In Italia è noto soprattutto per il best seller Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio,ma nel romanzo di esordio di Amara Lakhous, censurato in Algeria ( e che per un pelo non gli costò la vita), sono raccontate le radici della protesta mediorentale contro regimi corrotti e autoritari, che sarebbe sfociata nella rivolta di piazza Tahrir. Con il titolo Un pirata piccolo piccolo è ora pubblicato dalle Edizioni e/o. Sarà presentato il primo luglio al meeting antirazzista di Cecina organizzato dall’Arci e il 5 luglio al circolo Elsa Morante di Roma.
di Simona Maggiorelli
La “visionaria” capacità dello scrittore algerino Amara Lakhous di anticipare gli eventi delle attuali rivolte arabe appare davvero sorprendente leggendo Un pirata piccolo piccolo, il suo romanzo di esordio, che ora torna in libreria grazie alle Edizioni e/o. In questa “commedia nera” dai toni ironici e autoironici, un giovanissimo Lakhous offriva nel 1993 una lucida radiografia del malessere delle società mediorientali sotto regimi autoritari e corrotti. Scavando in profondità nell’insofferenza crescente che già si avvertiva ad Algeri dove giovani, intellettuali, lavoratori erano stati ricacciati ai margini della società ed erano oppressi da uno Stato di emergenza che fingeva di salvare la neonata democrazia.
«Gli ex combattenti della guerra di liberazione si erano impossessati della rivoluzione vinta contro la Francia colonialista. Avevano creato una casta di privilegiati e trasformato l’Algeria in un bottino di guerra», ricorda lo stesso Lakhous nella prefazione della nuova edizione del libro (che sarà presentato il 1 luglio al Meeting antirazzista di Cecina e il 5 luglio a Roma). Nel frattempo la violenza dell’integralismo religioso cominciava ad avvelenare ogni istanza di vero cambiamento: «fondamentalisti, autoinvestitisi di una missione salvifica tentavano di instaurare una teocrazia talebana sulle rive del Mediterraneo » annota lo scrittore noto in Italia soprattutto per il bestseller Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio.
All’epoca Amara Lakhous era uno studente che muoveva i primi passi come giornalista e scrittore. Nella cronaca come nell’arte avendo il coraggio di andare fino in fondo, senza infingimenti. «Forse ero un po’ folle, certamente spregiudicato, e non disposto a piegarmi alla censura e alla autocensura che mi veniva imposta» ci racconta Amara stesso per telefono. Fatto è, che quel suo rifiuto dei compromessi ci regala oggi un libro fortissimo e una speciale chiave di lettura di ciò che sta avvenendo in una vasta area mediorientale che va dall’ Egitto, alla Tunisia allo Yemen.
«Anche nell’1988, quando ero ancora al liceo – ricorda Lakhous – ci fu in Algeria una forte movimento giovanile; i ragazzi scesero per le strade e distrussero tutti i simboli del Partito unico. Ma la rivolta fu repressa nel sangue e i media internazionali lo scoprirono solo dopo molto tempo. Allora non c’era internet, né i social network…». Ma diversa oltreché la possibilità di accesso ai mezzi di comunicazione forse era anche la mentalità e la cultura con cui si affrontava la rivolta. La scelta della non violenza, per quanto non sempre facile da attuare, sembra oggi prevalente nella protesta araba. «La non violenza è un dato nuovo, di grande importanza – commenta lo scrittore algerino -. Va di pari passo al rifiuto dell’integralismo religioso, delirante, malato che sul modello talebano vuole distruggere la cultura. Per anni – aggiunge Amara – in Algeria il fondamentalismo è stato usato come spauracchio da parte del governo. Meglio stare sotto una dittatura corrotta che almeno mi permette di leggere qualche libro e di andare al cinema, piuttosto che finire nel buio di uno stato teocratico pensavano molti miei concittadini». Avendo evidentemente perduto ogni fiducia nelle istituzioni e nella politica.
Amara Lakhous lo ha rappresentato in modo graffiante attraverso il personaggio protagonista di Un pirata piccolo piccolo, Hassinu, un quarantenne riottoso a farsi una famiglia come Dio comanda e che, raggiunta l’età in cui Maometto ebbe l’illuminazione profetica, ancora brancola nel buio, fra difficoltà economiche e acrobazie sentimentali che si ci fanno apparire in filigrana la devastante situazione di oppressione sociale delle donne algerine, costrette a sposarsi giovanissime. Usando la lingua sacra del Corano per parlare di tabù come il sesso e l’aborto, Amara Lakhous compiva così anche una sua “rivoluzione linguistica”, innestando sull’arabo dei testi sacri accenti berberi, più liberi e laici, imparati da piccolissimo come lingua materna. Quello che ne esce alla fine è davvero un piccolo miracolo letterario di franchezza e fantasia. Tanto schietto e diretto che nessuno in Algeria volle pubblicarlo. Tanto esplosivo, da fargli rischiare la vita quando nel 1995, infilato il manoscritto nello zaino, fuggì esule in Italia.
da left-avvenimenti











Uno specchio ibridato riflette un paesaggio rovesciato. Mettendo sottosopra cielo e terra. Dalla sua superficie concava inonda il paesaggio circostante di riflessi rossi, grigi e blu notte, che variano al mutare della luce e delle stagioni. Come un occhio aperto al centro del convento di Santa Clara, Islamic mirror dello scultore anglo-indiano Anish Kapoor offre uno sguardo inedito su questa possente struttura che si erge in mezzo a zone semidesertiche dell’Andalusia: sede di un califfato islamico, con l’arrivo dei conquistatori castigliani, divenne un convento. Ora che i lavori di restauro hanno riportato alla luce l’antica struttura islamica, fra chiostri, vasche e giardini, qui è nato un museo di arte islamica. E sotto i porticati della Sharq al-Andalus hall, Kapoor ha fatto incontrare le diverse tradizioni di Oriente e Occidente, realizzando questa nuova installazione che – come spesso è accaduto nel suo lavoro – vive di una vitale ibridazione fra culture diverse. Evocando con questa superficie specchiante, percorsa e ritmata da figure esagonali, la segretezza di antichi harem ma anche la violenza della segregazione claustrale. «In un momento in cui da più parti si agitano i fantasmi del fondamentalismo religioso e del terrorismo globale realizzare in un convento un’opera intitolata “Specchio islamico”, da qualcuno, potrebbe essere giudicata una provocazione – nota Rosa Martìnez, curatrice della mostra -. Ma una delle cose buone della globalizzazione è che ci costringe a essere assai cauti riguardo a un’idea unica e incontrovertibile di verità rivelata. Per me, per esempio, l’unica verità è il diritto degli esseri umani di vivere e lottare per la propria felicità e realizzazione». E poi aggiunge: «Come trovare nuovi modi di vivere insieme, oggi questa è la domanda. Accettare la differenza e la dialettica è centrale. E in questo l’arte aiuta. Perché crea delle micro-trasformazioni». Come quella che Kapoor mette in atto sovvertendo la visuale di questo convento andaluso. Ma un cambiamento radicale è anche quello che avviene in questi giorni al Guggenheim di Berlino grazie alla suggestiva installazione di Kapoor dedicata alla memoria. E un analogo discorso si potrebbe fare anche per Cloud gate, la gigantesca scultura a forma di fagiolo, al centro del Millennium park di Chicago: con la sua superficie specchiante cattura l’immagine dei passanti all’interno dell’opera rimodulando, così, tutto l’ambiente circostante.
In trent’anni di lavoro l’intervento negli spazi pubblici è stato sempre una costante nel percorso di Kapoor, che negli anni 80 cominciò a disseminare per le capitali del mondo forme colorate e lucenti, che esplorano gli opposti luce-buio, pieno-vuoto, maschile- femminile. Evocando forme ancestrali come potrebbero essere sculture primitive, le opere di Kapoor si ergono come forme astratte, simboliche, magnetiche. Ma a differenza delle sculture dell’arte minimalista che hanno dominato la scena internazionale negli anni 80 e 90, appaiono come forme dinamiche, percorse da un movimento interno. Perfino quando si tratta di sfere perfette (ad esempio Turning the world inside out del 1995) la superficie della scultura appare percorsa da una tensione positiva, vibrante. Il fascino delle opere di Kapoor – pietre che rivelano segrete aperture, specchi concavi rosso sangue, cumuli di intenso colore che disegnano forme attraversando porte e spazi architettonici, sculture friabili di puro pigmento – forse sta proprio in questa “energia” che sembra promanare dall’interno.
Diversamente dalla gran parte della produzione artistica contemporanea improntata a un arido razionalismo, le sculture di Kapoor appaiono dotate di una speciale “aura”. Di un potere evocativo. Lo si avverte in particolare nelle opere degli anni 90 in cui l’artista, superate dicotomie e scissioni, riesce a evocare un sentire interno, ad aprire spazi di fantasia a partire dalla materia e dalla sensualità delle forme modellate dalle sue mani. Opere astratte, ma che non hanno nulla del freddo e rigido schematismo della minimal art di marca americana, da Serra a Judd allo stesso Morris. Forse proprio perché da artista Anish Kapoor non perde mai di vista l’umano. Per meglio dire, il corpo e l’immagine femminile sembra essere quell’invisibile che dà segretamente forma a molte delle sue opere. Sculture dalle linee morbide, dalla superficie levigata e “sensibile” come la pelle, indagata come diaframma che mette in relazione la realtà esterna e un sentire interno.