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Il freudismo e la sinistra. Considerazioni intorno a una vicenda editoriale

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su ottobre 1, 2006

di Simona Maggiorelli

Alla scadenza degli anniversari, della nascita, della morte, secondo multipli o sottomultipli scelti a piacere, ricompare puntuale il fantasma di Freud, con la messa in scena sui principali quotidiani italiani del teatrino del genio, del padre della modernità, del precursore della terapia delle psicosi, come si legge su La Repubblica del 13 giugno 20061. A seconda degli umori di alcuni giornalisti,delle congiunture culturali, o più semplicemente degli interessi dei più anziani cultori della psicoanalisi che devono riaccreditare, in qualche modo, il loro più che vacillante prestigio. Tutto ciò nonostante che la psicoanalisi freudiana, già a partire dalla seconda metà del Novecento, si sia rivelata una clamorosa truffa2, come è emerso con chiarezza da una fitta messe di studi storici, epistemologici, biografici3. Negando ogni possibilità di cura non solo, come è noto, delle psicosi. Truffa che non si capisce come possa essere sopravvissuta se non pensando alla complicità, accanto a un ristretto gruppo di psicoanalisti, di un numero ben più rilevante di “intellettuali” certo molto disattenti e sicuramente mal informati. La vulgata psicoanalitica ha avuto la meglio sull’approfondimento, sul riscontro teorico, sull’esatta conoscenza della terminologia e del linguaggio freudiano in lingua originale4. Alcune colleghe, Luciana Sica, Stefania Rossini – insieme a pochi altri – di tanto in tanto ritualmente hanno riproposto il feticcio Freud sulle pagine dei giornali di Repubblica e dell’Espresso 5. Esaltando di volta in volta una serie di epigoni del “maestro” viennese mediocri e in cattiva fede. Umberto Galimberti, esperto, sostenitore convinto, e divulgatore della psicoanalisi ha, in più occasioni, detto tutto e il contrario di tutto. Ma ha dovuto ammettere l’assenza di ogni forma di pensiero in Freud, salvo poi subito ritrattare6. Con colpo di coda finale, il 25 febbraio scorso si è scagliato contro l’ultima opera di traduzione degli scritti freudiani firmata da Michele Ranchetti per Bollati Boringhieri e culminata con il ritiro dalle librerie dei primi due volumi7. Un’uscita di scena, quella di Freud dal mercato editoriale italiano, fatta senza clamore, con la massima discrezione, come la casa editrice stessa suggeriva ai suoi rappresentanti in una nota a circolazione interna. Motivazione ufficiale: correggere alcuni evidenti refusi della traduzione di Michele Ranchetti, con la promessa poi di rimettere presto in circolazione gli appena ritradotti Scritti di Metapsicologia, ovvero il secondo volume dei dieci tomi previsti per la collana “Sigmund Freud. Testi e contesti”, che avrebbe dovuto concludersi nei prossimi tre anni, prima comunque del 2009, anno in cui le opere di Freud saranno fuori diritto. Ma la verità è palesemente un’altra: il ritiro di Freud dalle librerie, come ha ricostruito il settimanale Left Avvenimenti, è avvenuta in fretta e furia, fra le pressioni della Spi, la società italiana di psicoanalisi e sotto la pioggia di accuse di plagio di Renata Colorni, coordinatrice della traduzione dell’Opera omnia freudiana negli anni Settanta8. Traduzione, a suo tempo, curata da Cesare Musatti e da Elvio Facchinelli, coautori di una disinvolta operazione di maquillage “idealistico”, di mascheramento dell’imbarazzante positivismo psicologico freudiano che portava a considerare la psiche alla stregua di un fatto materiale. La vicenda, nella apparente disattenzione generale, è stata messa a fuoco nel suo significato essenziale, e certo non casualmente, da prima solo sul settimanale Left, sulle cui pagine lo psichiatra Massimo Fagioli ha, una volta di più, affossato, anche attraverso una puntuale critica della terminologia freudiana, ogni tentativo di far apparire vivo il cadavere della psicoanalisi9. Dimostrando precisamente che la psicoanalisi non è mai esistita in quanto pensiero e ricerca sugli aspetti non coscienti della realtà umana10. E da giornalista rubo allo psichiatra e azzardo un pensiero: o il bambino freudiano è nato morto, incapace di reagire agli stimoli ambientali e umani, come farebbe pensare la credenza in un narcisismo primario o, invece, come mi verrebbe più spontaneo dire, non è nato affatto. E questo perché Freud ha negato che la nascita abbia un qualsivoglia significato psicologico. Lo si legge, per quanto consente la traduzione italiana, in Inibizione, sintomo e angoscia del 1926, là dove Freud scrive che il venire al mondo comporta un perturbamento dell’equilibrio narcisistico del feto senza alcun significato psicologico: ci sarebbe molta maggiore continuità fra il prima e il dopo la nascita di quanto si potrebbe essere indotti a pensare sulla base di una comune osservazione. L’«economia narcisisistica», caratterizzerebbe infatti allo stesso modo sia il feto sia il neonato. Scrive Freud: «Nell’atto della nascita viene corso un pericolo obiettivo per la conservazione della vita (…) ma psicologicamente non ci dice proprio nulla. Il feto non può percepire nient’altro che un grandissimo disturbo della sua economia narcisistica»11. Il feto come il neonato sarebbe chiuso in se stesso, non avrebbe nessuna capacità di relazione con l’esterno. Per Freud, il neonato non sarebbe altro che un feto fuori dall’utero perché alla nascita non avverrebbe nessuna cesura, nessun sostanziale cambiamento. Quindi per il medico viennese sarebbe stato completamente sbagliato il tentativo di Otto Rank nel saggio Il trauma della nascita di cercare una relazione fra alcuni casi di fobia nel bambino e le impressioni in lui prodotte dall’evento della nascita. A Otto Rank, secondo Sigmund Freud «si possono muovere due tipi di obiezione: anzitutto che egli si basa sul presupposto che il bambino abbia ricevuto alla sua nascita determinate impressioni sensoriali, specialmente di natura visiva, il cui rinnovarsi può richiamare il ricordo del trauma della nascita e con esso la reazione di angoscia. Quando questo assunto manca completamente di prove ed è altamente inverosimile (…). In secondo luogo Rank, nella valutazione di queste successive situazioni di angoscia fa, a seconda di come meglio gli convenga, intervenire ora il ricordo della felice esistenza intrauterina, ora quello della perturbazione traumatica che essa ha subito cosicché vengono aperte le porte a qualsivoglia arbitrio interpretativo»12. L’esistenza umana, il venire alla luce, come si deduce anche da questa citazione, per il fondatore della psicoanalisi (ma anche ovviamente per Rank, che poi, peraltro, fu pronto a ravvedersi e a rientrare nei ranghi dell’ortodossia garantita dal maestro) non avrebbe mai potuto essere reazione vitale e trasformazione nell’atto di percepire la luce, non insorgenza della fantasia di sparizione in risposta alla stimolazione della rètina e capacità di immaginare. Fantasia di sparizione e capacità di immaginare che caratterizzano fin dal principio il pensiero umano, come ha scoperto Massimo Fagioli. Freud insomma, reinfetando il neonato, nega la sua vitalità e cerca di imporre così a tutti un ideale regressivo. Come se in ogni essere umano ci fosse una segreta pulsione a annullare ogni stimolo per tornare nel buio, alla non esistenza dentro l’utero materno. Forse anche Freud, anziano e malato, nella sua identificazione con il figlio di Laio, avrebbe potuto sottoscrivere i versi di Sofocle che nel terzo stasimo dell’Edipo a Colono ripeteva il detto del vecchio Sileno, «La migliore sorte è non essere mai nati»? La vita umana, nella psicoanalisi, come nella vicenda personale di Freud, sembra dominata dall’idea, se non dalla paura, della morte fisica. Il leit motiv antropologico del parricidio originario, già presente in Totem e Tabù, si trasforma negli anni Venti nell’istinto di uccidere, in una malvagità che sarebbe connaturata in noi, figli di Caino, e che ci costringerebbe a una continua ripetizione nella storia di gesti sempre uguali. L’eterno ritorno dell’identico di Nietzchiana memoria fa da sotterranea trama all’ideologia freudiana che vede nel superuomo, approdato al di là del bene e del male, il modello dell’analisi riuscita. Uno zoccolo duro ideologico costruito anche sulla concezione fascista delle masse mutuata da Le Bon, in base alla quale Freud nei suoi scritti approda a una condanna esplicita del comunismo. Ma, fatto strano, storicamente è accaduto che proprio la sinistra, come ha suggerito Carlo Augusto Viano in un’ intervista13, abbia obbedito all’imperativo di “chiudere gli occhi”. Non si è compreso, o non si è stati capaci di vedere, che il tentativo di correggere Marx con Freud, come hanno voluto certe correnti del Sessantotto sedotte dall’ambiguità di pensatori come Fromm e Marcuse, ha ingenerato maggiore confusione e ha contribuito a produrre, in chi è più vulnerabile, malattia mentale. È storia recente come molti abbiano pagato con la pazzia, la droga o il suicidio quello che altri facevano passare come idee rivoluzionarie e prassi liberatorie. Ma ora, tornando all’incipit, al compito che mi era stato assegnato, di ricostruire come si è arrivati all’intervista a Michele Ranchetti del 2 giugno14 che racconta, indirettamente (dopo un acceso passaggio su Radiotre, in occasione della Fiera del Libro di Torino), della morte di Freud, mi torna in mente un numero del “Sogno della farfalla”, in cui alcuni anni fa si diceva «Freud è morto»15. Questa volta, in occasione delle rituali celebrazioni per i centocinquant’anni dalla nascita di Freud, si è notato, rispetto al passato, un cambiamento sostanziale. Un fatto carico di significati per la cultura italiana e che il silenzio della maggior parte della stampa ha cercato di occultare16. Il ritiro dalle librerie dell’ultima traduzione di Ranchetti e il blocco dell’operazione editoriale della Bollati Boringhieri suggeriscono un’immagine di Freud che assomiglia più al vecchio Edipo cieco nei pressi del bosco sacro delle Eumenidi che non al giovane eroe dal fascino ambiguo impersonato da Montgomery Clift nel classico film girato negli anni Cinquanta da John Houston. Edipo a Colono nella tragedia di Sofocle sparisce inspiegabilmente nel nulla e di lui non rimane alcuna traccia: è accaduto lo stesso per le copie della traduzione freudiana di Ranchetti? Proprio Paolo Boringhieri, l’artefice dell’Opera omnia italiana negli anni Settanta, recentemente scomparso, sosteneva che nel panorama culturale attuale non c’è nessun dibattito intorno a Freud17. Di Freud non si parla: è assente o è sparito nel nulla, ammesso che sia mai stato presente. Se sporadicamente compare sulla stampa viene fuori una caricatura. È accaduto, per riannodare ancora i fili di questa vicenda, con un articolo di Repubblica18 che attraverso la testimonianza di una delle sue ultime pazienti, suggeriva l’immagine del Freud guaritore che opera attraverso la suggestione dello sguardo e del silenzio. Insomma, il tentativo maldestro, e ormai fuori tempo massimo, è stato quello di negare e nascondere un’assenza che gli articoli di Left grazie al riferimento alla teoria e alla prassi terapeutica di Massimo Fagioli, hanno puntualmente messo in evidenza. Con un’avvertenza: l’assenza freudiana potrebbe far trasparire l’assenza di pensiero di tutta un’area culturale di sinistra che richiama nostalgicamente il razionalismo illuminista. Quest’area teme il crollo di una concezione antropologica, come quella di Eugenio Scalfari19, che solo apparentemente è laica, perché ripropone l’idea di una malvagità originaria dell’essere umano.La teoria della nascita, che fin dal suo esordio negli anni Settanta è stata capace di un serrato e continuo confronto con la cultura dominante, mette in crisi l’egemonia che tutto un gruppo di intellettuali “illuminati” si è illuso di esercitare attraverso il controllo di testate giornalistiche prestigiose e apparentemente progressiste. Questo gruppo, malgrado la pochezza e l’inconsistenza di Freud, lo usa come una mela avvelenata per addormentare quella sinistra che potenzialmente sarebbe disponibile a una trasformazione della mentalità e dell’agire politico; sarebbe disponibile ad una ricerca sulla realtà umana fatta di pulsioni, affetti, immagini, movimenti prima della parola e di quella strutturazione della coscienza in cui l’uomo “razionale” può rimanere intrappolato per sempre come in una prigione.

1 L. Sica, Le nostre pazzie segrete, in “La Repubblica”, 13.6.2006.

2 Cfr. C. Anzilotti, Marcella Fagioli, La frode terapeutica, in “Il sogno della farfalla”, 3, 1993, pp. 5-22.

3 Mi limito a citare alcuni volumi significativi, dallo storico J. M. Masson, Assalto alla verità, Mondadori, Milano 1984, al caso Ernst Blum, ora pubblicato e commentato in M. Pohlen, Freuds Analyse. Die SitzungsprotocolleErnst Blums (1922), Rowohlt, Hamburg 2006, (grazie a una segnalazione della psichiatra Annelore Homberg), passando per AA.VV., Le Livre noir de la psychanalise. Vivre, penser et aller mieux sans Freud, a cura di C. Meyer,Editions des Arènes, Paris 2005, di prossima traduzione in Italia, senza dimenticare l’interessante ricostruzione di J. Benestau, Mensonges freudiens. Histoire d’une désinformation séculaire, Pierre Mardaga, Paris 2003 (ringrazio Annelore Homberg e Rossana Cecchi per le loro segnalazioni). A proposito del Libro nero della psicoanalisi scive Alessandro Pagnini sul supplemento domenicale de “Il Sole 24 ore” del 18.9.2005: «(…) letterati, scienziati. storici, filosofi di rinomanza internazionale (…) si affannano a raccontarci, non senza un pizzico di inutile malizia scandalistica, quello che persino in Italia sappiamo già che con la fine del “secolo della psicoanalisi” è finita anche la sua credibilità scientifica».

4 Giovanni Jervis per esempio dice: «Purtroppo non sempre gli psicoanalisti sono degli studiosi (…) spesso non sanno il tedesco, non hanno attenzione culturale a capire come gli scritti di Freud facciano parte di un dibattito di cento anni fa, spesso li hanno presi come fossero il Vangelo». C. Iannaco, S. Maggiorelli, Jervis: quel filosofo di Sigmund, in “Left”, 2.6.2006.

5 Ricordo, per inciso, che il settimanale “L’Espresso”, per celebrare centocinquant’anni dalla nascita di Freud, con un’operazione che sa di restaurazione ha allegato al settimanale due volumi di sue Opere scelte nella originaria traduzione di Musatti.

6 Un esempio concreto e argomentato dell’andamento contraddittorio del pensiero di Galimberti si può leggere in C. Anzilotti, F. Riggio, Freud e la legittimazione culturale della pedofilia, in “Il sogno della farfalla”, 2, 1998, pp. 41-42.

7 U. Galimberti, Il padre della psicoanalisi tradito dal suo editore, in “La Repubblica”, 25.2. 2006. Galimberti sostiene che i testi allestiti da Renata Colorni «non avevano nessun bisogno di essere sostituiti» e che la nuova traduzione di Ranchetti presenta «errori e diverse sciatterie anche macroscopiche» così gravi da consigliarne «il ritiro immediato».

8 C. Iannaco, S. Maggiorelli, Freud il santo, in “Left”, 2.6.2006.

9 Cfr., oltre ai libri di Massimo Fagioli, alcuni suoi recenti articoli che toccano direttamente questo tema: Freud, un imbecille, in “Left”, 5.5.2006; Il grosso rumore, in “Left”, 12.5.2006; Un mondo migliore è da riscrivere, in Left”, 9.6.2006; Das erste Wünschen, in “Left”, 16.6.2006; Movimento e trasformazione, in “Left”, 23.6.2006.

10 Afferma ad esempio Fagioli: «[Quello di] Freud è un pensiero religioso che sta nella credenza o ideologia dell’inconscio filogeneticamente ereditato, sta nel fatto che c’è il male e non la malattia, c’è il fatto che Freud parla del diavolo a proposito di inconscio (…). Freud è un religioso, un religioso cattolico, proprio nel senso che (…) per lui tutta l’origine del male sta nella sessualità». AA.VV., Crisi del freudismo, a cura di P. Fiori Nastro, A. Homberg, F. Masini, Nuove Edizioni Romane, Roma 2000, pp. 64, 68.

11 S. Freud (1926), Inibizione, sintomo e angoscia, in Opere, vol. X, Boringhieri, Torino 1978, pp. 283-284.

12 Ibidem.

13 C. Patrignani, Matrimonio di convenienza. Freud in aiuto a Marx, in “Left”, 26.6.2006.

14 C. Iannaco, S. Maggiorelli, Freud il santo cit.

15 C. Anzilotti, L. A. Armando, G. Del Missier, F. Panzera, A. Seta, Freud è morto nel 1971: modalità, implicazioni ed antecedenti di un’estromissione dalla Spi e dall’Ipa avvenuta nel 1976, in “Il sogno della farfalla”, 1, 1995, pp. 71-80.

16 La notizia del ritiro di Freud dal mercato editoriale italiano viene ripresa da P. Di Stefano, Freud I contro Freud II. Battaglia in tribunale, in “Corriere della Sera”, 19.6.2006.

17 Sull’inserto “Tuttolibri” de “La Stampa”, il 6.5.2006, Boringhieri dichiara: «L’interesse per Freud non dura, ha fasi alterne. E dopo le stagioni della Klein e di Lacan, mi pare che abbia di nuovo perso terreno. Non c’è dibattito sul freudismo in Italia, neppure tanto all’estero».

18 Il racconto di Margarethe Walter, in “La Repubblica”, 27.4.2006.

19 Cfr. E. Scalfari, Quando il Papa vuole fare le leggi, in “La Repubblica”, 23.10. 2005.

Rivista Il Sogno della farfalla numero 4, 2006

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Wilmut: Offriamo la terapia ai malati terminali

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su gennaio 1, 2006

Avvenimenti, 10.01.06

LA PROPOSTA

Wilmut: Offriamo la terapia ai malati terminali

«Provate a pensarvi in una condizione di questo genere: siete affetti da una malattia che vi immobilizza dalla testa ai piedi e venite a sapere dalla tv e dalla radio che potrebbe esistere una terapia che potrebbe darvi qualche beneficio. Quale sarebbe la vostra reazione? Sarebbe certamente di entusiasmo e vorreste saperne di più». A scrivere così è uno dei maggiori esperti di staminali embrionali, l’inglese Ian Wilmut, direttore del nuovo Centro per la medicina rigenerativa dell’università di Edimburgo. Lo scienziato, noto al mondo, come il “papà” della pecora Dolly, dalle colonne del quotidiano The Scotsmen, ha lanciato una proposta: offrire la terapia con cellule staminali embrionali ai malati terminali. «Anche se i protocolli terapeutici non sono ancora del tutto consolidati – scrive lo scienziato – i benefici sarebbero comunque superiori ai rischi, la terapia potrebbe aiutare a salvare delle vite umane e, sicuramente, far andare avanti la ricerca scientifica». La proposta di Wilmut arriva dopo che lo scandalo che ha coinvolto in Corea del Sud il suo collega Hwang Woo-Suk ha profondamente turbato le aspettative di molti pazienti e ricercatori che attendevano un beneficio diretto dallo sviluppo della cosiddetta terapia rigenerativa. «Se aspettiamo ancora – ha aggiunto Wilmut – che tutti gli elementi siano sperimentati e testati potremmo ritardare molto la messa a punto di trattamenti efficaci”.

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Mi manda il Vaticano

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su gennaio 1, 2006

Avvenimenti, 10.01.06

Francesco Rutelli, l’antizapatero: una proposta di legge perché l’Italia, unica in Europa, investa solo sulle cellule staminali adulte

di Simona Maggiorelli

Non promette molto di buono la fusione di Ds e Margherita in partito unico. Di certo, non sul fronte della libertà di ricerca e dei diritti delle donne. Il primo parto del nuovo organismo politico a due teste c’è già: è la proposta di legge per il finanziamento della ricerca sulle cellule staminali adulte presentata da Francesco Rutelli e firmata da esponenti di primo piano della Margherita, (da Castagnetti a Fioroni, a Bianchi) e dei Ds, con l’aggiunta dell’Udeur. E con la benedizione del ministro Buttiglione. Che ha commentato: «Mi auguro che la proposta di Rutelli significhi anche un impegno, suo e della Margherita, a sostegno della posizione del governo Berlusconi che al Parlamento europeo si batte perché la ricerca sulle staminali embrionali non venga sostenuta». Una solitaria battaglia in cui l’Italia si è già guadagnata una non molto onorevole medaglia, quando il viceministro per la ricerca, Guido Possa, unico fra sedici colleghi europei, votò per bloccare i finanziamenti alla ricerca. Ora, Rutelli, non solo si pone in questa scia, con una proposta di legge che mette al bando la ricerca sulle embrionali (più rigidamente di quanto già fa la legge 40), ma come presidente di Dl dà mandato a una commissione di bioetica guidata dal cattolico Adriano Ossicini per futuri interventi su genoma, consenso informato e trapianti da animali. «Abbiamo chiesto alla commissione – ha detto Rutelli – che ci aiuti a preparare il terreno perché le grandi sfide della scienza del XXI secolo vengano governate in anticipo dalla politica»; specificando anche che si trattava di «onorare un impegno preso ai tempi del referendum sulla fecondazione».

Così, facendo spallucce ai pareri della comunità scientifica internazionale e infischiandosene di aver imboccato la strada politicamente opposta a quella dei governi Blair e Zapatero, Francesco Rutelli propone per la prossima legislatura una norma che mette al bando anche la ricerca sulle linee staminali embrionali importate dall’estero (cosa che la legge 40 non fa), stanziando un unico blocco di 16 milioni di euro per la ricerca sulle staminali adulte e per un’informazione ai cittadini che riguardi esclusivamente questo settore.

Nel frattempo, invece, in Inghilterra, in Belgio e in altri paesi all’avanguardia nella ricerca s’investe sempre più in ricerca sulle staminali embrionali e si apre sempre di più il campo della clonazione terapeutica. La regione autonoma dell’Andalusia si è aggiunta a questo gruppo la settimana scorsa, anticipando la discussione del governo spagnolo in programma a febbraio. È stata la stessa ministra della Sanità andalusa, Maria Jesus Montero, che Avvenimenti aveva incontrato a Bruxelles, ad annunciare lo stanziamento di fondi per la clonazione terapeutica: tecnica di trasferimento nucleare che permette di costruire in laboratorio tessuti geneticamente compatibili a quelli del malato, evitando i rischi di rigetto legati ai trapianti. E mentre il deputato diellino e i suoi alleati di centrosinistra sembrano voler fare a gara con il governo Berlusconi nel tradurre in legge i precetti della Chiesa, il primo ministro spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero si sta ponendo il problema opposto, ovvero come rendere i risultati della scienza più accessibili ai cittadini e, in particolare, alle donne. È notizia di poco prima di Natale la riforma della legge sulla procreazione assistita attuata dal suo governo. La norma promulgata già con molto anticipo nel 1988 e rivista nel 2003, era – a dire il vero – già buona, aperta, liberale. Specie se confrontata con il nodo di assurdi divieti e contraddizioni che fanno la nostra legge 40. Ma il governo Zapatero ha voluto allargare ancor più l’area dei diritti: ora in Spagna tutte le maggiorenni, a prescindere dal loro stato civile, potranno accedere a queste tecniche, se lo vorranno. Ma c’è di più. Sul modello di quanto già accade in Inghilterra, la nuova legge spagnola autorizza la diagnosi preimpianto per selezionare embrioni sani e geneticamente compatibili con eventuali fratellini o sorelline malate. Un passo importante nella lotta contro malattie genetiche ancora incurabili. E nulla a che vedere, del resto, con la clonazione riproduttiva che in Spagna, come nel resto dell’Unione europea, è proibita. La stampa cattolica impropriamente ha parlato di “bambini farmaco”, alimentando paure e, insieme – fatto che ci sembra particolarmente grave – attaccando la nascita e l’identità di questi neonati uguali a tutti gli altri, benché nati in provetta.

In Spagna come in Italia, insomma, l’attacco della conferenza episcopale è stato molto violento. Ma, diversamente che nel nostro paese, integralmente laica è stata la risposta del governo Zapatero, che preoccupandosi più della salute dei cittadini che della salvaguardia di precetti religiosi, ha già messo in conto la possibilità di aggiornare ulteriormente la legge, procedendo di pari passo con i progressi della ricerca. «In un Stato come il nostro, non ancora laico, perché concordatario – commenta il docente di Bioetica Demetrio Neri -, purtroppo, siamo ancora molto lontani da tutto questo». Docente all’Università di Messina e, spesso, voce critica all’interno del Comitato nazionale di bioetica diretto da Francesco D’Agostino, Neri è stato la settimana scorsa uno degli animatori della tavola rotonda sulla proposta di legge Rutelli organizzata via audio- video dall’associazione Luca Coscioni e dalla Rosa nel Pugno. Un’assemblea telematica di scienziati, politici, giornalisti, che è stata il primo segno pubblico forte di protesta riguardo a quelli che potrebbero diventare contenuti del programma del futuro partito democratico, in materia di ricerca. «Inutile», «antiscientifica», «strumentale», «pericolosa», sono gli aggettivi più ricorrenti durante la discussione sui punti caldi del progetto Rutelli, che puntando tutto sulle staminali adulte, propone la creazione di tre nuovi centri nazionali per la raccolta e il trattamento dei materiali biologici. «Non considerando – dice Elena Cattaneo, ordinario di farmacologia all’Università di Milano e una delle massime esperte italiane di cellule staminali – che di strutture simili in Italia ne esistono già e non c’è nessun bisogno di affrettarsi a creare ennesime banche di staminali adulte, quando questa non sembra essere la strada di ricerca più feconda di risultati». Doppioni, fondi per la creazione di inutili centri e istituzioni che fanno il vantaggio solo di chi le governa. Il pensiero corre alla cosiddetta “casa del ghiaccio”, inaugurata il 16 dicembre, dall’ex ministro della Salute, Girolamo Sirchia a Milano: una struttura dove, per un suo vecchio decreto ministeriale, i vari centri di fecondazione sparsi in Italia dovranno inviare i 400 embrioni soprannumerari congelati prima della legge 40. Spese di trasporto, stoccaggio nel nuovo centro milanese, con 25 addetti, e 38 congelatori ad azoto liquido, in un’ala dell’ospedale Maggiore di Milano. E a quale scopo dal momento che la ricerca sugli embrioni è proibita in Italia e che questi embrioni, non più richiesti, non potranno essere impiantati? «Qui non si tratta banalmente di tifare per le staminali embrionali o adulte, per Roma o Lazio, Bartali o Coppi – chiosa stizzito Giulio Cossu, direttore dell’istituto cellule staminali del San Raffaele di Milano -. Come scienziati dobbiamo poter sperimentare. La ricerca procede per gradi, per errori, non c’è altro modo di conoscere la realtà che facendo ricerca. Se un lavoro come quello del sudcoreano Hwang Woo Suk viene in parte ritrattato, questo non deve essere strumentalmente usato per chiudere un canale di ricerca». «Della proposta Rutelli – spiega Cattaneo – colpisce l’ignoranza. Il sapere scientifico è unico, le scoperte, se valide, sono universali. Non funziona per compartimenti stagni. Se in Italia escludiamo, in modo così assolutistico, come pretende Rutelli, la ricerca sulle staminali embrionali, anche quella sulle adulte ne soffrirà lo scotto. E viceversa. Le staminali embrionali totipotenti – prosegue la ricercatrice – proprio per la loro plasticità sono le più promettenti, ma non si può, come vorrebbe certa politica, scegliere un campo in maniera aprioristica e sulla base di discorsi strumentali come quello che Rutelli mette a incipit della sua proposta, parlando di cura del diabete fatta da una equipe di scienziati a Miami, utilizzando staminali adulte, quando si è trattato di un più ordinario trapianto di isole di pancreas. Il sospetto, allora, è che si voglia fare della propaganda per motivazioni etico-religiose». Difficile non pensare alle parole del Papa che nell’omelia del 28 dicembre parlava di agglomerati di poche cellule nell’utero materno come esseri che «contribuiscono, pur collocati in posto meno importante, all’edificazione della Chiesa. Poiché, sebbene inferiori per dottrina, profezia, grazia dei miracoli e completo disprezzo del mondo – dice Benedetto XVI – tuttavia poggiano sul fondamento del timore e dell’amore di Dio».

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ECLISSE DI SCIENZA

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su novembre 18, 2005

Da Avvenimenti 17.11.05
speciale Eclisse di scienza
La Genesi al posto di Darwin? La Bibbia come testo scientifico è una cosa che non sta né in cielo né in terra», dice l’astrofisica Margherita Hack
di Federico Tulli

L’astrofisica Margherita Hack: “La libertà è la cosa più importante. La ricerca applicata non decolla se non poggia su una buona base di ricerca pura. La Genesi al posto di Darwin? La Bibbia come testo scientifico è una cosa che non sta né in cielo né in terra

«Il progresso scientifico del nostro paese è sotto attacco, soprattutto a causa della legge 40 sulla fecondazione assistita». Margherita Hack, astrofisica tra le più importanti nel panorama scientifico internazionale, attacca: «Quella è una legge che viola la libertà dei cittadini e frena una ricerca scientifica che sembra possa dare risultati straordinari nella cura di malattie gravissime come diabete, Parkinson, Alzheimer. In pratica è come tornare indietro ai tempi di Galileo».

L’anno horribilis per la ricerca scientifica in Italia deve fare i conti anche con la riforma Moratti dell’università e con una Finanziaria che priverà le università italiane di fondi per 400 milioni di euro. Ma forse non tutto è perduto.
«Per fortuna ci sono ancora alcune isole felici – assicura la Hack – in settori come la fisica e l’astrofisica, con laboratori europei come il Cern di Ginevra, l’Osservatorio europeo a Santiago in Cile, quello a Garching in Germania o come l’Agenzia spaziale europea. Centri che permettono alla partecipazione italiana di fare ricerca anche con pochi fondi. Ma in altri campi organizzati diversamente i fondi per la ricerca non ci sono».

Che idea si è fatta della riforma della ricerca universitaria appena passata?
Porta alla morte dell’università. Perché eliminerà il ruolo dei ricercatori nel 2013 e fino ad allora ne trasforma il rapporto di lavoro in un contratto a termine di tre anni più tre. Questo vuol dire stroncare ogni possibilità per quei giovani che hanno già dato prova di essere buoni ricercatori: quando si presentano ad un concorso spesso hanno già, oltre ai cinque anni di università, quattro anni di dottorato e quattro e più anni presso istituti italiani e stranieri.

E dopo che prospettive avranno?
C’è la prospettiva di vincere la cattedra, ma solo nell’eventualità che l’università abbia i soldi per pagarla» Più spesso si arriva a quarant’anni da precario, quando oramai si è troppo vecchi per il mercato del lavoro. Così si toglie ogni sicurezza negli anni più delicati. Perché il contratto a termine non prevede pensione, maternità, assistenza malattie e non permette nemmeno di avere un mutuo per la casa. Così i migliori andranno all’estero, è inevitabile, e gli altri rimarranno frustrati. Statisticamente, invece, le più grandi scoperte, soprattutto nelle materie scientifiche, i ricercatori le fanno da giovani. Ma non solo. Ne risente anche la didattica. Quella più pesante dei primi anni, è ben noto, poggia sulle spalle dei ricercatori .

Che ne è di un’Italia abituata ad essere avanguardia scientifica e umanistica ma anche tecnologica?
Altro che avanguardia, siamo in retroguardia. Se non ci fossero Portogallo e Grecia saremmo il fanalino di coda. Non siamo già più competitivi, perché nell’alta tecnologia c’è bisogno di innovazione. Non basta fare scarpe e vestiti.

Il presidente del Senato Marcello Pera ha detto alla Columbia University che i ricercatori italiani hanno un’alta produttività e qualità scientifica. Una bugia?
No, non è una bugia. Se si guarda alle statistiche gli italiani sono ancora ad un ottimo livello. Alla pari con francesi, tedeschi e inglesi.

Lo Stato deve stabilire come funziona un laboratorio?
Il problema è che trattano la questione come se si trattasse di un ‘industria. C’è un eccesso di burocrazia. Chi vuole avere fondi per una ricerca perde il novanta per cento del tempo a riempire moduli. Ma la destra non si proponeva di liberalizzare? Senza contare che in istituti di ricerca come il Cm non è il consiglio scientifico a decidere, ma il consiglio di amministrazione. È tutto strutturato come un’ azienda che debba immettere sul mercato, al minor prezzo, e più rapidamente possibile, nuovi prodotti.

Nel far ricerca lo scienziato non dovrebbe essere libero?
La libertà è la cosa più importante. Invece si vuole irreggimentare tutto. La ricerca applicata non decolla se non poggia su una buona base di ricerca pura. Si possono fare tantissimi esempi di ricerche che sembravano avulse da applicazioni pratiche che poi si sono rivelate fondamentali nella nostra vita. Basta pensare alla scoperta di Einstein dell ‘effetto fotoelettrico, per cui prese il Nobel. Telefonini, cellule fotoelettriche che ci aprono le porte, satelliti che guidano le macchine sono il risultato di quella scoperta.

Dagli Usa, dove Einstein poté operare liberamente, oltre alla privatizzazione della ricerca scientifica, stiamo importando anche le imposizioni e i limiti imposti dalle lobby politico-religiose?
A me sembra più che altro una forma di fondamentalismo. A cominciare dalla lotta contro l’aborto, per bloccare la ricerca sulle cellule staminali, per mettere fuori dalla porta Darwin. Ho lavorato a lungo negli Stati Uni- ti e ho notato una dicotomia fra ottime università, con docenti che lavorano ad altissimo livello, e una massa di popolazione che ha senso critico bassissimo. In Italia quando si parla con un contadino, con un operaio, si parla con persone che ragionano con la propria testa. Negli Usa non è così. Da noi la cultura è più diffusa. O perlomeno lo era. Finché la tv non lava il cervello a tutti.

Anche da noi Darwin sta passando brutti momenti da quando la ministra Moratti vuole sostituire la Bibbia ai testi di scienze.
La Bibbia come testo scientifico è una cosa che non sta ne in cielo ne in terra. n solo fatto che ci fosse bisogno di nominare una commissione di esperti per giudicare se si poteva insegnare Darwin, la dice lunga. Il peggior governo democristiano era di gran lunga migliore dell’attuale.

Perché anche la sinistra non ha preso una posizione chiara riguardo alle cellule staminali embrionali?
Nel centrosinistra c’è la Margherita, legata alla Chiesa. Ma si ha anche paura di essere troppo di sinistra. Anche nei confronti della ricerca scientifica non è che i governi di centrosinistra abbiano brillato, ma certo non si arrivò ai limiti attuali. La riforma universitaria de11980, la prima dall’anteguerra, che segnò il passaggio da un ‘università d’elite ad una di massa, fu una buona legge perché istituì il ruolo dei ricercatori e degli associati. Ma è stata disattesa in molti aspetti. I ricercatori avrebbero dovuto spendere la maggior parte del loro tempo a far ricerca e invece sono stati oberati da ore e ore di insegnamento ripetitivo. Senza contare il peso dei baroni.

Ha qualche soluzione da proporre?
Intanto distinguere bene tra professore a tempo pieno e a tempo determinato. Poi, fare concorsi per ricercatore e promuovere i più validi. La serietà del concorso dipende dalla gente, dalla mentalità, dalla nostra educazione in cui ci sono isole serie, ma anche mancanza di senso dello Stato, di rispetto delle regole. Mali endemici che si stavano lentamente correggendo e ora vanno peggiorando drasticamente con l’attuale governo .

Da Avvenimenti 17.11.05
HELLO DOLLY
Staminali e donazione terapeutica. Inghilterra, Belgio e Andalusia le punte avanzate della ricerca. Ma a Bruxelles i conservatori gli fanno guerra
di Simona Maggiorelli

Una distanza siderale sembra essersi aperta ormai fra l’Italia e buona parte d’Europa perciò che riguarda la ricerca scientifica. Sul nostro paese grava la zavorra dei divieti alla sperimentazione sugli embrioni, il credo creazionista della ministra Moratti che ha fatto sparire Darwin dai programmi scolastici. Pesano i ritardi nell’impiego di farmaci come la pillola abortiva. Gli attacchi alla legge sull’aborto che arrivano anche dal Comitato nazionale di bioetica che, sotto la guida del professor Francesco D’Agostino, appare come una dépendance della Cei. Ora Carlo Casini, presidente del Movimento per la vita, aspirerebbe a portare sulla stessa linea, cattolica e oltranzista, l’European Group on Ethics (Ege), il comitato di bioetica della Commissione europea del presidente José Manuel Barroso.
Casini vi è da poco stato eletto, per il mandato 2005-2009, prendendo il posto dì Stefano Rodotà. E già infuriano le polemiche. “Troppo conservatori e senza competenze scientifiche” sono le accuse rivolte da più parti al nuovo organismo. Di fatto l’Ege sarà chiamato a esprimere, su richiesta della Commissione, pareri su questioni etiche nelle scienze e nelle tecnologie. E se è pur vero che in materia di bioetica l’Unione non può legiferare, è facile prevedere che il controllo passerà anche attraverso la concessione dei fondi per la ricerca. In Italia accade già da tempo.
In Europa il vento conservatore e cattolico si è fatto sentire con la risoluzione presa, in gran fretta, dalla commissione per bloccare un presunto traffico di ovuli in Romania e con la recente lettera di un centinaio di deputati conservatori e verdi a Barroso perché non finanzi i progetti sulle staminali. E, mentre sì prepara il varo del settimo Piano della ricerca che deciderà le linee Ue dei prossimi ann, è in atto uno scontro fortissimo fra le posizioni oscurantiste di una manciata dì paesi, in testa l’Italia, e la grande apertura alla ricerca biomedica di Inghilterra, Belgio, Spagna.

Per iniziativa dell’associazione Luca Coscioni e dello Sdi Radicali un importante confronto a più voci su questi temi ha già preso il via la settimana scorsa a Bruxelles. Anche in vista dì un congresso mondiale della ricerca scientifica che si terrà dal 16 febbraio 2006 a Roma. “Le convinzioni religiose non dovrebbero intervenire nelle questioni che riguardano la scienza dice Marco Cappato, presidente della Coscioni -. Eppure assistiamo sempre più a falsificazioni di ipotesi e teorie, alla pretesa di sussumere e imbrigliare una ricerca, per sua natura mobile, dinamica, in un’ideologia. Al punto di arrivare a fare leggi che impediscono ai cittadini accesso alle cure» .
E dì una vera urgenza di rendere “transnazionali i valori della speranza e della dignità, della uguale dignità di tutti gli individui” parla in un messaggio audiovideo all’assemblea di Bruxelles, Luca Coscioni, il giovane ricercatore universitario che da dieci anni sta combattendo una coraggiosissima battaglia contro la sclerosi laterale amiotrofica. “Essere malato e vivere la politica e la bioetica sulla propria pelle non è cosa facile” dice Coscioni, denunciando la demagogia politica, quella bassa, “bassissima politica che vuol far leva sulla paura e sul senso di colpa e dì peccato”.
“Non si possono, per ragioni strumentali – gli fa eco l’inglese Graham Watson, capogruppo dell’Alde, l’alleanza dei liberali e democratici al Parlamento europeo – imporre limiti alla ricerca”. La Carta europea parla esplicitamente di difesa della libertà di ricerca e l’accordo di Lisbona ne prevedeva il finanziamento. Ma i modi per bloccarla possono essere tanti e più indiretti. Basta guardare al conflitto fra il consiglio della Commissione europea e l’Ufficio europeo dei brevetti che spesso hanno espresso posizioni contrastanti. Così anche se una ricerca è stata finanziata, la si può fermare negando ai ricercatori la possibilità di brevettare la propria scoperta. Trasformando uno strumento come il brevetto, nato per tutelare la paternità di una ricerca, in una sorta di cappio per la libertà di ricerca. “E con tutti i contraccolpi che ciò determina sugli investimenti da parte delle aziende – dice Roberto Defez del Consiglio nazionale delle ricerche – , specie quelle farmaceutiche, che devono spendere grosse cifre in macchinari e sperimentazioni, per vedersi poi negare la possibilità di brevettare il prodotto». Ma a questo più o meno subdolo modo di mettere il bastone fra le ruote della ricerca ha di recente dichiarato guerra il Belgio che consente la donazione terapeutica per produrre parti di organi: “Con la terapia germinale – spiega Philippe Monfìs del ministero belga della scienza e dell’economia – si può intervenire a livello genetico riuscendo a trattare la malattia non solo per il singolo ma anche per i suoi discendenti”. Il Belgio ha dato il via libera, così, a brevetti di biotecnologia germinale, permettendo di brevettare parti del corpo umano e scontrandosi con la direttiva europea del 1998, che invece vieta del tutto questa possibilità. “Ci troviamo in una posizione paradossale spiega Monfis -. possiamo fare ricerca avanzata in terapia germinale, ma poi non possiamo brevettare le scoperte” .
E ribadendo gli intenti del governo belga, avverte: “Siamo convinti che quella europea sia una norma ormai superata e che rimetterla in discussione sia utile all’Europa”. Libertà di ricerca a trecentosessanta gradi, precisa il senatore belga Antoine Duquesne, più volte ministro, “ma con alcuni paletti. In Belgio – dice la ricerca deve avvenire in laboratori omologati, sotto il controllo di medici specializzati e di comitati di bioetica composti da altri colleghi scienziati. E per quanto riguarda le tecniche, in accordo con la risoluzione Onu. non è permessa la clonazione umana, né si possono utilizzare embrioni per fini commerciali o intervenire nella selezione di caratteri che non riguardino strettamente la cura di una malattia». I due cardini della ricerca per Duquesne e il suo governo sono la dignità umana e l’autonomia. “Per questo, se fosse possibile – aggiunge – non esiterei a denunciare per omissione di soccorso chi si batte per togliere i finanziamenti a questo tipo di ricerca”. Ma se in Belgio, come del resto in Inghilterra dove è possibile la clonazione terapeutica (fissando al quattordicesimo giorno il termine di sperimentazione sugli embrioni), la ricerca scientifica più avanzata vanta parecchi decenni di storia, la vera sorpresa sulla scena europea degli ultimi anni è rappresentata dall’Andalusia: il sud povero e agricolo della Spagna. di recente, ha avuto il suo riscatto, anche economico, grazie alla scelta lungi mirante di puntare sulla ricerca scientifica. «Da più di venti anni il governo autonomo progressista racconta la ministra andalusa della Sanità Maria Jesus Montero – punta sul welfare e sul sistema sanitario. Il risultato è che oggi abbiamo uno dei più forti e strutturati sistemi di assistenza sanitaria d’Europa, con 1500 centri. 36 ospedali, servizi integrati di emergenza. Ma la parte più viva e produttiva precisa – è il settore di ricerca biomedica, che riguarda la medicina rigenerativa e la clonazione terapeutica. ovvero il trasferimento del nucleo da una cellula all’altra». Senza dimenticare che la prima banca di linee cellulari europea è nata proprio in Andalusia. «Abbiamo anche costretto il governo nazionale a fare una legge più avanzata su questi temi e, quando Zapatero è andato al governo, ha esteso il modello andaluso a tutto il paese creando la prima banca nazionale spagnola di linee cellulari». Un bel salto per la regione che è stata sempre considerata la più arretrata di Spagna: “All’inizio la decisione fu scioccante per una parte della popolazione, ma, nel tempo, ha funzionato bene la comunicazione, il lavoro di informazione che hanno fatto gli scienziati aprendo i laboratori. E ora c’è un patto sociale fortissimo fra chi fa ricerca e chi ha bisogno di cure”.

IN FUGA DALL’UNIVERSITA’

Aumenta il consumo di psicofarmaci. Mentre, nelle università, l’organicismo blocca la ricerca.
di Paolo Fiori Nastro*

Descrivere cosa succede nel mondo della ricerca psichiatrica vuol dire confrontarsi con questioni complesse, insidiose e di difficile soluzione. Tante sono le domande e poche le certezze. Intanto partiamo dai dati concreti: le statistiche indicano che la malattia mentale affligge circa il 2,5-3 per cento della popolazione. 500mila sono le persone che in Italia soffrono di schizofrenia mentre in Europa sono circa 18 milioni le persone che soffrono di depressione e questa malattia che nel 1999 occupava il quinto posto tra le malattie disabilitanti si ritiene che nel 2020 salirà al secondo posto, superata solo dalle malattie cerebrovascolari. I dati appena riportati rendono ragione del fatto che la ricerca psichiatrica venga considerata uno dei terreni in cui è necessario investire maggiormente in risorse sia umane che economiche. Ancora qualche numero riguardo l’uso degli psicofarmaci: in Italia ogni 100 abitanti vengono vendute 128 confezioni di benzodiazepine (meglio note come ansiolitici e ipnotici), 50 confezioni di antidepressivi e 20 di antipsicotici (farmaci utili nelle malattie più gravi come la schizofrenia). E ancora: negli ultimi 2 anni le prescrizioni di cosiddetti stabilizzatori dell’umore (una volta utilizzati solo nella psicosi maniaco depressiva) è aumentato di ben 5 volte. Ma va detto anche che, a differenza di quanto è accaduto con altre terapie farmacologiche in cui la scoperta del farmaco capace di agire sulla causa ha contribuito a debellare malattie che erano state fino a quel momento mortali, in psichiatria l’uso degli psicofarmaci, pur avendo contribuito a trasformare le forme dell’assistenza (ad esempio la chiusura dei manicomi), non ha minimamente inciso sul numero di malati che quotidianamente si rivolgono ai centri pubblici e privati chiedendo una cura per la loro sofferenza.
Un altro dato su cui è opportuno soffermare l’attenzione: pressoché quotidianamente leggiamo di persone che del tutto inspiegabilmente compiono delitti efferati che ci lasciano sbigottiti per la loro ferocia e attoniti per la loro incomprensibilità. Quasi sempre gli autori di questi delitti erano in cura da uno psichiatra o erano stati visitati in un’epoca di poco antecedente al delitto. Su 712 delitti commessi sul territorio nazionale 88 sono opera di malati di mente, ma questo numero è sicuramente approssimato per difetto dal momento che molti autori di omicidi vengono considerati capaci di intendere e volere e per questo classificati come sani di mente anche se, in realtà, non lo sono. L’esistenza di questi delitti, oltre a quanto abbiamo sottolineato in precedenza, obbliga a riflessioni profonde sulla natura umana, sulla sua sanità e sulla sua malattia, sulle strade lungo le quali ci si ammala e sui percorsi attraverso i quali si possa guarire, ma soprattutto sulla possibilità di studio e conoscenza della mente degli uomini. La scarsa inclinazione del mondo accademico a rompere certe regole ormai consolidate fa sì che la ricerca universitaria fedele fin dalle sue origini ad una impostazione organicista ha cercato e continua ottusamente a cercare un’oggettività assai lontana dalla vera esperienza clinica. Fuori dal mondo accademico invece, in una condizione di totale libertà da schemi prefissati, si sono sviluppate ricerche assolutamente originali come quella dello psichiatra Massimo Fagioli. Da ormai 30 anni Fagioli, all’interno dei seminari di analisi collettiva, coniugando una rigorosa prassi terapeutica con lo studio della realtà umana non cosciente, è riuscito a portare avanti una decisiva ricerca di conoscenza della mente umana. E’ da esperienze come questa che dobbiamo trarre le basi per le ricerche future attraverso le quali rispondere agli infiniti interrogativi che la realtà umana continuamente pone a chi la vuole studiare e conoscere.

* docente di psichiatria all’Università La Sapienza di Roma

IL RADICALE CAPEZZONE: “NON METTETECI IN CROCE”
«Sto nell’Unione ma difendo la legge Biagi e la laicità dello Stato». Parla il segretario dei Radicali Daniele Capezzone.
di Marco Romani

“Spero solo che l’operazione politica che stiamo tentando di costruire con i socialisti non sia un accrocco elettorale, un tricicletto”. Daniele Capezzone – da qualche settimana neontermato segretario dei Radicali italiani nel congresso che ha sancito il passaggio dcl partito nell’Unione – non vuole passare per il “restauratore” di vecchie case politiche. «Vogliamo creare un vero e nuovo soggetto politico con alcuni obiettivi precisi. Il primo è quello della laicità dello Stato».

Prima il vostro slogan era “liberali, liberisti, libertari”, ora è caduta la parola “liberisti”. Un segno delle nuove alleanze?
Usciamo dalle letture ideologiche. Sogno di vivere in un paese in cui si affrontano questioni concrete. Lo, ad csempio. sono favorevole alla legge Biagi ma condivido la critica secondo la quale con queste norme a stare sul mercato sono solo i lavoratori. Una società in cui solo qualcuno rischia è ingiusta, sogno una società in cui tutti devono correre per farcela: imprenditori, professionisti e servizi.

È di destra o di sinistra l’abolizione degli ordini professionali?
Dia lei la risposta.Se per sinistra si intende la difesa dei più deboli, allora è di sinistra. Veniamo da un decennio in cui le riforme di mercato ognuno le ha fatte sul blocco sociale degli altri: il governo del centrosinistra ha fatto la riforma liberale sul commercio, il centro destra sul lavoro subordinato. Occorre portare l’intero paese a giocare una partita di competizione e concorrenza.

È convinto che mettere tutti sul mercato migliora la qualità della vita?
L’Italia è un paese dominato da lobby e corporazioni che stanno al caldo. Berlusconi si era presentato come il capo del partito liberale di massa ma ha finito per fare il “professional day” che io ho ribattezzato il “corporation day”. E questo è il suo maggior fallimento. Blair ha lanciato una sfida intelligente e suggestiva. Ha detto: gli anni Ottanta sono stati gli anni dei sindacati, i Novanta dell’economia, i Duemila devono essere gli anni dei servizi e della possibilità di scelta dcl consumatore. Questa è la sfida della sinistra moderna. Parole come rischio, talento individuale, merito devono entrare nel patrimonio della sinistra, non le si può regalare ad una destra che ha scelto privilegio, tutele, corporazioni.

Come fa a rischiare un giovane del call center con 600 euro lordi al mese?
C’è poco da rischiare: ha la certezza di vivere un’esistenza indecente, sul bordo di un precipizio. Il giovane del call center spesso è un laureato in giurisprudenza che tenta da anni di fare il concorso per poter entrare in un ordine professionale blindato.
Prodi propone di far costare molto di più il lavoro flessibile rispetto a quello a tempo indeterminato. Lei è d’accordo?
È ragionevole, così come ridurre il cuneo fiscale attuale per cui oggi un datore di lavoro dà tantissimo e il lavoratore riceve pochissimo. Nel quadro dell’abolizione delle supertutele solo per una parte della società c’è da fare anchc un’altra riforma liberale e di sinistra. Quclla del welfare. Oggi c’è un pezzo di società che se cade ha sette materassi, e un’altra che non ha né materassi né reti.

Ovvero?
Il meccanismo della cassa integrazione pro-Fiat è una cosa indecente: valanghe di denaro pubblico sono andate in settori non più trainanti. Serve invece il sussidio di disoccupazione.

Volete privatizzare tutto tranne la scuola. Non è una contraddizione?
Sì, siamo per una scuola pubblica e laica, anche se non vogliamo il mantenimento dell’esistente. lo sono contrario al finanziamento diretto della scuola privata, sarei,e sottolineo sarei, favorevole al buono scuola così è la famiglia a scegliere dove mandare il figlio. Ma per arrivarci andrebbe prima abolito il valore legale del titolo di studio. Oggi il buono scuola non è altro che un finanziamento agli istituti cattolici.

Emergenza informazione. Come rompere il monopolio Raiset? Cancellare subito la Gasparri?
La Gasparri è l’abito su misura per salvaguardare il monopolio. E ha sclerotizzato il dominio dei partiti sulla Rai.

Siete per la privatizzazione di una rete Rai?
L’idea di vendere una rete non mi convince: avremmo un corpicino esile stretto fra due giganti.

Il digitale è davvero un modo per aprire il mercato?
Ma non scherziamo. Semmai il problema è ragionare sulla crisi della tv generalista. Il monopolio Raiset fa una televisione per anziani, una fascia elettorale enorme, ma con un orientamento statico e conservatore.

Zapatero è diventato un vostro modello. Il suo primo atto è stato il ritiro dei soldati dall’Iraq. AI vostro congresso Emma Bonino ha invece detto che oggi non si può abbandonare il paese ai tagliatori di gole. Siete con il presidente spagnolo solo sui matrimoni gay?
Ci sono tanti aspetti che apprezzo di Zapatero. Uno è il fatto che ha mantenuto in piedi buona parte delle norme economico sociali volute da Aznar. Sull’Iraq, come tutti sanno, i Radicali erano contrari alla guerra proponendo invece l’esilio di Saddam. Oggi l’importante è che la parola d’ordine non sia “tanti saluti”, poi le forme della nostra presenza in Iraq sono molte. La logica è: tutti in Iraq, non per forza con i militari. A me piacerebbe chiedere a Chirac o Putin, che hanno fatto affari fino all’ultimo con Saddam che diano un contributo vero per la ricostruzione.

L’unilateralismo dell’amministrazione Bush si fonda sulla logica della guerra infinita. Se andrete al governo come deciderete quando partecipare alle missioni militari? Dovrà esserci l’ok dell’Onu o basterà quello della Nato?
L’amministrazione Usa tende a quest’ultima scelta, facilitata se l’unica risposta dell’Europa è “non ce ne frega niente”. Dobbiamo organizzare una risposta europea che vada oltre le masturbazioni sul soft power che nessuno ha ancora capito cos’è. Una strategia aggressiva, ma non militare, contro i dittatori si può immaginare. Sono un nonviolento, per me l’ipotesi militare è l’estrema ratio, vorrei però che le altre “rationes” fossero messe sul tavolo. Non vorrei scivolare in una certa indulgenza della sinistra verso i dittatori, ne nel kissingerismo. Se l’Unione va al governo bisogna evitare la situazione per cui nelle piazze si sta con Bertinotti e poi l’onorevole Minniti si mette l’elmetto e va all’ambasciata americana.

La democrazia si esporta?
No. Però si promuove attraverso l’uso della leva economica; giocando la carta mediatica – la più adatta per l’Iran – facendo lavorare insieme, dentro l’Onu, le democrazie.

Perché avete deciso di fare la battaglia sui Pacs e non quella sui matrimoni gay?
Intanto sono sconcertato per il livello del dibattito. Non ditelo a Giuliano Ferrara, ma se uno guarda la realtà americana scopre che i buoi sono scappati da un pezzo, centinaia di migliaia di coppie gay e lesbiche sono sposate, decine di migliaia di bambini sono stati concepiti da lcsbiche attraverso pratiche di fecondazione assistita, ci sono decine di migliaia di casi di adozione da parte di coppie omosessuali. Eppure non si sta verificando chissà quale catastrofe, il proibizionismo fallisce anche su questo tema. Nell’Italia del 2005 la battaglia sui Pacs si puo vincere, quella sui matrimoni gay no. Conviene cogliere un successo possibile che cambierebbe la vita a milioni di persone.

Per voi il neoclericalismo è una delle emergenze nazionali. Dopo il fallimento del referendum la Chiesa ha messo sotto tutela la società italiana?
Dopo il referendum la Swg ha fatto uno studio in cui si diceva: cari laici, non terrorizzatevi perché, nonostante la vittoria, Ruini non ha avuto capacità espansiva, ha mobilitato solo i suoi. Io sono invece convinto che quella capacità espansiva arriverà. I politici pensano tutti ai contenuti del pastone politico di Pionati sul Tg1 e nessuno si preoccupa delle fiction, tutte concentrate su preti e poliziotti che fanno ascolti record, così come le tirate a favore del Papa ”hard rock” di Celentano. Questo non vuol dire che gli italiani smetteranno di fare l’amore o di divorziarsi, ma si stanno ponendo le basi per una società schizofrenica in cui le cose si fanno ma con profondo disagio.

Avete proposto l’abolizione del Concordato e il giorno successivo, dopo la presa di distanza di tutti i partiti, il dibattito era chiuso. E’ un tabù?
Su questo non molliamo e vogliamo che la nostra posizione, senza inutili aut aut, abbia diritto di cittadinanza. In un paese in cui il presidente della Repubblica davanti al Papa parta della laicità dello Stato, non vedo perché il centrosinistra ha problemi a fare almeno la stessa cosa.
State partecipando alla scrittura del programma dell’Unione o sarà un prendere o lasciare?
Da quattro mesi sono al lavoro dodici commissioni ma nessuno ha avuto il garbo di dire ai Radicali: mettetevi due baffi finti e venite almeno ad ascoltare. Ma non è che possono darci il programma già scritto e dirci “minestra o finestra”, Chiediamo l’accettazione della dignità della tradizione radicale. Sosterremo il governo, saremo i giapponesi di Prodi. Non chiediamo nè a Marco Rizzo di bere Coca Cola a colazione, nè a Castagnetti di andare a volantinare le ricette della pillola abortiva. Ma chiediamo alla prossima pattuglia di deputati socialisti e radicali di portare avanti le nostre battaglie.

Entrerete anche nel Pse?
Escluso. Credo che sia importante porre l’accento sulla parola “liberale” che faceva parte dcl nostro slogan congressuale. Ma c’è anche un elemento tattico: il compito che l’Unione affida alla nuova lista è, anche, quello di raccogliere i consensi dei delusi del centrodestra che si aspettavano da Berlusconi la riforma liberale dell’economia.

Dopo l’abbraccio ideale con Fassino è più facile prevedere la vostra partecipazione alla fondazione del Partito democratico. E con Rutelli come la mettiamo?
Stimo la sua capacità di lavoro ma Rutelli deve scegliere cosa vuole fare nella vita. Siccome prevenire è meglio che curare, al presidente della Margherita voglio dire che abbiamo conservato le foto del giorno della firma del nuovo Concordato. L’allora presidente dei deputati radicali Rutelli s’era appeso al balcone di Montecitorio per mettere sul pennone la bandiera vaticana a simboleggiare la resa dello Stato davanti alla Chiesa.

Il tema della nonviolenza vi avvicina a Bertinotti?
Questo è un punto su cui una persona intellettualmente sofisticata come Bertinotti rischia di far prevalere l’opportunismo sull’opportunità perché oggi la nonviolenza non può essere disgiunta dal fine della promozione della democrazia. Al di là della descrizione delle disuguaglianze nel mondo e della superpotenza americana, vorrei anche capire come fai a tradurre la nonviolenza in qualcosa di concreto, che risolva la vita per milioni di uomini e donne.

venerdì 18 novembre 2005, da Avvenimenti, con un dossier sulla libertà di ricerca, con interventi di Margherita Hack, Silvio Garattini, Paolo Fiori Nastro, Demetrio Neri, Daniele Capezzone e un report dal convegno di Bruxelles, organizzato al Parlamento Europeo da l’Associazione Luca Coscioni e dallo Sdi-Radicali

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Hello Dolly

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su novembre 17, 2005

Staminali e clonazione terapeutica. Inghilterra, Belgio e Andalusia le punte avanzate della ricerca. Ma a Bruxelles i conservatori gli fanno guerra

di Simona Maggiorelli

Una distanza siderale sembra essersi aperta ormai fra l’italia e buona parte d’Europa perciò che riguarda la ricerca scientifica. Sul nostro paese grava la zavorra dei divieti alla sperimentazione sugli embrioni, il credo creazionista della ministra Moratti che ha fatto sparire Darwin dai programmi scolastici, pesano i ritardi nell’impiego di farmaci come la pillola abortiva. gli attacchi alla legge sull’aborto che arrivano anche dal comitato nazionale di bioetica che, sotto la guida del professor Francesco D’Agostino, appare come una dépendance della Cei. Ora Carlo Casini, presidente del Movimento per la vita, aspirerebbe a portare sulla stessa linea, cattolica e oltranzista, l’European Group on Ethics (Ege), il comitato di bioetica della Commissione europea del presidente José Manuel Barroso. Casini vi è da poco stato eletto, per il mandato 2005-2009, prendendo il posto dì Stefano Rodota. E già infuriano le polemiche. «Troppo conservatori e senza competenze scientifiche” sono le accuse rivolte da più parti al nuovo organismo. Di fatto l’Ege sarà chiamato a esprimere, su richiesta della Commissione, pareri su questioni etiche nelle scienze e nelle tecnologie. E se è pur vero che in materia di bioetica l’Unione non può legiferare, è facile prevedere che il controllo passerà anche attraverso la concessione dei fondi per la ricerca. In Italia accade già da tempo. In Europa il vento conservatore e cattolico si è tatto sentire con la risoluzione presa. in gran fretta, dalla commissione per bloccare un presunto traffico di ovuli in Romania e con la recente lettera di un centinaio di deputati conservatori e verdi a Barroso perché non finanzi i progetti sulle staminali. E. mentre sì prepara il varo del settimo Piano della ricerca che deciderà le linee Ue dei prossimi anni, e in atto uno scontro fortissimo fra le posizioni oscurantiste di una manciata dì paesi. in testa l’Italia, e la grande apertura alla ricerca biomedica di Inghilterra. Belgio. Spagna e dì altri paesi europei. Per iniziativa dell’associazione Luca Coscioni e dello Sdi Radicali. un importante confronto a più voci su questi temi ha già preso il via la settimana scorsa a Bruxelles. Anche in vista dì un congresso mondiale della ricerca scientifica che si terrà dal 16 febbraio 2006 a Roma. “Le convinzioni religiose non dovrebbero intervenire nelle questioni che riguardano la scienza dice Marco Cappato, presidente della Coscioni -. Eppure assistiamo sempre più a falsificazioni di ipotesi e teorie, alla pretesa di sussumere e imbrigliare una ricerca, per sua natura mobile, dinamica, in un’ideologia. Al punto di arrivare a fare leggi che impediscono ai cittadini accesso alle cure» . E dì una vera urgenza di rendere “transnazionali i valori della speranza e della dignità della uguale dignità di tutti gli individui” parla in un messaggio audiovideo all’assemblea di Bruxelles, Luca Coscioni, il giovane ricercatore universitario che da dieci anni sta combattendo una coraggiosissima battaglia contro la sclerosi laterale amiotrofica. “Essere malato e vivere la politica e la bioetica sulla propria pelle non è cosa facile” dice Coscioni, denunciando “la demagogia politica, quella bassa. bassissima politica che vuol far leva sulla paura e sul senso di colpa e dì peccato”. “Non si possono, per ragioni strumentali – gli fa eco l’inglese Graham Watson, capogruppo dell’Adle, l’alleanza dei liberali e democratici al Parlamento europeo – imporre limiti alla ricerca”. La Carta europea parla esplicitamente di difesa della libertà di ricerca e l’accordo di Lisbona ne prevedeva il finanziamento. Ma i modi per bloccarla possono essere tanti e più indiretti. Basta guardare al conflitto fra il consiglio della Commissione europea e l’Ufficio europeo dei brevetti che spesso hanno espresso posizioni contrastanti. Così anche se una ricerca è stata finanziata, la si può fermare negando ai ricercatori la possibilità di brevettare la propria scoperta. Trasformando uno strumento come il brevetto, nato per tutelare la paternità di una ricerca, in una sorta di cappio per la libertà di ricerca. “E con tutti i contraccolpi che ciò determina sugli investimenti da parte delle aziende – segnala Roberto Defez del Consiglio nazionale delle ricerche – quelle farmaceutiche in particolare, che devono spendere grosse cifre in macchinari e sperimentazioni, per vedersi poi negare la possibilità di brevettare il pro dotto». Ma a questo più o meno subdolo modo di mettere il bastone fra le ruote della ricerca ha. di recente, dichiarato guerra il Belgio, che consente la donazione terapeutica per produrre parti di organi. ma anche la terapia germinale “perché spiega Philippe Monfìs del ministero belga della scienza e dell’economia – con questa tecnica si può intervenire a livello genetico riuscendo a trattare la malattia non solo per il singolo e per i suoi discendenti”. Il Belgio ha dato il via libera, così, a brevetti di biotecnologia germinale. permettendo. per esempio, di brevettare parti del corpo umano e scontrandosi con la direttiva europea del 1998, che invece vieta del tutto questa possibilità. “Ci troviamo in una posizione paradossale spiega Monfis -. possiamo fare ricerca avanzata in terapia germinale, ma poi non possiamo brevettare le scoperte” . E ribadendo gli intenti del governo belga, avverte: “Siamo convinti che quella europea sia una norma ormai superata e che rimetterla in discussione sia utile all’Europa”. Libertà di ricerca a trecentosessanta gradi, precisa il senatore belga Antoine Duquesne, più volte ministro, “ma con alcuni paletti. In Belgio – dice la ricerca deve avvenire in laboratori omologati, sotto il controllo di medici specializzati e di comitati di bioetica composti da altri colleghi scienziati. E per quanto riguarda le tecniche, in accordo con la risoluzione Onu. non è permessa la clonazione umana, né si possono utilizzare embrioni per fini commerciali o intervenire nella selezione di caratteri che non riguardino strettamente la cura di una malattia». I due cardini della ricerca per Duquesne e il suo governo sono la dignità umana e l’autonomia. “Per questo, se fosse possibile – aggiunge – non esiterei a denunciare per omissione di soccorso chi si batte per togliere i finanziamenti a questo tipo di ricerca”. Ma se in Belgio, come del resto in Inghilterra dove è possibile la clonazione terapeutica (fissando al quattordicesimo giorno il termine di sperimentazione sugli embrioni), la ricerca scientifica più avanzata vanta parecchi decenni di storia, la vera sorpresa sulla scena europea degli ultimi anni è rappresentata dall’Andalusia: il sud povero e agricolo della Spagna. di recente, ha avuto il suo riscatto, anche economico, grazie alla scelta lungi mirante di puntare sulla ricerca scientifica. «Da più di venti anni il governo autonomo progressista racconta la ministra andalusa della Sanità Maria Jesus Montero – punta sul welfare e sul sistema sanitario. Il risultato è che oggi abbiamo uno dei più forti e strutturati sistemi di assistenza sanitaria d’Europa, con 1500 centri. 36 ospedali, servizi integrati di emergenza. Ma la parte più viva e produttiva precisa – è il settore di ricerca biomedica, che riguarda la medicina rigenerativa e la clonazione terapeutica. ovvero il trasferimento del nucleo da una cellula all’altra». Senza dimenticare che la prima banca di linee cellulari europea è nata proprio in Andalusia. «Abbiamo anche costretto il governo nazionale a fare una legge più avanzata su questi temi e, quando Zapatero è andato al governo, ha esteso il modello andaluso a tutto il paese creando la prima banca nazionale spagnola di linee cellulari». Un bel salto per la regione che è stata sempre considerata la più arretrata di Spagna: “All’inizio la decisione fu scioccante per una parte della popolazione, ma, nel tempo, ha funzionato bene la comunicazione, il lavoro di informazione che hanno fatto gli scienziati aprendo i laboratori. E ora c’è un patto sociale fortissimo fra chi fa ricerca e chi ha bisogno di cure”.

Avvenimenti – 17 novembre 2005

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Edoardo Boncinelli: La clonazione umana? Un bluff

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 5, 2005

“Non è possibile produrre due persone identiche. La loro psiche sarebbe comunque differente” di Simona Maggiorelli

I molti centri di fecondazione assistita all’avanguardia in Italia, da un anno, dacché è entrata in vigore la legge 40, lavorano a scartamento ridotto. I laboratori di ricerca sulle celule staminali embrionali sono fermi al palo, mentre gli scienziati italiani sono a un bivio: trasferirsi all’estero per continuare le ricerche oppure accettare di vedersi a poco a poco emarginati dalla comunità scientifica internazionale. Ma perché la ricerca fa così tanta paura a questa maggioranza? E da quali scenari di progresso scientifico l’Italia rischia di essere tagliata fuori? Lo abbiamo chiesto a Edoardo Boncinelli, docente di Biologia e Genetica presso l’Università Vita-Salute di Milano. Professor Boncinelli quanto è importante la ricerca sulle cellule staminali e in particolare quella sulle staminali embrionali?

Tutti sono convinti, chi più chi meno, che il futuro della medicina, e quindi della salute, passa largamente per l’uso delle cellule staminali embrionali. Ma qui si pone un quesito. Ci sono tanti tipi di staminali: le embrionali, le fetali, quelle del cordone ombelicale e le adulte. Qualcuno dice che con le staminali adulte si può raggiungere ogni obiettivo. Se fosse vero, non varrebbe la pena discutere così tanto sulle cellule staminali embrionali. La verità è che nessuno oggi sa se questo è vero o falso. L’unico modo per saperlo è fare esperimenti. Certo quelle embrionali, per definizione, devono essere capaci di fare tutto, perché quello è il loro mestiere, diciamo così, istituzionale.

Tutti sono convinti, chi più chi meno, che il futuro della medicina, e quindi della salute, passa largamente per l’uso delle cellule staminali embrionali. Ma qui si pone un quesito. Ci sono tanti tipi di staminali: le embrionali, le fetali, quelle del cordone ombelicale e le adulte. Qualcuno dice che con le staminali adulte si può raggiungere ogni obiettivo. Se fosse vero, non varrebbe la pena discutere così tanto sulle cellule staminali embrionali. La verità è che nessuno oggi sa se questo è vero o falso. L’unico modo per saperlo è fare esperimenti. Certo quelle embrionali, per definizione, devono essere capaci di fare tutto, perché quello è il loro mestiere, diciamo così, istituzionale. Per ora il tentativo di far regredire le cellule adulte non ha dato grandi risultati o sbaglio?

Dipende molto da chi parla, ognuno porta l’acqua al suo mulino. Bisogna distinguere anche qui, perché purtroppo c’è molta confusione. Infilare qualche cellula in un tessuto malato, nel cuore o in un nervo, dà grandi speranze. Non è detto, però, che l’efficacia immediata sia duratura. La vera speranza per il futuro, e di cui purtroppo si parla poco, non è seminare una cellulina qua e una là, ma fare in laboratorio parti di organo o interi organi. Per questo le adulte hanno probabilità piuttosto basse di funzionare. Negli animali, soprattutto nel topo, le embrionali si sono rilevate estremamente produttive. A priori, se non ci fosse la disputa ideologica, uno punterebbe tutto proprio sulle staminali embrionali.

Nel dibattito sulla legge 40 c’è chi, come il ministro Giovanardi, ha paragonato la fecondazione assistita all’eugenetica. Quanto a sproposito?

L’eugenetica è stata tirata in ballo contro la diagnosi preimpianto. Vietare questo tipo di esame è, a mio avviso, la parte più sbagliata della legge. È un presidio importantissimo, quasi miracoloso, rinunciarci lo trovo assurdo. Dicono che con la diagnosi genetica si sacrificano degli embrioni – in realtà a questo stadio molto precoci, sono solo di otto cellule – per fare dell’eugenetica, intendendo per eugenetica la scelta di certi individui piuttosto che altri. Ma se far nascere bambini non malati può essere inteso come un capitolo di eugenetica, si tratta, a mio avviso, di una pratica sacrosanta. Tutti più o meno consapevolmente tentano di dare ai propri figli il meglio possibile. Comunque sia non siamo minimamente a questo livello. La diagnosi preimpianto oggi serve solo a evitare persone sicuramente malate, non a produrre persone con questa o quella caratteristica biologica desiderata.

E la clonazione tanto paventata?

Un termine esecrando, in nessun laboratorio si parla di clonazione, si parla di clonaggio. Se ne parla da 30 anni ma i media se ne sono accorti ora. La clonazione è uno spauracchio agitato perché si confonde la cosiddetta clonazione riproduttiva dalla cosiddetta clonazione terapeutica che sono, peraltro, due dizioni inventate dai media. Uno scienziato non utilizzerebbe mai termini così babbei.

Proviamo allora a fare chiarezza.

Per clonazione riproduttiva s’intende fare un bambino o una bambina partendo da una o poche cellule. Non è detto che fra dieci anni non sia possibile, ma non è lo scopo che interessa davvero agli scienziati. Per clonazione terapeutica s’intende produrre, non un bambino, ma tessuti o parti di organo o organi interi. La parola clonazione è la stessa, ma ci si può accoltellare quanto si vuole, sono e restano due concetti completamente diversi. Chi non è mai entrato in un laboratorio e non sa come funziona può dire: ma se noi autorizziamo queste procedure finalizzate alla clonazione terapeutica e qualcuno, sotto banco, prosegue le ricerche e arriva alla clonazione riproduttiva? Io non credo che ciò sia possibile, né probabile, ma se questo dovesse accadere bisogna proibirlo come si fa per altre cose. Ma non posso, poiché qualcuno potrebbe usare un martello per ammazzare il vicino, impedire la vendita dei martelli.

Arrivare a fare due individui identici sarà mai possibile?

Facciamo un’ipotesi di scenario. Supponendo che fosse possibile fare una clonazione umana; cosa che ancora non è. Si prende una mia cellula e da lì si comincia. Ma devo – cosa non facile – trovare una mamma compiacente, che ospiti questo bambino nell’utero visto che, per ora questo passaggio, non è evitabile. Alla nascita poi questo bambino avrà avrà 65 anni di meno di me. Dovrò aspettare che abbia una certa età per vedere come è fatto, come si comporta, cosa pensa. Che garanzia ho che mi somigli? Certo se ne faccio un milioni di cloni ne troverò uno che mi somigli. Ma se ne faccio uno, due, tre o anche dieci con ogni probabilità non mi somigliano neanche fisicamente. Ma soprattutto non avrà mai una psiche identica alla mia, perché si sviluppa negli anni. Alla fine osa ci avrei guadagnato? Avrei un figlio, semplicemente un figlio, il quale tenderebbe a differenziarsi, come fanno tutti i figli che si rispettino. Sarebbe una clonazione per ridere. Certo una coppia che non ha avuto figli o che ne ha perso uno da poco, potrebbe voler fare una sostituzione, ma sarebbe un feticcio. Come chi gli muore il cagnolino e ne compra un altro, come un giocattolo e che non sarà mai identico al precedente. Qualcuno contrario alla clonazione potrebbe dire che non si tratterebbe di un’azione a favore del figlio ma per se stessi. Ma in questo caso allora vorrei sapere quanti genitori “normali

Avvenimenti 21/05

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Cattivi medici. Per legge

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su aprile 4, 2005

Luca Gianaroli: «Questo governo ci costringe alla malasanità»

di Simona Maggiorelli

C’è un sinistro spot che circola in rete. Un messaggio di smaccata propaganda. S’intitola Ancora un referendum contro la vita, ed è pieno zeppo di assurdità del tipo: l’impianto di tre embrioni (sani o malati che siano) giova alla salute della donna; la diagnosi genetica preimpianto non è un esame scientifico, tutto ciò che è artificiale è contro natura e via di questo passo. Mentre in primo piano scorrono immagini da manuale di medicina medievale con un omuncolo disegnato al computer, che miniaturizza le fattezze umane, chiamato di volta in volta, indifferentemente,“embrione”, “feto”, “bambino”, come se queste parole indicassero realtà equivalenti. È uno spot che via mail è arrivato a mezzo milione di italiani. Su questo che ci appare come l’ennesimo tentativo di confondere da parte di chi antepone la propria fede alla scienza,nell’avvicinarsi del referendum del 12 e 13 giugno, abbiamo chiesto lumi al professor Luca Gianaroli, direttore della società italiana di medicina riproduttiva, che di fecondazione assistita e di ricerca si occupa da  25 anni, in Italia e all’estero.

Facciamo un po’ di chiarezza professore, che cos’è l’embrione?
«Da un punto di vista strettamente scientifico è quell’entità in via di sviluppo che si ha 24 ore dopo la fertilizzazione. E bisogna dire anche che nei primi 14 giorni l’embrione nell’utero non dà segno di sé. Il fatto mistificatorio, in primis, riguarda la parola “concepimento”: prima delle tecniche di fecondazione in vitro, si riferiva al momento in cui la donna, con il ritardo mestruale, sapeva di essere incinta. Dopo la nascita, nel 1978, di Louise Brown, la prima bambina nata con la procreazione medicalmente assistita, si è cominciato a istillare nella mente della gente l’idea che il concepimento coincidesse con il momento in cui l’uovo viene fecondato. Dimenticando che la cellula fecondata non ha un patrimonio suo, autonomo. Tanto è vero che, nei giorni successivi, l’embrione si può dividere in due dando origine a due gemelli. Ma può anche trasformarsi in carcinoma: uno dei tumori più invasivi e distruttivi della donna. Dunque, dire che la cellula uovo fecondata sia un individuo è un errore grossolano, perché quella  cellula può diventare tutto: un tumore, un aborto, può diventare nulla. Sia  nel caso di fecondazione naturale che artificiale, c’è solo un 15 per cento di possibilità che quella cellula diventi embrione e poi individuo».

C’è chi sostiene che prima di 24 settimane non si possa parlare di individuo, perché il feto non può vivere fuori dall’utero. Che ne pensa?
«Non entro nel merito perché a questo livello ci potrebbero anche essere concezioni diverse. Ma tengo a ribadire che il pensiero che la cellula uovo fecondata sia una persona è assolutamente sbagliato. Su questo assunto non vero si basa la convinzione che la cellula debba essere salvaguardata vietando la fecondazione assistita».

Ma le tecniche non si limitano a riprodurre in vitro ciò che avviene in natura?
«Veniamo al punto. Una coppia fertile ha il 20-25 per cento di possibilità di concepire ogni mese. I circa 500mila bambini che nascono in Italia con rapporti naturali sono il prodotto di 2 milioni e mezzo di embrioni, di cui 2 milioni vanno persi all’interno dell’apparato genitale. È patetico pensare che la cellula uovo fecondata che i medici trasferiscono nell’utero venga “buttata via” se non s’impianta. Si tratta di un evento naturale. Senza contare che spesso l’ovulo fecondato ha tali anomalie cromosomiche da non potersi in nessun caso sviluppare. Esattamente come succede in natura. Le persone devono capire che la cellula uovo fecondata non è sinonimo di bambino. Nei nostri laboratori la cellula segue la stessa strada che seguirebbe per vie naturali».

Quanto è importante la diagnosi genetica preimpianto?
«Questo tipo di diagnosi è nata per ridurre il più possibile la sofferenza delle coppie. Fino a un anno fa, prima che la legge 40 bloccasse tutto, eravamo fra quelli che ne avevano eseguite di più. Nei nostri laboratori al Sismer venivano pazienti che avevavo abortito 2, 4, 5 volte pur di non mettere al mondo dei bambini gravemente malati. Piccoli che nel giro di un anno erano destinati a morire. Ci sono malattie genetiche che portano alla morte nel giro di 6 mesi. Ci sono anomalie cromosomiche per cui una gravidanza naturale abortisce al quinto e sesto mese. Non è assolutamente pensabile che si possa abolire una metodica come la diagnosi preimpianto che riduce gli aborti, limitandosi solo a non trasferire quelle cellule che con molta probabilità non avrebbero nemmeno la possibilità di impiantarsi».

La legge 40 proibisce l’eterologa, negando a persone malate di poter ricevere i gameti da donatori esterni alla coppia. Con quali conseguenze?
«In tutti i paesi europei è ammessa l’eterologa. Solo in Italia è proibita. Così le coppie vanno all’estero e non si rivolgono più al medico di fiducia, nemmeno per dei consigli. Del resto la nuova legge ci proibisce anche di dare informazioni. Molti cercano su internet, trovando di tutto. Cominciamo già adesso a vederne le conseguenze con disgrazie e incidenti di percorso, che tornano ai nostri medici. E una paziente che riporta dei danni come conseguenza di trattamenti fatti in centri di paesi lontani, come può denunciare il proprio caso ed avere, almeno, un risarcimento? Mentre al sistema sanitario italiano resta solo la cura della complicanza».

Si assiste anche a una fuga all’estero dei nostri scienziati?
«Inevitabilmente. Il problema è ancora poco sentito. Ma, se le cose non cambieranno, diventerà un fatto serio. La nostra sarà sempre più una comunità scientifica che non cresce, potendo confrontarsi solo con se stessa. In nessun altro paese al mondo un medico è costretto a fare quello che questa legge ci obbliga a fare, causando perdite di tempo e denaro alle coppie. Nel frattempo chi si è impegnato a lungo nella ricerca si troverà le porte chiuse di riviste internazionali, di certo non interessate a pubblicare studi arretrati. E sappiamo bene che ciò che tiene alta la dignità del ricercatore sono le sue pubblicazioni scientifiche».

Come può un medico che opera secondo “scienza e coscienza” trasferire in una paziente tre embrioni anche se malati?
«I medici finiscono in prima pagina quando fanno errori o si suppone che li facciano. Ma oggi noi abbiamo una legge che ci costringe ogni giorno a fare della malasanità, ed è drammatico. Trovarmi a lavorare a scartamento ridotto dopo che per 25 anni, con sforzi enormi, le ricerche sono avanzate, mi sembra terribile. Come medico, poi, ho trovato particolarmente umiliante che il nostro consenso informato fosse redatto dal ministero di Grazia e Giustizia e non solo da quello della Salute. Significa che non si ha la minima fiducia nella medicina e nella ricerca».

Dall’entrata in vigore di questa legge si sono ridotte le nascite?
«I dati riferiscono un calo del 10-15 per cento, se non di più. Quando in Italia ormai eravamo arrivati al punto che in ogni classe di 30 bambini ce n’era uno concepito con la fecondazione in vitro. Oggi c’è anche un forte aumento dei costi e dei cicli di trattamento. Un enorme dispendio di energia e di denaro, se si considera che si parla di coppie nel pieno dell’età lavorativa, costrette a prendere armi e bagagli per andare all’estero. Oppure, in Italia, obbligate a ripetere più e più volte i trattamenti. Per quale scopo poi? Solo per poter dire che la cellula uovo fecondata è “uno di noi”. Con un assunto che non corrisponde al vero. È raccapricciante».

Che fine faranno gli embrioni congelati?
«La legge, o meglio le linee guida, permettono di scongelare quelli conservati prima della sua entrata in vigore. Ma si determina un effetto paradossale. Una volta le coppie che volevano un altro figlio o quelle che, non avendone avuti, volevano riprovarci, tornavano a chiederci di poter riavere i propri embrioni congelati. Contrariamente a quello che si sente dire oggi, la crioconservazione nacque nel tentativo di salvaguardare un patrimonio genetico che avrebbe potuto avere un ruolo per la coppia. Oggi chi potrebbe tornare a chiederli, non lo fa, forse per paura. Coppie con due o tre embrioni conservati, preferiscono piuttosto andare all’estero e ricominciare tutto il ciclo di trattamenti da capo».

Di recente l’Accademia dei Lincei si è pronunciata a favore della ricerca sugli embrioni già congelati e non più richiesti. Che destinazione avranno?
«Se le cose non cambieranno, come ha stabilito Girolamo Sirchia quando era ministro, dovranno essere inviati attraverso l’Istituto Superiore di Sanità a un centro di conservazione di Milano, noto nel settore trasfusionale, ma che non ha il know how della crioconservazione degli embrioni e dei gameti».

Verranno utilizzati per fare ricerca come ha sostenuto Sirchia stesso?
«E come? Per poter fare ricerca su così poche cellule occorrono tecniche sofisticatissime, ma questi materiali vengono allontanati dai nostri centri attrezzati a farla. Ricerca, non dimentichiamolo, che la legge 40 proibisce. Ma che poi permette con un decreto ministeriale. È il festival della contraddizione».

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Scienziato manager, con fede industriale

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 3, 2004

Il nuovo corso di Confindustria targato Montezemolo ha già rilanciato più e più volte il tema. Prima di lui il presidente della Repubblica Ciampi. E, di recente, perfino Storace a Ballarò non ha resistito all’incalzante refrain: in Italia, occorre più ricerca. Per tenere il passo con il resto d’Europa. La classe politica di centrodestra e quella economica sembrerebbero aver aperto gli occhi su temi che la sinistra, almeno a parole, sostiene da tempo.
Ma qualcosa, forse non quadra esattamente. Basta dare un’occhiata a quanto questo governo sta facendo, sotterraneamente, con lentezza, ma in modo inesorabile, per la ristrutturazione del Cnr (dopo averlo commissariato) e dei maggiori centri nazionali di ricerca.

L’importante è tagliare
Partiamo dal fondo, dalle cifre che questi tre anni di governo Berlusconi lasciano sul piatto della ricerca italiana. Solo nell’anno scorso, il taglio delle risorse è stato del 5,3 per cento. La spesa per la ricerca nel nostro paese si assesta così sui 6,9 miliardi di euro, pari cioè allo 0,7 per cento del prodotto interno lordo. E non è solo un problema di risorse risicate, ma anche mal distribuite e di un sistema di accesso alla professione di ricercatore da parte delle nuove generazioni sempre più difficoltoso. Basta dire che ormai il blocco delle assunzioni nel settore è pressoché totale, mentre l’età media dei ricercatori continua a crescere. Si calcola che nel 2017 circa il 50 per cento di ricercatori e docenti in Italia sarà messo a riposo. Per i giovani invece si prospetta un precariato sempre più spinto, affidato agli assegni di ricerca e a contratti a termine. Ma non solo. Sono anche gli ambiti della ricerca – sempre meno libera e sempre più finalizzata e legata alla produzione di brevetti – ad essere stati fortemente ridotti. La situazione del Cnr, in questo senso, è emblematica. Da pochi giorni ha dovuto lasciare il suo scranno il commissario straordinario preposto al riordino del centro, il professore Adriano De Maio, fisico della materia, nonché rettore della Luiss. Nella relazione conclusiva del 10 giugno scorso compaiono tutte le linee guida del De Maio pensiero, con a latere anche qualche affermazione inquietante, detta a voce durante il saluto alla comunità scientifica, sul fatto che, dopo due anni di tagli di cosiddetti rami secchi (all’atto del commissariamento la rete scientifica del Cnr presentava 5.000 linee di attività. Adesso sono state ridotte a circa 500 macro-linee) ci si è accorti che il Cnr versava in uno stato migliore di quanto non lo si dipingesse.
Di fatto oggi il maggior istituto pubblico di ricerca, prima ancora che questo governo renda noti gli ordinamenti che lo regoleranno e mentre ancora si apettano, a giorni, le nomine ufficiali dei componenti del consiglio di amministrazione, si ritrova suddisviso in 11 dipartimenti.
Il dipartimento – scrive De Maio, che proprio su questo punto è arrivato a scontrarsi con il ministro Letizia Moratti –  è il punto nodale della riforma: se sarà fatto funzionare nel modo migliore si otterrà finalmente un sistema di ricerca non autoreferenziale. Il che, tradotto in altri termini, vuol dire un dipartimento che non squaderna più ad ampio raggio indirizzi di libera ricerca, ma funziona su progetti.  Gli stessi ricercatori dovranno aggregarsi intorno a un progetto, perché solo quello verrà finanziato. Con un risultato immediato e evidente: i ricercatori dovranno rinunciare a una parte della propria autonomia e risulteranno più controllabili. Su questo punto De Maio è molto chiaro: Il dipartimento – scrive – gode di un potere gerarchico relativamente ai progetti… li valida, indipendentemente da dove sia partita la proposta, li valuta, ne assicura il coordinamento reciproco e con le altre aree tematiche, attribuisce le risorse complessive e ne definisce le caratteristiche complessive, tempi e risultati od obiettivi attesi, cioè decide e governa il project concept.
Riguardo ai contenuti delle ricerche, poi, alcune linee e alcuni temi risultano particolarmente caldeggiati, quelli più funzionali all’industria, ovviamente, con una forte e preoccupante contrazione degli investimenti finanziari e non solo riguardo alle cosiddette scienze umanistiche. Capitolo rovente della riforma del Cnr, dacché Letizia Moratti ha caldeggiato la nomina a subcommissario della materia, un fin qui oscuro docente di storia dell’Università di Cassino, quel Roberto De Mattei, consigliere personale di Gianfranco Fini riguardo ai temi dell’Europa e che, anche attraverso l’associazione Lepanto, si è distinto per una serie di pubblicazioni e interventi di stampo oscurantista riguardo a religione, storia e società, arrivando perfino ad organizzare una marcia “di purificazione” come risposta al Gay Pride.

I muri e i confini
Le cinta murarie e i confini degli stati nazionali hanno custodito, nel tempo, le identità culturali dei popoli. Gli stessi limiti alla circolazione delle persone, delle merci e dei capitali, nonché delle idee e delle informazioni, hanno rappresentato fattori di stabilità delle medesime identità… La riappropriazione, sempre più diffusa, di simboli identitari – la bandiera, l’inno, i luoghi della memoria nazionale – nel nostro Paese, a differenza di altri (Francia, Inghilterra), rimasti sepolti dalle macerie della guerra, ne è l’espressione di più immediata percezione. Incredibile ma vero comincia proprio così la relazione del professor De Mattei, presentata al termine di un anno di lavoro lo scorso 10 giugno. In questa occasione il professore ha anche indicato i cardini che la ricerca umanistica dovrà tenere presenti nei prossimi anni: obiettivo primario delle scienze umane sarà valorizzare la memoria storica e elaborare i diversi profili delle identità locali, nazionali e sopranazionali. Dunque: priorità del “diritto romano”, promozione e salvaguardia della lingua e della cultura italiana, ma anche e soprattutto della tradizione e del pensiero religioso, attraverso la ricerca su Fonti e testi della tradizione religiosa italiana. E questo in un momento in cui la Costituzione europea ha appena espunto il riferimento alle radici cristiane.
Da segnalare un piccolo e non trascurabile dettaglio: mentre De Maio ha già dovuto lasciare il posto al nuovo che avanza: ovvero al più giovane Fabio Pistella, De Mattei è l’unico uomo  del vecchio organico di commissariamento che non se ne va, ma anzi vede rafforzata la sua posizione.
il suo l’unico nome certo, fino ad oggi, del nuovo consiglio di amministrazione del Cnr. I ricercatori che vorranno fare libera ricerca nell’ambito della storia possono cominciare a preparare le valigie.

L’uomo nuovo che viene dall’Enea
Freddo”, “distaccato, efficiente,”un uomo pragmatico, che si sa muovere bene nell’ambito del potere, “un uomo che ha una concezione alta del potere, specie se ce l’ha lui”. Sono queste le voci che si rincorrono sul conto del neo commissario generale del Cnr, Fabio Pistella, nei corridoi dell’Enea a Roma, l’istituto di ricerca che lo scienziato ha diretto fin dal 1984, quando giovane laureato e con appena un centinaio di pubblicazioni in tasca è stato assurto al cielo della massima carica dell’istituto. Un’istituto di ricerca che allora godeva ancora di molto prestigioracconta Franco Attura, ricercatore che al centro ricerche Enea Casaccia di Roma lavora da 35 anni. Pistella è un uomo intelligente – dice – con un’impostazione manageriale. Non di tipo Cnr classico, basata sui rapporti con l’università. Ha spinto l’Enea verso le imprese, la ricerca applicata, ma per quegli anni non è stato un male. Anche perché l’ Enea ha sempre avuto, comunque sia, una parte di libera ricerca e alcuni ricercatori che facevano attività di ricerca al di là dei grandi programmi che l’Enea si dava per ragioni strategicheサ”. Progetti con l’Ansaldo e altre aziende nazionali, con la Fiat; poi la svolta, la rapida decadenza a cui hanno contribuito molti fattori – spiega Attura – compreso il taglio dei finanziamenti pubblici. Siamo arrivati al 17 per cento in meno: adesso e la situazione si sta facendo davvero critica. Dobbiamo preoccuparci noi di reperire i fondi sul mercato. Ma le industrie sulla ricerca non mettono soldi in una situazione come questa, economicamente critica. Il rischio è anche di scadimento culturale. E per i giovani ricercatori ? L’Enea non rappresenta più una meta ambita – ammette Attura -. C’è sempre meno lavoro sicuro, sempre più precariato, legato  a contratti a tempo determinato, ad assegni di ricerca. Andando avanti di questo passo – conclude – il rischio è che l’Italia esca completamente dal panorama internazionale della ricerca. I segnali ci sono già.

La politica che verrà
Se Pistella si è insediato da poco e non ha avuto ancora il tempo di uscire pubblicamente con dichiarazioni d’intenti e programmi, in filigrana qualcosa della sua impostazione è leggibile nel programma di De Maio. Spesso, infatti, è stato Pistella a scriverne i contenuti. Sua l’idea di un’organizzazione del Cnr strutturata a matrice. Pistella era, insomma, il braccio operativo dell’ex commissario generale e in qualche modo gli ha scavato sotto. Risultando più gradito all’establishment Moratti.
De Maio – spiega Paolo Saracco, segretario nazionale Snur Cgil – come commissario speciale non è andato ad occupare militarmente il Cnr, applicando in maniera secca ciò che il ministro Moratti aveva detto e scritto. L’operazione che ha compiuto è stata più sottile: un ascolto selezionato dei poteri accademici forti, cercando di riportare dentro il Cnr coloro che se ne erano sentiti esclusi, fin dai tempi dei comitati nazionali di consulenza creati quando era ministro Berlinguer. Allora – spiega Saracco – si era costituita una rete esterna di professori universitari e di scienziati sicuramente di valore e anche molto targati politicamente che De Maio ha cercato di reimpiantare sul Cnr stesso, cercando di renderlo molto simile a come era una decina di anni fa”. De Maio, insomma, si è fatto portatore di un proprio progetto, di rappresentanza di poteri forti che vorrebbero un sistema della ricerca all’americana, molto concentrato su alcuni, pochi, prestigiosi, centri di ricerca. E cercherà di farlo passare, anche ora che ha rotto con Letizia Moratti, cercando nuove alleanze, anche nel centrosinistra.

da avvenimenti, 3 luglio 2004

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Vandana Shiva: le multinazionali condannano l’India al suicidio

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 7, 2002

di Simona Maggiorelli

La denuncia della scienziata e scrittrice indiana intervenuta all’assemblea pubblica ‘From global to glocal’ nella tenuta toscana di San Rossore Da Avvenimenti, luglio 2002

La popolazione indiana sta morendo di fame, questa situazione ormai si trascina da molto tempo, ma negli ultimi anni è drammaticamente precipitata a causa delle menzogne dell’ingegneria genetica sostenute dagli interessi economici delle multinazionali: spazzato via in poco tempo ogni sistema di sussistenza locale, impossibile per i piccoli agricoltori indiani competere con i colossi industriali internazionali.
I più sono costretti ad abbandonare le terre. Si avvicinano alle grandi città, ma finiscono per addensarsi nella periferia, in fatiscenti slums in pessime condizioni igieniche. Di fatto, il numero dei suicidi fra i contadini in India sta aumentando di giorno in giorno.
E’ una dura e appassionata denuncia quella che Vandana Shiva, scienziata indiana che da anni si batte per la sopravvivenza del suo popolo, lancia durante l’assemblea pubblica From global to glocial che la settimana scorsa, su iniziativa del presidente della Regione Toscana Claudio Martini, si è tenuta nella tenuta toscana di San Rossore […]
Ma quale è esattamente il meccanismo economico che finisce per stritolare i produttori locali? “Ci sono multinazionali come la Monsanto – spiega Vandana Shiva – che hanno fatto dell’India il loro terreno di produzione e di profitti, raccontando al mondo intero una serie di orribili bugie intorno ai problemi della fame e alle possibili vie di soluzione”.
Si spieghi meglio. “E’ abbastanza semplice. I prodotti geneticamente modificati sono stati propagandati da queste industrie come la panacea per tutti i mali del mondo, senza fare controlli seri, badando di fatto solo al proprio profitto”.
Pensa a casi come quello del “golden rice” che ha fatto il giro del mondo? “Questo è uno dei tanti casi del genere. E’ stato detto che i semi geneticamente modificati avrebbero permesso colture intensive, raccolti sovrabbondanti, ma poi la realtà è stata tutt’altra. Mi è capitato d’incontrare una donna che vendeva pomodori lungo la strada. Il prezzo per ogni ortaggio era di una rupia, il corrispettivo di circa due euro. Si trattava di pomodori nati da colture in cui era intervenuta l’ingegneria genetica e sono venuta a sapere che lei aveva pagato almeno 10mila rupie per comprare i semi. Un costo insostenibile per qualsiasi piccolo contadino indiano. Che per acquistarli è costretto a indebitarsi entrando in un giro di strozzini e di ricattatori. Senza contare che ancora non sappiamo esattamente quali potrebbero essere gli effetti di cibo geneticamente modificato sulla salute umana”.
[…]
Qualcuno sostiene che i prodotti geneticamente modificati potrebbero essere molto utili nel settore della biomedicina: una persona potrebbe essere vaccinata mangiando per esempio una banana, o assumere un contraccettivo con una ciotola di riso. “Sarebbe una violenza a mio avviso grandissima. Sarebbe come sterilizzare masse di gente indistintamente, indipendentemente dal fatto che lo vogliano o no. E poi c’è qualcosa di ancora più grave. sappiamo benissimo che un vaccino comporta l’assunzione “omeopatica” di germi di malattia in maniera che l’organismo sia in grado di sviluppare anticorpi. Ma il tutto funziona a patto che vengano somministrate precise quantità, un assunzione maggiore e incontrollata potrebbe essere letale, potrebbe portare allo sviluppo automatico della malattia che si vorrebbe prevenire”.

Girando il mondo per le sue ricerche le sarà capitato di incontrare scienziati che sostengono queste tesi? “Purtroppo molto spesso. E mi rammarica che certe belle menti della scienza ragionino come i giornali economici foraggiati dalle multinazionali”.
Un po’ come è successo nella campagna internazionale contro l’olio di senape. “In quel caso è intervenuta addirittura la Banca Mondiale a impedirne la produzione in India. I programmi governativi indiani sono stati del tutto proni a questo dettato, facendo gli interessi delle multinazionali che intanto spingevano per introdurre in India l’olio di soia in quantità massicce. Nel mio centro abbiamo fatto studi accurati, scoprendo purtroppo che l’olio di soia impedisce l’assimilazione di certe proteine fondamentali in situazioni di mal nutrizione. In più in casi di alimentazione squilibrata contribuiva a favorire l’anemia e malattie anche più gravi. A confronto l’olio di senape risultava molto più sicuro, senza trascurare che lo si può produrre molto più facilmente , che è molto nutriente e che appartiene alla tradizione indiana da secoli. Da noi per esempio le madri sono solite massaggiare la pelle dei neonati con questo olio per proteggerla”.
Le donne insomma sono state le prime a sentirne la mancanza. “Come sempre del resto, in ecosistemi locali sono sempre loro ad avvertire i mutamenti per prime. Sono state delle donne non a caso che in India hanno denunciato il fenomeno dell’ipersalinità delle acque causato dall’inquinamento”. Ha fiducia che in India la rivolta contro gli effetti negativi della globalizzazione possa partire dalle donne? “Ho molta fiducia in loro. Forse perché per secoli sono stare escluse dalla gestione del potere hanno dovuto dedicarsi alla sfera domestica degli affetti, sta di fatto che oggi le donne si trovano avvantaggiate, in possesso i una sensibilità, di un rapporto con il sentire e gli affetti profondi, che la razionalità distruttrice degli uomini troppe volte ha escluso”.

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Cogne, la follia della porta accanto

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 20, 2002

L’opinione dello psichiatra Massimo Fagioli sul delitto di Cogne.

«Come per Erika, parliamo di menti che hanno un rapporto ordinato e lucido con la società. Ma alle quali manca totalmente il rapporto con l’umano. Per cui un bambino diventa un vestito usato del quale ci si sbarazza»

di Simona Maggiorelli

massimo ( gatta sullo sfondo)

Massimo Fagioli

Cogne, un’apparente normalità, una villetta in montagna, una famiglia tranquilla e poi, d’improvviso un omicidio così efferato come quello del piccolo Samuele. Un anno fa il caso di Erika di cui di recente si è tornati a discutere in tv e in un denso convegno organizzato dall’Università di Chieti a cui hanno preso parte psichiatri, criminologi, avvocati e seguito da migliaia di persone, fra pubblico e studenti. A parlare di psichiatria e diritto nella città abruzzese c’era anche lo psichiatra e docente universitario Massimo Fagioli, autore di libri fondamentali per la ricerca psichiatrica, fondatore della scuola romana di psichiatria e psicoterapia. A lui, dopo aver saputo che la madre di Samuele è stata incriminata, Avvenimenti ha chiesto lumi di approfondimento su sanità e malattia mentale, cosa potrebbe nascondere questa tranquillità borghese della famiglia Lorenzi.

Professor Fagioli che cosa emerge in termini psichiatrici da questo caso di Cogne, se le accuse alla madre di Samuele saranno provate?

«Viene fuori quello che abbiamo sostenuto tante altre volte. In particolare nel 1995 quando a Firenze una madre improvvisamente salì le scale e buttò il figlio dalla finestra. Anche lì si parlò di “raptus”. Nel settembre scorso, per citare un altro caso, c’è stato quello che d’improvviso ha sparato alla famiglia, ha ucciso la moglie. Anche lì si diceva una persona normale, forse un uomo un po’ chiuso, ma una bravissima persona.

E poi ancora c’è il caso di Erika e quello del ragazzo di Sesto San Giovanni che ha preso un coltellino e, d’improvviso, ha tagliato la gola alla ragazza. Allora evidentemente c’è qualcosa di grosso da indagare. Bisogna mettere in discussione questa normalità. Di questo ci siamo occupati in otto ore di convegno a Chieti, andando a ripescare anche storie più vecchie, facendo dei nessi con casi come quello di Pierre Riviére, un ragazzo che più di centocinquant’anni fa uccise il padre».

Tutti casi in cui gli assassini non avevano dato fin lì nessun segno di malattia a livello di comportamento…

«E’ questo il punto. Non si tratta di persone, che so, che hanno dato pubblicamente in escandescenza, per cui a un certo momento si chiama il 118 e si fa un trattamento sanitario obbligatorio, quello che oggi si chiama un SPDC. Bisogna cercare più a fondo. Qui si parla di persone che hanno un rapporto ordinato con l’organizzazione sociale e con le cose. Hanno un rapporto lucido, preciso con la realtà materiale, ma quello che manca totalmente è il rapporto con l’umano. Per cui al limite un bambino è come un vestito vecchio che mi ha stufato e di cui mi sbarazzo. Per questo arrivano a questi livelli di efferatezza. In questi casi parliamo di schizoidia, di persone fredde, lucide, razionali, che non percepiscono il significato emotivo di un gesto come uccidere un bambino».

Sono casi di schizofrenia in cui il malato è in grado di occultare il suo nucleo di grave malattia, al limite di essere anche camaleontico come, supponiamo solamente, potrebbe essere avvenuto per la madre di Cogne che nelle interviste, nelle dichiarazioni, sembra  ritagliarsi un ruolo di vittima.

«Su questo sono interessanti le dichiarazioni dei vicini: “Non è più lei”, “è alterata, non è più come prima”. E’ quello che si sente dire quando la malattia esplode, si manifesta in maniera conclamata».

Ma perché a Cogne, come a Novi Ligure, per lungo tempo il paese ha teso a negare. In entrambi i casi è come se un’intera comunità si fosse come accecata di fronte alla violenza a un caso di psicosi?

«E’ il discorso che facevamo prima, non riescono a accettare che dietro a una società ordinata e perfetta come può essere quella di Aosta, in cui tutto è a posto, l’autobus è puntuale, ci sia una tale sterilità, questa totale anaffettività nel rapporto interumano».

C’è un nesso fra questo tipo di patologia e un contesto religioso? Il nonno si Samuale dice che il bambino ucciso è diventato un angelo del cielo solo per fare un esempio.

«Nove volte su dieci in questi casi c’è dietro un delirio, per cui il bambino sarebbe il diavolo o cose del genere».

Mi ha colpito anche un’affermazione del suocero di Annamaria che dice: “Non è stata lei, qualcuno ha scritto che a Cogne è ricomparso il diavolo e credo che davvero ci sia accaduto qualcosa di sinistro”.

«Sono discorsi che fanno tornare al medioevo, di negazione della malattia mentale. La malattia mentale non esisterebbe e in questo modo neanche la cura e la possibilità di guarire».

Per ora nel caso della madre di Samuele si tratta solo di carcerazione preventiva. Ma lo abbiamo visto con chiarezza nel caso di Erika come giudice e psichiatra possano rischiare di confondere i propri ruoli. Come può uno psichiatra chiamato a fare una perizia non tramutarsi in giudice?

«In linea teorica potrebbe rifiutarsi, ma il punto è un altro. E’ che il compito di un giudice è quello di giudicare e punire, quello di uno psichiatra di fare una diagnosi e di curare. Non ci deve essere confusione fra queste due diverse e distinte identità».

Una formulazione come “capace d’intendere e di volere” usata per l’imputazione è valida in questi casi?

«E’ una formulazione che dice poco. Il volere, può essere un volere razionale di mangiare o di bere, ma ritorniamo qui. In casi come quello di Erika, per esempio, da un punto di vista psichiatrico non bisogna analizzare solo il comportamento, il pensiero razionale di rapporto con le cose. Quello funziona benissimo. Erika è stato detto è sempre stata una persona puntuale, con un rispetto formale assoluto delle regole sociali».

Se diceva di tornare alle 19,30 a quell’ora era puntualmente già in casa, ha raccontato il padre di Erika.

«Già, il rapporto con le cose funzionava perfettamente. La ricerca deve essere fatta a livello più profondo, è a livello inconscio di rapporto con l’umano che le cose non andavano».

Erika adesso è in carcere, e si dice che non abbia adeguate cure psichiatriche. E più in là, proprio al convegno di Chieti, il criminologo Francesco Bruno ha detto che nelle carceri italiane ci sono almeno 5 mila psicotici…

«Il confine fra delinquenza e malattia mentale spesso è una zona di transizione, non è sempre facile distinguere. Esistono omicidi di mafia, omicidi di guerra e questi sono una cosa, possono essere legati a specifici contesti. Altra cosa sono questi omicidi freddi, con livelli di efferatezza come questo di Cogne. Ma pur facendo tutti i dovuti distinguo, quando una persona arriva ad uccidere un altro essere umano, io penso, il cervello completamente a posto non ce l’ha».

Avvenimenti, 20 marzo 2002

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