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#LucioFontana, fra segno e disegno

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 20, 2013

Lucio Fontana, ambiente spaziale

Lucio Fontana, ambiente spaziale

Libera espressione e ricerca. Le opere su carta furono un grande spazio di sperimentazione per l’artista. Un catalogo ragionato Skira ne raccoglie seimila

di Simona Maggiorelli

Che Lucio Fontana sia stato uno degli artisti italiani più innovativi del Novecento, non ci sono dubbi. Lo è stato certamente nell’ambito della scultura, per primo aprendola a una riflessione sullo spazio che implicava un rapporto nuovo fra opera, spettatore e luogo espositivo. Ma lo è stato anche in pittura, fin dagli anni Trenta, quando si avvicinò al gruppo degli astrattisti del Milione.

Nel dopoguerra poi sarebbero arrivati i famosi Buchi che fecero scandalo alla Biennale di Venezia, e negli anni Cinquanta i Tagli, come segni di lacerazione ma anche di creazione di uno spazio nuovo che supera la bidimensionalità del quadro. E poi ancora gli Ambienti, come l’arabesco fluorescente con luce al neon installato alla Triennale del 1951 e il soffitto spaziale del 1953, che sembrano alludere, oltre la tridimensionalità, a una quarta dimensione, intesa anche come dimensione interna dell’artista.

Lucio Fontana. ambiente spaziele 2

Lucio Fontana. ambiente spaziele 2

Di questo articolato percorso, in queste settimane rendono conto variamente più mostre che – a Saronno, a Brescia a Monza e a Catanzaro – danno ulteriore riprova del grande interesse che continua a riscuotere questo straordinario artista, nato a Rosario in Argentina nel 1899 e, fino alla morte nel 1968, al lavoro fra Milano e Albissola. Ma se la sua opera di pittore e di scultore è stata (ed è) molto studiata, mancava fin qui un’analisi approfondita dei disegni di Fontana, erroneamente considerati “produzione minore” da una parte della critica. A colmare questa lacuna interviene ora un’opera importante e ponderosa come Lucio Fontana. Catalogo ragionato delle opere su carta (Skira) curata con grande perizia critica da Luca Massimo Barbero. Tre volumi in cui viene preso in esame un corpus di seimila opere su carta realizzate tra il 1928 e il 1968.

Accade così di scoprire che disegni, schizzi, “graffiti”, segni colorati, essenziali, rapidi e dinamici, sono il filo rosso che percorre senza soluzione di continuità tutto il percorso artistico di Fontana. Lungi dall’essere un mero divertissement le opere su carta rappresentano uno dei più liberi e imprevedibili ambiti di sperimentazione per Fontana. Che in questo ambito spaziò a tutto raggio fra figurativo (e sono soprattutto nudi di donna) e astrattismo.

Come mette in evidenza Enrico Crispolti nel saggio introduttivo il disegno per Fontana non ha mai una funzione preliminare o funzionale ad altro: vale di per sé, come opera autonoma e dinamica, che ai nostri occhi ha il fascino del non-finito, di una forma ancora in fieri, che si schiude davanti a noi e corre verso un futuro ancora ignoto.

Fontana, Skira

Fontana, Skira

Il gesto dell’artista appare irriflesso, immediato, vibrante. Di volta in volta si imprime sulla morbida carta come linea, come segno pittorico o inciso ma anche, nei concetti spaziali, come foratura. Diversamente dal disegno tradizionale, il segno di Fontana, inteso come motivo grafico oppure pittorico e fatto di solo colore, è libera espressione, fantasia, e mai un riflesso della realtà.

«L’arte nuova non prende i suoi elementi dalla natura», scriveva del resto Fontana, già nel Manifesto Blanco del ’46. È vitale e originale forma-colore e mai calco naturalistico. Nelle opere di impronta più grafica l’uso della linea da parte di Fontana appare assai diverso da quello dei coevi protagonisti dell’informale, improntato all’automatismo surrealista. Il suo segno colorato non naufraga mai in un informe e caotico groviglio, né diventa mai sorda matassa di colore sgocciolato. E tanto meno è caos brutale come nell’art brut di Jean Dubuffet (che rivendicava l’incomunicabilità autistica). Anche quando non fa immagini riconoscibili, il segno di Fontana sembra esprimere un’intenzionalità profonda e sulla carta appare allusivo, cangiante, vitale e compatto. «È movimento nello spazio e nel tempo», per dirla di nuovo con le parole del Manifesto Blanco.

Dal settimanale left Avvenimenti

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Gli antidisegni di un maestro

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 15, 2009

Alla Fondazione Pomodoro di Milano , un percorso dedicato all’opera grafica di Lucio Fontana

Lucio Fontana, nudo di donna

Lucio Fontana, nudo di donna

Geniale scultore, innovatore in pittura con la serie dei tagli e dei buchi  che aprivano il quadro a una spazialità interna e nuova, l’opera grafica  di Lucio Fontana non ha mai avuto  una debita attenzione da parte della critica d’arte. Ma ora una mostra alla Fondazione Pomodoro di Milano invita a riconsiderare in particolare l’uso che l’artista italo-argentino faceva del disegno. O meglio dell’«antidisegno», come  chiamava lui stesso,  quell’attività che faceva in punta di matita,  a volte con il solo lapis, altre volte con matite a colori e pennarelli.  Ma sempre con  quel piglio antiaccademico che lo distingueva. Tracciati in modo rapido, nervoso, spesso i disegni di Fontana  hanno un’aria evocativa, di non finito.

Non appena  un’idea o un’intuizione sulla carta prendeva una sua forma e una identità veniva subito abbandonata, seguendo la spinta di una ricerca continua che lo portava sempre verso il nuovo. «I disegni di Fontana danno forma alla tensione emotiva dell’artista, fissano la folgorazione di un’idea e la rendono palpitante ma senza mai diventare progetto per un’opera precisa» nota lo scultore Arnaldo Pomodoro che accanto a Fontana, giovanissimo, mosse i suoi primi passi nel mondo dell’arte».

Quasi per onorare un debito di gratitudine Pomodoro ha voluto fortemente questa esposizione che – grazie ad alcuni prestiti del Csac di Parma – riunisce la maggior parte dei disegni realizzati da Fontana dagli anni Quaranta agli anni Sessanta. Con alcuni interessanti inediti, mai prima esposti e mostrati pubblico. Fontana stesso del resto non aveva mai pensato a raccoglierli e presentarli in una mostra, considerando questa parte della sua opera come marginale rispetto alla sua attività di scultore, di pittore e di creatore di quelle che oggi chiameremmo installazioni. Ma a dispetto della scarsa considerazione che dedicava a questi disegni il loro stesso autore, e ancor più a dispetto del giudizio sferzante che ne dette Giulio Carlo Argan stigmatizzando l’opera grafica di Fontana come fredda, distaccata e inerte, quella che si para alla vista – scorrendo le immagini pubblicate dal catalogo edito dalla Fondazione Pomodoro – è invece il percorso di una originale ribellione al disegno d’accademia, a quelle immagini che a Fontana parevano «inchiodate, senza indizi di vitalità», senza movimento. Come Fontana stesso scrisse nel Manifesto blanco del 1946: «E’ necessaria un’arte maggiore in accordo con le esigenze dello spirito nuovo… L’arte nuova non prende i suoi elementi dalla natura… Il cambiamento è la condizione essenziale dell’esistenza. Il movimento è nello spazio e nel tempo, la proprietà di evolversi e svilupparsi è la condizione base della materia…».

Da left-Avvenimenti 15 maggio 2009

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