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Cerveteri etrusca, porta d’Oriente

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 3, 2014

Gli sposi etruschi

Gli sposi etruschi

Alla scoperta dell’antica Caere, la Cerveteri etrusca che, per un lunghissimo periodo, prima di essere assorbita dall’impero romano nel I secolo a.C., svolse un ruolo centrale nel Mare nostrum, anche come ponte culturale fra Oriente e Occidente. La mostra Gli Etruschi e il Mediterraneo (aperta fino al 20 luglio) nelle sale del Palazzo delle Esposizioni a Roma offre una straordinaria occasione per vedere riuniti reperti scavati nella cittadina laziale e conservati al British Museum, al Louvre e in altri importanti musei europei.

Proprio grazie alla collaborazione con il Louvre è tornata in Italia la celebre coppia di sposi etruschi che, adagiata su un letto alla greca, lascia intuire l’opulenza della vita aristocratica a Cerveteri, scandita da feste e libagioni, in case affrescate e piene di raffinati oggetti. Vasi istoriati, crateri, maschere policrome, oreficeria e stoffe preziose che poi accompagnavano l’élite etrusca anche nella tomba. Come racconta la filologica ricostruzione in 3D della tomba principesca Regolini Galassi realizzata dal Cnr che incontriamo alla fine del percorso espositivo. Ma il volto allungato e gli occhi a mandorla dei due sposi, la muscolatura atletica e l’armonia della posa ci dicono anche del fascino che la scultura greca più antica esercitò su quella etrusca. Cerveteri, in particolare, fu la città dove l’influenza ellenistica si fece sentire maggiormente.

Continui traffici con Atene e altre città Stato facevano arrivare nelle residenze della nobiltà etrusca raffinato vasellame in terracotta, ceramiche, vetri e ambre. E forse furono proprio esuli arrivati dalla Grecia ad avviare la produzione locale di vasi a figure nere, che raggiunse una straordinaria qualità artistica, come si può vedere dagli esemplari ora esposti a Roma. Merito di questa spettacolare rassegna curata da Francoise Gaultier e Laurent Haumesser del Louvre (in collaborazione con l’Istituto studi del Mediterraneo antico del Cnr e con la Soprintendenza per i beni archeologici dell’Etruria Meridionale) è anche quello di aver ricostruito l’evoluzione del tessuto urbano, fin dall’VIII secolo a.C., raccontando la necropoli, il territorio cittadino e gli avamposti sul mare, come Pyrgi (Santa Severa), dove sorgeva uno dei più importanti luoghi di culto del Mediterraneo. In posizione sopraelevata, era un punto di riferimento per tutti i naviganti che sapevano di poter trovare una zona franca di scambi nel santuario. Le scritte in fenicio e in etrusco incise su tre tavolette in foglia d’oro (trovate nel 1964 ) hanno permesso agli studiosi di ricostruire che a Pyrgi, dove sacerdotesse praticavano la prostituzione sacra, convivevano culti cartaginesi ed etruschi. Il rapporto fra i due popoli era diventato particolarmente stretto quando, insieme nel Mare Sardo, avevano affrontato l’assalto dei Corsi.

Prova di questa vicinanza politica ma anche culturale è anche il fatto che la dea fenicia Astarte altro non era che la dea Uni degli Etruschi, (rappresentata qui da una antefissa del VI secolo a.C. che la mostra fra cavalli alati). L’influenza dell’iconografia orientale appare fortissima anche nella sezione che presenta frammenti di pittura policroma parietale. I profili e gli occhi bistrati delle donne, in particolare, evocano quasi figure minoiche. ( simona Maggiorelli)

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Piero Manzoni è vivo e scalpita

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su aprile 27, 2014

Piero Manzoni scultra vivente

Piero Manzoni scultra vivente

Piero Manzoni meteora effimera del Novecento o geniale sperimentatore di nuovi e differenti linguaggi? Passando dai quadri monocromi agli eventi, alle azioni molto prima della stagione dell’arte performativa anni Sessanta. Osservando l’eclettismo e la complessità del percorso dell’artista milanese si è portati a condividere quanto scrive Flaminio Gualdoni nel catalogo Skira che accompagna la mostra Piero Manzoni 1933-1963 ( in Palazzo Reale a Milano fino al 2 giugno). Specie quando il critico e curatore racconta Manzoni come un artista di grande originalità nel panorama dell’arte della prima metà del XX secolo.

Con i suoi monocromi, infatti, Manzoni ebbe il coraggio di prendere le distanze dalla bella maniera, dalla lucente pittura di De Chirico, ma anche dalla sua fredda metafisica, allora egemone in Italia. Imboccando la strada dell’astrattismo, ma senza perdere “calore” e concretezza. Anche quando Manzoni sembra muoversi verso la pittura concettuale. Nel suo fare arte, centrale era rapporto con il corpo. Specie quello della modella nuda sul quale si divertiva ad apporre la propria firma come fosse una scultura vivente!

E centrale era l’esperienza, la vita vissuta, da cui spiccava il volo la sua fantasia. L’immagine interiore ( 1957) si forma sulla tela a partire da olio e catrame. La serie dei quadri Senza titolo realizzati in quello stesso anno e ora esposti a Milano nascono impastando catrame olio e sassi. Il bianco dei suoi celebri achrome non è mai abbagliante, ma morbido color panna.

Così come la tela non è mai uno specchio rigido e teso, ma una superficie solcata da pieghe e rughe. Come la pelle di chi – diversamente da Manzoni che morì  per un infarto a soli 29 anni – ha molto vissuto. Pochi però seppero cogliere il senso e la portata della ricerca di questo ragazzo che cercava, per dirla con le sue stesse parole, «uno stupore immacolato dei sensi», convinto che «non c’è nulla da dire, nulla da capire, c’è solo da essere, c’è solo da vivere».

Lontano dalla religiosità dell’esistenzialismo in voga in quegli anni, Manzoni rivolgeva uno sguardo critico e ironico anche verso un certo greve materialismo capitalista, che sfidava “brandendo” un Rotolo di pittura industriale su cui era tracciata solo una linea, sottile ed essenziale.

Fra i grandi a lui contemporanei solo Lucio Fontana riconobbe il talento di Manzoni, mentre Palma Bucarelli, che gli dedicò una retrospettiva postuma alla Galleria d’arte moderna a Roma, fu indagata per sperpero di denaro pubblico. Oggetto del contendere era la sua scelta di esporre la provocatoria Merda d’artista che Manzoni aveva realizzato nel 1961, in serie sigillata, autografata, numerata e autenticata dal notaio. Per farsi beffe di poeti vate e artisti millantatori di aura. Ma non solo. In Breve storia della Merda d’artista (Skira), Gualdoni riflette sul significato provocatorio dell’opera, riportando la storia dello scandalo e la vicenda parlamentare che vide il democristiano Guido Bernardi lanciarsi in una interrogazione che terminava con questa domanda non esattamente elegante: «Sull’uso che la signora Palma Bucarelli fa da troppo tempo del denaro del contribuente italiano non è il caso di tirare finalmente la catena?»

( Simona Maggiorelli ) dal settimanale Left

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Frida Kahlo e il suo doppio

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su aprile 25, 2014

Frida Kahlo The two Fridas 1939

Frida Kahlo The two Fridas 1939

Frida come dea azteca. Come un’icona india. Pagana e insieme cristiana, immagine sincretistica di tutte le religioni. Come raccontano i tanti simboli e gli oggetti di culto di cui amava ornarsi e circondarsi. Il tronco eretto, la schiena tenuta dritta da un busto che la ingabbiava a forza, dopo che un terribile incidente d’autobus le aveva spezzato la ossa. La sofferenza, il dolore, i gravi problemi di salute accompagnavano Frida Kahlo già dall’infanzia a causa di una poliomielite. Ma quell’accanirsi del destino sul suo esile corpo, invece di distruggerla, fu il motivo di un suo più forte attaccamento alla vita; fu la molla che la spinse ad una ricerca continua nell’ambito della pittura, ma anche nei rapporti umani.

Come racconta magistralmente Jean -Marie Le Clézio nel libro Diego e Frida (ora pubblicato in Italia da Il Saggiatore) quella sfrontata dodicenne che si era presentata a Diego Rivera mentre lui stava affrescando la parete della scuola, ancora giovanissima, anni dopo, riuscì a “catturare” questo gigante, impenitente donnaiolo, che già era un simbolo della rivoluzione messicana con i suoi murales.

Lui aveva 44 anni e veniva da Parigi dove aveva condiviso l’avventura dell’avanguardia con Picasso,Braque e altri artisti di primo piano. Lei, di anni, ne aveva 22 e veniva da un mondo provinciale e da una famiglia dominata da una madre bigotta. Ma Frida riuscì a sedurlo con quel suo sguardo bruciante, acuto, che scruta e interroga l’interlocutore come si vede nei suoi tanti autoritratti. Una bella scelta è esposta nelle Scuderie del Quirinale a Roma, nella antologica Frida Kahlo ( aperta fino al 31 agosto, catalogo Electa): la più ampia e articolata retrospettiva dedicata alla pittrice messicana in Italia. E che ha il merito di raccontare – intercalando opere e documenti d’epoca – il percorso dell’artista che passava con disinvoltura dalla pittura, al disegno, alla fotografia. Sempre con un piglio naif, di fresca e graffiante immediatezza. E se negli eleganti scatti fotografici si coglie il fascino che su di lei esercitò la fotografa comunista Tina Modotti con la sua estetica raffinata e popolare, nelle tele dai colori caldi e sgargianti, fortissima appare l’influenza dell’arte india, pre colombiana e di altre tradizioni autoctone latino americane, combinata con un certo gusto surrealista per le scene inquietanti, da incubo, trascritte in modo iperrealista.

Dominante nella pittura di Frida è anche il tema del doppio, dell’immagine allo specchio, del travestitismo, dell’ambiguità e dello scambio continuo fra maschile e femminile. Frida con i baffi, Frida in versione cristologica con una collana di spine, Frida immobilizzata da una gorgiera da imperatore. Ma anche Frida bambola di nastri e velluti, carica di gioielli etnici e sinistramente piatta e immobile. E’ spietata e crudele, anche con se stessa, Frida Kahlo che in quadri “sanguinanti” grida tutto il suo dolore. Sempre alla ricerca di una via di fuga dalla realtà quotidiana, anche attraverso il sogno della rivoluzione. Che infiammò il Messico tra il 1923 e il 1933. Una rivoluzione che aveva lo sguardo selvaggio ed eroico di Francisco Villa ed Emiliano Zapata e che trovò nell’arte dei muralisti i suoi più grandi narratori. (Simona Maggiorelli)

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L’inquieta bellezza di Pontormo e Rosso

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su aprile 21, 2014

Diversi per tempra e per poetica, i due artisti toscani innervarono la pittura del Cinquecento di nuova

Pontormo, Due amici

Pontormo, Due amici

sensibilità. Fino al 20 luglio una mostra li mette a contronto. In Palazzo Strozzi, a Firenze

Capriccio, stravaganza ribellismo, ricerca della bizzarria a tutti i costi. Il pesante giudizio vasariano che definiva Pontormo pittore «di nuova maniera ghiribizzosa» ha pesato per secoli nella letteratura critica, aduggiando questo straordinario pittore che, insieme al coetaneo Rosso Fiorentino, fu iniziatore della maniera moderna: di un modo di fare pittura che ricreava la lezione di Leonardo, Raffaello e Michelangelo, innervandola di una nuova sensibilità e inquietudine. Rischiando l’eterodossia nel prendere di spigolo la committenza ecclesiastica e di regime.

Furono anni convulsi quelli in cui i due artisti realizzarono le loro opere più importanti; anni di lotte fra repubblica e signoria medicea, e poi, dal 1527, di razzie imperiali e papali, culminate nel drammatico assedio di Firenze del 1530. Entrambi allievi di Andrea Del Sarto, già a 17 anni erano artisti maturi, di forte personalità e diversissime fra loro. Come balza agli occhi dal confronto fra gli affreschi staccati provenienti dal chiostro della SS Annunziata con cui si apre la mostra Pontormo e Rosso. Divergenti vie della “maniera”, aperta fino al 20 luglio (catalogo Mandragora) in Palazzo Strozzi, a Firenze.
Nelle stesse sale dove nel 1956 fu allestita la storica Mostra del Pontormo e del primo manierismo fiorentino, e a quasi vent’anni da L’officina della maniera, Carlo Falciani e Antonio Natali, dopo lunghi studi, hanno realizzato questo nuovo, appassionante, confronto fra i due amici e rivali. L’uno, Jacopo Carrucci detto il Pontormo, introverso, solitario, umbratile (come testimoniano le scarne e ossessive note del suo diario, Il libro mio). L’altro, Giovan Battista di Jacopo, detto il Rosso Fiorentino, raffinato, colto, curioso di cabala ed esoterismo e amante della musica come il suo dolce e malinconico angelo degli Uffizi.
Rosso Fiorentino, angelo che suona

Rosso Fiorentino, angelo che suona

Due artisti profondamente distanti, dunque, non solo per indole e poetica, ma anche per frequentazioni e ambiti di attività, dato che Pontormo, pur riottoso verso il potere, lavorò sempre per la corte medicea, mentre Rosso- forse vicino alla vecchia oligarchia repubblicana e savonaroliana- fu costretto a cercare committenti in provincia, a Piombino, Arezzo e Volterra, prima di fare fortuna in Francia, diventando capo della scuola di Fontainebleau. (Dove morì improvvisamente a 46 anni).

Ma bisogna anche rilevare che i due furono uniti dallo studio assiduo dell’opera di Michelangelo, da una radicale insofferenza verso il classicismo, inteso come norma assoluta e razionale, nonché da una ricerca creativa che metteva l’umano al centro della pittura. Come dimostra la qualità dei ritratti che entrambi realizzarono nel corso della loro vita. Grande merito di Falciani e del direttore degli Uffizi Antonio Natali è proprio essere riusciti a ricomporre, per questa occasione, quasi la totalità del disperso catalogo rossesco, disseminato fra musei e collezioni private.
E davvero potente è il dialogo che in Palazzo Strozzi i suoi ritratti di giovani, intellettuali, soldati e anziani aristocratici ingaggiano con quelli di Pontormo, in una sfida di scavo psicologico per far emergere sulla tela presenze umane, anonime, ma quanto mai vive e vibranti
Pontormo, autoritratto

Pontormo, autoritratto

Così alla sottile malinconia e allo sguardo lievemente attonito del giovane che Rosso ritrae con in mano una lettera datata 1518, idealmente risponde lo sguardo sorpreso e bruciante del Gentiluomo con libro (1542) di Pontormo, opera appartenente a un privato e raramente esposta in pubblico.

E ancora: al fiero e quasi arcigno profilo virile (1521-22) di Rosso – di grande forza espressiva nonostante il quadro sia quasi monocromo – risponde, sul versante di un colorismo acceso e brillante, quello altrettanto altero e scavato di Cosimo il vecchio ritratto da Pontormo, nel 1518, anni dopo la scomparsa del padre di Lorenzo il Magnifico. E oltre. Passando dalla pacata fierezza del ritratto virile (1522) di Rosso conservato alla National Gallery, all’espressione fresca e sfrontata del giovanetto di Pontormo.

Un’immediatezza che ritroviamo anche negli schizzi del pittore empolese, fra sorprendenti e quasi giocosi nudi in mutande (in cui qualcuno ha voluto vedere una sorta di “selfie”) e che si perde invece in opere di tema sacro come la celebrata Visitazione di Carmignano, da poco restaurata, dove la ridda di colori acidi e il tentativo di rendere in simultanea momenti diversi dell’incontro fra Maria ed Elisabetta, rende artificiosa l’intera scena.
Analogamente, se i riflessi lunari e violacei che inondano la Pietà (1537-1540) del Louvre rendono la tela di Rosso toccante e drammatica, il gusto per un certo corrosivo grottesco finisce per appiattire e svuotare di senso la Pala dello spedalingo (1518), in un parossimo di “santi diavoli”, pieghe uncinate e figure scarnificate e spigolose. Che fanno immediatamente avvertire la mancanza della Deposizione (1521) di Volterra, spigolosa sì, ma potente e terribile per quella dimensione metafisica e astratta che riesce ad additare, evocando una dimensione di vuoto.
Varcata l’uscita della mostra non resta quindi che prosguire il percorso, approfittando di quello straordinario museo diffuso che è la Toscana.
Facendo tappa a Volterra per Rosso, ma anche alla Certosa e nella villa di Poggio a Caiano dove si trovano affreschi di Pontormo. E, prima ancora, nella vicinissima chiesa di Santa Felicita dove si trova la Deposizione (1526-1528) che Pontormo tramutò in una danza allucinata con i personaggi che sembrano chiusi in una dimensione solipsistica, avendo drammaticamente perso ogni rapporto umano.
(Simona Maggiorelli) dal settimanale left

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Perle dal Musée d’Orsay

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su aprile 12, 2014

L'italiana di Van Gogh

L’italiana di Van Gogh

Qualcuno ha fatto notare che quel titolo, Capolavori dal Musée d’Orsay non corrisponde esattamente al vero e che in fondo, al Vittoriano, fra le sessanta opere esposte (fino all’8 giugno, catalogo Skira) provenienti dal museo parigino, quelle che si possono veramente definire tali sono quattro e cinque. Ma che capolavori! Ci verrebbe da dire di slancio. Perché basterebbe il bel volto della giovane Berthe Morisot ritratta nel 1872 da Édouard Manet con in mano un mazzo di violette, a ripagare il prezzo del biglietto. Siamo davanti a un capolavoro di “indagine” psicologica del femminile, da parte di un pittore che, con Olympia, aveva proposto invece la maschera distante di una donna costretta a stare al gioco dell’erotismo mercenario e dell’ipocrisia borghese. Berthe è l’opposto della scandalosa Olympia.

Lo sguardo della giovane pittrice impressionista interroga quello di chi guarda la tela, senza maschere e infingimenti, comunicando il senso di una presenza viva e sensibile, come raramente capita di cogliere nei quadri da atelier realizzati in quegli anni “copiando” modelle in carne ed ossa come fossero dei gessi.

E che dire poi del ritratto di Agostina Segatori, realizzato da Van Gogh in chiave giapponesizzante, che illumina la sala centrale di questa mostra romana? L’italiana che gestiva il Cafè Le Tambourin (e che aveva già posato per Corot e Manet) in questa tela del 1887 appare come galleggiare in un mare d’oro, mentre striature rosse ne accendono il volto e la pelle come se reagisse alla luce del sole che la inonda.

Il quadro nasce nell’ambito di quella originalissima ricerca che il pittore olandese sviluppò a Parigi fra il 1886 e il 1888, influenzato dai colori piatti e dalle linee essenziali delle stampe giapponesi che avevano attratto l’attenzione degli artisti impressionisti dopo l’Esposizione universale del 1867.

E ancora, percorrendo a ritroso le sale e tornando a quella dedicata alla pittura di paesaggio (dopo un tuffo nella pittura mitologica e d’accademia) ecco un impareggiabile Cézanne spuntare imprevisto vicino al corridoio, al culmine di una serie di romantiche vedute naturalistiche di Corot e di Bazille, gettando scompiglio fra i luminosi e tranquilli scorci impressionisti firmati Monet, Pissarro e Sisley.

A partire da un soggetto all’apparenza banale, come un cortile di una fattoria tipicamente provenzale, con poche pennellate, Cézanne fa entrare lo spettatore in un avvolgente spazio tridimensionale, che d’un tratto fa piazza pulita di ogni formalismo impressionista. E questo crudele confronto ravvicinato voluto dai curatori della mostra Guy Cogeval e Xavier Rey fa apparire immediatamente piatte, decorative e senza vita le opere di Monet e compagni. Che tuttavia qui – bisogna anche riconoscere – insieme a quelle dei Nabis, si prestano ad interessanti percorsi tematici, dedicati al racconto della borghesia in ascesa, al dinamismo delle crescenti metropoli d’inizio secolo, all’indagine della famiglia che nessuno come Vuillard, Denis e Bonnard sa rappresentare, all’apparenza celebrandone i miti (la maternità, l’infanzia, la morale) e i riti (il teatro, la convivialità, i sacramenti), e di fatto denunciando il vuoto pneumatico di affetti e di valori. ( simona Maggiorelli)

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Luciano Fabro, il dono del disegno

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 26, 2014

Fabro, esistere-insistere

Fabro, esistere-insistere

Disegno come dono, in senso stretto come regalo, omaggio d’amicizia, di affetto, di “corrispondenza di amorosi sensi”. Luciano Fabro usava ogni tipo di supporto per inviare i suoi appassionati messaggi colorati agli amici, ai suoi studenti, alle persone con cui aveva stabilito un rapporto profondo, anche se fuggevole.

La carta millimetrata, le schede di catalogazione, la carta-paglia, tutto poteva essere usato all’occorrenza, diventando all’impronta supporto prezioso per la sua libera espressione. Ed erano forme astratte che sembrano danzare sulla fragile carta, disegni in bianco e nero realizzati con gomitoli di linee nera ininterrotta, ma anche opere grafiche che hanno il respiro di progetti spaziali più ampi e strutturati, pur conservando la freschezza di schizzi tracciati di getto.

Il disegno per questo maestro dell’arte povera (scomparso nel 2007) era il prezioso antefatto dell’opera compiuta, ed era propedeutico alla realizzazione delle sue magnetiche ed essenziali sculture. Ma al tempo stesso trovava giustificazione soltanto in se stesso come libera sperimentazione, ricerca continua, apertura verso la scoperta. Come dimostra la variegata collezione di opere su carta radunata, dopo lunghe ricerche fra parenti e amici dell’artista, da Giacinto Di Pietrantonio che insieme a Bruno Corà e altri ha curato la mostra Luciano Fabro – disegno in opera, aperta fino al 4 maggio 2014 al CIAC di Foligno (dopo essere stata esposta alla GAMeC di Bergamo).

Una mostra che riunisce un centinaio di opere grafiche, molte delle quali caratterizzate dalla ricerca di una spazialità nuova e sfidando la bidimensionalità del disegno. Giovanissimo, Fabro era rimasto molto colpito dalla poetica di Lucio Fontana, che ebbe modo di conoscere più da vicino quando da Udine si trasferì a Milano nel 1959. A coinvolgerlo particolarmente era la sfida che l’artista italo argentino lanciava alla terza dimensione con i suoi tagli e buchi, ma anche la sua ricerca su una possibile quarta dimensione, che sembrava alludere a una spazialità non solo fisica ma interiore.

Al tempo stesso, però, Luciano Fabro continuava a essere molto legato alla tradizione più antica del disegno e a quella michelangiolesca in modo particolare. Tanto che, come insegnante in Accademia, invitava spesso i suoi allievi a studiare le opere dello scultore fiorentino apprezzandone la forte plasticità. Proprio a proposito del rapporto fra disegno e scultura, Fabro raccontava ai suoi studenti: «Ho fatto un’infinità di disegni, alcuni più precisi, altri meno, quando poi mi sono trovato con la cera, non ne ho realizzato nessuno. Ma avevo appreso disegnando il modo di vederlo in tutti i modi, per cui, pur facendolo in un altro modo, avevo già l’occhio per individuare quale era la forma». E a una studentessa che lamentava di sentirsi bloccata davanti a questo tipo di lavoro – come si legge in un dialogo pubblicato nel catalogo Silvana editoriale – rispondeva senza esitazione: «Nessuno è bloccato, io la chiamo avarizia se uno per fare una cosa deve dire: “Ecco questo approda a qualcosa”. In questo caso, invece, non sai a cosa approdi, è un atto di generosità verso il caso e può andare avanti per molto tempo». (Simona Maggiorelli)

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I colori “scavati” di Munch

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 19, 2014

Munch, litografia

Munch, litografia

E’ un Edvard Munch per molti aspetti inedito quello che incontriamo nelle sale di Palazzo Ducale a Genova dove, fino al 27 aprile, è allestita l’unica retrospettiva per i 150 anni dalla nascita del pittore fuori dai confini norvegesi. Dopo la grande antologica di Oslo, chiusa lo scorso ottobre, questa esposizione curata da Marc Restellini, direttore della Pinacothèque de Paris, permette di mettere a fuoco alcuni aspetti specifici della ricerca espressiva di Munch, come la sperimentazione a tutto raggio di varie tecniche, che lo portarono a prediligere l’incisione. Per la sua essenzialità, ma anche perché gli permetteva di sviluppare al massimo il dinamismo della rappresentazione, fino a raggiungere un effetto cinetico quasi da fotogramma cinematografico. Così, attraverso la settantina di opere scelte da Restellini (molte delle quali raramente esposte in pubblico perché appartenenti a collezioni private), si scopre il gusto di Munch per un simbolismo scabro, che insiste sulla linea e sul movimento, per portare in primo piano stati d’animo profondamente tormentati, temi ricorrenti, ossessioni.

Come il tema della morte che percorre tutta la sua opera e qui rappresentato da opere tra cui La bambina malata, che evoca lo sguardo angosciato del pittore quindicenne quando perse la sorella minore. E se la paura della morte in Munch si accompagna alla paura della catastrofe interiore, un altro tema costante è quello del difficile e sanguinoso rapporto con l’universo femminile, a Genova raccontato attraverso una serie di serigrafie dedicate a sensuali Madonne. Fanno da pendant a queste seduttive figure di donne vampiro, ritratti femminili apparentemente più tradizionali, glaciali, di donne della buona borghesia come Inger Bath, (1921) ed Annie Stenersen, (1934) e ritratti di uomini dal volto stravolto e angosciato, striato di viola e di verdi acidi come quello di Henrik Bull (1939), quasi un alter ego di Munch stesso negli autoritratti di una disfatta e irata maturità. Qui e in altre tele apparentemente di argomento più lieve – incontri al mare e feste in campagna – il pittore scava negli strati di colore sottoponendo le sue tele a famigerate cure da cavallo: spesso le lasciava fuori casa, esposte alle intemperie del rigido clima norvegese.

Ciò che resiste alla fine è l’essenza di figure che affiorano alla tela come presenze fantasmatiche. Emotivamente potenti. Che fanno di Munch uno dei grandi maestri del moderno. Ed estremamente originale. Come sottolinea Marc Restellini nel catalogo 24 Ore Cultura che accompagna questa mostra è impossibile incasellarne l’opera nei classici “ismi” da manuale. Pur avendo assonanze con il movimento espressionista, per esempio, non lo si può definire tale, anche per il carattere impolitico di tutta la sua opera. «Munch si oppone deliberatamente a ciò che vede e conosce», nota il curatore. «In modo anarchico, si mette in contrasto con l’impressionismo, il simbolismo, il naturalismo per inventarsi una forma di espressione in rivolta con tutto ciò che sin dalla sua infanzia gli è stato presentato come regola sociale. È capace di staccarsi da tutte le convenzioni a cui ci avevano abituati gli artisti e i movimenti precedenti». (Simona Maggiorelli)

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Il marmo e la vita. Da Michelangelo a Rodin

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 8, 2014

Rodin, Il bacio a RomaRodin, “ultimo atto”. Il più intenso ed emozionante – diciamo subito – fra quanti abbiamo cercato di raccontare su queste pagine nelle ultime settimane e mesi punteggiati da un fiorire di esposizioni dedicate all’arista francese che rinnovò la scultura europea fra Ottocento e Novecento, aprendola al movimento, al non finito e all’espressività dei gesti. Nelle grandi aule delle terme di Diocleziano, fino al 25 maggio, è allestita la mostra Rodin, il marmo e la vita, presentata l’anno scorso in Palazzo Reale a Milano.

E la medesima scelta di sculture, provenienti dal Musée Rodin di Parigi, in questo spazio archeologico denso di storia, sembrano acquistare nuovi significati. I marmi selezionati dalla curatrice Aline Magnien, in collaborazione con Flavio Arensi, paionoacquistare ancora maggiori risonanze michelangiolesche collocati qui, su scabre tavole di legno al centro della sala inondata di luce dell’antico edificio termale. Ricordando che il frigidarium, il tepidarium e il calidarium furono trasformati dall’artista fiorentino per la realizzazione della Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei martiri cristiani. E non si tratta solo di una suggestione, perché Rodin studiò a lungo l’arte di Michelangelo, facendo tesoro della sua arte del levare e di quel suo uso del non finito che regalava pathos e senso tragico ai Prigioni e a gruppi scultorei come la Pietà Rondanini.

Ma Rodin non copia. Non è mai pedissequo nell’esprimere la sua ammirazione per questo maestro del Rinascimento. Il non finito, nelle mani dello scultore francese, diventa uno strumento per aggiungere dinamismo, per immettere le opere nel flusso del tempo, facendole sembrare perennemente in fieri e aperte allo sguardo creativo del pubblico.

Come si vede, più che nel celebre Bacio del 1882-1889 (qui posto ad incipit del percorso) nel complesso intreccio del gruppo L’amore porta via i suoi veli 1900-1905 o nell’abbraccio di Paolo e Francesca fra le nuvole (1904-1905). In questa fase Rodin ha superato la lunga e faticosa gavetta che lo aveva messo alla prova come artista ma anche come uomo. Dopo aver collezionato innumerevoli rifiuti da parte di accademie e collezionisti nei primi anni del Novecento è un artista famoso e riconosciuto non solo in Francia.

rodinmostraroma_4 E la sua mano si fa sempre più sicura nell’orchestrare pesi e contrappesi, ricreando interamente, anche sotto questo riguardo, la lezione di Michelangelo. Fino a compiere un vero miracolo: regalare una nuova vita alla scultura in marmo nel XXI secolo. Grazie a Rodin, come nota il direttore e conservatore del Musée Rodin di Parigi Catherine Chevillot nel catalogo Electa, “sopravvive il marmo: nobiltà della forma, la traccia lasciata dalla mano dell’artista”, la bravura di far emergere un corpo di donna da un blocco di marmo intonso come accade con la Danaide (1889). La mostra Rodin, il marmo e la vita permette di cogliere tutte le fasi del processo creativo, comprese le irregolarità e le incertezze. Permette di seguire il divenire dell’opera nello schizzo, nella maquette, nel modello lavorato, documentato da Rodin stesso anche attraverso una interessante serie di fotografie. (simona Maggiorelli)

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Effetto Rodin sulla scultura del Novecento

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 2, 2014

Effetto Rodin

Giovanni PIni, Gli amanti

Giovanni PIni, Gli amanti

ROMA- Mentre alle Terme di Diocleziano, lo scorso 18 febbraio è arrivata da Milano la mostra dedicata ai marmi di Rodin,  la collettiva D’apres Rodin, scultura italiana del primo Novecento  negli spazi della  Galleria d’arte moderna (Gnam) offre al pubblico un’interessante occasione per indagare l’influenza che la poetica di August Rodin esercitò non solo sugli artisti a lui contemporanei ma anche su quelli di generazioni successive. Come stimolo a uscire dall’accademismo, a cercare nuove strade fuori dall’ingessata tradizione monumentale, facendo tesoro della statuaria più antica, della levigata eleganza di Donatello e soprattutto della torsione drammatica che anima le sculture di Michelangelo.

 Di fatto  il movimento e l’espressione che August Rodin seppe dare alle sue statue fecero entrare la scultura nel moderno. Recuperando sulla pittura, che aveva compiuto questo passaggio da tempo, rinnovandosi radicalmente nella poetica e nella tecnica. Più costosa e legata a committenze celebrative del potere, la scultura nell’Ottocento era per lo più retoricamente celebrativa, un trionfo di gigantismo carico di accenti sentimentali e idealizzanti. Ma Rodin, attraverso un difficile e travagliato percorso di ricerca, riuscì a imporre un nuovo stile e un nuovo modo di fare scultura, che dall’antico recuperava il gusto del frammento e che osava sfidare anche la neonata fotografia rappresentando il movimento come processo, liberato dall’immobilità dell’istante in cui lo confina l’obiettivo fotografico.

Medardo Rosso, Ecce puer

Medardo Rosso, Ecce puer

Una lezione che, come ben racconta nel catalogo Electa la curatrice della mostra  Stefania Frezzotti, fu raccolta e ricreata in maniera del tutto originale da Umberto Boccioni. Per lui la scultura del maestro francese era ancora troppo “da museo”. E i futuristi, si sa, volevano distruggere i musei in quanto anticaglie polverose. Ma a Boccioni non sfuggì l’indicazione che veniva da opere come L’homme qui marche, in cui Rodin realizzava una scultura in movimento, perennemente in fieri. Quella statua dal movimento plastico e senza testa, come ricordavamo la settimana scorsa, colpì parimenti Alberto Giacometti, che ne dette una sua interpretazione corrosivamente filiforme.

Tornando al passaggio fra Ottocento e Novecento di grande impatto emotivo è la dialettica che nelle sale della Gnam ingaggiano sculture di Rodin come L’età del bronzo (1877) con capolavori che Medardo Rosso realizzò anni dopo, come ad esempio Bambino malato (1889) e poi Ecce puer (1905-6).

Un gioco di segrete risonanze percorre i volti e i gesti di queste opere, anche se Rodin privilegia l’eleganza del gesto e un’espressione struggente del volto, mentre Medardo Rosso arriva fin quasi a dissolvere le forme nella luce. Amici e rivali, i due artisti sembrano ingaggiare qui un dialogo, in un gioco di emulazione e di presa di distanza che li portò a definire sempre più la propria originale identità.

La mostra D’apres Rodin documenta anche la grande popolarità che le sue creazioni ebbero fra scultori italiani del Novecento come l’arcaizzante Libero Andreotti e poi il “citazionista” Arturo Martini. E ancora sulo schivo e originale Giovanni Prini ma anche su autori più di maniera come Angelo Zanelli che finirono per ricalcarne le forme svuotandola di senso. (Simona Maggiorelli)

dal settimanale left-avvenimenti

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Io, Camille Claudel

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 1, 2014

Camille Claudel

Camille Claudel

Apettando la mostra Rodin, il marmo e la vita che, dopo Milano, dal 18 febbraio è aperta alle Terme di Diocleziano, torniamo indirettamente sull’opera e sulla vicenda biografica del grande scultore francese, ricordando il talento e la vita spezzata della sua amante, l’artista Camille Claudel (1864-1943). Di recente protagonista di una retrospettiva al Musée Rodin di Parigi ma anche al centro di una più ampia riscoperta punteggiata da film e biografie. Dopo Isabelle Adjani nel 1988, l’anno scorso è stata Juliette Binoche a far rivivere la tormentata storia della Claudel sul grande schermo. E fra i tanti omaggi e le storie romanzate che ne fanno un’eroina maudit (ripronendo il logoro e fuorviante binomio “genio e pazzia”) spicca invece la puntuale biografia Camille Claudel di Odile Ayral- Clause, docente di letteratura francese alla California Polytechnic State University. Scritta nel 2002, è stata di recente tradotta e pubblicata da Castelvecchi e permette di avvicinarsi alla dolorosa vicenda di Camille Claudel, nella sua complessità attraverso lettere, documenti, e incrociando testimonianze dirette e indirette, ripescate anche nelle cronache locali dei giornali in cui le infermiere del manicomio in cui l’artista fu internata nel 1913 parlavano di lei.

Vaglio critico delle fonti e narrazione mai arida fanno di questo libro un’opera davvero preziosa per chi voglia conoscere più da vicino la genesi di sculture affascinanti e oscure come Sacountala, forse l’opera più nota della Claudel, fra le poche che le sono sopravvissute. Il soggetto derivava dalla tradizione indiana e la scultrice rilesse il mito arricchendolo di riferimenti alla difficile condizione della donna nella società ottocentesca ancora “vittoriana” ma anche alla propria tormentata relazione con il maturo Rodin che in lei trovò una musa e una compagna capace come pochi altri di comprendere il senso profondo della sua arte, essendo artista in prima persona e in modo originale. Eppure Rodin non lasciò mai la sua compagna Rose che nella sua vita rivestiva un ruolo di moglie e madre, sembra in ombra. Ayral-Clause ricostruisce la relazione fra i due fin dall’inizio complicata, fra improvvise freddezze e allontanamenti da parte di Camille e sue ossessive richieste di essere l’unica allieva del maestro Rodin. Che fuggiva chiudendosi in un grigio ménage domestico contrassegnato anche dai problemi di un figlio taciturno e isolato che poi avrebbe cercato una via di fuga dall’asfittica dimensione familiare arruolandosi nell’esercito. Intanto le condizioni psichiche della Claudel si facevano sempre più instabili. Proveniente da una famiglia cattolicissima era giudicata figura scandalosa anche nella Parigi degli artisti dove era ammessa la libertà di pittori e scultori, ma solo se maschi. Accusata di rubare idee al maestro Rodin, Camille non smetteva di ripetere: «Traggo le mie opere esclusivamente da me stessa». «Ho fin troppe idee di mio» rispondeva nel 1899 a un critico che, alla vista della sua Clotho, l’accusava di aver plagiato un’opera di Rodin. La scultura a partire da sé, sostiene Ayral-Clause, era proprio il segno originale della grande artista francese.

dal settimanale left-avvenimenti

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