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Posts Tagged ‘Kader Abdolah’

Nuove lettere persiane. Kader Abdolah a Bookcity

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 22, 2013

Afzal Al-Husayni, Lady with the dog (1640)

Afzal Al-Husayni, Lady with the dog (1640)

In fuga dall’Iran degli ayatollah, Kader Abdolah trovò approdo nei Paesi Bassi diventando il più grande scrittore in lingua olandese. Oggi rievoca la sua esperienza nel romanzo Il corvo ( Iperborea)  che sarà presentato a Bookcity

Invitato a parlare di letteratura come resistenza all’Università di Berkeley (ma anche in altre occasioni pubbliche), Kader Abdolah ha ripercorso la propria esperienza di rifugiato che nel 1988 trovò approdo e una nuova lingua “da abitare” in Olanda: da secoli il paese delle pubblicazioni eretiche e clandestine e dove ancora oggi, dice a left lo scrittore iraniano, «nonostante molte cose siano cambiate e si sia insinuata la paura, gli immigrati possono ancora trovare vera accoglienza».

La sua storia è quella di tanti giovani di sinistra che furono protagonisti della rivoluzione contro lo scià e che poi furono torturati e imprigionati anche dal regime di Khomeyni. Alla violenza, quel giovane rivoluzionario decise di non rispondere con la violenza ma con l’arma della scrittura.

Kader Abdolah

Kader Abdolah

«Scrivere in clandestinità è scrivere sul crinale fra la vita e la morte. Scrivi per far vedere che non hai paura del dittatore, che usa la violenza contro di te, che tortura i tuoi amici e distrugge la tue parole. Combatti usando la penna invece che le armi». Scrivere allora è una sfida, una lotta, ma anche una passione e una ragione di vita.

Nel suo romanzo autobiografico, Il corvo (Iperborea) Kader Adollah lo racconta in pagine quasi cinematografiche, folgoranti e poetiche, che evocano sequenze di un film come Il pane e le rose di Makhmalbaf; pagine da cui emerge lo splendore della cultura persiana antica, ma anche il sapore aspro della lotta contro la dittatura.

Sotto le mentite spoglie di un sensale di caffè e scrittore di notte, Kader Abdolah in questo suo nuovo libro ricrea memorie di quando era studente universitario in fisica e collaborava con giornali clandestini di sinistra, rievocando poi  quando si recò in Kurdistan per raccontare la lotta di liberazione curda traendone un libro che nessuno volle pubblicare, perché era troppo pericoloso.

Reza Abbasi, Gli amanti (1625)

Reza Abbasi, Gli amanti (1625)

Ma dopo l’ennesimo no «il portiere di una importante casa editrice mi rincorse per strada e mi disse: “Pubblicheremo il tuo libro ma non riceverai un compenso e non lo potrai firmare. Ce l’hai uno pseudonimo? E io risposi: Scrivi che l’autore si chiama Kader Abdolah”». Nasceva così dalla combinazione dei nomi di due amici torturati e uccisi dal regime il nome de plume di uno dei più importanti scrittori olandesi di oggi, autore di capolavori come La scrittura cuneiforme (2003), come Il viaggio delle bottiglie vuote (2001) ma anche come Il messaggero (2010) in cui, da scrittore dichiaratemente ateo, invita a leggere il Corano, non come testo sacro ma come opera poetica.«In Iran sognavo di diventare uno scrittore», ricorda Kader Abdolah. «Non conoscevo i Paesi Bassi e non avevo mai sentito il suono della lingua olandese. Non avrei mai immaginato di scrivere in questa lingua. Ma è accaduto». E poi aggiunge sorridendo: «È la magia della vita».
«Forse dipende tutto dal fatto che sono fuggito dalla madrepatria. Chi non può più tornare a casa finisce per vivere in uno stato di immaginazione», lei fa dire a Refid Foaq ne Il corvo. È una sua dimensione?
Come straniero e rifugiato vivi per lo più nell’immaginazione. Pensare al Paese da cui sono partito è per me è vivere nel passato. Stare in Olanda o in Italia (lo scrittore sarà a Milano per Bookcity il 23 novembre, ndr) è vivere nel presente e allo stesso tempo nel futuro. Come immigrato e scrittore vivo allo stesso tempo in tre tempi diverse. Un immigrato vive due volte o tre volte allo stesso tempo. È l’aspetto più bello.
La Persia ha una grande tradizione artistica e poetica. Quanto è per lei, ancora oggi,  fonte d’ispirazione?
C’è molto di persiano nei miei romanzi. Nel mio passato c’è tutta la mia cultura persiana, il modo di vivere persiano e io, scrivendo, volevo farlo conoscere. Ma anche far vedere che gli immigrati hanno un passato.

Kader Abdolah, Il corvo, Iperborea

Kader Abdolah, Il corvo, Iperborea

Ne Il corvo Refid scrive il suo primo romanzo come una lunga lettera d’amore che poi consegna alla ragazza. In tutto il romanzo le donne hanno un ruolo chiave. C’è qualcosa di autobiografico?
Sto scrivendo un nuovo romanzo e le donne, ancora una volta, hanno un ruolo importante. Se guardiamo alle donne migranti vediamo che sono capaci di cambiamenti radicali, ovunque si trovino, sono più reattive. Gli uomini emigrati cercano di mettere insieme più tradizioni, le donne invece mettono via tutte le tradizioni cercando di trovare un nuovo modo di vivere. Anche per questo io penso che le donne siano più forti e più intelligenti.
«Quando i sacerdoti conquistarono il potere noi militanti di sinistra restammo a mani vuote», lei scrive. Come è potuto accadere che una rivoluzione laica sia sfociata in uno stato teocratico?
Quando eravamo ragazzi pensavamo di poter cambiare il mondo e la storia. Ma è impossibile: non puoi cambiare la storia. Una storia di centinaia di anni è molto più forte di te. Noi avevamo 20, 23, 25 anni, ma la storia del mio Paese ha 8mila anni alle spalle. E quella storia ha cambiato il Paese. Quella storia in Iran ha portato gli ayatollah. Purtroppo è un fatto. E oggi se mi guardo indietro mi viene da sorridere pensando a me stesso che un po’ stupidamente pensavo di poter cambiare la storia.
Pensa che oggi i ragazzi delle rivolte iraniane facciano lo stesso errore?
Penso che siano più saggi, sono più bravi di noi, hanno una comprensione più profonda. E le donne in particolare hanno un ruolo importante  in Iran nel creare le condizioni per un vero cambiamento. Noi pensavamo di cambiare il Paese con una rivoluzione, invece loro non credono in un mezzo di rottura violenta. Hanno ragione. La rivoluzione non fa che peggiorare le cose. È meglio procedere passo dopo passo. La nuova generazione l’ha capito e questa è la grande spinta verso il futuro.

dal settimanale left-avvenimenti

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Mille e una Persia

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 9, 2012

Dopo aver raccontato la rivoluzione, lo scrittore Kader Abdolah torna a farsi cantastorie. Con l’urgenza etica di recuperare le memorie più antiche dell’Iran, fa rivivere la storia dello scià Naser e del suo visir che tra Ottocento e Novecento lottò per modernizzare il Paese

di Simona Maggiorelli

Isfahan, Iran

 

Lo scrittore iraniano Kader Abdolah torna a farsi cantastorie, come era nella antica tradizione persiana, per raccontare in una prosa lirica e densa di immagini, vicende che riemergono da un passato lontano e che l’Occidente fa finta di non conoscere quando si rapporta all’Iran di oggi.

Storie che nel suo nuovo libro Il re (Iperborea) ci riportano a quell’importante passaggio fra Ottocento e Novecento che vide la Persia al centro di una triangolazione di potere fra Russia, Francia e Inghilterra ma anche aprirsi alla modernizzazione, attraverso l’operato del visir Mirza Kabir che cercò di far comprendere allo scià Naser l’importanza della costruzione di strade e fabbriche per dar lavoro a una gran massa di diseredati, ma anche l’importanza di costruire scuole e ospedali a uno scià che ancora viveva immerso nella bambagia, circondato da uno sterminato harem, fra ricchezze da Mille e una notte e vicende familiari che lo legavano a un passato ancora medievale.

Così Kader Abdolah che, da giovanissimo, ha fatto la rivoluzione contro la scià Reza Pahlavi, e che poi è dovuto fuggire in Olanda per un aperto contrasto con  la teocrazia di  Khomeini, per esigenza letteraria ma anche per un imperativo etico di far conoscere la storia del proprio Paese e dei tanti amici e compagni che hanno perso la vita per la sua liberazione, si è dato a scrivere questo capitolo affascinate e ai più poco noto. In Europa, a dire il vero, i lettori del reporter polacco Ryszard Kapuscinski e del suo toccante Shah-in-Shah (Feltrinelli) in qualche modo avevano già incontrato questa storia fra gli antefatti di brucianti pagine sulla rivoluzione iraniana. Ma qui torna in veste letteraria alta e con il sapore di uno stile di scrittura che molto deve alla tradizione poetica e della letteratura araba persiana.

Kader Abdolah

Dopo La scrittura cuneiforme e dopo La casa nella Moschea (che raccontava appunto la rivoluzione giovanile in Iran nel ’79) Kader Abdolah ci regala così una nuova perla da aggiungere alla sua collana di racconti. In questi giorni è in Italia per presentarli: il primo settembre è a Genova per “I Dialoghi sulla rappresentazione”. E l’occasione è preziosa per conoscere più da vicino questo scrittore iraniano, il cui vero nome è Hossein Sadjadi Ghaemmaghami Farahani, avendo scelto il nome de plume Kader Abdolah in ricordo di due amici uccisi dal regime komeinista e per sapere dei suoi nuovi progetti, fra i quali figura «un libro molto diverso dai miei precedenti – dice lui stesso – una raccolta di storie di inventori e persone di scienza che in Olanda stanno realizzando sogni di  progetti che sfidano l’impossibile». Ma anche per sapere da lui delle reazioni che ha suscitato una sua recente e libera traduzione del Corano in nederlandese. «Un libro che ho voluto tradurre e rendere fruibile ai miei concittadini olandesi per la sua bellezza letteraria, che ho scritto con piacere – dice sorridendo l’ateo Kader – sorseggiando del buon vino e che vorrei arrivasse al pubblico che non conosce in tutta la sua rcchezza poetica, come un capolavoro d’arte».

da left avvenimenti del 1 -7 settembre 2012

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La doppia rivolta dell’Iran

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 2, 2009

kader abdolah e sua figli bahar

kader abdolah e sua figli bahar

Dopo aver partecipato alla rivoluzione contro lo scià, Kader Abdolah ha combattuto la teocrazia degli ayatollah. Da esule è diventato una delle più importanti voci della letteratura neederlandese. Dopo il romanzo La casa della Moschea lo scrittore iraniano ha tradotto Il Corano presentandolo come “un libro di alta poesia, scritto da un uomo del suo tempo”

di Simona Maggiorelli

Non è stato un caso, è stata la vita. Se un giorno sono caduto improvvisamente dalle alte montagne della Persia sulla fredda, umida terra d’Olanda, a imparare una lingua fredda e umida”. Una lingua, scrive l’iraniano Kader Abdolah “che alle mie orecchie non aveva ritmo, non aveva musica: una lingua piatta come il Paese in cui ero approdato. Ma sapevo che quella lingua dovevo farla mia, altrimenti non sarei sopravvissuto. E allora divenne bella, divenne la mia casa. Ora vivo in questa lingua». E proprio in questa lingua reinventata, da esule, Kader Abdolah ha scritto i suoi libri più intensi: da La scrittura cuneiforme (Iperborea,2003) fino al più recente La casa della moschea (Iperborea, 2008). E oltre. Con una traduzione del Corano in olandese e una biografia romanzata della vita di Maometto. Libri che hanno fatto discutere anche la tollerante Olanda, dacché Kader Abdolah ha presentato il testo sacro dell’Islam come “un libro altamente poetico, scritto da un uomo del suo tempo”.

«Una volta pensavo che fosse possibile fare tutto, decidere tutto, ma poi ho capito che a volte sono gli altri a decidere per te”, racconta lo scrittore che abbiamo raggiunto telefonicamente a Delft, la città dove ora vive. “Detto altrimenti: non avevo alcuna intenzione di studiare il nederlandese – ammette- ma all’improvviso ho dovuto farlo, altrimenti sarei morto dentro”.

Fresco laureato in fisica all’università di Teheran, Kader Abdolah, il cui vero nome è Hossein Sadjadi Ghaemmaghami Farahani. nel 1979 aveva preso parte alla rivolta studentesca contro lo scià. Scampato alla morte durante la rivoluzione e poi ancora miracolosamente durante la lotta giovanile contro Khomeini e il suo Stato teocratico, ora che poteva dirsi salvo in Olanda, Abdolah scopriva che aveva ancora paura di morire, ma questa volta non sul piano fisico.“Nella nostra idea di rivolta, in Iran da ragazzi,non eravamo propriamente comunisti. Se avevamo un mito era quello romantico di Che Guevara” ricorda oggi Kader Adolah. Dopo aver visto morire il fratello più giovane e compagne e compagni sotto entrambi i regimi, lo scrittore decise di fuggire dal suo Paese. Orgoglioso di uno pseudonimo derivato dalla combinazione del nome di amici torturati e portando con sé tanti messaggi nella bottiglia: quel pieno di immagini e di miti che avevano colorato la sua schiva infanzia in Iran.

la-scrittura1Un’infanzia solitaria trascorsa in quella Casa della moschea da cui prende il titolo il suo ultimo romanzo tradotto in italiano. Un romanzo duro, di forte denuncia della violenza del regime degli ayatollah, ma insieme poetico, scolpito in poche scarne parole che lasciano filtrare immagini di una antica tradizione poetica persiana. “Quando arrivai in Olanda, pensando che fosse l’America – ci racconta Kader Abdolah – disponevo non più di un centinaio di parole, giusto quelle che avevo imparato per riuscire a parlare con una donna che avevo incontrato”. Parole essenziali, scavate nella vita. Parole semplici, dal suono pieno. Con quei pochi segni icastici ( forse chissà una ricreazione del linguaggio gestuale inventato da bambino per parlare con il padre sordomuto) Kader Abdolah scrisse il suo primo piccolo grande libro, Il Viaggio delle bottiglie vuote; poi sarebbero sgorgati molti altri capolavori. Sotto una potente cifra poetica, romanzi percorsi da un medesimo tarlo: cercare di scoprire le radice della violenza religiosa .” Se noi leggiamo la storia dell’Iran negli ultimi cinquecento anni- chiosa Kader Abdolah- capiamo meglio come sia stata possibile l’ascesa al potere degli ayatollah. Noi eravamo giovani e da studenti non avevamo tempo per approfondire la ricerca. Ma oggi rileggendo quella lunga storia è facile vedere che gli ayatollah non stavano aspettando altro che il momento giusto per prendere il potere. La loro cultura, se così si può chiamare, è intrisa di pensiero religioso, annulla tutto ciò che accade nella modernità. Proprio per questo dispongono della violenza come unico elemento per “governare” il Paese”.

lacasa-nella-moscheaE Kader Abdolah aggiunge: “Non parlo solo di violenza fisica. Il regime degli ayatollah usa la violenza psichica come arma micidiale; in modo violento cercano di cambiare il tuo modo di pensare. Usano una terribile violenza silenziosa per alterare la mente dei nostri bambini. Obbligandoli a leggere e a imparare a memoria solo il Corano e i dogmi religiosi. Da trent’anni a questa parte i giovani iraniani sono costretti a leggere per due o tre ore al giorno le scritture sacre a scuola. Ecco come mantengono il potere”. Un regime teocratico che in primis tradì la giusta ribellione delle tantissime giovani donne che coraggiosamente erano scese in piazza contro lo scià. “Anche in quegli anni -spiega Kader Abdolah eravamo sotto regime: allora di marca americana. L’America è un paese bello per certi versi. Ma ha avuto anche volti terribili. Noi giovani eravamo antiamericani, così come eravamo contro lo Scià, il quale non era altro che una marionetta degli Stati Uniti. Noi sapevamo bene cosa era giusto rifiutare, ma non avevamo un’immagine chiara, costruttiva, di ciò che il Paese avrebbe potuto diventare. Nel frattempo si erano fatti avanti gli ayatollah con i loro libri sacri”. Sperando in un riscatto del Paese, anche per mano di 50 milioni di iraniani che oggi hanno meno di 35 anni, è possibile pensare che una donna come il premio Nobel Shirin Ebadi , prima o poi, possa diventare Premier? “E’ una speranza grandissima- risponde Kader Abdolah- ma temo ci vorranno almeno duecento anni prima che in Iran diventi realtà. Non riusciremo a disarcionare gli ayatollah prima di un centinaio di anni, esercitano un potere religioso assoluto nei villaggi: approfittandosi dell’ignoranza strumentalizzano migliaia e migliaia di persone nelle regioni più povere del Paese. Veramente – sottolinea Kader Abdolah – penso non riusciremo a liberarcene in breve tempo. Fino ad allora, temo, non ci sia nessuna speranza che una donna possa diventare capo del governo In Iran. Anche se ne nostri cuori è il sogno più bello”.

Del resto – conclude Kader Adolah con un caldo sorriso-, credo che voi italiani sappiate bene di quale violenza religiosa contro le donne sto parlando”.

da Left del 13 marzo 2009

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La Persia ritrovata in un volto di donna

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 2, 2009

Lo scrittore iraniano Abdolah parla del suo ultimo romanzo ambientato in Sudafrica

ritratti-e-un-vecchio“ Quando nel 1988 sono arrivato in Olanda come rifugiato politico ho voluto scrivere nella lingua del Paese doveva avevo scelto di vivere. E’ stata dura, all’inizio. Lavoravo come fossi un gioielliere, sceglievo le parole ad una ad una. La osservavo, la annusavo e solo allora scrivevo. Era un lavoro di artigianato che mi richiedeva un’enorme energia”, racconta lo scrittore iraniano Kader Abdolah, in tour in Italia per presentare il suo nuovo romanzo Ritratti e un vecchio sogno pubblicato dalla casa editrice Iperborea. Oggi quasi si stenta a credergli conoscendo la lingua dei suoi romanzi poetica, essenziale, eppure icastica, quasi carnale. Con questa lingua si è costruito una nuova casa in Occidente, senza mai tradire i propri ideali e il ricordo dei compagni morti nelle prigioni dello scià e poi di Khomeini.

ap-abdolah2 Facendosi cantastorie e divulgatore della cultura della Persia antica e al tempo stesso testimone della violenza della repressione fondamentalista. Non a caso Kader Abdolah fa dire al protagonista La scrittura cuneiforme (Iperborea):”avevo paura, non che mi uccidessero, ma che mi distruggessero. Costringendomi a mettermi in ginocchio”. Ora, passati molti anni, lo scrittore iraniano sembra aver sentito l’esigenza di compiere un viaggio a ritroso. Ma non tornando esattamente sui suoi passi, ma scegliendo di fare rotta verso Sud, verso “la bruna terra africana”, sotto il cielo azzurro e bruciante del Sudafrica. Un Paese che gli evoca l’immagine della propria terra. Un’immagine che ritorna nei suoi pensieri notturni. In sogno tornano Attar, Soraya, Runi e gli altri compagni giustiziati dal regime. Ma questo viaggio con la bruna terra africana sarà per lui anche la strada per l’incontro con una donna e la storia, non solo quella personale, forse, potrà ripartire.

Da Avvenimenti de 30 aprile 2007

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