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Il coraggio di Sana’a

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 24, 2011

di Simona Maggiorelli

Sana'a

Sono in contatto con scrittori yemeniti e insegnanti dell’Università di Sana’a, via internet. Ma in questi giorni non sempre riusciamo a mantenere un filo di comunicazione, per quanto esile. Tutti i nostri studenti che erano là sono rientrati. Anche l’ambasciatore italiano non è più nella capitale yemenita perché la situazione nel Paese è davvero difficile, a rischio guerra civile». E’ accorata la voce di Isabella Camera d’Afflitto quando parla di quanto sta accadendo in Yemen, paese amatissimo, in cui l’arabista della Facoltà di Studi Orientali di Roma, negli anni, è tornata spesso, per studi e ricerche. Con libri come Perle dello Yemen (Jouvence) e Storia della letteratura araba contemporanea (Carocci), Camera d’Afllito ha avuto il merito di far conoscere anche in Italia il vivacissimo panorama letterario di quella che fu l’Arabia Felix. Un lavoro che ora prosegue con un importante volume a più mani Lo Yemen raccontato dalle scrittrici e dagli scrittori da poco uscito per i tipi di Editrice Orentalia.
Professoressa che direzione ha preso la rivolta yemenita dopo la feroce repressione ordinata dal presidente  Saleh e il suo ferimento?
La rivolta in Yemen è partita, proprio come negli altri Paesi arabi, dai giovani, di ogni classe, non solo intellettuali. Anche lo Yemen ha avuto la sua piazza Tahrir, la sua piazza della libertà, che a Sana’a si chiama piazza del cambiamento. Ma se la richiesta di democrazia è partita dai  ragazzi poi è stata “monopolizzata” dai capi tribù che chiedono al governo centrale di Sana’a  il riconoscimento di alcuni diritti  fondamentali  ma anche infrastrutture e ospedali nei villaggi. Parliamo di zone dello Yemen dove vivono i beduini, aree poverissime, di cui i media si occupano solo quando ci sono dei rapimenti. Un mezzo ricattatorio a cui i capi tribù ricorrono proprio per accendere l’attenzione del Governo. In genere senza altri intenti. Chiedono giustizia perché le forze dell’ordine yemenite proteggono  e riconoscono solo i clan vicini al presidente Saleh.
In  Yemen le donne sono solo presenze velate sulla scena pubblica.  Ma loro voce si è fatta sentire nella protesta…
Nell’ambito di una rivolta studentesca che è stata forte e netta, la presenza femminile ha assunto un grande significato. Ho raccolto la testimonianza di quattro scrittrici, che sono diventate delle “eroine” per il coraggio che hanno avuto di scendere in piazza. Arwa Abduh Uthmàn (classe 1965) è una di queste, lavora come ricercatrice presso il Centro di Studi Yemeniti e da tempo porta avanti una sua battaglia anche rifiutandosi di indossare il velo. Per questo è stata  duramente attaccata dagli integralisti. Per scrittrici come Arwa  è una doppia rivolta: al fianco degli studenti e contro chi vorrebbe rimandarle di nuovo in casa.
Nelle opere di scrittori yemeniti di differenti generazioni traspare una forte consapevolezza riguardo alla “questione femminile”. L’emancipazione delle donne nei loro romanzi simboleggia la liberazione del Paese?
E’ proprio così. La letteratura non è affatto marginale se vuole capire il presente. Offre una porta speciale per entrare nella realtà di certe regioni, più di un libro di storia, che aridamente ripercorre i fatti. E qui ne abbiamo la riprova. La centralità della questione femminile in Yemen è segnalata in primis dagli scrittori. E da scrittici laureate, con un dottorato,  ma figlie di donne analfabete e, anche attraverso il romanzo, cercano di elaborare questo epocale iato. In Yemen le donne lavorano, fanno ricerca, guidano la macchina. Alcune sono divorziate e in prima linea nelle battaglie per poter tenere con sé i figli. Altre si battono contro la piaga delle spose bambine. Ci sono donne avvocato che difendono i diritti di queste giovanissime fuggite da situazioni di segregazione, ragazzine che si sono viste negare l’infanzia e l’adolescenza.
ll codice di famiglia, dopo la riunificazione del Paese, ha segnato un passo indietro riguardo ai diritti delle donne. Paradossalmente queste giovani si trovano oggi a rifare battaglie che le generazioni precedenti avevano già fatto nello Yemen del Sud?
Il Sud, che era sotto l’ala sovietica, aveva una legislazione più avanzata per quanto riguarda i diritti civili delle donne. Poi con la riunificazione, lo Yemen ha risentito dell’arretratezza delle regioni del Nord finite sotto l’ala saudita. Un fatto macroscopico è la pratica diffusa di masticare il qat (un vegetale dagli effetti narcotici ndr). Nello Yemen sovietico era andato quasi in disuso, mentre oggi è una piaga sociale diffusissima. Ma c’è anche un altro fatto evidente: nello Yemen sovietico non si vedevano quasi più donne velate. Guardando le foto di Aden degli anni Cinquanta  e Sessanta sembra quasi un’altra città rispetto ad oggi.
Tornando alla letteratura, che tipo di lingua araba è quella  dei nuovi scrittori yemeniti?
L’arabo yemenita è quello classico. Per l’isolamento in cui il Paese ha vissuto a lungo, la lingua e la letteratura si sono molto preservate. Non sono andate incontro a quel certo “decadimento” e impoverimento, che invece ha subito la lingua in altre aree del mondo arabo. Inoltre in Yemen la letteratura russa – quella dei grandi autori come Dostoevskij – ha esercitato una forte influenza.  Molti autori giovani ancora oggi sono “impregnati” di classici russi. Ma va detto anche che la letteratura yemenita, per quanto vanti una tradizione antichissima, è stata a lungo respinta ai margini dal resto dei Paesi arabi. Solo di recente si segnala una  apertura, come se gli arabi stessi si fossero finalmente resi conto della presenza letteraria yemenita e della sua importanza. Prima guardavano con sospetto verso tutto ciò che veniva dalle popolazioni yemenite ritenute ingiustamente retrograde, religiose, bacchettone. Anche dentro il mondo arabo , che al suo interno è percorso da forti differenze, esistono visioni stereotipate e pregiudizi.
Fra i temi che percorrono la letteratura yemenita quello dell’emigrazione e della durezza dell’esilio è molto presente.
Molti yemeniti sono venuti in Europa, ma tanti  sono finiti a lavorare come schiavi in Arabia Saudita. E questo ha determinato il fenomeno delle donne che, rimaste sole, sono messe sotto tutela  dalla famiglie del marito. Poi magari il marito torna in Yemen con un’altra moglie… Un realtà  denunciata nei libri di molte scrittrici yemenite.
Colpisce il fatto che le scrittrici che affrontano questo tipo di tematiche siano anche molto critiche verso il femminismo occidentale: rivendicano di voler fare una rivolta con gli uomini.
Non crediate di aver inventato voi che il femminismo, ci dicono indirettamente. “Certo per noi è più difficile metterlo in atto, ma – avvertono – non crediate che non abbiamo idee”. Nella stessa città di Sana’a ci sono più associazioni che difendono i diritti delle donne, non una sola. Ognuna con una propria identità e in lotta con le altre. C’è quella governativa, quella indipendente, quella di opposizione. C’è anche un dipartimento di studi di genere all’Università nella capitale. Ad unire questa miriade di associazioni è la lotta contro la tradizione del clan familiare che in Yemen è ancora molto forte… In questi giorni quando in tv vedo la città di Sana’a in fiamme, mi si stringe il cuore, penso agli sforzi immani che una parte viva della società stava facendo per uscire dal medioevo. Spero  non siano vanificati dalla repressione militare.
Lo Yemen viene dipinto dai media come  un Paese tout court  fondamentalista. Cellule di Al-Qaeda, con sostegno saudita si sono annidate in alcune zone desertiche del Paese. Ma chiunque abbia viaggiato in questo bellissimo Paese difficilmente dimentica il calore umano e l’attenzione che si incontra per strada, anche nei villaggi più isolati. Come legge questa discrasia?
Personalmente, in tanti anni di viaggi  in Yemen, ho trovato grande apertura , interesse verso l’altro , accoglienza verso gli stranieri; quello yemenita è una popolo straordinario. Ci vorrebbe un governo che lo aiutasse davvero ad uscire dalla povertà e dalla fame. Intanto è cresciuta una classe di intellettuali che lavora per un cambiamento culturale. Per averne un’idea basta vedere la ricognizione  che ha fatto  Francesco De Angelis sulla “rivoluzione” yemenita letta attraverso i bloggers. Chi voglia continuare la ricerca può trovarlo on line sulla rivista ww.arablit.it.

IL LIBRO

Forti di una tradizione antichissima di poesia e letteratura , gli scrittori yemeniti di oggi sperimentano a 360 gradi fra i generi letterari, spaziando dal romanzo dalla forte impronta politica e sociale, all’avanguardia letteraria, alla fantascienza. Offre un viaggio in questo interessante panorama in continua evoluzione  la raccolta di saggi Lo Yemen raccontato dalle scrittrici e agli scrittori curata da Isabella Camera d’Afflitto e pubblicato da Editrice Orientalia. In un paese come lo Yemen in cui il 41,8 % della popolazione vive sotto la soglia della povertà (2 dollari al giorno) ed è ancora  altissimo  il tasso di analfabetismo, la letteratura, specie quella engagé, sta conoscendo una straordinaria fioritura. Al centro il tema dell’emigrazione, dell’esilio, ma anche e soprattutto il  superamento del tribalismo e la lotta per una maggiore democrazia. Ma tema forte è anche l’emancipazione della donna in un  Paese dove oltre il 50% delle spose ha meno di 15 anni.

dal settimanale left-avvenimenti

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Progettare al femminile

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 2, 2010

Presentata a Roma la dodicesima edizione della Biennale architettura di Venezia, People meet in architetture, affidata alla giapponese Kazuyo Sejima

di Simona Maggiorelli

Sejima, casa a Tokyo

Per la prima volta nella storia della Biennale architettura la direzione, quest’anno, è stata affidata a una donna. La giapponese Kazuyo Sejima ha bucato il cosiddetto soffitto di cristallo e la sua Biennale porterà un segno “femminile” fin dal titolo People meet in architetture legando la qualità dell’architettura alla sua vivibilità e alle relazioni umane che la abitano. Ma chi è questa signora cinquantaquattrenne che ha dedicato la sua vita a una progettazione futuribile e insieme rigorosa ma che il pubblico italiano perlopiù ha imparato a conoscere solo dopo la sua nomina in Laguna? Definita dalla stampa specializzata una delle menti creative di primo piano degli anni Duemila, Kazuyo Sejima si è formata nello studio di Toyo Ito (che di lei dice: «sa usare la massima semplicità per collegare il materiale e l’astratta.

In realtà è dalla collaborazione con Ryue Nishizawa (sotto il marchio SANAA) che sono nate alcune delle sue opere di architettura più conosciute, dal New Museum di New York al Serpentine Pavilion di Londra, al 21st Century museum of contemporary art di Kanazawa, premiato nel 2004 proprio con il Leone d’Oro a Venezia. Dovendo sintetizzare lo stile Sejima lo si potrebbe definire minimalista, ma con un tocco di “follia”, di imprevista fantasia. Di fatto il suo modo di progettare rompe con ogni tradizione codificata. Anche perché per lei l’architettura del nuovo millennio deve sapere incidere positivamente sulla qualità della vita , rispettare e interpretare le esigenze degli individui e al tempo stesso rappresentare un’idea di società e di Res publica. Obiettivi alti e una concezione originale dell’architettura che ritroviamo concretamente declinati in questa Biennale numero 12 che aprirà i battenti il 29 agosto. Presentando ieri alla stampa People meet in architetture Sejima ha ribadito la sua idea di trasformare questa dodicesima Biennale un luogo di incontro lanciando da Venezia un «forum nuovo e attivo per le idee contemporanee». Anche per questo non saranno invitati a partecipare soltanto architetti, ma anche artisti e ingegneri, aprendo il dialogo fra le diverse discipline. «Ogni protagonista della prossima Biennale – ha spiegato Sejima – sarà curatore di se stesso». E i progetti avranno una cifra di spiccata originalità. Così ecco una grande pietra del terremoto del Cile trasformata in una grotta abitabile ad usum di chi voglia stare un po’ da solo. Ed ecco una vera e propria nuvola formarsi e librarsi a tre metri dal suolo, ecco progetti di architetti e “designer” di paesaggi, e staccionate in bambù disegnare gli spazi interni di un edificio, ma anche architetture di luce, suggestive quanto impalpabili che agiscono sullo spazio cambiandone l’atmosfera e il nostro modo di percepirlo. Dal punto di vista organizzativo accanto alle consuete partecipazioni nazionali, con mostre nei Padiglioni ai Giardini e nel centro storico di Venezia, la Biennale 2010 sarà caratterizzata da una ridda di eventi collaterali (in dettaglio sul sitio www.labiennale.org) e da una lunga serie di incontri pubblici con i protagonisti dell’architettura degli ultimi anni. «Se al centro vogliamo davvero mettere la qualità dell’architettura – sottolinea Sejima – allora è importante approfondire la conoscenza di quelle personalità che della qualità hanno fatto una vocazione personale». Da qui l’idea dei sabati dell’architettura dedicati in primis ai direttori delle precedenti edizioni della Biennale dagli italiani Vittorio Gregotti Paolo Portoghesi e Francesco Dal Co , Massimiliano Fuksas alle archistar straniere Hans Hollein, Deyan Sudjic , Kurt W. Forster, Richard Burdett, Aaron Betsky. Una collana di appuntamenti che proseguirà fino allachiusura della Biennale il 21 novembre.

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