Articoli

Il gran rifiuto del direttore degli Uffizi

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su febbraio 16, 2015

Antonio Natali

Antonio Natali

Il direttore degli Uffizi Antonio Natali non concederà in prestito un’opera fragile come L’Annunciazione, richiesta da Milano per la mostra su Leonardo a Palazzo Reale, prevista nell’ambito dell’Expo 2015. Coerente con il suo lavoro di conservazione del quadro di cui è uno dei massimi studiosi.  Anni fa,  Natali scoprì i motivi della strana torsione del braccio della Madonna mettendola in relazione allo spazio in cui era originariamente collocata la tela. 

In questa intervista rilasciata a Left lo scorso ottobre il direttore raccontava le ragioni della sua resistenza ad esposizioni che, senza produrre conoscenza,  riducono le opere d’arte a feticci decontestualizzati.  Una bella occasione per ascoltarlo dal vivo sarà  giovedì 19 ottobre quando sarà a Roma, nei Musei Vaticani, per presentare  il suo nuovo libro Michelangelo agli Uffizi, dentro e fuori  pubblicato da Maschietto editore.

In balìa della crisi economica, già diversi anni fa, la Grecia prese ad affittare i suoi templi come location. Anche per film di serie b e ricchi matrimoni stranieri. Allora gridammo allo scandalo. Mentre l’ex direttore del Musée Picasso, Jean Clair tuonava contro il Louvre che, per fare cassa, progettava di delocalizzare pezzi di collezione ad Abu Dhabi. Oggi però in Italia sembriamo quasi assuefatti all’idea del “noleggio” di antichi spazi architettonici, monumenti, ponti e palazzi pubblici, diventato pratica diffusa.«La cosa in sé non è detestabile», commenta il direttore degli Uffizi Antonio Natali, precisando :« dipende da come lo si fa». «Agli Uffizi – dice -noi non noleggiamo gli spazi del Museo. Ma abbiamo una terrazza, affacciata su Palazzo Vecchio, che ha il più bel panorama di Firenze. Che ospiti alcuni eventi, purché nei limiti del buongusto, mi pare ammissibile. Se c’è uno sponsor che si è reso benemerito facendo bene agli Uffizi, io non mi sento di negargli quello spazio. Mentre, finché ci sono, mi impegnerò con tutte le mie forze perché non avvenga negli spazi della Galleria. Gli Uffizi (con l’Accademia dove si trova il David) è il museo che mette risorse economiche a disposizione di tutti gli altri del Polo fiorentino. E le assicuro che gli altri musei ne hanno ancor più bisogno di noi perché, ahimè, non fanno gli stessi numeri. Dunque non mi sento di fare il moralista. Anche perché tutto sommato non ne vedo la ragione. Friends of Florence, per esempio, ha raccolto un milione di dollari per il restauro della Tribuna. Offrire loro la terrazza è un modo per dimostrare la gratitudine dello Stato.

Leonardo da Vinci, Annunciazione

Leonardo da Vinci, Annunciazione

Occorre un vigile controllo pubblico su queste operazioni, non crede?
Certo, ci vuole un forte controllo. Quando si parla di etica la severità non è un vizio. è una virtù. Le sale del Museo, ribadisco, non devono essere toccate. Altrimenti sarebbe un po’ come dire, poiché arrivano tanti soldi, gli permettiamo di fare colazione, pranzo o cena nel Presbiterio di Firenze. Sarebbe del tutto improprio. Anzi, deprecabile. Oggi in nome del denaro è diventato possibile tutto. Con la scusa che siamo in crisi. Questo non è accettabile. Senza contare che non c’è mai stato un periodo in cui non si parlasse di crisi. Forse solo quando ero adolescente io negli anni Sessanta e allora c’era il boom. Per il resto, a partire da Petrolini che cantava “che cos’è questa crisi,” non ho conosciuto un periodo di floridezza tale che consentisse al patrimonio italiano una attenzione o una tutela attenta, perché i soldi sono sempre mancati. Allora se arrivano degli aiuti l’importante è che dietro ci siamo delle scelte precise, buongusto, intelligenza, un po’ di sapienza e anche un po’ di cultura.
Il marketing culturale, però, tende a incoraggiare più che la conoscenza un turismo “mordi e fuggi”. Che magari si accontenta di un selfie accanto alla Gioconda. In questo modo non si rischia di svuotare di senso l’opera, riducendola a feticcio?

Botticelli, Venere

Botticelli, Venere

La Gioconda come la Venere di Botticelli conservata agli Uffizi… Ma anche qui vorrei fare chiarezza. Sono partite in questi giorni dagli Uffizi e da altri musei un’ottantina di opere per una mostra che si terrà a Tokyo. L’ho curata personalmente, con il preside della Facoltà di Lettere della capitale giapponese. “Feticci non ne partono di qui”, mi sono permesso di dirgli visto che ci conosciamo bene. Ci saranno molte tele poco note, molte dai depositi, molte di pittori di cui non si conosce il nome, ma si conosce il corpus di opere. Proprio per non alimentare la mitologia del feticcio. E’ la cosa che più mi rattrista. E poi perché si sappia che la storia dell’arte italiana non è fatta solo di Botticelli, Michelangelo e Leonardo e Caravaggio. Queste sono le vette di una catena montuosa e non punte solitarie che si alzano da una piana paludosa. Ci sono tantissime altre opere che devono essere conosciute. Io credo sia molto importante che la divulgazione ci sia, senza fare i sofisti o gli snob, ma essendo consapevoli che ogni volta che si sposta un capolavoro si rischia di alimentarne aridamente il mito. è del tutto evidente che se una mostra copre il Rinascimento bisogna prestare opere che attestino la presenza di maestri fuori dell’ordinario. In questo caso si tratta di quattro o cinque opere contornate da una settantina di tele tutte da conoscere. Perché solo così penso si faccia un’operazione di divulgazione seria con un intento didattico forte. Il punto cioè è far capire che l’arte italiana è cosa assai più complessa di quanto si fa apparire all’estero quando si porta una mostra di Botticelli o di Leonardo. Senza contare che è sempre più difficile per l’estrema delicatezza di queste opere e si è sempre più costretti a proporre mostre che nel titolo annunciano “l’ombra di…”
Cosa pensa della proposta avanzata dal ministro Franceschini che apre alla possibilità di pagare le tasse cedendo opere d’arte allo Stato?
Con ciò che ho detto, la risposta mi pare quasi scontata. Mi è piaciuta molto l’agevolazione che è stata offerta a chi contribuisce al mantenimento del patrimonio. Purché quando si parla di patrimonio e di mecenati non ci si riferisca solo agli Uffizi – e lo dico nel completo disinteresse come lei potrà capire -.ma si pensi a quei musei che non ce la fanno. Si pensi cioè a quelle chiese in cui piove e c’è il rischio che gli affreschi si rovinino. Se io offro soldi agli Uffizi e con ciò mi faccio bello, non è vero mecenatismo. Ci vuol poco a farsi belli con gli Uffizi. Serve oculatezza, attenzione, perché non ci sia il soccorso ai ricchi ma ai poveri. (Dal settimanale Left ottobre 2014)

 

Leonardo, rispetto gli uffizi

Franceschini: «Rispetto gli Uffizi, no all’Annunciazione»
Corriere della Sera, 13/02/2015

Il ministro dei Beni culturali: «Ho chiesto alla Galleria una valutazione e l’ho avuta. Il museo ha già prestato molte opere, la sala leonardesca rimarrebbe vuota»

«L’Annunciazione» di Leonardo non sarà a Milano per Expo. È stato il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, a stroncare le speranze di Palazzo Marino. In visita venerdì alla Bit, la fiera del turismo di Rho, Franceschini è stato chiaro: «Ho ricevuto una lettera dal sindaco Pisapia che mi chiedeva una riflessione. Ho chiesto al direttore degli Uffizi una relazione che mi ha fatto avere. Io sono molto rispettoso dell’autonomia dei direttori dei musei e delle loro scelte, non credo che la politica debba intervenire in un campo che è di loro competenza». Chiamato ad arbitrare la contesa — a chiamarlo in causa era stato proprio il direttore della Galleria fiorentina («Decide il ministro») — Franceschini ha spiegato i motivi del rifiuto: «Il dottor Natali mi ha mandato un elenco delle opere che gli Uffizi hanno prestato alle varie mostre per Expo e sono 28. Alla mostra su Leonardo sono prestati dei capolavori, un’opera del Botticelli che non è mai uscita dagli Uffizi, una importante del Ghirlandaio e altre ancora. Il direttore degli Uffizi ha fatto presente che il suo museo rimarrebbe privo di opere di Leonardo durante i sei mesi di Expo. Sono valutazioni corrette che io rispetterò».
Il Comune ha sperato fino all’ultimo che il capolavoro leonardesco del 1472 potesse far parte della grande mostra su Leonardo a Palazzo Reale. Giovedì sera l’assessore alla Cultura, Filippo Del Corno, accennava a spiragli di schiarita. Fiducioso che il ministro, per la sua sensibilità, avrebbe compreso l’importanza di inserire l’opera nel percorso espositivo. Impossibile — la sintesi del suo ragionamento – che dopo le dichiarazioni del premier Matteo Renzi («A Expo l’Italia ci mette la faccia, non possiamo permetterci brutte figure») il dicastero non seguisse la linea. Previsioni smentite: Franceschini ha preferito non ignorare le valutazioni dei tecnici e non sconfinare dal suo ruolo d’indirizzo politico. Nessuna eccezione o deroga speciale, dunque: l’opera «inamovibile» — più per l’integrità della collezione che per i rischi effettivi legati a un eventuale trasferimento – resterà a Firenze. Si chiude, così, una vicenda che aveva creato tensioni non solo tra Milano e il capoluogo toscano, ma anche nel fronte di Expo. Duro, giovedì, lo scambio di battute tra la presidente di Expo, Diana Bracco, e l’assessore Del Corno. Sul «caso Annunciazione» Bracco era intervenuta sostenendo che, tutto sommato, l’opera non fosse poi così indispensabile. «Non dobbiamo accentrare tutto a Milano — erano state le sue parole — . Capisco che un museo possa dire: “Se ti do un’opera, poi la sala rimane sguarnita”». Esternazioni che non erano piaciute a Del Corno: «Inopportune e sfavorevoli allo sforzo che stiamo facendo». «Quando il gioco in squadra con Expo — la stoccata dell’assessore — il mio referente è Beppe Sala. Forse, Bracco si è espressa in quel modo perché è poco informata sull’alto valore scientifico della mostra».
Expo delle polemiche
Il «caso Annunciazione» non è stato l’unico a creare frizioni durante l’organizzazione dell’evento. Contrastata anche la vicenda dei Bronzi di Riace: a premere perché le statue fossero esposte a Expo, tra gli altri, il critico d’arte Vittorio Sgarbi. Il Museo archeologico di Reggio Calabria, però, si era rifiutato, invocando la fragilità delle opere, imprescindibili per la collezione. Un altro no era arrivato da Cremona: il sindaco del Comune lombardo non aveva voluto concedere «L’Ortolano» di Arcimboldo, dipinto particolarmente in tema con la manifestazione. Accuse e maldipancia anche per l’Albero della vita, l’installazione simbolo del Padiglione Italia, progettata da Guido Balich. Prima il nodo dei costi esorbitanti, poi le rivelazioni dell’architetto inglese Wilkinson che aveva agitato il sospetto di plagio: «È uguale ai nostri Supertrees di Singapore». Una serie infinita di polemiche, nella quale «L’annunciazione» leonardesca è solo l’ultimo «pomo della discordia». Riuscirà il ministro dei Beni culturali a ricompattare i ranghi? Nel frattempo, i tessitori continuano a lavorare dietro le quinte per non tradire la linea dettata dal premier, Matteo Renzi: «Tutto il mondo ci guarda, ad Expo l’Italia ci mette la faccia».

Posted in Arte, Beni culturali | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

L’invisibile di Modì

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su febbraio 14, 2015

Modigliani, Testa rossa

Modigliani, Testa rossa

Fino al 15 febbraio è ancora possibile vedere la bella mostra, Modigliani et ses amis che Jean Michel Bouhours, curatore del dipartimento delle collezioni moderne del Centre Pompidou, ha realizzato in Palazzo Blu a Pisa, riallacciando la formazione dell’artista livornese (cresciuto studiando la profondità di Masaccio e maestri del gotico toscano) agli esiti più originali della sua ricerca maturata a Parigi, tra il 1906 e il 1920, anno della sua prematura morte.
Ripercorrere gli esordi di Modì nell’originario contesto toscano riporta in primo piano le radici trecentesche e arcaiche dei suoi scultorei ritratti, “primitivi”ed essenziali. Ma al contempo permette di cogliere pienamente il coraggioso salto che egli riuscì a compiere, nella ricerca di una propria, personalissima, strada. Distante anni luce dalla attardata pittura figurativa dei macchiaioli. Ma anche diversa dalla scomposizione della figura praticata dall’avanguardia cubista che Modì giudicava troppo fredda e geometrizzante.

Affascinato non tanto dall’idea di Cézanne di dipingere la natura attraverso cubi, cilindri ecc, ma dalla sua visione “onirica” assorbì e rielaborò anche il cromatismo del pittore di Aix. Come racconta qui il misterioso ritratto di impronta cézanniana intitolato Testa rossa (1915).

L’intento era dipingere “l’invisibile”. “Ciò che cerco – diceva – non è il reale né l’irreale, ma l’inconscio”, come si legge nel catalogo Skira. E dal vivo ci parlano di questo suo appassionato tentativo di ricerca artistica sul non cosciente le forme allungate e deformate dei suoi morbidi nudi femminili, l’aspetto longilineo dei suoi soggetti dai volti stilizzati, dai colli affusolati e quegli occhi senza pupille, mutuati forse dalle culture antiche (khmer e yemenite) osservate al Louvre.

In Palazzo Blu il discorso si dipana attraverso un centinaio di opere, fra dipinti e sculture di Modì, di Brnacusi, Gris, Picasso, Soutine e di altri protagonisti della avventurosa stagione di Montparnasse, provenienti dal Pompidou e da altri musei parigini come l’Orangerie, il Musée d’Art Moderne e poi dalla Pinacoteca Agnelli, da Brera e da Villa Mimbelli. In particolare colpisce il dialogo a distanza fra le potenti ed enigmatiche sculture di Brancusi e certi scultorei quadri di Modì come Le cariatidi.

Modì si sentiva intimamente scultore anche quando dipingeva come ben documenta Federica Rovati ne L’arte del primo Novecento, da poco uscito per Einaudi, parlando anche delle forme classiche che Modì seppe ricreare, in chiave anti accademica. Poi prima di uscire lo sguardo torna a posarsi sui magnetici di Guillame, di Soutine della bella e malinconia Jeanne. Ritratti in cui Modì non è fedele alla mimesi, alla fisionomia, ma sa far emergere il mondo interiore del soggetto, qualcosa che forma l’espressione del volto e che viene da dentro. Tratteggiando così personalità individuali, ogni volta diverse. Ma al tempo stesso riuscendo ad astrarre dalla contingenza qualcosa di universale che accomuna tutti gli esseri umani, proprio in quanto tali.

( dal settimanale Left del 7 febbraio 2015)

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Il marmo diventò morbida pelle. Per mano di Bernini

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su febbraio 8, 2015

Bernini, Ratto di Proserpina

Bernini, Ratto di Proserpina

Una monografia in otto puntate di Tomaso Montanari racconta  l’arte di Gian Lorenzo Bernini. Su Rai 5

Non c’è bisogno, come ha fatto qualche commentatore, di scomodare Simon Schama e la sua inarrivabile serie The Power of Art per dire che la monografica tv in otto puntate di Tomaso Montanari è un esempio di divulgazione colta e appassionata di altissimo livello, che non ha eguali in Italia. Anche perché, al di là dei potenti mezzi della BBC che supportano il lavoro dello storico dell’arte inglese, la serie La libertà di Bernini (prodotta da Land Comunicazioni per Rai Cultura e in onda su Rai 5) sceglie una strada diversa per tessere la narrazione.

Là dove Simon Schama racconta Gian Lorenzo Bernini, nell’ambito di una serie di ritratti d’artista, intrecciando magistralmente interpretazione dell’opera e vita, Montanari sceglie invece la strada di un rigoroso filo cronologico per ripercorrerne l’avventura e approfondire criticamente le novità che seppe portare nella scultura, nella pittura e nella architettura del Seicento. In anni in cui la committenza papale giocava un ruolo di primo piano sulla scena artistica, offrendo l’occasione per realizzare opere ambiziose. Ma al tempo stesso dettando rigidi programmi iconografici e legandoli strettamente alla propaganda controriformista.

Bernini, Apollo e Dafne

Bernini, Apollo e Dafne

Fu così che con l’ascesa al soglio di Urbano VIII, il papa che obbligò Galileo all’abiura, Bernini diventò una sorta di ministro dell’immagine pubblica della Chiesa di Roma. Riuscendo tuttavia a “salvare” la propria fantasia e inventiva. Basta pensare ad un’opera coraggiosa come L’estasi di santa Teresa (1647–1652) che usa il pathos e la teatralità controriformista per mettere in scena l’ondata di piacere che invade la santa trafitta da un angelo dall’aria birichina. Di questo Tomaso Montanari ci racconterà nella quinta puntata.

Intanto abbiamo avuto modo di apprezzare come, guidato dalla regia di Luca Criscenti, dal 7 gennaio scorso lo storico dell’arte fiorentino e docente dell’Università di Napoli abbia saputo ben tratteggiare i precoci esordi di Bernini portandoci direttamente nei luoghi dove visse e operò. A cominciare dai vicoli di Napoli, da quella celebre via Toledo dove il genio del Barocco nacque il 7 dicembre del 1598 da madre napoletana e padre fiorentino, che lo avviò alla scultura. Poi ci porta a Londra per vedere il Nettuno (1620-22) e nella Galleria Borghese di Roma dove Montanari commenta dal vivo un capolavoro di immaginazione e naturalismo come il gruppo Apollo e Dafne (1622-1625).

Tomaso Montanari

Tomaso Montanari

Un’opera in cui, grazie alla sua straordinaria tecnica, l’artista riesce a dare al marmo la morbidezza della pelle femminile, facendo sembrare «la carne più vera del vero».

La tesi che Montanari sostiene in tv in modo avvincente, senza accademismi, ma con linguaggio scientifico, è che Gian Lorenzo Bernini anticipò il moderno, sviluppando il naturalismo di Caravaggio, superando la staticità della scultura rinascimentale e regalando un potente dinamismo alle sue statue che non a caso – ci ricorda lo studioso – saranno poi studiate dal futurista Umberto Boccioni. Una tesi che in anni passati ha argomentato in importanti volumi, fra i quali Il Barocco (Einaudi), Bernini pittore (Silvana editoriale) e in un denso e articolato repertorio delle fonti del Barocco L’età barocca pubblicato da Carocci. Ora grazie al mezzo televisivo ci auguriamo possa raggiungere anche il grande pubblico. ( Simona Maggiorelli, dal settimanale Left)

Ecco il link per rivedere la quinta puntata http://www.rai.tv/dl/replaytv/replaytv.html?day=2015-02-04&ch=31&v=473907&vd=2015-02-04&vc=31#day=2015-02-04&ch=31&v=473907&vd=2015-02-04&vc=31

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Archiettura, l’arte di progettare

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su febbraio 6, 2015

Battistero di San Giovanni

Battistero di San Giovanni

Con la sua forma ottagonale e le pareti in elegante marmo bianco e verde, il Battistero di San Giovanni è il vero cuore di Firenze e una straordinaria summa dell’arte fiorentina antica. Con i suoi marmi, i bronzi, i mosaici a cui lavorò Cimabue racconta di un edificio che, come un organismo vivente, è cambiato nel tempo, passando attraverso molteplici fasi costruttive, arricchendosi progressivamente di immagini e di elementi preziosi come la Porta est realizzata nel 1330 da Andrea Pisano e la Porta del Paradiso, storico incunabolo del Rinascimento, una porta creata da Lorenzo Ghiberti nell’arco di ventisette anni, dopo aver sconfitto il rivale Brunelleschi nella celebre gara del 1401 indetta dalla potente Arte dei Calimala. Del recente intervento di restauro diretto da Annamaria Giusti su questo capolavoro (composto di 58 rilievi fusi a uno a uno) abbiamo già avuto modo di scrivere su queste pagine, ma ora una nuova pubblicazione ci offre l’occasione per tornare a parlare del lavoro della direttrice dell’Opificio delle pietre dure: nella collana “Mirabilia Italiae”, l’editore Franco Cosimo Panini ha pubblicato una sua monografia dedicata al Battistero di San Giovanni, un volume iconograficamente ricco e di alto profilo scientifico; una strenna che ripropone in versione divulgativa e a prezzi contenuti la monumentale opera sul Battistero di San Giovanni uscita qualche anno fa e destinata soprattutto a un pubblico di studiosi.

Ancora rimanendo nell’ambito dell’architettura, ma avvicinandoci a noi nel tempo, segnaliamo l’uscita del secondo e del terzo volume dell’Architettura del Novecento. Opere, progetti, luoghi nella collana “grandi opere” Einaudi. Curati da Marco Biraghi e Alberto Ferlenga i due tomi non pretendono di storicizzare secondo un unico punto di vista l’arte di progettare e di costruire nel secolo scorso. Piuttosto si tratta di volumi polifonici costruiti prendendo in esame 288 esempi fra i più innovativi del XX secolo, analizzati criticamente dai maggiori esperti internazionali di quei progetti che qui sono chiamati a raccontare. Certo la selezione degli inclusi e degli esclusi potrà non contentare tutti, ma l’approfondimento che connota le singole schede è altissimo.

Infine concludiamo questo nostro breve viaggio fra i libri d’architettura con la segnalazione dell’uscita della monografia di Daniele Pisani sull’opera dell’architetto Paolo Mendes da Rocha edita da Electa. Con fotografie di Leonardo Finotti questo libro ripercorre la carriera di Mendes da Rocha leggendola sullo sfondo della grande scommessa che il Brasile fece negli anni Cinquanta, per il miglioramento di megalopoli come San Paolo. Uno sforzo che il governo aveva avviato fin dall’approvazione della Costituzione ma che conobbe uno dei suoi momenti più alti nel 1959 quando le migliori menti dell’architettura e dell’urbanistica furono chiamate a collaborare per realizzare grandi opere pubbliche. In questo ambito si iscrivono molti progetti di Mendes da Rocha raccontati in questo libro con la prefazione di Francesco Dal Co, che documenta anche l’affascinante lavoro di questo architetto brasiliano nell’ambito della progettazione di case private, ma “aperte” all’ambiente in cui sono inserite. (Simona Maggiorelli)

Posted in architettura, Arte | Leave a Comment »

Il genius loci di Fabriano

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su gennaio 14, 2015

maestro di campodonico

maestro di campodonico

Non solo il fiammante gotico di Gentile. Ma anche il talento di una straordinaria serie di artisti meno noti al grande pubblico, dei quali la storia non ci ha tramandato i nomi propri. Come quell’originalissimo Maestro di Campodonico che si segnala come una delle riscoperte più stimolanti di questa mostra, Da Giotto a Gentile, pittura e scultura a Fabriano fra Due e Trecento, prorogata fino al 18 gennaio nella Pinacoteca Bruno Molajoli di Fabriano. Un’esposizione e un catalogo, edito da Mandragora, che ha visto al lavoro un team di giovani studiosi  guidati da Vittorio Sgarbi. E che, diversamente da quel che lascia pensare l’ecumenico titolo, ha il merito di presentare una lettura precisa e innovativa dell’arte marchigiana fra XIII e XIV secolo. (Che dovrà essere adeguatamente discussa dagli esperti, beninteso, ma assai suggestiva). Ovvero che Fabriano all’epoca non fosse affatto una realtà appartata e provinciale. Anzi. La tesi argomentata attraverso un percorso di un centinaio di opere è che questa area marchigiana abbia saputo esprimere una lingua viva in pittura, che aveva accenti vigorosi, assai diversi da quelli espressi dalla grande scuola senese, ma anche capace di segnare una significativa distanza sia dalla langue riminese che dalla scura maniera umbra.

Gentile da Fabriano

Gentile da Fabriano

Nel saggio La scuola di Fabriano e il genio degli anonimi, Sgarbi avanza l’ipotesi che la rivoluzione pittorica rappresentata dalla pittura di Giotto, abbia dato origine a scuole differenti, fra le quali anche una scuola fabrianese, che seppe cogliere e sviluppare in modo particolare il nesso fra pittura e scultura, in affreschi e pitture di grande evidenza plastica; lontana anni luce dal razionalismo fiorentino, per qualità espressiva e senso della spazialità. Aspetti che certamente ritroviamo nelle visionarie e drammatiche scene affrescate dal Maestro di Campodonico, che  non era solo un pittore, ma anche un sapiente scultore. L’evidenza tridimensionale della sua Madonna, dall’espressione accigliata e antigraziosa del volto regalano un tratto quasi di eterodossa bizzarria alla scena dell’Annunciazione.

Mentre la Crocifissione, di cui restano solo dei lacerti, rivela su un fondo di profondo blu l’inconsolabile dramma di una madre, più che disperata, furente, perché le è stato ucciso il figlio. Questi due preziosi frammenti di affresco intorno a cui si snoda la mostra furono ritrovati nel 1932 in una sorta di intercapedine della parete laterale nella chiesa della Maddalena di Fabriano, ma fanno ancora parte dei tesori poco conosciuti dalla maggioranza degli italiani. Invece la straordinaria luminosità e la presenza vibrante delle figure rivela la mano di un artista dal guizzo stizzoso, incisivo, sorprendente, che meriterebbe studio e attenzione. Al suo fianco si segnalano nel percorso espositivo altri interessanti presenze come quella del Maestro dei Crocefissi francescani e del Maestro di Sant’Agostino, del Maestro di Sant’Emiliano e del Maestro di Monte Martello. Le loro opere richiamano poi quelle di molti altri artisti anonimi di cui sono ricche le chiese disseminate nel tessuto urbano e le abbazie e gli eremi del territorio circostante, in una vasta zona tra Marche e Umbria. Invitando a proseguire il viaggio di scoperta. ( Simona Maggiorelli)

Dal settimanale left

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , | Leave a Comment »

L’opera totale dei #Masbedo

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su gennaio 12, 2015

Masbedo

Masbedo

L’iconografia dei maestri della pittura, il nero vibrante di Caravaggio ma anche lo sfumato di Leonardo sono alcuni elementi emblematici e suggestivi, che ritornano, nelle opere multimediali dei Masbedo realizzate nel corso dell’ ultima decina di anni. Densa di riferimenti alla storia dell’arte, disseminata di riferimenti colti, la loro videoarte riesce a sedurre lo spettatore con “somma sprezzatura”, dissimulando ogni fatica e asprezza, in un risultato finale intensamente poetico, semplice all’apparenza.
I Masbedo (ovvero Niccolò Massazza e Jacopo Bedogni) sono due maghi del digitale, capaci di utilizzare a pieno la possibilità espressive offerte dalla tecnologia, per espandere ad infinitum la tavolozza dei colori, realizzando immagini eleganti, patinate, ma senza affettazione. Non di rado di grande impatto emotivo. Come accade nei loro loro video nati in simbiosi con la new wave, con il rock più di tendenza degli anni Novanta e di oggi. Basta pensare a Ricoveri virtuali e sexy solitudini dei Marlene Kuntz, la band di Cuneo a cui i Masbedo hanno regalato una allure romantica, quasi ottocentesca, in paesaggi nebbiosi. Oppure alla performance video musicata dai Marlene di Cristiano Godano in occasione di una recente edizione della Art night a Venezia.

Masbedo, Schegge d'incanto in fondo al dubbio ( 2009)

Masbedo, Schegge d’incanto in fondo al dubbio ( 2009)

Una forza emotiva che i Masbedo sono riusciti a non disperdere quando più di recente si sono cimentati con opere più articolate e complesse, come i lungometraggio che hanno presentato nelle Giornate degli autori alla 71esima mostra del cinema di Venezia, dal intitolato The lack. Un vero e proprio film che interroga l’universo femminile, indagando il tema della perdita. Intorno a questa opera densa di primi piani e sequenze che mettono a nudo il mondo interiore delle protagoniste si dipana la retrospettiva che la Fondazione Merz dedica ai Masbedo, ripercorrendo il loro lavoro attraverso nove opere video, alcune delle quali inedite e realizzate proprio per la mostra curata da Olga Gambari, a Torino che si è appena conclusa con una performing night del duo più famoso all’estero riguardo alla videoarte made in Italy .

Un’esposizione che sussume molti aspetti della ricerca dei Masbedo, la sperimentazione cinematografica, l’amore per la fotografia dal gusto retrò, in vibrante bianco e nero, nel tentativo di fissare sulla carta paesaggi umani in cui il silenzio comunica più di tante parole. Fin dagli esordi il loro lavoro non si è mai lasciato imbrigliare in una ristretta categoria, in un genere compartimentato. Al fondo i due artisti (oggi quarantenni) hanno sempre inseguito quel sogno dell’opera totale lanciato dalle avanguardie storiche e prima preconizzato dalle opere di Wagner. Negli spazi della Fondazione Merz a questa ricerca di una fusione dei diversi linguaggi del cinema, della musica, del teatro, delle arti figurative si aggiunge una ulteriore caratterizzazione: il dialogo e l’interazione con la ricerca di un articolato gruppo di video artisti internazionali – tra i quali star internazionali come il belga Jan Fabre e artisti italiani più giovani e già affermati come Marzia Migliora e Ra Di Martino oppure come Gianluca e Massimiliano De Serio. Personalità diversissime qui unite in un omaggio al maestro dell’arte povera, Mario Merz.

Dal settimanale Left

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , | Leave a Comment »

Fino al 18 gennaio. La forza del colore di #HansMemling

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su gennaio 9, 2015

hansLa forza del colore del Rinascimento italiano e il gusto della descrizione del dettaglio, storico e prezioso tipico della tradizione nordica, s’incontrano nelle opere di Hans Memling ( 1430-1494 ), pittore cresciuto artisticamente a Bruges, ma che con grande sensibilità seppe raccogliere gli stimoli che venivano dai maestri del colorismo veneto e della scuola toscana. A Roma, nelle Scuderie del Quirinale, fino al 18 gennaio, è aperta una affascinante retrospettiva dedicata a questo pittore nordico che, anche grazie alla presenza di banchieri fiorentini nelle Fiandre e alla loro committenza, poté intrattenere un vivo rapporto con le novità artistiche che venivano dalla Penisola.

Di alto profilo scientifico questa retrospettiva Hans Memling e il Rinascimento fiammingo  curata da Till- Holger Borchert del Memling Museum di Bruges e (accompagnata da un catalogo Skira) idealmente si connette con le precedenti esposizioni romane dedicate a Giovanni Bellini, a Filippino Lippi e ad Antonello da Messina che – come fa notare lo storico dell’arte Matteo Lafranconi – fece il percorso inverso a quello di Memling partendo dal calmo splendore del Rinascimento italiano per arrivare a fare propria, in maniera originalissima, la più tormentata e inquieta tradizione nordica.

Memling, ritratto di Giovanni di CandidaDalla cinquantina di opere di Memling che i curatori sono riusciti a radunare per questa importante occasione mancano alcune grandi pale d’altare, opere monumentali difficili da trasportare e che gli spazi, pur ampi, delle Scuderie del Quirinale non sarebbero stati in grado di accogliere adeguatamente.

Nonostante queste lacune il percorso espositivo permette di farsi un’idea esaustiva del percorso di questo maestro dell’arte fiamminga che seppe utilizzare in chiave vibrante e altamente espressiva la luce della pittura a olio. Facendone uno strumento per far emergere la bellezza interiore delle sue figure femminili. Giovani donne dal volto radioso, eleganti e misteriose, anche quando si tratta di Madonne, che Memling rappresenta con lunghi capelli ondulati e setosi.

Pur trattando perlopiù argomenti sacri e rappresentando scene tratte dall’Antico Testamento, Hans Memling sapeva raccontare l’umano nella sua viva concretezza. Mentre le sue immaginette devozionali destinate al raccoglimento in preghiera di ricchi mercanti mostrano seducenti figure di sante e penitenti e furiosi diavoli ammantati di colore, più vitali e pittoricamente riusciti dei nodosi santi e cupi santi che dominano le sue composizioni sacre.

Hans_Memling_065

Trittico del matrimonio mistico di Santa Caterina

Pur non sfiorando mai l’eterodossia, le sue composizioni hanno sempre un’accentuazione laica e sensibile nel tratteggiare la dinamica degli affetti, nello scavo psicologico dei personaggi.

Che raggiunge l’apice nella splendida serie dei ritratti fra i quali spiccano alcuni soggetti femminili come il dolcissimo Ritratto di donna (1480-1485 ) proveniente dalla collezione americana dell’ambasciatore Middenford II. In questo come in altri casi probabilmente si trattava di giovani mogli di ricchi mecenati e committenti. Mentre molti ritratti maschili rappresentano soggetti della nuova “borghesia” fiamminga, che il pittore rappresentava regalando loro un volto aperto e uno sguardo fiero che traguarda l’orizzonte. Perlopiù si tratta di figure immerse in morbidi scorci di paesaggio, lontani anni luce dalle cupe atmosfere tipiche della pittura nordica. Colpisce in modo particolare il Ritratto di uomo con moneta romana. E’ stato ipotizzato che si tratti dell’umanista Bernardo Bembo e in passato, non a caso, era stato letto come un ritratto di Antonello da Messina. ( Simona Maggiorelli)

dal settimanale Left

 

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , | Leave a Comment »

Qusayr’Amra, gemma nel deserto. Recuperati i suoi straordinari dipinti

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su gennaio 2, 2015

Fig 02  (©ISCR)

Qusayr ’Amra

Il castello del principe Walid è un unicum nella tradizione islamica. le sue sale sono piene di pitture figurative.  Con rappresentazioni di principi, re, scene conviviali e sontuosinudi femminili. Che documentano la convivenza di tradizioni diverse agli albori dell’Islam. Ora quei complessi cicli pittorici tornano all’antico spendore grazie all’intervento dell’istituto superiore del restauro.

Di lui si narra nelle Mille e una notte. Descrivendolo come un principe generoso e leale. Ma anche se appare come una figura leggendaria nei racconti notturni di Sharazade, Walid Ibn Yazid, (Walid II) regnò per poco più di un anno tra il febbraio del 743 e l’aprile del 744 d.C. Fu ucciso all’età di 38 anni, poco tempo dopo essere diventato califfo. E nella storia scritta dai regnanti che vennero dopo è additato come un personaggio dissoluto, dedito solo ai piaceri della vita e poco osservante.

La storia ufficiale, si sa, è sempre scritta dai vincitori e chi prese il potere dopo Walid non mancò di attaccarne con violenza l’immagine e l’identità. Tanto che oggi si rimane stupiti nell’apprendere che la sua residenza privata, dopo così tanti secoli, è ancora in piedi. Noto come Qusayr ’Amra, ovvero piccolo castello, il palazzo (patrimonio dell’Unesco dal 1985), sorge in una regione desertica fra Siria, Giordania e Palestina. E fatto ancor più sorprendente, conserva ancora una larga parte di cicli pittorici che ne abbellivano sia le sale interne, sia gli spazi “pubblici”, come le terme che venivano utilizzate da Walid anche per tessere relazioni diplomatiche. Riportate all’antico splendore, nel corso di una serie di spedizioni avviate nel 2011 dal team di restauratori dell’Istituto superiore per la conservazione e per il restauro (Iscr) guidato dall’archeologa Giovanna De Palma (in collaborazione con il World Monuments Fund), queste raffinate pitture sono la testimonianza viva e affascinante di una cultura musulmana, ai suoi albori, straordinariamente aperta verso le altre tradizioni.

desert-castle-loop02Come hanno documentato gli archeologi e gli storici dell’arte che hanno partecipato al convegno internazionale The colours of the Prince organizzato dall’Iscr, Qusayr ’Amra si presenta come un eccezionale crocevia di culture, o meglio, come un ideale ponte fra il mondo arabo e il Mediterraneo. Le pitture murarie di questo edificio che sorge nel deserto giordano si sviluppano per circa 380 metri quadrati. E vi compaiono al contempo elementi iconografici della tradizione bizantina, greco ellenistica, araba e persiana. Nel palazzo, rappresentazioni della corte di Walid, ritratti ideali di principi e regnanti di terre lontane, fra i quali anche un sovrano cinese e uno turco o induista, appaiono accanto a scene conviviali, di caccia e di vita quotidiana come la spremitura dell’uva a piedi nudi. Ma ci sono anche raffigurazioni di animali fantastici e figure bibliche, a cominciare da quella del profeta Giona. Colpiscono in modo particolare alcune rappresentazioni di nudi femminili, impossibili da pensare nella tradizione aniconica musulmana successiva. Secondo l’interpretazione della docente di storia medievale Maria Andaloro dell’Università della Tuscia non sono ascrivibili nemmeno alla tradizione greca, perché non si tratta di nudi anatomici e “razionali”, ma di immagini armoniose, in movimento, «rappresentate in forme fluide, senza che compaia alla vista un osso o un muscolo, tanto che – nota la professoressa – per trovare forme così morbide bisogna andar fin nel lontano Oriente buddista».

Una ipotesi suggestiva alla quale  l’archeologa Giovanna De Palma risponde spostando l’attenzione sulla ricca e tollerante koinè culturale che animava questa zona di scambi e vie commerciali all’epoca di Walid, nell’VIII secolo, principe appartenente alla dinastia omayyade, la prima dopo l’avvento di Maometto. «Il califfato omayyade è il primo a godere di cattiva fama nel mondo islamico – spiega De Palma -. Era accusato di pensare più a politiche espansioniste che a problemi di tipo teologico». Nel periodo in cui l’Islam si andava affermando, di fatto, non pretendeva la conversione, si limitava a chiedere l’obbedienza. «E in queste zone preesisteva una cultura di tipo figurativo, che non fu cancellata – approfondisce l’archeologa -. Anche se noi la conosciamo poco perché non sono sopravvissute testimonianze». Alla luce di questo contesto si comprende meglio la figura di Walid, principe colto, dalla personalità poliedrica, contrariamente a quanto hanno sostenuto poi i suoi detrattori.

desert-castle-loop08«Qusayr ’Amra è un unicum – ribadisce Giovanna De Palma -. Sapevamo che esisteva una pittura islamica, ma questo è uno dei pochissimi esempi sopravvissuti di rappresentazioni con figure umane e zoomorfe. L’Islam almeno in origine non era aniconico – sottolinea l’archeologa – ma non ci è rimasto nulla di quell’epoca più antica, se non alcuni frammenti che vengono da un altro castello anch’esso probabilmente fondato da Walid. Ci sono poi alcuni piccoli residui che vengono da Samarra, la capitale del Regno Abasside e altri che provengono dai Fatimidi d’Egitto». Insomma, sintetizza Giovanna De Palma, «che a quell’epoca dipingessero si sapeva. Non è una novità. Ma questo è l’unico ciclo che ci ha permesso di vedere cosa dipingevano. E la sua eccezionalità sta anche nel fatto che è rimasto pressoché intatto. Non si conoscono altri esempi. A parte i dipinti della Cappella Palatina di Monreale che fu realizzata da artigiani arabi». Così, se in seno al Cristianesimo nacque una feroce iconoclastia, non possiamo dire che l’Islam sia stato fin dall’inizio iconofobico? «Io sono una archeologa classica – risponde De Palma – non una studiosa dell’Islam, ma certamente il fatto che le pitture ci fossero come dimostra il castello di Walid, non ci permette di ipotizzare un’iconofobia. Direi piuttosto che le civiltà semitiche che noi conosciamo, così come quelle musulmane, sono società aniconiche, che non favoriscono la rappresentazione umana». Il primo episodio che viene preso a simbolo dell’iconoclastia, come è noto, è quello dell’Esodo, quando Mosè distrugge il vitello d’oro.

Fig 08 bis (foto Alex Sarra, ©ISCR)Mentre il rapporto con la figura umana è stato conservato dagli omayyadi. «Che erano aniconici nei monumenti religiosi – dice De Palma – .O meglio parzialmente aniconici perché a Damasco i mosaici sono ancora parzialmente figurativi. Ma non lo erano nelle rappresentazioni all’interno di palazzi privati».
Ma se gli omayyadi furono tolleranti, non lo furono i loro successori. Nei secoli si sono registrati molti esempi di fondamentalismo contro le immagini e viene da chiedersi perché siano state risparmiate le pitture di Qusayr ’Amra. «Io stessa non riesco a spiegarmelo – confessa De Palma -, certo il castello era poco visitato, ma ci sono testimonianze del passaggio di beduini. Che sappiamo hanno una cultura in parte indipendente e un ruolo particolare. Potrebbero in qualche modo aver contribuito a proteggerli»

dal settimanale Left

The treasures of#Qusayr’Amra, 

interno-qusayr-amraIn the Thousand and One Nights he is described as a prince generous and loyal. But even if he appears as a legendary figure in the stories of Sharazade, Walid Ibn Yazid, (Walid II) reigned for just over a year between February 743 and April 744 AD. Infact he was killed at the age of 38, shortly after he became caliph. And in the history written by the rulers who came after him, he is tipped as a dissolute character, devoted only to pleasures of life and not very observant. The official story, as we know, is always written by the victors and who took power after Walid attacked violently his real identity. So hardly that today we are almost astonished to learn that his private residence, after so many centuries, is still standing. Known as Qusayr ‘Amra, the palace (UNESCO 1985) is located in a desert region between Syria, Jordan and Palestine. And – surprising fact – it still retains a large part of pictorial cycles that graced the inner rooms but also the “public” ones like the baths that were mostly used by Walid for diplomatic relations. The have been restored and brought to their original splendor, during a series of expeditions undertaken in 2011 by the team of restorers of the Italian Institute for the conservation and restoration (Iscr) led by archaeologist Giovanna De Palma (in collaboration with the World Monuments Fund) . These refined paintings are the living testimony of a Muslim fascinating culture, in its early days, extraordinarily open to other traditions.

Fig 14 (©ISCR)It has been documented by Archaeologists and art historians who participated in the international conference The colors of the Prince organized by ICR in Rome. In this symposium Qusayr ‘Amra has been presented as a great crossroads of cultures,and even as an ideal bridge between the Arab world and the Mediterranean. The wall paintings of this building (which is located in the Jordanian desert stretching for about 380 square meters) present iconographic elements of many different traditions: Byzantine, Hellenistic, Arabic and Persian too. In the palace we can see representations of Walid’s court, fantastic portraits of princes and rulers of distant lands, including a Chinese, Turkish and Hindu sovereigns. But we can discover also lively convivial scenes, hunting scenes and episodes telling about everyday life with barefoot people pressing grape. What strikes us more is the cohabitation of pagan elements like of fantastic animals with biblical figures as the prophet Jonah.

And the fact that in these cycles of “frescos” we can see even some representations of female nudes, later totally banned by the aniconica Muslim tradition. According to the interpretation of the medieval history expert Maria Andaloro ( university of Tuscia) these female nudes can not be ascribed to the Greek tradition, because they there is not anatomical description and they appear like harmonious moving images. ” These nudes are represented in fluid forms, hiding any bone and muscle. If you want to find forms like these you have to go down to the far Buddhist East “, she said.

qasr-amra-ladyBut this suggestive hypothesis finds some oppositors. The roman archaeologist Giovanna De Palma, for istance, brings back the attention to the rich and tolerant cultural koinè that animated this trade area at Walid times, in the VIII century. Prince Walid belonged to the Umayyad dynasty, the first after Muhammad. “The Umayyad Caliphate was the first to gain a bad reputation in the Islamic world” De Palma explains. “He was accused to be interested more in expansionist policies than in theological problems.

“In that early period, in fact, Muslims did not pretend conversion, but merely ask obedience. “And in these areas where the figurative culture had a long tradition, it was not canceled – the archaeologist says -. Although we know almost nothing about the way these pictures could survive in more oppressive times. Only in the tolerant context of the early Islamwe can understand a figure like prince Walid. He had a poliedric personality, despite what his detractors argued twisting the truth.

“’Qusayr’ Amra is unique under several aspects” Giovanna De Palma underlines. “We knew there was an Islamic painting, but this is one of the few surviving examples of representations with human figures and zoomorphic ones. Originally Islam was not aniconic. But there is nothing left of that oldest pictures. We have only some other fragments coming from another castle, probably founded by Walid, and small residues from Samarra, (the Abbasid capital of the Kingdom) and from the Fatimids Egypt.

“To cut i short – Giovanna De Palma says – this is the only cycle that allowed us to see what they painted. Its uniqueness lies in the fact that remained almost intact. There are no other examples known. Apart from the paintings of the Monreale Palatine Chapel that was built by Arab craftsmen. “A fierce iconoclasm arose in Christianity . It is well known. But we can not say that Islam has been aginst imagines  since the beginning. I am a classical archaeologist, not a scholar of Islam, but certainly these paintings in Walid’s castle do not allow us to hypothesize a sort of iconofobia. I would say that the Semitic civilization as we know it – as well as the late Muslim ones – was an aniconic society, which do not favor the human representation”. The first episode of iconoclasm, in fact, is in the Exodus, when Moses destroys the golden calf.

The pictures with human figure were preserved by the Umayyads. “There were aniconic monuments but Damascus mosaics, for example, are still partially figurative” Giovanna De Palma says.

By the way, if the Umayyads were tolerant, their successors were not. During the centuries there have been many episodes of fundamentalism against images and we wonder why the paintings in Qusayr ‘Amra were not destroyed. “I myself can not explain it”, De Palma admits. “Certainly the castle was little visited, but the Bedouins lived some important signes here. We know they still have an indipendent culture and a special role in some muslim countries. Th Bedouuins may have contributed in some way to protect the paintings in ‘Qusayr’ Amra “.

Posted in Archeologia, Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

La lunga marcia di Hong Kong

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su dicembre 31, 2014

hong-kong-democracy-protestsMentre si annuncia un’invasione di poliziotti per una festa di fine anno nelle strade di Hong Kong, il passaggio al nuovo anno diventa l’occasione per fare un bilancio sulla lotta di Occupy Hk per libere elezioni.

«Nessun governo può sopprimere questa richiesta di democrazia per sempre. Una volta che il processo è attivato diventa inarrestabile». Lo scrittore Chan Ho Kei racconta a Left la “sua” rivoluzione degli ombrelli
di Simona Maggiorelli
Chiedono elezioni libere, suffragio universale, libertà e diritti. Ma anche la possibilità di studiare in scuole e università di qualità. E lo fanno con gli strumenti e il linguaggio della non violenza e con azioni di disobbedienza civile. Sono i giovani e giovanissimi di Occupy Central che, insieme a cittadini di tutte le età hanno occupato il cuore della metropoli asiatica, dando vita a una rivolta pacifica e oceanica. I media l’hanno subito battezzata Umbrella revolution, per via del fiorire in strada di ombrelli colorati usati per riparasi dai gas urticanti e presto ricoperti di scritte ironiche, poetiche, virali per diffondere i contenuti della protesta. «Che ha già raggiunto risultati importanti». In primis nella mentalità degli abitanti dell’ex colonia britannica, secondo lo scrittore Chan Ho Kei, che ha esordito nel 2008 con il noir Duplice delitto a Hong Kong, pubblicato nel 2012 in Italia da Metropoli d’Asia.

B3gSl4OCYAEYIpe«Ciò che è cambiato è l’atteggiamento delle persone che ora desiderano sempre più ardentemente la democrazia», dice lo scrittore. «Prima la gente di Hong Kong era piuttosto passiva. Solo gruppi ristretti si battevano con forza per i propri diritti. Alcuni invocavano l’intervento della Gran Bretagna contro la Cina, perché fosse rispettato l’accordo “Un Paese due sistemi”». Con la nascita del movimento molta gente ha smesso di cercare un aiuto angloamericano. «Si è capito finalmente che sta a noi farci sentire, anche se il governo di Leung Chun-ying, controllato da Pechino, fa orecchie da mercante. Si è compreso che la responsabilità è nostra e tocca a noi agire». Questa idea, sottolinea Chan Ho Kei, «è particolarmente popolare tra gli adolescenti. Tra quindici o vent’anni saranno loro a guidare il Paese, cambiandone il volto». Oggi però la strada da fare è ancora tanta per conquistare maggiore libertà e diritti democratici. «Perché – avverte lo scrittore – la Umbrella generation non deve vedersela solo con il governo di Pechino che ordina gli sgomberi alla polizia di Hong Kong», ma anche con le lobby locali, con chi ha interessi economici «e per difenderli è disposto ad accettare qualsiasi ordine da parte dell’autorità, anche i più oppressivi. Questo non fa che aumentare lo scontro e le divisioni. Anche all’interno delle famiglie e tra amici. E certo non aiuta il movimento». Ora, dopo 17 giorni di occupazione pacifica, la polizia ha sgomberato con la forza tutta la zona del Mong Kok, caricando i manifestanti inermi

foto di Marco Perduca

foto di Marco Perduca

Una escalation di violenza che fa temere un intervento da parte della Cina per sedare, una volta per tutte, la rivoluzione degli ombrelli?

Sì, a mio avviso, Pechino potrebbe ordinarlo e, temo, lo farà. Io non parlerei però di “rivoluzione”: il movimento non mira a cambiare il sistema politico, né a rovesciare le autorità. Per la Cina, in fondo, si tratta di mettere a tacere un movimento isolato, in una singola città. E con il muro di censura che hanno alzato è quasi impossibile che il tam tam della rivolta contagi 1,3 miliardi di persone. Nonostante feroci disuguaglianze economiche, oggi in Cina non ci sono carestie o disastri che possano innescare la miccia.

Il governo di Pechino dunque continuerà a reprimere Hong Kong. Non con le armi, ma con l’intimidazione, la corruzione e la propaganda. Ma tutti sappiamo che nessun governo può sopprimere questa richiesta di democrazia per sempre. Sul lungo periodo, non solo a Hong Kong, ma anche in Cina ci saranno libertà e democrazia. Come dicevo all’inizio, la mentalità della gente è cambiata e non si potrà più tornare indietro. Una volta che il processo di cambiamento si è attivato diventa inarrestabile. Non so quanti anni ci vorranno, forse 20, forse 50, forse 100.

Che cosa significa per lei questo movimento?

Sono felice di vedere i miei concittadini lottare per i diritti civili e impegnarsi per un bene più grande. È bello scoprire che la gente di Hong Kong è tosta, ma anche attenta e ragionevole. Se vai nelle zone della città dove è più viva la protesta vedi scene surreali: la gente per strada con le scritte e i cartelli e i negozi di lusso regolarmente aperti poco più in là. Non è mai stato gettato un sasso. Nessuna vetrina rotta. Per uno scrittore è un’esperienza straordinaria essere testimone di tutto questo. È una grande fonte di ispirazione. Ma al tempo stesso sono preso dagli eventi, travolto dall’emozione. Gli scrittori amano lavorare in luoghi tranquilli e lasciarsi andare al flusso di parole. È davvero difficile farlo ora.

BzwKnxZCMAAq5USOltre a poster di Marley, frasi di Lennon e Martin Luther King per strada si vedono piccole “biblioteche” improvvisate. Che cosa leggono i ragazzi di Occupy central, quali sono i riferimenti culturali dei manifestanti?

1984 di George Orwell è un libro che viene spesso citato dai manifestanti. E ricorre spesso la frase tratta da La fattoria degli animali: «Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri». Viene usata ironicamente contro la Risoluzione che prevede elezioni libere nel 2017 ma potendo scegliere solo fra tre candidati pre-selezionati da un comitato pro Pechino.

Nel suo libro, pubblicato in Italia da Metropoli d’Asia, racconta Hong Kong come una città misteriosa, impenetrabile. è solo un espediente narrativo o corrisponde alla sua visione della città?

Trattandosi di un noir ovviamente faceva gioco. Ma è vero anche che Hong Kong è una città molto complicata. Con molte luci ma anche tante ombre. Abbiamo un sacco di problemi che riguardano la politica, la scuola, il lavoro. Ciò che più mi preoccupa è il venir meno del principio di uguaglianza. Anni fa se lavoravi duramente potevi guadagnare abbastanza da sostenere una famiglia. Se ti impegnavi nello studio potevi avere un lavoro e un futuro migliore. Ora non è più così. Emergono nuove povertà. Raccontando il lato oscuro di Hong Kong in qualche modo ho voluto alludere a tutto questo. Ma nel libro racconto anche aspetti positivi della città attraverso alcuni personaggi, come, ad esempio, lo psichiatra o l’allenatore di Kung Fu. Figure che in qualche modo rappresentano il carattere aperto, premuroso e attento degli abitanti. Se proseguiamo con questo spirito – e l’Umbrella movement lo dimostra – Hong Kong sarà sempre una città magnifica.

In the mood for love ,Wong Kar Wai

In the mood for love ,Wong Kar Wai

Il cinema di Hong Kong ha una tradizione molto forte. Un regista come Wong Kar-Wai ne è in qualche modo l’ambasciatore in Occidente. Si direbbe che abbia avuto un’influenza sul suo modo di scrivere molto cinematografico.

Da bambino guardavo molti film noir e polizieschi. John Woo e Johnnie To sono molto popolari da queste parti. Sono stato influenzato dal loro stile di narrazione e ho cercato di immettere questa “abilità visiva” nel mio romanzo. Wong Kar-Wai è un grande regista. Mi diverto a mostrare la scala mobile di Hong Kong Express ai miei amici stranieri! Una battuta per dire che i suoi film sono molto europei . Ma mette qualcosa di Hong Kong ed elementi cinesi in film d’autore, di stampo occidentale. Tuttavia c’è più creatività, bellezza e poesia nei suoi lavori che in tanti film locali.

Dopo trenta anni di follie finanziarie, a un occhio esterno, Hong Kong oggi sembra più reale, più umana, ricca di cultura e arte. Ma è davvero così?

In realtà è un paradosso. Sembra più ricca di cultura e di arte oggi, ma ne è più povera. Sì, ora Hong Kong ha più musei, recupera il patrimonio storico, ma la gente avverte la repressione culturale che viene dalla Cina continentale. Inoltre qui il costo delle abitazioni è schizzato alle stelle e le persone non hanno tanti soldi da spendere per l’arte, la cultura, l’istruzione di qualità. Rispetto a 10 o 20 anni fa i giovani osano meno nell’inseguire i propri sogni. Fare l’artista è considerato una follia, calcolando i redditi bassi e gli affitti esosi. Aprire uno studio è diventato quasi impossibile. Anche se le star degli anni 90 brillano ancora.

Uno dei leader della rivolta studentesca ha detto: «Occupy Hong Kong assomiglia al comunismo. Ma non a quello cinese». Che ne pensa?

Beh, penso che assomigli più al socialismo, che al comunismo. E poi, francamente, possiamo chiamare comunismo il sistema socio-economico cinese? Non vorrei suonasse sarcastico, ma ciò che caratterizza la Cina oggi sono il capitalismo, lo sfruttamento e privilegi di classe. Nel comunismo, se non sbaglio, non ce ne dovrebbe esser traccia.

Dal settimanale Left

 

A conversation with Chan Ho Kei about the future of Umbrella movement in Hong Kong by Simona Maggiorelli

Chan Ho Kei

Chan Ho Kei

What has changed in Hong Kong after this great popular uprising?

I think what changed most is the attitude of Hong Kong people who craves democracy. Before this movement, Hong Kong people were quite passive. Only a certain groups of people, including politicians, would use aggressive way to fight for their own right. We can even heard voices in Hong Kong asking the British government to stand against China as they have an agreement in fulfilling the “One Country Two Systems”, which means the British SHOULD support the Hong Kong citizens. But after the Umbrella movement started, a lot of people changed and talk less about  asking the British or the US to help. Now we understand it is our responsibility to voice out, even the government won’t listen. This idea is especially popular among the teenagers. I think when they grow up and become the major group of the society in the next 15 to 20 years, it will cause major impact to Hong Kong.
However, there are also bad changes in the society. The disunity of Hong Kong people became more severe. Just like any part in the world, there are always people who have vested interest, being conservative, or willing to comply any unreasonable order from the authority. This causes confrontations in Hong Kong people, or even within families and between friends, which is no good for the situation.
dupliceDo you think China could still suppress the demand for freedom and democracy coming from the Umbrella revolution?
Yes, in my opinion, China can, and China will. First of all, I don’t think it’s a “revolution”, as the movement doesn’t aim in changing the political system nor overthrowing the authorities. To China it’s just a single movement occurring in a single city. Because of the Great Fire Wall of Mainland China, all the news are blocked and censored, the movement is almost impossible to spread within the 1.3 billion population. Also although there is a great economic inequality in China, now China doesn’t have any major famine nor disaster that triggers people to revolt. However, there is always one single news that the China leaders don’t want the Chinese know – the government would be willing to step back when confronting its people. In order to maintain authoritativeness, China government won’t compromise. China will continue to suppress. Not armed suppression, but using intimidation, bribe, and propaganda to stir up the society, sabotaging these demands.
But we all know that no government can suppress this demand forever. In the long run, I think not just Hong Kong, but also China would have real freedom and democracy. Just like what I said in the previous question, Hong Kong people’s attitude changed in this movement and there is no way back. Once these changes happened in China, it will be unstoppable. Of course, I don’t know how many years it needs. Maybe 20 years, maybe 50 years, maybe 100 years.
BzLNcSwCYAAZOaPWhat does the Umbrella revolution mean for you as a citizen? And as a writer?
As a citizen, I’m glad to see my fellow citizens stand up for their own right and willing to sacrifice for greater good. It’s also great to know that Hong Kong people are reasonable, considerate and tough. If you have been to the protest area, you can feel the surreality – while people are protesting, the luxury stores just one block away are still open. No stones throwing nor glass breaking at all.
It’s great for a writer to witness these events. Being in one of these events would bring me a lot of inspirations. But it’s also quite disturbing. Your emotion would be strongly affected by the news and the situation. Writers love to work in quiet places and let the words flow. It’s really hard to do it now.
 I have seen pictures of small “libraries” down the street. Which are the books oh Occupy Hong Kong? In other words, what are the cultural references of the protesters?
Yes, I know that there are libraries on the street, but I didn’t take a look. Sorry that I can’t provide you details. Talking about the cultural references, one book has been frequently mentioned in this movement. George Orwell’s 1984. Orwell’s Animal Farm is also mentioned. That famous quote “All animals are equal, but some animals are more equal than others.” is sometimes used to mock the format of 2017 Chief Executive election which the government stated. (HK people can vote, but can only choose from the three candidates pre-selected by a pro-Beijing committee. People mock that those members of the committee are “more equal” than us)
 <> on June 1, 2014 in Hong Kong, Hong Kong.In your book published by Metropoli d’Asia you mostly tell about the dark side of Hong Kong, why?
Well, it would be pretty weird if I used a bright and cheerful tone to tell a crime story about homicide, right? 🙂
Ok, just kidding. Hong Kong is a very complicated city. It has the dark side, but also some bright sides. We have a lot of problems, from politics to educations, from labors to poverty. What most bother me is that equality is fading within Hong Kong. In the old days, if you worked hard you could earn enough to support your family. You studied hard then you could get a better job and had a bright future. But now this is not always true. More cases of cycle of poverty emerges. I think, exposing the “darkness” and making the readers reviewing their daily lives, their stance, their perspective should be one of the many purposes of writing a crime story.
By the way, in my book there were actually some bright sides. They were shown in the characters. Like the psychiatrist and the Kung Fu class tutor, they are considerate, friendly, and just like a common Hong Kong people. As long as we stick to this Hong Kong spirit, just as the spirit we show in the umbrella movement, Hong Kong would still be a great city.
Pro-democracy protestor's umbrella, Hong KongDid Hong Kong movies have an influence on you ? In Europe, Hong Kong’s style is best known thanks to Wong Kar Wai. What do you think of him as a filmaker ?
Yes, of course. Crime movie (police movie) is one of the most famous genres of Hong Kong film, I have been watching these films since I was a child. Movies directed by John Woo and Johnnie To were globally acclaimed. I think I have been influenced by their story telling style and tried to put these “visual skill” in novel.
Wong Kar Wai is great. I didn’t watch every movie he made, but I do enjoy those I watched. I always take my foreign friends to the escalator in Central and tell them where the scene was took in Chungking Express (retitled as “Hong Kong Express” in Italy). It’s pretty interesting that I think Wong Kar Wai’s films are more like European films than Hong Kong ones. It’s like a European director who knows Hong Kong very well, putting Hong Kong and Chinese elements in a Western artistic film. His films might not be as fast-paced as other Hong Kong films, but always show creativity, beauty and poetry better than a lot of local movies.
umbrella-revolution-explainer-01After thirty years of financial follies, Hon Kong today looks more real , more human, rich of cultur and, art (thanks to the new museum). It ‘s so or is it just the superficial image of a journalist like me who has had the pleasure of spending a vacation in Hk?
Very interesting, I think Hong Kong looks richer in culture and art these days, while actually poorer then before. Yes, now Hong Kong got more museums, and people valued cultural icons such as old building related to local history more. But these issues were raised because the local people feeling cultural suppression from Mainland China. It is easy for the people in China to think it’s a rebellious act that Hong Kong tries to preserving the unique semi-British semi-Chinese culture. When the suppression force became greater, the reaction of Hong Kong citizens is also greater.
apre.jpgOn the other hand, the skyrocketed price of housing caused a major damage to art and cultural development. Compare to 10 or 20 years before, now the youngsters don’t dare to pursue their dreams. It’s irrational to be an artist, considering the low income and the high rent you have to pay each month. It’s almost impossible to set up a studio. It’s pretty obvious that the most famous TV and movie stars of HK nowadays are still from 90s.
At last: one of the leaders of the student revolt has said Occupy Hong Kong resembles communism. But certainly not to the Chinese one. What do you think?
Well, I think it’s more like socialism rather than communism. And, frankly, do you think that the socioeconomic system China adopting nowadays can still be called as “communism”? I don’t want to sound sarcastic, but China is full of capitalists, exploitations and over-powered social classes, which should be absence in communism.

Posted in Libri | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , | 1 Comment »

Le meraviglie dell’Indo. Le donne libere del Ladakh

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su dicembre 27, 2014

india_bikaner_woman_full_sizeSulle sue rive sono fiorite culture millenarie. Convivevano pacificamente prima della colonizzazione inglese e della partizione politica e religiosa fra India e Pakistan. Lo racconta in un libro Alice Albinia, vincitrice del premio Hemingway 2014

di Simona Maggiorelli

Dalle pitture rupestri di Burzahom risalenti al neolitico alle meraviglie dell’antica città di Mohenjo-daro, sorta 4.500 anni fa, fino alle feroci contraddizioni dell’India e del Pakistan di oggi, Paese in cui l’indipendenza del 1947 appare ormai lontana, sepolta da «leggi razziali, violenza etnica e vaneggiamenti settari dei mullah», come osserva Alice Albinia. La giovane scrittrice e reporter inglese ha compiuto un viaggio di oltre 3mila km lungo il fiume Indo, risalendo le correnti della Storia per raccontare lo straordinario mosaico di culture che, nei millenni, si è sviluppato sulle sue sponde, prima che il più rigido induismo delle caste in India e il monoteismo islamico in Pakistan (dove è religione di Stato) si sostituissero alle sincretistiche e pacifiche mescolanze indo-musulmane e buddiste preesistenti.

Gli imperi dell'Indo

Gli imperi dell’Indo

Arteria vitale di civiltà e di scambi per lunghi secoli, l’Indo fu regimato dalla canalizzazione inglese che diventò strumento di potere e di controllo nelle mani dei colonizzatori occidentali. «Il governo britannico si basava sull’antico “dividi et impera”», dice Alice Albinia. «Quando gli inglesi se ne andarono, gli abitanti di queste regioni, che erano stati messi gli uni contro gli altri, cominciarono a combattersi per la supremazia. Ecco quale fu l’elemento detonatore della violenza in questa area che non era mai stata dilaniata da lotte così feroci, nemmeno all’epoca della conquista di Alessandro il Macedone, né tanto meno sotto i grandi re dell’India come il musulmano Akbar».

Alice Albinia ha raccontato tutto questo in un libro insolito e affascinante, Imperi dell’Indo (Adelphi), con cui ha vinto il premio Hemingway, che le è stato consegnato il 28 giugno 2014 a Lignano Sabbiadoro. Più che un reportage è «un’opera-mondo» di quasi cinquecento pagine, che fonde storia, politica, arte, archeologia, antropologia e molto altro, al ritmo di una narrazione avvincente.

Dalla sua la scrittrice inglese ha la capacità di “sparire” fra la gente per trovare la persona giusta e ascoltare la sua storia. Risvegliando il ricordo del grande reporter polacco Ryszard Kapuściński. Come l’autore di Sha in Sha, Albinia (che è nata a Londra nel 1976) è poliglotta, prepara i suoi reportage con lunghe ricerche, li nutre di molte letture, andando a vivere direttamente nei territori che intende raccontare.

Ladakh-New-3-Ladakhi-women

Ladakhi-women

Ma lei si schermisce, non commenta il nostro paragone, volendo essere solo se stessa. Anche se poi ammette di avere una particolare passione per i libri di un originale outsider della letteratura come lo scrittore-viaggiatore (nella memoria) W.G. Sebald. Di ritorno a Londra dagli Stati Uniti, nei giorni scorsi, Alice ci ha detto di essere già al lavoro su un nuovo reportage « ma questa volta da zone molto più vicine a casa». In effetti Gli Imperi dell’Indo, uscito in inglese nel 2008, è stato un’impresa piuttosto impegnativa anche dal punto di vista fisico, fra avventurosi passaggi in terre Pashtun nascosta sotto un burqa e momenti di vero e proprio scoraggiamento « di fronte alle tormente di neve e al ghiaccio che in Tibet – ricorda la scrittrice – ci impedivano di procedere, ma anche di tornare indietro».

Sul versante opposto dal punto di vista climatico, ma non meno forte sul piano emotivo, è stato  l’inizio del suo viaggio in una torrida Karachi dove Albinia ha raccontato la vita degli intoccabili della casta banghi, che ancora puliscono le fogne della città senza che la modernità abbia modificato in nulla il loro status di paria. Insieme a loro, sono state le donne a pagare il prezzo più alto della partizione fra India e Pakistan, che separò in modo astratto e arbitrario territori dove culture differenti, per secoli, avevano tranquillamente convissuto. Una divisione fatta senza tener conto delle fisionomie sociali che si erano sviluppate in armonia con le aree disegnate dall’Indo.

L’imposizione di quei nuovi confini scatenò faide e spedizioni di pulizia etnica intorno al 1946. «D’un tratto vicini e parenti di diversa fede e lingua diventavano nemici e molte donne furono violentate, sfregate, uccise», ricostruisce la reporter. E il pensiero corre all’India di oggi di cui si legge sui giornali, alle tante storie di ragazzine stuprate da branchi criminali di maschi nelle campagne. Un fenomeno che ha radici culturali profonde, che affondano nel basso status che ancora oggi viene riconosciuto alle donne», commenta Alice Albinia, che prima di intraprendere questo suo viaggio lungo l’Indo ha vissuto per alcuni anni a Delhi. Eppure nella millenaria storia del continente indiano non è sempre stato così. Almeno, non ovunque. Come si apprende da un capitolo del libro dedicato alle donne del Ladakh nell’estremo nord dell’ India, al confine con il Tibet, dove per secoli ha prevalso la poliandria in modo che un figlio potesse contare sull’aiuto, anche materiale, di più padri, mentre alla madre spettava un ruolo centrale nella famiglia anche riguardo all’eredità. Alice sceglie un’espediente narrativo affascinante per raccontare questa sua nuova tappa nelle terre dell’Indo, partendo da alcune pitture rupestri risalenti al neolitico e incise sui menhir che svettano in semicerchio a Burzahom, dove sono state oggetto di studio fin dagli anni Trenta. In alcune scene compaiono, insieme agli uomini, anche delle donne a caccia di cervi con ampi archi. La libertà di cui godevano le donne in questa parte del mondo scatenò le reazioni di condanna tanto di missionari gesuiti quanto di viaggiatori occidentali e cinesi che, scrive Alice Albinia, nelle loro memorie e dispacci stigmatizzavano la poliandria come pratica contro natura. «Quella cultura è sempre stata guardata con grande sospetto dagli stranieri ma – sottolinea la scrittrice – oggi il Ladakh si distingue nettamente da tutti i territori circostanti per il rispetto sociale di cui godono le donne, eredità anche della tanto vituperata poliandria».

Il vuoto lasciato dai Buddha di Bamyan

Il vuoto lasciato dai Buddha di Bamyan

Raccontare un pezzo di storia attraverso l’arte – antiche miniature persiane e dell’epoca di re Akbar per esempio- ma anche attraverso reperti archeologici è uno degli elementi di grande forza di questo libro. Che in un capitolo dedicato ai Buddha sulla via della seta riannoda i fili della storia dal III secolo a.C. al VIII secolo d.C., raccontando come il re Ashoka fece del buddismo uno strumento di pace per il governo della regione, riattivandone il processo di diffusione dopo duecento anni di declino. Ricostruendo la storia del buddismo lungo la via della seta (dove i monasteri, nei punti più impervi del percorso, funzionavano anche da locande per le cosmopolite carovane di viaggiatori e mercanti), Alice Albinia approfondisce anche alcuni aspetti della complessa questione che va sotto il nome di iconocalastia. Che riguardò anche il buddismo alle sue origini, prima che questo tipo di pratica diventasse la «religione delle immagini» (così la chiamavano i Cinesi). I giganteschi Buddha del Bamiyan, distretto buddista dell’Afghanistan, ne erano una monumentale testimonianza. Lo sono stati per secoli prima che nel 2001 i talebani sunniti li facessero saltare. «Non tanto come attacco diretto ai buddisti, quanto per colpire gli sciiti», dice Alice Albinia. Alcuni di loro, infatti, furono costretti dai talebani a piazzare l’esplosivo perché- spiega la reporter – «nel Bamiyan, dopo la penetrazione dell’Islam nella regione, i Buddha monumentali vennero assorbiti dal folklore religioso sciita». Oltre alla “lettura” delle immagini artistiche, nella sua ricca narrazione l’autrice di Imperi dell’Indo ricorre anche a quella di poemi antichi per raccontare in profondità un territorio e la cultura che lo abita. È questo il caso della poesia sufi e della regione del Sindh punteggiata di templi. Anche in questo caso Albinia diserta il già noto. «Sono sempre stata affascinata dagli aspetti eterodossi del sufismo», confessa. «In questa valle dell’Indo invita a ribellarsi alle rigide norme sociali. Nei templi sufi le donne si lanciano in danze forsennate per cercare di elaborare le frustrazioni e l’oppressione della vita domestica. Ma va detto anche che questa ritualità è solo uno sfogo e nulla poi cambia realmente nella loro quotidianità».

dal settimanale Left

A conversation with Alice Albinia by Simona Maggiorelli  giugno 2014

Alice Albinia

Alice Albinia

Along the Indus River, there has been an extraordinary flowering of different cultures in centuries . Often mixing each other. Is this one of the reasons why you decided to write about this part of the world?

Yes the river flows through a region rich in intermingling cultures and interesting overlapping histories which it has helped to create. But also I had the idea to write the book while living in India, a country recently divided from the river valley which was once the motherland of its culture. So there were many enticing histories and stories to explore.

 Syncretistic religions and cultures “brought” long periods of peace. On the other side, wich are the roots of the violence that accompanied the partition? Is monotheism a violent matrix?

British rule in India was based on the old imperial form of divide and rule and when they removed themselves the people they had divided fought to rule over the land they were leaving. That is one reason for the violence.

A very big question: what are the cultural causes of the rapes and murders of young girls in India today?

The low status of women is mostly to blame.

Which impression did you get from the cave paintings of Ladakh? In that area women practiced polyandry and were respected in society. What remains of that culture?

Yes that culture was seen as backward and suspect by outsiders. But actually the valley of Ladakh stands alone, socially in the region, and that is partly to do with the historical legacy of polyandry.

Archeological discoveries and art often drive your storytelling. Which artistic treasure were most touching and exiting for you along the way?

It was absolutely thrilling to be taken to see the rock carving of the archers in northern Pakistan. The ancient art work on a rock had survived all this time; and the stone circles, also in northern Pakistan. I only hope that they last for another thousand years or two.

Our reportage is  very fascinating. You seem to have no masters. At last did you get any ispiration from authors like Sebald or from a journalist like Kapuscinski?

I love reading Sebald but mostly I got inspiration from the people I worked with and read while working in India and Pakistan.

Your book the takes strengh from art but also from poetry. What did you like most of the Sufi culture? And what about women who met in sufi temples? With their hysterical dances did they try to come across of their interior wounds? ( They made me remember those women dancing taranta in Italian south that were studied by Ernesto De Martino…).

I liked the unorthodox nature of Sufism. It allows a complete rebellion from the dictated norms of society, in the Indus valley at least. Yes, the women in those Sufi tombs were dancing away many frustrations and oppressions.

Have you ever been afraid and wanted to leave the trip? What convinced you to get back on your path?

I was afraid on the mountainside in Tibet, of the rain and the snow. But there was no way back.

My next reportage is something closer to home.

Posted in Libri | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »