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Qusayr’Amra, gemma nel deserto. Recuperati i suoi straordinari dipinti

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 2, 2015

Fig 02  (©ISCR)

Qusayr ’Amra

Il castello del principe Walid è un unicum nella tradizione islamica. le sue sale sono piene di pitture figurative.  Con rappresentazioni di principi, re, scene conviviali e sontuosinudi femminili. Che documentano la convivenza di tradizioni diverse agli albori dell’Islam. Ora quei complessi cicli pittorici tornano all’antico spendore grazie all’intervento dell’istituto superiore del restauro.

Di lui si narra nelle Mille e una notte. Descrivendolo come un principe generoso e leale. Ma anche se appare come una figura leggendaria nei racconti notturni di Sharazade, Walid Ibn Yazid, (Walid II) regnò per poco più di un anno tra il febbraio del 743 e l’aprile del 744 d.C. Fu ucciso all’età di 38 anni, poco tempo dopo essere diventato califfo. E nella storia scritta dai regnanti che vennero dopo è additato come un personaggio dissoluto, dedito solo ai piaceri della vita e poco osservante.

La storia ufficiale, si sa, è sempre scritta dai vincitori e chi prese il potere dopo Walid non mancò di attaccarne con violenza l’immagine e l’identità. Tanto che oggi si rimane stupiti nell’apprendere che la sua residenza privata, dopo così tanti secoli, è ancora in piedi. Noto come Qusayr ’Amra, ovvero piccolo castello, il palazzo (patrimonio dell’Unesco dal 1985), sorge in una regione desertica fra Siria, Giordania e Palestina. E fatto ancor più sorprendente, conserva ancora una larga parte di cicli pittorici che ne abbellivano sia le sale interne, sia gli spazi “pubblici”, come le terme che venivano utilizzate da Walid anche per tessere relazioni diplomatiche. Riportate all’antico splendore, nel corso di una serie di spedizioni avviate nel 2011 dal team di restauratori dell’Istituto superiore per la conservazione e per il restauro (Iscr) guidato dall’archeologa Giovanna De Palma (in collaborazione con il World Monuments Fund), queste raffinate pitture sono la testimonianza viva e affascinante di una cultura musulmana, ai suoi albori, straordinariamente aperta verso le altre tradizioni.

desert-castle-loop02Come hanno documentato gli archeologi e gli storici dell’arte che hanno partecipato al convegno internazionale The colours of the Prince organizzato dall’Iscr, Qusayr ’Amra si presenta come un eccezionale crocevia di culture, o meglio, come un ideale ponte fra il mondo arabo e il Mediterraneo. Le pitture murarie di questo edificio che sorge nel deserto giordano si sviluppano per circa 380 metri quadrati. E vi compaiono al contempo elementi iconografici della tradizione bizantina, greco ellenistica, araba e persiana. Nel palazzo, rappresentazioni della corte di Walid, ritratti ideali di principi e regnanti di terre lontane, fra i quali anche un sovrano cinese e uno turco o induista, appaiono accanto a scene conviviali, di caccia e di vita quotidiana come la spremitura dell’uva a piedi nudi. Ma ci sono anche raffigurazioni di animali fantastici e figure bibliche, a cominciare da quella del profeta Giona. Colpiscono in modo particolare alcune rappresentazioni di nudi femminili, impossibili da pensare nella tradizione aniconica musulmana successiva. Secondo l’interpretazione della docente di storia medievale Maria Andaloro dell’Università della Tuscia non sono ascrivibili nemmeno alla tradizione greca, perché non si tratta di nudi anatomici e “razionali”, ma di immagini armoniose, in movimento, «rappresentate in forme fluide, senza che compaia alla vista un osso o un muscolo, tanto che – nota la professoressa – per trovare forme così morbide bisogna andar fin nel lontano Oriente buddista».

Una ipotesi suggestiva alla quale  l’archeologa Giovanna De Palma risponde spostando l’attenzione sulla ricca e tollerante koinè culturale che animava questa zona di scambi e vie commerciali all’epoca di Walid, nell’VIII secolo, principe appartenente alla dinastia omayyade, la prima dopo l’avvento di Maometto. «Il califfato omayyade è il primo a godere di cattiva fama nel mondo islamico – spiega De Palma -. Era accusato di pensare più a politiche espansioniste che a problemi di tipo teologico». Nel periodo in cui l’Islam si andava affermando, di fatto, non pretendeva la conversione, si limitava a chiedere l’obbedienza. «E in queste zone preesisteva una cultura di tipo figurativo, che non fu cancellata – approfondisce l’archeologa -. Anche se noi la conosciamo poco perché non sono sopravvissute testimonianze». Alla luce di questo contesto si comprende meglio la figura di Walid, principe colto, dalla personalità poliedrica, contrariamente a quanto hanno sostenuto poi i suoi detrattori.

desert-castle-loop08«Qusayr ’Amra è un unicum – ribadisce Giovanna De Palma -. Sapevamo che esisteva una pittura islamica, ma questo è uno dei pochissimi esempi sopravvissuti di rappresentazioni con figure umane e zoomorfe. L’Islam almeno in origine non era aniconico – sottolinea l’archeologa – ma non ci è rimasto nulla di quell’epoca più antica, se non alcuni frammenti che vengono da un altro castello anch’esso probabilmente fondato da Walid. Ci sono poi alcuni piccoli residui che vengono da Samarra, la capitale del Regno Abasside e altri che provengono dai Fatimidi d’Egitto». Insomma, sintetizza Giovanna De Palma, «che a quell’epoca dipingessero si sapeva. Non è una novità. Ma questo è l’unico ciclo che ci ha permesso di vedere cosa dipingevano. E la sua eccezionalità sta anche nel fatto che è rimasto pressoché intatto. Non si conoscono altri esempi. A parte i dipinti della Cappella Palatina di Monreale che fu realizzata da artigiani arabi». Così, se in seno al Cristianesimo nacque una feroce iconoclastia, non possiamo dire che l’Islam sia stato fin dall’inizio iconofobico? «Io sono una archeologa classica – risponde De Palma – non una studiosa dell’Islam, ma certamente il fatto che le pitture ci fossero come dimostra il castello di Walid, non ci permette di ipotizzare un’iconofobia. Direi piuttosto che le civiltà semitiche che noi conosciamo, così come quelle musulmane, sono società aniconiche, che non favoriscono la rappresentazione umana». Il primo episodio che viene preso a simbolo dell’iconoclastia, come è noto, è quello dell’Esodo, quando Mosè distrugge il vitello d’oro.

Fig 08 bis (foto Alex Sarra, ©ISCR)Mentre il rapporto con la figura umana è stato conservato dagli omayyadi. «Che erano aniconici nei monumenti religiosi – dice De Palma – .O meglio parzialmente aniconici perché a Damasco i mosaici sono ancora parzialmente figurativi. Ma non lo erano nelle rappresentazioni all’interno di palazzi privati».
Ma se gli omayyadi furono tolleranti, non lo furono i loro successori. Nei secoli si sono registrati molti esempi di fondamentalismo contro le immagini e viene da chiedersi perché siano state risparmiate le pitture di Qusayr ’Amra. «Io stessa non riesco a spiegarmelo – confessa De Palma -, certo il castello era poco visitato, ma ci sono testimonianze del passaggio di beduini. Che sappiamo hanno una cultura in parte indipendente e un ruolo particolare. Potrebbero in qualche modo aver contribuito a proteggerli»

dal settimanale Left

The treasures of#Qusayr’Amra, 

interno-qusayr-amraIn the Thousand and One Nights he is described as a prince generous and loyal. But even if he appears as a legendary figure in the stories of Sharazade, Walid Ibn Yazid, (Walid II) reigned for just over a year between February 743 and April 744 AD. Infact he was killed at the age of 38, shortly after he became caliph. And in the history written by the rulers who came after him, he is tipped as a dissolute character, devoted only to pleasures of life and not very observant. The official story, as we know, is always written by the victors and who took power after Walid attacked violently his real identity. So hardly that today we are almost astonished to learn that his private residence, after so many centuries, is still standing. Known as Qusayr ‘Amra, the palace (UNESCO 1985) is located in a desert region between Syria, Jordan and Palestine. And – surprising fact – it still retains a large part of pictorial cycles that graced the inner rooms but also the “public” ones like the baths that were mostly used by Walid for diplomatic relations. The have been restored and brought to their original splendor, during a series of expeditions undertaken in 2011 by the team of restorers of the Italian Institute for the conservation and restoration (Iscr) led by archaeologist Giovanna De Palma (in collaboration with the World Monuments Fund) . These refined paintings are the living testimony of a Muslim fascinating culture, in its early days, extraordinarily open to other traditions.

Fig 14 (©ISCR)It has been documented by Archaeologists and art historians who participated in the international conference The colors of the Prince organized by ICR in Rome. In this symposium Qusayr ‘Amra has been presented as a great crossroads of cultures,and even as an ideal bridge between the Arab world and the Mediterranean. The wall paintings of this building (which is located in the Jordanian desert stretching for about 380 square meters) present iconographic elements of many different traditions: Byzantine, Hellenistic, Arabic and Persian too. In the palace we can see representations of Walid’s court, fantastic portraits of princes and rulers of distant lands, including a Chinese, Turkish and Hindu sovereigns. But we can discover also lively convivial scenes, hunting scenes and episodes telling about everyday life with barefoot people pressing grape. What strikes us more is the cohabitation of pagan elements like of fantastic animals with biblical figures as the prophet Jonah.

And the fact that in these cycles of “frescos” we can see even some representations of female nudes, later totally banned by the aniconica Muslim tradition. According to the interpretation of the medieval history expert Maria Andaloro ( university of Tuscia) these female nudes can not be ascribed to the Greek tradition, because they there is not anatomical description and they appear like harmonious moving images. ” These nudes are represented in fluid forms, hiding any bone and muscle. If you want to find forms like these you have to go down to the far Buddhist East “, she said.

qasr-amra-ladyBut this suggestive hypothesis finds some oppositors. The roman archaeologist Giovanna De Palma, for istance, brings back the attention to the rich and tolerant cultural koinè that animated this trade area at Walid times, in the VIII century. Prince Walid belonged to the Umayyad dynasty, the first after Muhammad. “The Umayyad Caliphate was the first to gain a bad reputation in the Islamic world” De Palma explains. “He was accused to be interested more in expansionist policies than in theological problems.

“In that early period, in fact, Muslims did not pretend conversion, but merely ask obedience. “And in these areas where the figurative culture had a long tradition, it was not canceled – the archaeologist says -. Although we know almost nothing about the way these pictures could survive in more oppressive times. Only in the tolerant context of the early Islamwe can understand a figure like prince Walid. He had a poliedric personality, despite what his detractors argued twisting the truth.

“’Qusayr’ Amra is unique under several aspects” Giovanna De Palma underlines. “We knew there was an Islamic painting, but this is one of the few surviving examples of representations with human figures and zoomorphic ones. Originally Islam was not aniconic. But there is nothing left of that oldest pictures. We have only some other fragments coming from another castle, probably founded by Walid, and small residues from Samarra, (the Abbasid capital of the Kingdom) and from the Fatimids Egypt.

“To cut i short – Giovanna De Palma says – this is the only cycle that allowed us to see what they painted. Its uniqueness lies in the fact that remained almost intact. There are no other examples known. Apart from the paintings of the Monreale Palatine Chapel that was built by Arab craftsmen. “A fierce iconoclasm arose in Christianity . It is well known. But we can not say that Islam has been aginst imagines  since the beginning. I am a classical archaeologist, not a scholar of Islam, but certainly these paintings in Walid’s castle do not allow us to hypothesize a sort of iconofobia. I would say that the Semitic civilization as we know it – as well as the late Muslim ones – was an aniconic society, which do not favor the human representation”. The first episode of iconoclasm, in fact, is in the Exodus, when Moses destroys the golden calf.

The pictures with human figure were preserved by the Umayyads. “There were aniconic monuments but Damascus mosaics, for example, are still partially figurative” Giovanna De Palma says.

By the way, if the Umayyads were tolerant, their successors were not. During the centuries there have been many episodes of fundamentalism against images and we wonder why the paintings in Qusayr ‘Amra were not destroyed. “I myself can not explain it”, De Palma admits. “Certainly the castle was little visited, but the Bedouins lived some important signes here. We know they still have an indipendent culture and a special role in some muslim countries. Th Bedouuins may have contributed in some way to protect the paintings in ‘Qusayr’ Amra “.

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