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Scandalosa Edna

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 8, 2013

 

Edna O'Brien, Country girl

Edna O’Brien, Country girl

I suoi libri furono arsi sul sagrato delle chiese. Perché giudicati immorali. In romanzi come Ragazze di campagna  Edna O’Brien ha saputo raccontare l’universo femminile parlando di desiderio, di passione, ma non solo. Scandagliando la vitale e talora sanguinosa dialettica fra uomo e donna. Nel memoir Country girl la scrittrice irlandese ripercorre la prima avventura umana e creativa

di Simona Maggiorelli

Il suo primo romanzo, Ragazze di campagna (1961), fu bruciato sul sagrato della chiesa nel piccolo paese, Tuamgraney, dove Edna O’Brien è nata nel 1930. Il ministro dell’Economia irlandese e il vescovo si trovarono d’accordo nel giudicare quel folgorante esordio un libro immondo, che non doveva stare in nessuna casa timorata di Dio. Sembra una storia quasi ottocentesca, quella che la scrittrice racconta nella sua autobiografia, Country girl (Elliot), ma accadeva agli inizi degli anni Sessanta nell’Irlanda cattolica e bigotta, dove le ragazze venivano mandate a studiare in convento dalle suore e, a parte le solite «angoscianti preghiere», le uniche pagine che si potevano leggere erano quelle del giornale Irish messenger, impegnato «a scongiurare l’influsso delle peccaminose orchestre da ballo e a contrastare l’avanzata del comunismo».

Anche in casa O’Brien gli unici libri che circolavano erano breviari e storie agiografiche. Per il resto la madre di Edna guardava alla parola scritta con grande sospetto. Ma lei da ragazzina, per caso, scoprì un dozzinale romanzo d’amore e lo leggeva in segreto, tenendolo nascosto dietro la cassa dell’avena per i polli. «La religione era pervasiva, condizionava i pensieri e perfino i sogni», ricorda.

Ma «a me piaceva andare a scrivere nei prati. Le parole correvano insieme a me». E se quasi tutta la letteratura di Edna O’Brien ha qualcosa di autobiografico, questa autobiografia ha qualcosa della scrittura icastica e cinematografica dei suoi romanzi. Come negli amati quadri di Jack Yeats, pieni di grumi di colore azzurro, verde e rosso, le sue pagine risuonano di colori e odori di un’Irlanda profonda: il profumo delle violaciocche, i colori della torbiera, l’ardesia bluastra dei tetti. Senza dimenticare quella strada azzurra del racconto The small town lovers che tanto fece infuriare un intellettuale raffinato e cosmopolita come Ernest Gébler che Edna aveva sposato giovanissima.

Sprezzante, lui rimarcava che non esistono strade azzurre. E non le perdonò mai di avere talento. Ernest l’aveva aiutata ad aprire gli occhi, a emanciparsi da quella famiglia cattolicissima che l’aveva denunciata alla polizia, minacciando di farla rinchiudere in manicomio e che voleva costringerla ad abortire in Inghilterra per espiare il peccato di essersi unita a un uomo divorziato. Eppure lui, dopo i primi successi, le preferì una donna più giovane, «gentile, premurosa, modesta, sana di mente e senza ambizioni letterarie», come Ernest annotò in una pagina del proprio diario. Ma intanto Edna aveva fatto in tempo a conoscere la Dublino di Maud Gonne, la coraggiosa compagna del poeta William Butler Yeats e lo humour sferzante di Flann O’Brien (pseudonimo di Brian O’Nolan) che smascherava un’Irlanda «fatta di scemi e creduloni ossessionati da Dio».

E, ancor più, a Londra aveva spiccato il volo verso un mondo culturale libero e non convenzionale. Nel memoir Country girl rievoca le collaborazioni più stimolanti nel cinema e in teatro e i suoi tanti incontri in Europa e negli Stati Uniti con autorevoli compagni di strada come Harold Pinter, Philip Roth, Norman Mailer, Gore Vidal, Peter Brook e mostri sacri del Novecento come Samuel Beckett.

Edna O'Brien con il marito Ernst

Edna O’Brien con il marito Ernst

«Lo incontrai per la prima volta a Londra e poi, spesso, a Parigi», racconta O’ Brien a left. «Come uomo e, ovviamente come scrittore, era unico: molto alla mano, ma allo stesso tempo introverso. C’era qualcosa di imperscrutabile nel suo carattere e questo attraeva le persone». A legarla a Samuel Beckett e a James Joyce è stato anche il comune destino di irlandesi costretti ad andarsene per poterne scrivere liberamente. «È strano, ma l’Irlanda nutre l’immaginazione dei suoi autori e allo stesso tempo li fa scappare», commenta la scrittrice che l’8 dicembre è al Palazzo dei congressi, a Roma, per incontrare il pubblico della fiera della piccola e media editoria, Più libri più liberi ( ore 18, sala Smeraldo).

«Certamente – aggiunge – tutto questo accadeva in passato, quando l’Irlanda era un Paese religioso, claustrofobico e repressivo. Io sono cresciuta in quel clima e sono stata costretta ad emigrare per potermi esprimere liberamente. Ma devo anche ammettere di aver portato con me molto d’irlandese. Per James Joyce, nel 1904, fu ancor più necessario andarsene: l’Irlanda allora era, se possibile, ancor più rigida. Eppure permea profondamente il suo lavoro e la sua fantasia. Beckett scappò con una ferita altrettanto bruciante, ma i suoi testi, anche se in francese, hanno un ritmo e un modo molto irlandese. Insomma – sintetizza O’Brien – siamo davanti a un autentico paradosso».

Tanto più se pensiamo che fu proprio in quel clima da caccia alle streghe (in un’Irlanda che certamente non considerava la scrittura una faccenda per donne) che lei mosse i primi passi nella letteratura. «In realtà fin da bambina scrivevo e recitavo ad alta voce piccoli brani ispirati all’ambiente e alle persone che mi circondavano. L’impulso di scrivere e “la vocazione” cominciarono lì. Così come la ricerca incessante di parole che suonassero diverse. Finché, verso i 17 o i 18 anni, scoprii la poesia e la narrativa. Al villaggio non c’erano biblioteche o librerie.Il primo autore a cui mi avvicinai veramente fu Joyce, leggendo i Dubliners e un estratto da Ritratto di un artista da giovane in un’antologia curata da T.S. Eliot».

Ma non appena Edna trovò la propria voce originale, con romanzi come Ragazze di campagna (Elliot) e La ragazza dagli occhi verdi (edizioni e/o), subito si trovò a doverla difendere anche da chi le stava a fianco e, apparentemente, l’aveva incoraggiata. «Credo che per un uomo sia più duro accettare le ambizioni letterarie e progressi della propria compagna», commenta. «La gran parte degli scrittori che conosco hanno mogli che li sostengono e che non entrano in competizione. Hemingway, per esempio, sposò Martha Gellhorn ma la loro storia finì presto e poi lui espresse tutto il suo disgusto per le donne letterate e colte. Come scrittore, mio marito Ernest si irrigidì scoprendo che sapevo scrivere. Questo fece precipitare il nostro matrimonio, che era già traballante». «Un abisso si era aperto fra noi. Fatto di gelido risentimento» scrive O’Brien a questo proposito nell’autobiografia, ricordando che libri come August is a wicked month, giudicati una bomba contro l’istituzione famiglia, e addirittura additati come pornografici dalla critica benpensante, poi furono usati da Ernest nella causa di divorzio per toglierle l’affidamento dei figli.

Ma che cosa dei racconti di Edna O’Brien davvero spaventava e faceva scandalo? «La Chiesa, la mia famiglia d’origine, i vicini, i preti e i politici irlandesi, fin dal mio esordio, si scagliarono contro di me perché negli anni Sessanta i miei libri sembravano loro troppo audaci, irriverenti e addirittura scioccanti. Proprio perché scritti da una donna. Una critica che mi sono sentita ripetere per anni è che i miei romanzi erano uno sfregio e un affronto al modello femminile irlandese. A ben vedere, la stessa accusa che era stata rivolta a J. M. Synge per il suo Playboy or the western world: così quell’anatema passava da una generazione all’altra». Ma se l’establishment più conservatore non le perdonava l’indagine profonda sulla psicologia femminile, sulla passione, sul desiderio, ma anche sul senso di perdita e l’anaffettività, dall’altra parte le femministe non le hanno mai perdonato di raccontare la dialettica fra uomo e donna come vitale e ineludibile, nonostante talvolta possa essere sanguinosa. «L’uomo è diverso dalla donna. Trovo limitante e stridente l’idea avanzata da alcune femministe che l’identità di genere sia una prigione – commenta Edna O’Brien -. Non è una prigione. È un fatto evidente. Banalmente gli uomini non hanno le mestruazioni, non fanno figli. Ma su questo ci sarebbe molto altro da dire». E poi aggiunge: «L’unica cosa che riconosco alle femministe è l’aver ottenuto più libertà e più diritti per le donne nella sfera pubblica e sociale. Comunque la battaglia è ancora lunga. Come scrittrice impegnata in questo ambito da più di cinquant’anni posso dire che una donna deve faticare molto di più per essere riconosciuta per ciò che è e che vale». Una battaglia a cui né la psicoanalisi né certa antipsichiatria in voga nell’ambiente londinese anni Settanta hanno contribuito positivamente, sembra dire O’Brien. In cerca di aiuto, ad un certo punto, lei decise di rivolgersi a Roland D. Laing, che era molto presente nel mondo dello spettacolo e intellettuale che lei frequentava. In risposta lui le propose di assumere l’Lsd, presentandole poi un conto esorbitante per fantomatiche sedute. «Credo che fosse un cavallo pazzo», dice oggi Edna O’Brien. «Forse lui stesso amerebbe essere ricordato più come poeta, o per meglio dire come poeta allo stato embrionale, piuttosto che come analista e psichiatra».

 In finale la nostra conversazione torna a vertere quasi inevitabilmente sull’Irlanda. Di cui O’Brien si è occupata anche sul piano del recupero delle tradizioni pagane e popolari con libri come Elfi e draghi, racconti irlandesi (Einaudi) e, sul piano politico, con reportage sull’Irlanda del Nord e con un libro come Uno splendido isolamento (Feltrinelli), ancora una volta la storia di una donna, ma stavolta sullo sfondo del conflitto. Una ferita ancora aperta, dice Edna O’Brien, mentre l’Irlanda del sud, a poco a poco, sembra avanzare verso un cambiamento positivo anche sul piano della laicità e dei diritti. «Trovo che il premier Enda Kenny abbia mostrato grande coraggio – sottolinea – nel denunciare finalmente lo scandalo della pedofilia del clero che il Vaticano e le gerarchie irlandesi hanno nascosto per anni. Più di recente ho apprezzato come ha sfidato le ire di frange conservatrici introducendo dei miglioramenti nella legge sull’aborto. Ma ovviamente c’è ancora molta strada da fare».

 

 

dal settimanale left-avvenimenti

Ecco l’intervista Live di Marino Sinibaldi ad Edna O’Brien su Radiotre. Durante la conversazione il direttore di Radiotre ha citato questa intervista pubblicata da left. Qui il podcast per riaascoltare la  trasmissione dell’8 dicembre 2013 Fahreneit

Lunedì 9 dicembre Nicola Lagioia ha aperto la trasmissione di Radiotre  tre Paginatre leggendo e commentando questa intervista ecco il  podcast della trasmissione

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Nadia Fusini: Shakespeare inventò una nuova lingua

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 26, 2010

Nelle sue tragedie e ancor più nelle commedie Shakespeare ribaltò con ironia l’immagine femminile angelicata. «Non più figura inerte ma soggetto attivo del proprio desiderio». A colloquio con Nadia Fusini,  studiosa e traduttrice del grande bardo

di Simona Maggiorelli

Macbeth di Shakespeare, dipinto da Sargent

Professoressa Fusini, il genio  Shakespeare nasce anche da un cambio di orizzonti culturali?
Il momento shakespeariano fu una congiuntura straordinaria e complessa: di crisi politica (la regina Elisabetta moriva senza eredi) ma al contempo di apertura di orizzonti legata ai viaggi transoceanici e a “scoperte” di nuove terre. Alla fine del Cinquecento Londra era una metropoli, con mille razze e mille lingue. Un clima elettrizzante. In quella koiné Shakespeare inventò una lingua estremamente mobile, varia, espressiva. Fu un periodo pieno di vitalità e insieme di ansie, di paure di qualcosa di apocalittico, mentre il nuovo stava emergendo.

La teologia, lei scrive, non era più vista come la scienza dominante nell’Inghilterra protestante di William Shakespeare.
C’è un nuovo sapere che si afferma, un sapere dell’uomo. La domanda che più volte torna in Shakespeare è proprio: che cos’è l’uomo? Si comincia a non cercare più la risposta nella teologia cristiana. C’è un nuovo sguardo. S’intuisce che bisogna scoprire l’umano nel rapporto con la natura e nelle relazioni con gli altri esseri umani. Anche gli studi di medicina contribuirono a riportare la “creatura” a terra.

Shakespeare filosofo? Come scrive Colin McGinn in un libro uscito due anni fa per Fazi?
Shakespeare non è un filosofo. Semmai è un poeta filosofo, comediceva T.S.Eliot, perché è uno che lavora con la lingua, che crea immagini. e attraverso le immagini che inventa passano emozioni, passano pensieri. Shakespeare pensa per immagini.

Conobbe il pensiero di Giordano Bruno che fu Oltremanica dal 1582 al 1585?
Un contatto indiretto ci fu. Shakespeare della sua epoca coglie le idee più vive, fa parte di circoli di persone che discutono nuove ipotesi. Shakespeare non incontrò personalmente Giordano Bruno ma incontrò certi suoi pensieri. E, per quanto fossero diversi anche nella scrittura, lo stesso Bruno per far passare ciò che pensa usa una lingua drammatica.

Come per Bruno, per Shakespeare l’immaginazione è positiva, non una maligna fantasia come invece dicevano invece Hobbes e Spinoza?
Assolutamente sì. Shakespeare sta dal lato bruniano della questione. Al contempo Shakespeare drammatizza la polisemia della parola, che vuol dire anche fiction e finzione. Allora che cos’è la verità? Domande così percorrono e dinamizzano tutti i suoi testi.

La Tempesta di Shakespeare, Miranda

«Dagli occhi delle donne lui impara»,fa dire Shakespeare a un suo personaggio. Le donne sono rappresentate in modo nuovo nelle sue opere?
Shakespeare stigmatizzava con ironia il Dolce Stil Novo. Lasciandosi alle spalle l’idea poetica di una donna “sovrana” da corteggiare ma che il cavaliere non conquisterà mai. Anche in Romeo e Giuletta, per citare la tragedia più romantica, c’è comunque un personaggio come Mercuzio che, a suo modo, prende in giro l’immagine angelicata della donna.

Del resto Shakespeare è anche l’autore de La bisbetica domata, dove Caterina si ribella all’idea della donna obbediente e silenziosa. Come lei stessa ha scritto nel libro I volti dell’amore...
Qui l’idea dell’amore angelicato viene addirittura ribaltata. Io penso che la ricchezza di Shakespeare stia proprio nel mostrare molti punti di vista e, riguardo ai personaggi femminili, molti tipi di donne. Soprattutto nelle commedie sono ragazze molto sveglie e che sanno come conquistare l’amore. In Tutto è bene quel che finisce bene, per esempio, c’è un’ eroina, Elena, che parte per andare a cercare l’uomo che ama e che l’ha rifiutata per banali motivi di classe. E lei riesce a “conquistarlo”. La donna non è più figura inerte, qui è soggetto attivo del proprio desiderio. Ofelia, certo non è così. Ma Shakespeare sa rappresentarla nel momento in cui sboccia; è una bellissima immagine, però, come accennavo, non si iscrive nel Dolce Stil Novo. Anche il fatto che lei impazzisca a causa della freddezza di Amleto rende ancora più drammatica questa figura di fanciulla che si trova vittima di una trama psicologica e politica che la supera. Ma pensi anche a una figura come Cordelia di  Re Lear, è un personaggio femminile che dice quello che pensa, che va alla corte di Francia per difendere il padre. Non possiamo dimenticare un fatto storico, ovvero che fino al 1603 Shakespeare vive in un Paese in cui sul trono c’è una donna. Vive in una cultura misogina ma concretamente c’è comunque Elisabetta, una donna, al comando. Insomma una figura che, per quanto regale, faceva pensare che la donna non fosse necessariamente il sesso debole.

Da ultimo, una domanda a Nadia Fusini traduttrice. Quanto si perde leggendo Shakespeare in italiano?
è il grande sconforto di chi come me prova a tradurre. Io so bene che la lingua in cui trasporto Shakespeare non è assolutamente all’altezza. Non è per fare una boutade ma non è un caso che Shakespeare non sia nato in Italia. L’italiano è una lingua che non credo avrebbe mai potuto partorire un autore come lui. L’italiano è una lingua diversa e non consente quelle arditezze, quelle acrobazie straordinarie. L’inglese di Shakespeare è una lingua molto concreta, onomatopeica, una lingua di suoni aspri, gutturali, è molto difficile tradurla nella nostra lingua, qualcosa necessariamente si perde.

Ma forse nemmeno l’inglese di oggi, molto standardizzato, sarebbe adatto a renderne l’espressività?
L’inglese di oggi è molto più facile da tradurre, perché è molto più povero. L’inglese di Shakespeare ha un vocabolario molto ma molto grande. Attinge da un lato alle radici latine, dall’altra alle radici sassoni, c’è una ricchezza originalissima.

da left-avvenimenti

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