Ecco “Che fare” dopo il referendum di Simona Maggiorelli
«Il nostro lavoro è divenuto pressoché impossibile, se non pagando un prezzo inaccettabile: tradire il giuramento di Ippocrate». Così sì legge nella lettera che una sessantina di medici e biologi hanno inviato al presidente Ciampi. Una drammatica presa d’atto che, con la legge 40, per i medici che si occupano di fecondazione assistita è diventato impossibile praticare quell’alleanza terapeutica fra medico e paziente necessaria al successo delle cure. Ma soprattutto denuncia Adolfo Allegra, direttore del centro di fecondazione assistita Andros di Palermo e promotore dell’iniziativa. «per legge i medici sono costretti a praticare terapie inadeguate, se non dannose per i pazienti». I punti di contrasto fra la legge 4o e la deontologia medica sono molti, dal divieto di ricorrere alla fecondazione in vitro per i portatori di malattie genetiche, all’obbligo di trasferire tutti e tre gli embrioni con rischi di gravidanze trigemine, al divieto della diagnosi genetica preimpianto. Tanto da spingere i medici riuniti nell’assemblea dei mille organizzata a Roma dall’associazione Luca Coscioni a lanciare una forte campagna di disobbedienza civile alla legge 40. «Su questa scelta abbiamo avviato un lavoro comune», si legge ancora nella lettera a Ciampi. «Non vogliamo certo eludere la legge o ingannarla, ma sentiamo l’urgenza di affermare, assumendocene la responsabilità, il rispetto della lettera della Costituzione e della nostra coscienza».
Che il quadro in Italia, per pazienti e medici, sia drammatico è notizia che da tempo circola, anche oltre confine. In partenza per il congresso europeo dì fecondazione assistita, che si tiene a Copenhagen, Ettore Barale del nuovo ospedale della Versilia racconta: «La reazione dei colleghi stranieri? Una pacca sulla spalla, mentre ti infilano nel taschino un biglietto da visita per mandargli i pazienti”. «E pensare che in Europa eravamo considerati la punta di diamante della ricerca in questo settore», aggiunge con rammarico. Per lui, come per molti altri, la tentazione di «prendere baracca e burattini e continuare il lavoro all’estero», è fortissima. Ma c’è anche chi – e all’assemblea romana degli scienziati promossa dai Radicali erano in molti – adesso, più che mai, è deciso a dare battaglia. Nel documento finale dei lavori letto dal docente di storia della medicina della Sapienza, Gilberto Corbellini, parole durissime contro «il comportamento diseducativo che hanno avuto le massime cariche dello Stato nell’invitare all’astensione», ma anche proposte per rilanciare, facendo tesoro di un fatto indubbiamente nuovo per la società italiana la partecipazione alla campagna referendaria dì medici e biologi che hanno aperto i laboratori e fatto informazione, di Nobel e scienziati internazionali che hanno firmato documenti contro la legge 40. «Era insolito incontrare i colleghi, che di solito vedi nei congressi internazionali, in uno studio tv o in piazza Duomo – dice Elena Cattaneo, responsabile del laboratorio cellule staminali della Statale dì Milano -, ma, nonostante il tempo sottratto alle ricerche, è stato importante partecipare alla battaglia per i quattro sì». E aggiunge «Dobbiamo continuare per far capire alla gente che chi fa ricerca non è certo qualcuno che progetta Frankestein, ma persone dalla deontologia fortissima, con l’unico obiettivo di trovare una cura per malattie inguaribili, scienziati che, spesso, per il loro lavoro ricevono uno stipendio di appena mille euro».
Un convegno mondiale in autunno per riaprire il dibattito su questi temi, è la proposta del segretario dei Radicali Daniele Capezzone, dal palco dell’hotel Ergife dove campeggia la gigantesca scritta “Che fare?”. Tentare di far entrare questi temi nei programmi elettorali del centrosinistra è la scommessa del diessino Lanfranco Turci e dei parlamentari del comitato referendum presenti all’assemblea dei mille. Mentre i Radicali, dal vertice alla “base”, vanno ri petendo che con il centrodestra ormai è una partita chiusa. «Berlusconi ha lasciato il campo alle forze clericali – commenta il radicale Marco Cappato -. l’appuntamento per noi ora sono le primarie dell’Ulivo».
Avvenimenti
Qualcuno l’ha già ribattezzata “Biennale dell’anno del dragone”. Di certo, al di là dei risultati della collettiva organizzata in laguna dall’artista cinese Cai Guo Quiang, è storico lo sbarco della Repubblica popolare alla Biennale di Venezia. Dopo la ventina di artisti cinesi dell’edizione del ’99 diretta da Szeemann e, dopo il successo della sezione cinese intitolata “zona di urgenza”, dell’ultima Biennale di Francesco Bonami, da oggi per la prima volta la Cina ha un suo padiglione permanente nel Giardino delle Vergini. Uno spazio all’aperto dedicato all’arte e all’architettura cinese e che – il direttore della Fondazione Biennale David Croff lo ha già annunciato – sarà allargato negli anni a venire. L’ingresso in Biennale della Cina suona come un riconoscimento ufficiale alla multiforme creatività degli artisti cinesi delle ultime generazioni. Pittori, performers, videomakers che anche in Italia cominciano a interessare un pubblico non più solo di nicchia. In un moltiplicarsi di mostre e iniziative. Dopo la collettiva al Macro di Roma e a Bologna e dopo varie rassegne di fotografia, due mostre aprono i battenti, quasi in contemporanea, a Torino e a Milano. Il torinese palazzo Bricherasio, dal 23 giugno al 28 agosto, ospita le opere di 13 artisti di quella avanguardia cinese che alla fine degli anni Settanta segnò un distacco dallo stile accademico maoista, scegliendo un modo di rappresentazione della realtà spesso ironico, libero, spiazzante. Dal 29 giugno al 2 ottobre, invece, nello spazio Oberdan di Milano, Daniela Palazzoli presenta la mostra La Cina: prospettive d’arte contemporanea: attraverso le opere di 70 artisti emersi fra gli anni Ottanti e Novanta, un articolato tentativo di cogliere e raccontare il movimento che attraversa, da una trentina di anni a questa parte, il panorama dell’arte contemporanea cinese. «Un panorama estremamente multiforme e variegato», racconta Filippo Salviati, docente di storia dell’arte dell’Estremo Oriente alla Sapienza. «Anche se – stigmatizza – arriviamo buon ultimi». Buoni ultimi nell’interesse verso l’arte contemporanea cinese dopo almeno un decennio di importanti mostre e retrospettive promosse dal MoMa di New York, dal Centre Pompidou, ma anche dalle gallerie di Londra e di Amburgo.
Con un interesse crescente, anche sul piano commerciale. Che ha toccato l’acme nelle aste del dicembre scorso con quotazioni di opere cinesi contemporanee da capogiro. Una crescente attenzione verso la Cina che si misura anche in termini di spazi sui giornali. «Negli ultimi anni la Cina è diventata la prima potenza sul piano economico e commerciale – dice il sinologo Federico Masini, preside della Facoltà di studi orientali della Sapienza –. Ora la scommessa riguarda la cultura. Si tratta di vedere se la Cina riuscirà anche ad esportare modelli culturali». Nonostante il cinema di Zhang Yimou o di Kar Wai, il pianeta Cina, sul piano dell’arte e della letteratura, è ancora in buona parte da scoprire in Occidente. «Ma in futuro – spiega Masini – anche attraverso la diffusione di arte giovane e d’avanguardia le cose potrebbero cambiare». E chissà – avverte – forse potrebbe anche risultare imbarazzante per la vecchia Europa, «dal momento che la Cina, come il Giappone mette in circolazione modelli culturali senza un’ideologia religiosa retrostante ». Una cultura quella cinese libera da vincoli ideologici, ma insieme con nessi strettissimi con una tradizione millenaria. «La sperimentazione artistica cinese, negli anni dopo Tiananmen, ha avuto uno sviluppo fortissimo», racconta Filippo Salviati. Una ricerca che ha riguardato un po’ tutti i generi e gli stili: dalla calligra fia alla videoarte. «Dal punto di vista dell’arte il panorama cinese si presenta estremamente sfaccettato – dice lo storico dell’arte che per Electa sta scrivendo il primo manuale guida all’arte cinese contemporanea –, ma con alcune costanti e specificità fortissime. A partire dal nesso scrittura pittura che in Cina affonda le proprie radici nell’antica arte della calligrafia, che oggi si trova declinata e riproposta in forme nuove e di avanguardia». Il rapporto con le immagini è un aspetto fondamentale della cultura cinese, anche a partire dalla scrittura fatta di ideogrammi. «Al di là del fatto che in questo momento favorevole qualcuno provi a cavalcare la tigre producendo opere facili da vendere ma di dubbio valore, la grande arte cinese – spiega Salviati – non è quasi mai ludica, non conosce la decorazione fine a stessa. Spesso gli artisti realizzano immagini così dense di significati da apparire dei rebus agli occhi occidentali». Il segreto per comprenderle? «Bisogna coglierne il nesso con il retroterra culturale – conclude –. Ma se non si hanno le basi linguistiche sfugge moltissimo del messaggio. Per questo credo sia importante che comincino ad uscire, anche in Italia, strumenti di seria divulgazione».
Difficile, a volte, commisurare progetti e pensieri: mentre in laguna c’è chi pensa in grande e allarga lo sguardo dell’arte al Mediterraneo e oltre, cercando di dare alla Biennale di Venezia un respiro veramente internazionale, i quotidiani più conservatori – Il Giornale in primis – sembrano voler fare di tutto per riportare la riflessione sull’arte a misura del nostro italico particulare.