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Nelle trame di Boetti

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 21, 2013

Alighiero Boetti, mappa -ricamo

Alighiero Boetti, mappa -ricamo

Sapeva ricamare le mappe dell’invisibile. E far incontrare tradizione e  avanguardia. Da Londra a Milano e Roma, un trittico di mostre per riscoprire Alighiero Boetti

di Simona Maggiorelli

Con un certo gusto per la provocazione Alighiero Boetti – nome di punta dell’avanguardia italiana del secondo Novecento – amava fare scelte alquanto inattuali. Come andare a vivere in sperduti villaggi afgani, negli anni Sessanta e Settanta ancora senza elettricità e acqua corrente, per apprendere l’arte antichissima della tessitura di tappeti. E, fatto piuttosto insolito per un uomo nato nel 1940, amava anche tramestare tra antichi testi esoterici e di alchimia. Per ricavarne poi opere d’arte che parlavano in modo sorprendente del tempo in cui viveva e dei suoi più drammatici punti di crisi.

Sono nati così i suoi grandi quadri ricamati che raccontano, in colori vivaci, la trama geopolitica degli anni della guerra fredda, le contrapposte ideologie che facevano a fette il mondo, innalzando muri, confini e cortine di ferro. E già disseminavano cacciabombardieri nei cieli come fossero aeroplanini di carta.

Con sorprendente intuizione nelle sue lievi, vaste, tele azzurre punteggiate dai fari lucenti di aerei stilizzati, Alighiero Boetti già preconizzava un futuro di guerre “chirurgiche”, estetizzate dai mass media e spacciate per innocui videogiochi.In un agghiacciante scambio fra reale e virtuale.

Alighiero Boetti, Mettere al mondo il mondo

Alighiero Boetti, Mettere al mondo il mondo

Il suo celeberrimo acquerello e spray oro su carta fotografica intelata Aerei-cieli ad alta quota realizzato nel 1989 ed esposto fino al 22 marzo nello Studio Giangaleazzo Visconti di Milano (insieme ad altre trentasei opere di Boetti) ancora oggi ci appare come una folgorante rappresentazione per immagini di questo fatuo e micidiale modo di giocare con le vite umane: quasi fossero banali puntini di un tiro a segno. Come tragicamente è accaduto durante le guerre in Iraq che hanno prodotto immani stragi di civili. Fece in tempo a vederne i primi funesti capitoli l’artista torinese prematuramente scomparso nel 1994.

La retrospettiva che il MAXXI di Roma gli dedica, dal 23 gennaio al 6 ottobre (catalogo Electa), offre l’occasione per approfondire questo filo rosso di denuncia della guerra che attraversa tutta l’opera dell’artista torinese. Ma anche la sua indiretta critica ai processi di “disumanizzazione” che in modo invisibile operano nelle società del capitalismo avanzato: in cui il tempo è denaro e si è costretti a mettere a valore ogni aspetto di sé per sopravvivere.

Nasce da questo sguardo lungo e corrosivo sulla società contemporanea, per esempio, l’installazione che nei mesi scorsi è stata il fulcro della antologica che la Tate di Londra ha dedicato a Boetti. Una strana scultura composta da una semplice scatola e una lampadina che si accende solo per 11 secondi all’anno. In modo casuale. Senza programmazione. Sperperando il tempo, in modo anti funzionale, in attesa di una imprevedibile illuminazione. Un’opera, insomma che, si potrebbe anche leggere come un auto ritratto dell’artista come perdigiorno. Ma a guardare meglio vi si può anche rintracciare un’ allusione a quel gesto rivoluzionario che, nella società dei consumi, è incrociare le braccia per fermarsi a pensare e a sognare. Lui, eccentrico, elegante, instancabile viaggiatore, insofferente verso le etichette – di fatto – non avrebbe mai accettato di realizzare opere di denuncia in senso stretto. Se non, come in questo caso, con una buona dose di ironia. E forse proprio questo atteggiamento, questa polisemia, lo ha salvato dall’usura che invece ha corroso tanta arte “agit prop” anni Settanta.

da left-avvenimenti del 19 gennaio 2 febbraio

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Il codice cifrato della bellezza

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 30, 2009

di Simona Maggiorelli
Nella  galassia dell’ arte islamica in cui si intrecciano differenti culture. Lo storico dell’arte Luca Mozzati con il nuovo libro Arte islamica (Mondadori arte) invita a un viaggio nel mondo variegato nato dall’incontro fra i primi conquistatori arabi e la straordinaria eredità mesopotamica, iranica, ma anche bizantina. Un universo complesso che trova espressione nella pittura, nell’architettura, nella calligrafia, nella ceramica, nei tappeti e che a nostri occhi occidentali, troppo spesso, risulta lontano, appiattito, alterato da pregiudizi. Come quello che vorrebbe l’arte islamica rigidamente aniconica  oppure la posizione dell’artista tout court schiacciata da quella del committente religioso, quando in realtà nell’Islam, come scrive Mozzati « non esistono chiesa, sacerdoti o sacramenti».
«Per cominciare – spiega il professore – va detto che nell’arte islamica il concetto di artista, come soggetto creatore, non esiste. Fino al Rinascimento non ci fu nemmeno da noi. Possiamo parlare di esplicita volontà individuale con artisti come Michelangelo. Non prima. Ma il fatto che uno si muova all’interno di canoni formali non pregiudica l’eventuale espressione di contenuti individuali, anche se nell’Islam per noi possono non essere immediatamente leggibili».
Così se la floridissima miniatura e la tradizione di libri illustrati che si sviluppò nell’impero ottomano, in Persia e in parte dell’Asia ci appare in certo modo più familiare, la scintillante cascata di stalattiti (muqarnas) che sovrasta moschee, madrase e tante architetture islamiche ci seduce sul piano emotivo, ma perlopiù ci lascia disarmati dal punto di vista della decodificazione del suo significato di rappresentazione della bellezza dell’infinito pulsare del cosmo. «Importanti apparati decorativi a carattere logico-matematico connotano l’arte islamica – approfondisce Mozzati -. Si presentano come una sorta di linguaggio cifrato. Chi è in grado di comprenderne la bellezza,  vi può cogliere quell’assoluto che nell’Islam pertiene all’ambito del divino». In capolavori come la ceramica a mosaico della moschea del venerdì a Yazsd, per esempio, l’ alternanza ritmica  di bianco turchese blu e marrone e la trama delicata del disegno floreale crescono su un rigoroso disegno geometrico. «Il senso lirico sovrapposto a quello razionale – prosegue Mozzati – sembra ricordare che per cogliere l’invisibile che si cela dietro quanto possiamo vedere bisogna fare appello alle facoltà intellettuali come a quelle emotive».
Professor Mozzati, nell’ Islam il divino è ritenuto non rappresentabile?
Certo non è rappresentabile in forma antropomorfa. Per i musulmani, così come per gli ebrei, sarebbe una bestemmia. Lo rappresentano in letteratura ma mai in pittura tranne rarissime eccezioni. Per trasmettere un messaggio che parli dell’esistenza di dio fanno ricorso a un tipo di bellezza che non è individuale e arbitraria ma astratto-geometrica. Rimanda alla legge che sottostà alla creazione. Come espressione di un’intelligenza divina che secondo la logica islamica permea tutto.
Dio creatore onnipotente  e insieme arbitrio umano. Come possono coesistere?
E una delle aporie dell’Islam. Nel Corano c’è l’assoluta necessità di obbedire a Dio, quanto la possibilità di agire secondo ciò che si sente. La lettura fondamentalista porta alla tragedia. Come è accaduto anche nel Cristianesimo. Le matrici delle due religioni sono simili: l’Islam, del resto, emerge dal  Cristianesimo orientale del  V e VI secolo.
Lei accennava al nesso fra bellezza e geometria.Quali rapporti ci furono fra Islam, Platonismo e poi con il neoplatonismo?
Il rapporto con tutta la filosofia greca antica fu molto forte. Nell’Islam c’è stata enorme attenzione per la scienza greca, almeno fino al XII e XIII secolo. Le più importanti personalità della matematica, della geometria, dell’astronomia nel X e XI secolo, non a caso, sono emerse in ambito islamico. La filosofia neoplatonica ipotizza un mondo superiore, un mondo altro, diverso da quello quotidiano. E in questo ci può essere un nesso. I musulmani credono che tutto accadrà nell’al di là, ma a differenza dei cristiani non hanno il senso drammatico del peccato, della colpa da espiare.
Alle origini del Cristianesimo ci fu una fase di iconoclastia feroce. Si parla di aniconismo, invece, per l’arte islamica. è corretto?
La nostra iconoclastia fu contemporanea al sorgere dell’Islam che molto probabilmente ne fu influenzato. Il rischio dell’idolatria era molto sentito dagli intellettuali costantinopolitani. Ma i monaci erano iconolatri e ritenevano l’icona fondamentale per la trasmissione del messaggio. Nell’Islam, in realtà, la questione dell’aniconismo è più tarda:  nell VIII secolo troviamo i primi hadit che proibiscono le immagini nei luoghi sacri. (O meglio di preghiera dacché nell’Islam non esistono luoghi sacri eccezion fatta per la Mecca). Dipingere figure umane in una moschea sarebbe blasfemia perché ci si metterebbe in concorrenza con il creatore e si farebbe una brutta copia di ciò che lui ha realizzato. Non dimentichiamo che nella spiritualità orientale la figura umana rappresentata è pensata come animata e viva. Quando gli egizi facevano delle statue poi “ infondevano” loro la vita. In tutto l’Oriente si riscontra un  certo pudore nel rappresentare l’essere umano.
Ma a Damasco ci sono scene erotiche nelle case affrescate fatte costruire dai califfi. Come si spiega?
I primi Califfi vi trovarono chiese cristiane piene di affreschi e ne percepirono il significato propagandistico. Così si dettero a costruire splendide architetture per dare un senso identitario ai musulmani. Per le moschee scelgono decorazioni a dimensione astratta e atemporale ma nelle abitazioni profane aristocratiche si riscontra una assoluta libertà di rappresentazione: scene di caccia e di guerra, balli, donne nude, scene erotiche esplicite, ma confinate nella sfera privata. Non si ostentavano perché il popolo non avrebbe accettato questa libertà delle élite.
I califfi rifiutarono la condanna dell’architettura espressa da Maometto?
Gli Abbasidi, in particolare, ristabilirono un culto imperiale di tipo persiano: il califfo aveva un suo spazio a parte nella moschea, camminava sui tappeti, era una sorta di dio in terra, cosa del tutto inusuale nell’Islam che non conosce una gerarchia nel luogo di preghiera.  Di fatto gli arabi erano stati dei barboni nel deserto e dal deserto poi  partì la rivolta contro la corruzione di quelli arrivati al trono.  Nel mondo arabo è successo molte volte. Gli arabi, diversamente dai persiani, venivano dal deserto ed erano abituati a condizioni di vita estreme e avevano un radicalismo di pensiero altrettanto estremo. i Persiani, invece, avevano una cultura diversa, alta, millenaria.
L’influenza araba fu importante anche in Spagna e in Sicilia; come si configurò questo rapporto che oggi appare stranamente rimmegato negli studi e più ancora nella politica che ha parlato di radici cristiane dell’Europa?
Gli artigiani e gli artisti che i Normanni radunarono intorno a sé erano cristiani che avendo lavorato in ambito musulmano si erano islamizzati nello stile. Così in Sicilia troviamo opere dall’iconografia cristiana ma di “spirito” islamico, a sua volta sedimentato sul bizantino cristiano. Così nascono i padiglioni di caccia normanni. La zisa, la cuba, la cubola sono architetture islamico orientali, fatte per regnanti cristiani. Lo stesso vale per le cattedrali di Cefalù e Monreale. In Spagna c’è l’arte mozarabica, per la Sicilia parliamo di arte normanna ma bisognerebbe dire arte islamica in tempo cristiano. Non abbiamo una definizione corretta. Di certo ci fu un’osmosi continua fra le diverse culture.
da left-avvenimenti del 18 dicembre 2009
pondi
Inoltra

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