest in studing the  artistic innovations of his age. This letters show us  his strong decision to carry out its own original research on the expressive value of the color ( “the painter of the future is a colorist as we do not have yet ,” he wrote ) and an idea of ​​painting as a quest for truth, not in the sense descriptive nature , but as the ability to capture and represent a human truth in all circumstances . That’s way Van Gogh loved the portraits . Under the auspices of Rembrandt , Van Gogh was seeking ” a portrait with thought and  soul ” He was in search of “the representation of humanity .”

“I would like to take portraits that within a century  seem apparitions to the people of that time. It has no sense to try to represent us through photographic resemblance , but through our passionate expressions” he wrote in Willemien June 5, 1890 . In this way his  self-portraits and portraits are full of painful , burning , truth , like that of Dr. Gachet , with  amelancholy look while his mouth makes a face .

After internment  in Saint Remy ( 1890), Dr Gachet is the doctor to whom Van Gogh had entrusted his last hopes , while the psychic crisis became violent. “Dr. Gachet gave me the impression of being rather eccentric ,”Vincent van Gogh wrote to Theo on May 20, 1890. ” It seems to me confused and sick as you and me.” As a doctor, psychiatrist Gachet said may times to Van Gogh not to worry, according to him  Van Gogh’s crises were nothhing serious. On July 29, 1890 Van Gogh shot himself . In the book  Who Killed Vincent van Gogh ? ( Skira ) the historian Pierre Cabanne writes that the coldness and helplessness therapeutic Gachet helped to determine Van Gogh’s tragic gesture.

  (Simona Maggiorelli for weekly magazine Left)

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#LucioFontana, fra segno e disegno

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su dicembre 20, 2013

Lucio Fontana, ambiente spaziale

Lucio Fontana, ambiente spaziale

Libera espressione e ricerca. Le opere su carta furono un grande spazio di sperimentazione per l’artista. Un catalogo ragionato Skira ne raccoglie seimila

di Simona Maggiorelli

Che Lucio Fontana sia stato uno degli artisti italiani più innovativi del Novecento, non ci sono dubbi. Lo è stato certamente nell’ambito della scultura, per primo aprendola a una riflessione sullo spazio che implicava un rapporto nuovo fra opera, spettatore e luogo espositivo. Ma lo è stato anche in pittura, fin dagli anni Trenta, quando si avvicinò al gruppo degli astrattisti del Milione.

Nel dopoguerra poi sarebbero arrivati i famosi Buchi che fecero scandalo alla Biennale di Venezia, e negli anni Cinquanta i Tagli, come segni di lacerazione ma anche di creazione di uno spazio nuovo che supera la bidimensionalità del quadro. E poi ancora gli Ambienti, come l’arabesco fluorescente con luce al neon installato alla Triennale del 1951 e il soffitto spaziale del 1953, che sembrano alludere, oltre la tridimensionalità, a una quarta dimensione, intesa anche come dimensione interna dell’artista.

Lucio Fontana. ambiente spaziele 2

Lucio Fontana. ambiente spaziele 2

Di questo articolato percorso, in queste settimane rendono conto variamente più mostre che – a Saronno, a Brescia a Monza e a Catanzaro – danno ulteriore riprova del grande interesse che continua a riscuotere questo straordinario artista, nato a Rosario in Argentina nel 1899 e, fino alla morte nel 1968, al lavoro fra Milano e Albissola. Ma se la sua opera di pittore e di scultore è stata (ed è) molto studiata, mancava fin qui un’analisi approfondita dei disegni di Fontana, erroneamente considerati “produzione minore” da una parte della critica. A colmare questa lacuna interviene ora un’opera importante e ponderosa come Lucio Fontana. Catalogo ragionato delle opere su carta (Skira) curata con grande perizia critica da Luca Massimo Barbero. Tre volumi in cui viene preso in esame un corpus di seimila opere su carta realizzate tra il 1928 e il 1968.

Accade così di scoprire che disegni, schizzi, “graffiti”, segni colorati, essenziali, rapidi e dinamici, sono il filo rosso che percorre senza soluzione di continuità tutto il percorso artistico di Fontana. Lungi dall’essere un mero divertissement le opere su carta rappresentano uno dei più liberi e imprevedibili ambiti di sperimentazione per Fontana. Che in questo ambito spaziò a tutto raggio fra figurativo (e sono soprattutto nudi di donna) e astrattismo.

Come mette in evidenza Enrico Crispolti nel saggio introduttivo il disegno per Fontana non ha mai una funzione preliminare o funzionale ad altro: vale di per sé, come opera autonoma e dinamica, che ai nostri occhi ha il fascino del non-finito, di una forma ancora in fieri, che si schiude davanti a noi e corre verso un futuro ancora ignoto.

Fontana, Skira

Fontana, Skira

Il gesto dell’artista appare irriflesso, immediato, vibrante. Di volta in volta si imprime sulla morbida carta come linea, come segno pittorico o inciso ma anche, nei concetti spaziali, come foratura. Diversamente dal disegno tradizionale, il segno di Fontana, inteso come motivo grafico oppure pittorico e fatto di solo colore, è libera espressione, fantasia, e mai un riflesso della realtà.

«L’arte nuova non prende i suoi elementi dalla natura», scriveva del resto Fontana, già nel Manifesto Blanco del ’46. È vitale e originale forma-colore e mai calco naturalistico. Nelle opere di impronta più grafica l’uso della linea da parte di Fontana appare assai diverso da quello dei coevi protagonisti dell’informale, improntato all’automatismo surrealista. Il suo segno colorato non naufraga mai in un informe e caotico groviglio, né diventa mai sorda matassa di colore sgocciolato. E tanto meno è caos brutale come nell’art brut di Jean Dubuffet (che rivendicava l’incomunicabilità autistica). Anche quando non fa immagini riconoscibili, il segno di Fontana sembra esprimere un’intenzionalità profonda e sulla carta appare allusivo, cangiante, vitale e compatto. «È movimento nello spazio e nel tempo», per dirla di nuovo con le parole del Manifesto Blanco.

Dal settimanale left Avvenimenti

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