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Aborto, fecondazione assistita, contraccezione.Italia sos diritti delle donne.

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 8, 2014

pancione-di-una-donna-incinta-300x225Parla di omissione di soccorso, di reato penale, l’avvocato Filomena Gallo segretario dell’associazione Luca Coscioni nel ripercorrere la vicenda di Valentina che racconta di aver abortito da sola nel bagno dell’ospedale Pertini, dopo quindici ore di travaglio. La storia della ragazza alla quale la legge 40 ha negato il diritto alla diagnosi preimpianto (perché fertile benché portatrice di una grave malattia genetica) ha conquistato le prime pagine dei giornali dopo che il Tribunale di Roma, esaminando il suo caso, ha sollevato un nuovo dubbio di costituzionalità sulla norma che riguarda la fecondazione assistita. Sulla quale la Corte costituzionale è di nuovo chiamata a pronunciarsi. Prima dell’estate, sperano le tante coppie italiane portatrici di malattie genetiche invalidanti e che offrono poche speranze di sopravvivenza al nascituro. «I pronunciamenti della Consulta – ricorda l’avvocato Gallo – hanno valore di legge e una volta che la Corte abbia giudicato incostituzionale uno o più punti di una norma essi sono immediatamente abrogati e il legislatore non può più riproporli».

Per questa via, dunque, potrebbe decadere anche il divieto di fecondazione eterologa (cioè con gameti donati alla coppia da esterni) sul quale la Consulta è stata chiamata apronunciarsi l’8 aprile. Segnando quindi il quasi completo smantellamento della legge 40 del 2004 che in dieci anni è finita ben 29 volte alla sbarra. Riguardo alla brutta storia accaduta a Valentina nel 2010, e ora raccontata dai media, il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti ha detto che è stata aperta un’indagine. Qualunque ne sia l’esito, resta il fatto incontrovertibile che gli antiscientifici e crudeli divieti della legge 40 hanno condizionato pesantemente le scelte di vita di Valentina, insieme alla mancata applicazione della legge 194, sabotata dalle percentuali altissime di medici obiettori, che in regioni come il Lazio rendono quasi impossibile per una donna interrompere una gravidanza. Così in quell’ospedale della Capitale dove erano andati per cercare assistenza medica, Valentina e Fabrizio sostengono di aver trovato, in primis, attivisti religiosi antiabortisti armati di testi sacri. Lo ha raccontato la giovane donna, e non senza fatica, durante la conferenza stampa convocata dall’associazione Coscioni lo scorso 10 marzo. Le ferite interiori provocate da tutta quella vicenda sono ancora vive. Ma Valentina ha deciso di renderle pubbliche per veder riconosciuto in Italia il diritto ad avere un figlio sano: libero da tare genetiche che lo porterebbero presto alla morte.

Diritto riconosciuto dalla gran parte dei Paesi europei dove è possibile ricorrere alla diagnosi genetica preimpianto. Anche in Italia lo era prima dell’entrata in vigore della legge 40, che in dieci anni ha messo paletti alla ricerca, ha provocato maggiori aborti e gravidanze plurime, perlopiù problematiche per la salute della donna e dei neonati. E il caso di Valentina, con tutta evidenza, non è isolato. Si potrebbe raccontare anche la storia di Neris e Alberto, una coppia portatrice di atrofia spinale, che ha visto morire la propria bambina nell’arco di sette mesi e poi ha cercato la strada delle fecondazione assistita trovandola sbarrata dallo Stato. O quella analoga di Maria Cristina e Armando oppure tornare a ricordare l’odissea di Rosetta Costa e Walter Pavan che, con l’aiuto dell’associazione Coscioni, sono arrivati fino alla Corte di Strasburgo. Che nel 2013 ha condannato l’Italia perché la legge 40 viola i diritti umani e contraddice una legge ad orientamento costituzionale come la 194. Sulla quale lo scorso 8 marzo si è pronunciato il Consiglio d’Europa stigmatizzando l’Italia perché non garantisce alle donne il diritto di interrompere una gravidanza. A causa, come si diceva, del tasso di medici obiettori che in molte regioni italiane supera il 70 per cento, mentre le aziende ospedaliere non offrono servizi alternativi. «A breve l’Italia dovrà dimostrare di aver cambiato rotta» dice l’avvocato Marilisa D’Amico che ha lavorato fianco a fianco con l’associazione dei ginecologi non obiettori ( Laiga ) che nel 2012 ha presentato ricorso. E mentre la deputata di Sel Marisa Nicchi ha presentato un’interpellanza urgente al ministro della Salute Lorenzin, da associazioni di base arrivano richieste concrete di cambiamento. L’associazione Coscioni, che dal 4 al 6 aprile a Roma ha organizzato il terzo incontro del congresso mondiale sulla libertà di ricerca scientifica dal titolo “Colmare il divario tra scienza e politica”, per esempio, chiede l’istituzione di un albo pubblico dei medici obiettori, una legge quadro che definisca e regolamenti l’obiezione di coscienza, concorsi pubblici riservati a medici non obiettori, ma anche il ricorso a medici “gettonati” per sopperire urgentemente alle carenze dei medici non obiettori. Ma invita anche le donne a denunciare omissioni di soccorso e inefficienze offrendo loro assistenza gratuita come Soccorso civile.

Intanto un importante passo avanti riguardo all’aborto farmacologico è stato fatto dalla Toscana, dove il Consiglio sanitario regionale ha di recente aperto alla possibilità di estendere la somministrazione della pillola abortiva Ru486 a strutture territoriali come i consultori. Come già avviene da tempo in Francia, in Inghilterra e in molti altri Paesi. Ma in Italia, come è ben noto, è stata necessaria la lunga e pionieristica battaglia di un ginecologo come Silvio Viale per introdurre la Ru 486 al Sant’Anna di Torino, da cui poi hanno preso esempio altri ospedali. Nonostante l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) già da molti anni avesse definito l’aborto farmacologico come un metodo assolutamente sicuro.

«L’opposizione alla Ru486 che ha caratterizzato l’Italia ha radici ideologiche e non scientifiche. – commenta il ginecologo Giovanni Fattorini -. Come dimostra anche la casistica. Se nel 2005 sono state appena 130 le interruzioni di gravidanza con metodo farmacologico, nel 2011 erano già 7432. E sono in continua crescita, senza particolari problemi». Quanto alla possibilità di rivolgersi al consultorio,invece che all’ospedale, Fattorini che ha da poco pubblicato il libro I consultori in Italia (L’Asino d’Oro edizioni) ribadisce che non ci sono controindicazioni. «Del resto – sottolinea il medico dell’ssociazione dei ginecologi territoriali (Agite) – la possibilità era già preconizzata nell’articolo 8 della 194 che parla di strutture territoriali». Che sarebbe tempo di rilanciare, ammodernandole e dotandole, per esempio, anche di strumenti per esami ecografici e altro, laddove fossero carenti. «L’istituzione dei consultori negli anni 70 fu una importante innovazione, un fatto di “civiltà”. E oggi sono un grande presidio per diffondere la cultura della contraccezione e della regolamentazione della fertilità, per favorire l’integrazione degli immigrati e dei soggetti più deboli, dal punto di vista della salute e molto altro. Ma in maniera assolutamente miope negli ultimi anni invece di potenziare queste importanti strutture pubbliche la politica ha preferito disinvestire». (Simona Maggiorelli)

dal settimanale left-avvenimenti

 

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#Aborto. A rischio i diritti delle donne, bersaglio dei #no-choice

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 1, 2014

spagna_nIl primo febbraio una grande manifestazione internazionale contro il dietro front del governo spagnolo sui diritti delle donne riguardo all’aborto. Alle 15 sit-in davanti all’Ambasciata spagnola a Roma.

E in Italia cosa sta accadendo? La riscossa dei No-choice riparte da Firenze. Confidando nel sindaco. Mentre  non si sono ancora spente le polemiche per il voto dei sei europarlamentari Pd che nel dicembre scorso hanno affossato la risoluzione Estrela che chiedeva aborto sicuro in tutti Paesi dell’Unione Europea. E il movimento religioso l’embrione è “uno di noi” raccoglie 1.700.000 firme per cancellare in Europa  la ricerca scientifica che utilizza embrioni.

di Simona Maggiorelli

«No all’aborto», «Fermiamo la soppressione legalizzata dei concepiti». Con questi slogan il 4 gennaio si sono presentati davanti all’ospedale di Careggi alcuni attivisti di gruppi cattolici, che in tutta Italia organizzano maratone di preghiera per sostenere una proposta di legge di tutela degli embrioni.

Era un numero sparuto di pro life quello che ha manifestato a Firenze per chiedere l’abrogazione della legge 194, ma non è la prima volta che nella città governata da Renzi gli anti abortisti scendono in piazza: qualche mese fa lo hanno fatto anche tentando di intralciare il lavoro dei consultori. E dopo che la giunta del sindaco ha deliberato a favore di un cimitero per i feti, è partita anche una raccolta firme per una proposta di legge che chiede «tutele per le famiglie dei bambini mai nati».

Promossa dall’associazione Pensiero Celeste e sostenuta dal Mir (Moderati in rivoluzione) e dal progetto politico Innamorati dell’Italia, a dicembre è stata presentata in Palazzo Vecchio da Walter Ferrazza (ex sottosegretario Affari regionali) e dal consigliere di Forza Italia Jacopo Cellai. Segnali che anche una città dalla tradizione di sinistra come Firenze si sta allineando alla Roma papalina, dove solo farsi prescrivere la pillola del giorno dopo è un percorso a ostacoli? Certo è che l’offensiva contro la 194 da parte degli oltranzisti cattolici trova un solido appoggio in Papa Francesco, che nei giorni scorsi è tornato a parlare dell’«orrore dei bimbi vittime dell’aborto», dopo interviste come quella apparsa su Civiltà cattolica in cui il pontefice diceva che l’aborto pesa enormemente nella vita delle donne e che per questo dovrebbero pentirsi. Per la Chiesa la donna che decide di interrompere una gravidanza è, da sempre, un’assassina. E ora dal pulpito si cerca di irretirla nelle scelte, brandendo il fantasma del senso di colpa e della «sindrome post aborto», che i fondamentalisti cristiani chiamano anche «sindrome del boia» (vedi left del 15 luglio 2013). Una “patologia” che la moderna psichiatria stigmatizza come invenzione ideologica, perché senza alcun fondamento scientifico. Mentre la neonatologia ha ampiamente dimostrato che l’aborto non è un assassinio e che il feto non ha nessuna possibilità di vita autonoma fuori dall’utero prima delle ventiquattro settimane.

«La donna che ha deciso di abortire non uccide una vita umana come si vuol far credere – ha detto la neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti -. Il feto ha una realtà puramente biologica e quindi anche sul piano etico e giuridico l’aborto non può essere equiparato a un omicidio. Il cervello del neonato – approfondisce la docente di neurologia neonatale dell’Università di Siena – è completamente diverso da quello del feto che è funzionale ai processi di accrescimento e non a una attività di pensiero che ha inizio con la nascita». Ma nonostante queste acquisizioni scientifiche compaiano anche in sentenze importanti come quella della Cedu (Corte europea dei diritti dell’uomo), che invita l’Italia a rivedere il testo della Legge 40 sulla fecondazione assistita perché confonde il feto con il bambino, la politica italiana – specie quella più ligia ai diktat vaticani – continua a non perdere occasione per attaccare il diritto di poter ricorrere all’aborto. Basta ricordare che alla fine del 2013 sei eurodeputati Pd (renziani e non) hanno affossato la risoluzione Estrela che semplicemente invitava gli Stati membri a garantire, per le donne di tutti i Paesi della Unione Europea, gli stessi diritti in tema di sessualità e salute riproduttiva e l’aborto legale e sicuro, senza i vincoli dell’obiezione di coscienza.

«Anche a causa della capillare azione dei No-choice, il testo è stato bocciato e sostituito con una proposta di esponenti del Ppe che afferma la non competenza del Parlamento europeo su queste tematiche, rimandando alle scelte dei singoli Paesi», commentano attiviste del movimento Se non ora quando. Per poi aggiungere: «L’astensione di parlamentari del Pd, che ha consentito che questo avvenisse, ci sorprende e ci preoccupa, anche perché il testo non era vincolante ed era già stato modificato al ribasso».

La bocciatura al Parlamento europeo della “risoluzione Estrela” «è l’ultimo di una lunga serie di attacchi ai diritti delle donne» ribadisce la ginecologa Anna Pompili della Laiga, tornando a denunciare l’uso strumentale dell’obiezione di coscienza, che rende praticamente impossibile effettuare aborti in molti ospedali italiani e che rischia di riaprire la piaga dell’aborto clandestino (che la 194 ha drasticamente ridotto). «Il rapporto Estrela impegnava i governi degli Stati membri, anche le cattolicissime Irlanda e Italia, a promuovere la salvaguardia della salute riproduttiva attraverso l’accesso alla informazione sessuale, alla contraccezione oltreché all’aborto sicuro – sottolinea la ginecologa -. Troppo aggressivo, secondo l’europarlamentare Pd David Sassoli, che con Silvia Costa, Patrizia Toia e gli altri del gruppo Pd a Strasburgo difende le diverse sensibilità di ciascun Paese su temi “eticamente sensibili”». Per rispondere in maniera positiva, dando voce alle donne, la Laiga rilancia una manifestazione internazionale che si svolgerà con ogni probabilità l’8 marzo e organizzata dalla rete Womenareurope. « La sinistra in Italia – dice Anna Pompili – deve ricominciare a pensare che i diritti umani (e la salute riproduttiva lo è a pieno titolo) non sono temi secondari rispetto alla drammaticità della crisi economica, temi per i tempi di “vacche grasse”, restituendo dignità a quella sua vocazione originaria da troppo tempo dimenticata. Insomma – conclude la rappresentante della Laiga – il Pd deve chiarire la sua posizione in tema di aborto, contraccezione, fecondazione assistita, laicità dello Stato. Lo deve a quelle cittadine che vedono i loro diritti calpestati in nome di un’etica superiore, e che spesso sono costrette ad una dolorosa migrazione in altri Paesi per esercitarli. Anche se la legge italiana è una delle più avanzate d’Europa».

dal settimanale left avvenimenti

La campagna l’embrione è uno di noi raggiunge 1.700.000 firme. A rischio la ricerca scientifica che utilizza embrioni

BRUXELLES 28 febbraio 2014- I venti di destra che soffiano sull’Europa dei diritti civili e delle donne in particolare trovano un’altra preoccupante conferma: nella Ue l’iniziativa religiosa l’embrione è “uno di noi” ha raccolto 1,7 mln firme tagliare i finanziamenti alle ricerche scientifiche che implicano la distruzione di embrioni . La Commissione Ue, s ilegge in un comunicato Ansa, ha reso noto che l’iniziativa ha superato la soglia minima di un milione di firme (raccolte in almeno 7 Paesi membri) necessaria per obbligare le istituzioni Ue a valutare l’opportunità di legiferare. ‘Uno di noi’ mira ”a proteggere la vita umana sin dal concepimento.Sulla base della definizione di embrione come ”l’inizio dello sviluppo dell’essere umano’. Entro i prossimi tre mesi la Ue dovrà decidere

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