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Leggetevi forte

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 28, 2014

Marcella Brancaforte / foto Sabine Meyer Librimmaginari

Ripartire dalla lettura, per uscire della crisi. Leggere per conoscere, per pensare e parlare meglio. Ma anche per divertirsi. E’ la proposta di Giovanni Solimine autore de L’Italia che legge e Senza sapere ( Laterza). Di questo importante tema si discute a Librimmaginari,  ( 28 novembre -8 dicembre) in una tavola rotonda a  Viterbo che mette a confronto istituzioni, operatori ed editori italiani e stranieri. Con interventi di Giovanni Solimine, Jérôme Gimenez- Ligue 35- Lire et Faire Lire , Carlo Sestini e Daniele De Gennaro, Minimum Fax)   E ancora  se ne parlerà a Roma, a Più libri più liberi, dal 4 all’8 dicembre al Palazzo dei congressi all’Eur , in una edizione della rassegna della media e piccola editoria intitolata “E’ tempo di leggere” , con un focus il 4 dicembre dedicato alla lettura nelle scuole a  cura del Centro per il libro e la lettura. 

Leggere per crescere

Nel libro Senza sapere (Laterza) Giovanni Solimine traccia un quadro preoccupante della situazione italiana fra analfabetismo di ritorno, dispersione scolastica e investimenti pubblici per la cultura fra i più bassi d’Europa. Incoraggiare la lettura secondo lo studioso (già autore de L’Italia che legge) è fondamentale per uscire da questo impasse.

di Giovanni Solimine

Il quadro è preoccupante, ma non ce ne preoccupiamo abbastanza. Il basso livello di competenze linguistiche e logico-matematiche e di capacità espressive tra i giovani e ancora di più tra gli adulti sono la conseguenza, da un lato, del fatto che gli italiani sono poco istruiti (anche perché da 20 anni gli investimenti in scuola, università e ricerca non aumentano) e, da un altro, del loro scarso tasso di partecipazione alla vita culturale, che si realizza leggendo un libro o una rivista, andando al cinema o al teatro, ascoltando musica, visitando una mostra, ma anche coltivando in forma attiva la passione per la pittura , il canto o la danza, e così via.

Personalmente ritengo che la lettura, oltre ad essere un’attività per il tempo libero e per l’apprendimento, abbia una specifica funzione: favorire l’accostamento a forme argomentate di pensiero ed espressione. E che contribuisca ad arricchire il linguaggio e a cogliere le tante sfumature della realtà che ci circonda. Si tratta quindi di un mezzo portentoso per accedere alle conoscenze e per usarle in modo significativo.

Le attività di promozione della lettura, da realizzare in modo sistematico e continuativo, sono però solo lo strato più superficiale dell’intervento di cui l’Italia ha bisogno. Per consolidare e rendere duraturi gli stimoli occorrono investimenti nelle scuole, nelle biblioteche, nelle librerie, cui spetta la “manutenzione” dei lettori creati dalle iniziative di promozione.

Dovendo indicare qualche priorità, metterei in evidenza le iniziative per lettori medi e deboli (circa 20 milioni di italiani), perché leggano uno o due libri in più all’anno, col duplice effetto di ridare fiato al mercato librario e per alimentare il“contagio” che questi cittadini “normali” potrebbero provocare nei loro ambienti. Una vera e propria emergenza è poi quella del Sud, dove nemmeno un terzo dei residenti legge un libro all’anno e i livelli di partecipazione alla vita culturale sono molto inferiori alla media nazionale; dove meno del 10% dei bambini trova posto negli asili nido; dove più di 300mila ragazzi di età inferiore ai 18 anni non sono mai andati al cinema, non hanno mai aperto un libro o acceso un computer; dove solo il 40% delle case è raggiunto dai collegamenti a banda larga; dove il servizio bibliotecario e la rete delle librerie mostrano allarmanti segni di debolezza.

La percentuale dei lettori di libri è scesa nel 2013 al 43% della popolazione e continua a calare, specie tra gli adolescenti (nell’ultimo anno si sono persi ben 9 punti percentuali nella fascia fra i 15 e i 17 anni). Anche i lettori abituali, meno di 5 milioni mostrano segni di cedimento: gli italiani che leggevano un libro al mese erano il 15 % del lettori fino al 2010 e nel 2013 sono scesi al 13,9. La responsabilità non è da addebitare al Centro per il libro, perché ha origini antiche ed è in parte dovuta a un generalizzato calo dei consumi e agli effetti del maggiore appeal di alcuni dispositivi che hanno avuto grossa diffusione negli ultimi anni.

Ma il Centro ha la sua parte di responsabilità, e sarebbe troppo facile dare la colpa solo alle scarse risorse finanziarie o alla mancanza di reale autonomia. A me pare che il Centro sia privo di una strategia per affrontare la complessità dei problemi che ha di fronte, che non abbia spirito di iniziativa, che non disponga forse delle competenze professionali per elaborare linee di attività efficaci, e per di più che si confronti poco con altri soggetti che operano nella promozione della lettura.
Oltralpe le risorse di cui dispone il Centre Nationale du Livre (42 milioni di euro di bilancio e 300 fra collaboratori e consulenti) sono invidiabili e la sua storia indica alcune soluzioni adottabili anche da noi (ad esempio, la contribuzione da parte degli editori alla formazione del suo budget). Ma il suo apparato è totalizzante e gestisce un articolato meccanismo di contributi, finanziamenti, borse di studio alle diverse componenti della filiera del libro: i beneficiari sono circa 10mila (scrittori, traduttori, librerie, biblioteche, riviste, case editrici, associazioni, festival e fiere del libro, interventi di digitalizzazione etc.) e i francesi si stanno interrogando sulla opportunità di riformare il Cnl.

Quanto alle fasce dei lettori più giovani a me pare che il disorientamento nasca, e rischi di accrescersi, per le condizioni in cui oggi avviene il trasferimento delle conoscenze e per il modo in cui tendiamo a rapportarci alle fonti. Il problema non riguarda tutti noi, con la sola differenza che i ragazzi che si accostano al sapere nell’attuale “ecosistema informativo” possono ritenere che non esistano altre possibilità. Temo che si stia riproducendo in forme nuove e diverse la contrapposizione che alcuni decenni fa si verificava tra nozionismo e cultura: allora combattevamo un modello fondato su atomi di conoscenza che non corrispondevano al possesso di capacità critiche. Per padroneggiare un campo di studi servivano competenze diverse che per vincere milioni di lire al Rischiatutto.

Oggi, Google e Wikipedia sono diventati il riferimento obbligato. E facciamo bene a usare questi canali. Ma essi ci offrono solo risposte fattuali, frammenti di conoscenza che toccherebbe a noi assemblare ed elaborare, se disponessimo delle capacità per trasformare queste informazioni in un sapere complesso e articolato. Il pericolo, paradossalmente, sta proprio nella facilità e velocità con cui questi strumenti possono soddisfare ogni nostra richiesta: non vorrei che ci accontentassimo di questa grande disponibilità di informazioni e inconsapevolmente le identificassimo con la cultura, come se non ci fosse bisogno di capire, di stabilire relazioni, di appropriarci della dimensione della complessità. Scuole e università dovrebbero lavorare sul terreno della information literacy, perché gli studenti sviluppino la capacità per recuperare l’informazione attuando strategie di ricerca.Per poi selezionare e valutare, organizzare e rielaborare i contenuti, saper comunicare i risultati del proprio lavoro. Lo stesso potrebbero fare le biblioteche nei confronti del pubblico adulto, ormai uscito dal sistema educativo. (testo raccolto da Simona Maggiorelli)

Solimine. copia

Dal settimanale Left

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