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Eva Cantarella racconta la vita a Pompei

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 28, 2013

Pompei, Villa dei Misteri

Pompei, Villa dei Misteri

La studiosa Eva Cantarella  ci guida in un viaggio nella vita sociale, politica e privata nella città distrutta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.  Attraverso i monumenti, gli affreschi, l’urbanistica. Ma anche attraverso straordinari documenti come i graffiti e le poesie scritte sui muri.

  di Simona Maggiorelli

Pompei, città del sesso sfrenato. Pompei, la dissoluta, di cui è stato detto di tutto. Perfino che le lupanare, le prostitute dei bordelli più poveri, ululavano dalle finestre per richiamare i clienti. «In realtà è tutta mitologia, per motivi commerciali si sono inventate un sacco di leggende, fantasticando sulla sessualità rappresentata liberamente negli affreschi delle ville pompeiane» precisa Eva Cantarella che, con l’archeologa Luciana Jacobelli, ha  pubblicato Pompei è viva (Feltrinelli), un libro di agile e colta divulgazione, costruito come un appassionato viaggio alla scoperta della vera Pompei. La conferenza che la studiosa ha tenuto al Cortona Mix Festival ci offre l’occasione per tornare ad indagare ciò che rende unico e inestimabile il sito della cittadina romana che fu investita e distrutta dall’eruzione vulcanica avvenuta nel’79 a.C.

Cantarella Pompei è viva

Cantarella, Pompei è viva

«Diversamente da altre città archeologiche, Pompei offre la possibilità di conoscere chi l’ha abitata – spiega Cantarella -. Permette di entrare nelle vite di persone vissute duemila anni fa attraverso quello che ci hanno lasciato: non solo le strade, le case, i monumenti, ma anche tracce documentali che ci permettono di conoscere la loro vita privata, i commerci, la religione, il loro modo di vivere. E perfino i loro sentimenti, grazie alle poesie scritte sui muri». Ma noi italiani non sembriamo accorgerci di questo tesoro. Come spiegare altrimenti la discrasia fra l’incuria in cui versa il sito (motivo dell’ultimatum dell’Unesco) e il tutto esaurito al British Museum dove fino al 29 settembre prosegue la mostra Life and death in Pompei? «La ricchezza dei tesori archeologici per noi è normale, quasi non ci fa più effetto. E poi c’è tanta mala educazione, nel senso proprio di mancanza di educazione. Non si studia. A scuola non si affrontano davvero questi capitoli di storia – nota Cantarella -. E sulla stampa si trovano articoli scandalistici ma non si parla dell’importanza culturale di questo sito. Ma la vera grandezza di Pompei, ciò che la rende viva, è anche ciò che spinge le persone ad andare a Londra per vedere la mostra su Pompei al British Museum. Un esempio di questa originalità? Pensiamo ai graffiti pompeiani che ci raccontano come vivevano i suoi abitanti, come si divertivano, le locande che frequentavano. E poi agli avvisi commerciali e quelli delle compagnie teatrali che passavano…».

Eva Cantarella

Eva Cantarella

A questi straordinari documenti e alla ricostruzione della vita pubblica e privata a Pompei Eva Cantarella ha dedicato importanti volumi, fra i quali Nascere e vivere a Pompei (Electa Mondadori) e Un giorno a Pompei. Vita quotidiana, cultura, società (Electa Napoli) che, insieme al nuovo Pompei è viva, offrono un quadro approfondito della società pompeiana che, come quella romana, era fortemente incentrata sul potere del pater familias. Funzionale al suo dominio – per tornare all’inizio – era anche l’esercizio della prostituzione. «Le prostitute sono sempre servite a tenere insieme il potere patriarcale – approfondisce Cantarella-. In una società in cui la vita di un neonato dipendeva dal fatto che il padre lo sollevasse alla nascita e dove il parricidio era punito con la pena più crudele, chiudendo l’assassino in un sacco con animali inferociti, le donne perlopiù erano costrette a vivere nell’ombra. Quelle che stavano in famiglia, in particolare, dovevano osservare la castità più assoluta: la verginità prima del matrimonio e la fedeltà assoluta al marito». Il quale invece godeva di assoluta libertà. «Quello romano era un mondo fatto dagli uomini per gli uomini» sottolinea Cantarella. «I maschi volevano garantirsi la legittimità della prole e la possibilità di divertirsi anche sessualmente in tutti i modi. Mentre alle donne era proibito avere relazioni anche se erano nubili ed anche se erano vedove». A Pompei come a Roma gli uomini, come è noto, si potevano concedere anche rapporti con altri uomini, purché mantenessero sempre “una posizione virile”.

Pompei, Electa

Pompei, Electa

«La virilità era essere capace di sottomettere sessualmente.- spiega Cantarella -. Naturalmente nel caso si trattasse di sottomettere un uomo non doveva essere un romano, poteva essere uno schiavo, un nemico. In ogni caso quella che noi chiamiamo omosessualità per loro non era un problema». La sessualità, insomma. era degradata tout court a strumento di dominio? «Questo “fenomeno” si vede ancora oggi- risponde la studiosa -. Ecco perché tante donne vengono uccise. C’è un’idea della sessualità come dominio e, siccome gli uomini oggi non dominano più su niente o quasi, l’unica cosa da dominare, per loro, è la donna, la fidanzata, l’amante. E’ un fatto culturale, antichissimo». Anche nella società pompeiana, però, erano diffusi racconti che parlavano di un ben diverso rapporto fra uomo e donna. Come il mito di Amore e psiche che nel libro Pompei è viva Cantarella ora torna ad analizzare. «Era uno dei miti diffusi» conferma la studiosa. E Psiche era sempre raccontata e rappresentata come una donna non come anima, secondo l’interpretazione platonica. «Del mito ci sono molte interpretazioni, nel libro riporto anche quella in chiave femminista della studiosa americana Carol Gilligan. In ogni caso – conclude Eva Cantarella – io preferisco quelle che ci parlano di Psiche come donna a quelle cristiane che la rendono anima astratta».

Dal settimanale left-Avvenimenti

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Un mare di immagini (The sea is my land al Maxxi)

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 25, 2013

Adrian Paci per The sea is my land

Adrian Paci per The sea is my land

“Voglio dita nuove per scrivere in un modo altro/Alte come gli alberi delle barche,/lunghe come il collo di una giraffa/per confezionare alla mia amata/un vestito di poesia».

Così recitano alcuni versi di Nizar Kabbani che l’artista siriano Ammar Abd Rabbo ha scelto per accompagnare una selezione di sue opere fotografiche esposte al MAXXI, nell’ambito della mostra The sea is my land (aperta fino al 29 settembre, catalogo Feltrinelli) curata da Francesco Bonami e da Emanuela Mazzonis.

Sono foto accecanti di colori o in scabro bianco e nero che raccontano momenti di vita pubblica, le feste, la vivacità delle città che si affacciano sul Mediterraneo, le speranze e gli slanci delle recenti primavere arabe ma anche le tragedie, la guerra e la distruzione.

E anche quando le immagini che scorrono davanti ai nostri occhi in questa collettiva romana sono terribilmente drammatiche lo sguardo di Ammar Abd Rabbo attraverso l’obiettivo appare caldo, vibrante, partecipe, come se si posasse sulla donna amata di cui parla il poeta. Come sensibili sono le sue dita che scattano fotografie dal linguaggio nuovo, poetico, quasi fossero pitture e non semplici istantanee di realtà.

E un registro lirico, denso di nostalgia è da sempre la cifra stilistica e personale di Adrian Paci, videoartista albanese che ha vissuto lungamente in Italia e che non poteva mancare da questa rassegna che racconta il Mare nostrum e le culture che lo abitano, attraverso l’opera di ventidue artisti perlopiù appartenenti alla generazione nata fra gli anni Sessanta e Settanta. Fra loro anche molte artiste che mescolano linguaggi diversi, dalla fotografia, al video, all’installazione per rappresentare la dimensione interiore del viaggio, dello sradicamento, lo spaesamento come fa la tunisina Mouna Karray, giocando fra cronaca e memoria, mettendo al centro dei frammenti di realtà che riescono ad evocare interi mondi, che ci appaiono ormai sfumati e perduti.

Marie Bovo per The sea is my land

Marie Bovo per The sea is my land

Racconta, invece, la vertigine di guardare il cielo dal centro di storici cortili Marie Bovo, facendo incontrare fotografia, scultura e architettura in opere che si presentano come inaspettate finestre per spiccare il volo verso il mare aperto. Verso quel Mediterraneo che continua ad essere solcato da imbarcazioni di fortuna cariche di persone in fuga dalla miseria e da regimi oppressivi e che nel lavoro di questi artisti appaiono come novelle zattere di Gericault che sfidano le correnti. E l’impossibile.

Come i lavoratori protagonisti del breve filmato di Yuri Ancarani che si cimentano con mestieri estremi al limite della sopravvivenza. E ancora l’ombra della guerra torna nelle immagini in bianco e nero di Fouad Elkoury e nell’installazione, intima e toccante, di dieci fotografie firmata da Mladen Miljanovic. Onde di speranza lasciano il posto alla risacca della disperazione dei migranti respinti. Il mosaico dei mille colori del Mediterraneo di cui parlava Braudel si riverbera nelle periferie cosmopolite di Parigi dove Mohamed Bourouissa ritrae gang giovanili in composizioni che evocano celebri quadri di Delacroix, trasformando scene di guerriglia urbana in arte.

(Simona Maggiorelli)

Sal settimanale left-avvenimenti

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Kapuscinski, l’ultimo dei romantici

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su dicembre 22, 2012

Kapuscinski

Kapuscinski

Questo non è un mestiere per cinici, diceva un grande reporter come Ryszard Kapuscinski. «I cattivi, i furbetti, i cinici non possono essere buoni giornalisti».

Perché manca loro quella umanità profonda che è essenziale per entrare in risonanza con le persone, qualunque sia la loro lingua e cultura, e saperne poi davvero raccontare le storie. La biografia stessa del giornalista, scrittore e fotografo polacco Kapuscinski (1932-2007) ne è la prova, come documentano Beata Nowacka e Zygmunt Ziatek nel libro Ryszard Kapuscinski. Biografia di uno scrittore (Forum editrice). Senza una grande fiducia negli esseri umani e un profondo interesse per i propri simili, del resto, non sarebbe stato possibile sostenere l’impegno fisico e mentale di raccontare una trentina di conflitti in Africa e in altre parti del mondo, come Kapuscinski è riuscito a fare in modo magistrale. Già prima di diventare un inviato di fama internazionale, lavorando per la grigia agenzia di Stato polacca PAP per la quale doveva stilare dispacci di poche righe. Lui che non aveva l’indole del giornalista stanziale, che non stava al sicuro in albergo (come invece faceva la maggior parte suoi colleghi) ma voleva vedere e conoscere tutto di persona, anche per svolgere quel compito da ragioniere della notizia, non si risparmiava proprio. Fino al punto – anche se non era un Indiana Jones – di trovarsi in situazioni pericolose e di rischiare la vita. Come gli è accaduto più di una volta in Africa pur di raccontare dal di dentro le lotte di liberazione fra la fine degli anni Cinquanta e Sessanta. Sperando che il grande continente nero fosse in grado di risollevarsi, di liberarsi dal giogo del colonialismo, ma anche dalla subalternità introiettata verso l’Occidente. «Lui ci credeva profondamente. Da militante. Anche se non era in linea con il granitico partito comunista polacco», racconta lo scrittore Francesco M. Cataluccio, mentore della pubblicazione in Italia delle opere di Kapuscinski per Feltrinelli e che, negli anni, ha avuto modo di frequentarlo e di conoscerlo da vicino. «Quando leggeva di rivolte e moti di liberazione in qualche regione africana era davvero felice. Pensava potessero portare un miglioramento reale nelle condizioni di vita della gente».

Se tutta l'AfricaUn punto di vista attivo e  partecipe trapela dalle pagine di uno dei suoi libri più conosciuti, Ebano (1998), ma anche dalla raccolta di reportage intitolata programmaticamente Se tutta l’Africa (1969) che in questi giorni Feltrinelli pubblica in nuova edizione con una postfazione di Jan J. Milewski. «Kapuscinski amava parlare di politica, era una sua passione», ricorda Cataluccio. «Mi sorprendeva sempre la sua straordinaria conoscenza delle complesse vicende africane. Ogni volta che apriva un giornale e leggeva una notizia su qualche sperduto angolo africano sapeva esattamente chi lo governava, quali gruppi erano in lizza, conosceva personalmente le frange rivoluzionare».

La sua formazione di storico, idealmente cresciuto alla scuola di Bloch e Braudel, quando scriveva si fondeva con l’efficacia del cronista e il gusto di fare ricerca sul campo, secondo l’insegnamento dell’antropologo polacco Malinowski, di cui Kapuscinski era un profondo conoscitore. «Era un uomo molto colto, ma aveva anche una eccezionale memoria», prosegue Francesco Cataluccio che al reporter polacco ha dedicato un capitolo del suo libro Vado a vedere se di là è meglio: quasi un breviario mitteleuropeo (Sellerio) . «Il suo originale talento aveva radici nel fatto che lui amava mescolarsi alla gente, conoscere le persone, condividendo tutto», continua lo scrittore fiorentino. Non di rado, anche la povertà. E non perché avesse lo spirito del missionario. Ma perché sapeva che solo così poteva stabilire rapporti superando la diffidenza africana verso lo straniero dalla pelle bianca. Anche per questo, forse, a più di quarant’anni dalla sua prima edizione Se tutta l’Africa resta un libro freschissimo e una lettura  appassionante. Qui sono pubblicati i reportage apparsi tra il 1962 e il 1966 sul settimanale polacco Polityka: una preziosa testimonianza storica dei processi di decolonizzazione fra il  1955 e il 1966. Ma non solo.

Kapuscinski non si limita a descrivere i fatti, ma intuisce e anticipa le sfide e le difficoltà che di lì a poco si sarebbero trovati davanti i giovani Stati africani, fra rigurgiti di lotte fra clan e i primi segni di corruzione delle nuove élite governative. In queste pagine è in azione il cronista di razza e, ancora una volta, lo storico che raccontando la Nigeria nei giorni del colpo di Stato oppure una seduta in Parlamento in Tanganica esercita una attenta critica delle fonti di informazione e legge in filigrana, anche nei fatti spiccioli i processi di lunga durata.

«Kapuscinski sapeva vedere la storia a due velocità, il molto piccolo e il molto grande», spiega Cataluccio suggrendo che il giornalista polacco fu a suo modo anche un anticipatore della tendenza “glocal”, poiché sapeva dare valore alle storie locali mettendole in connessione con l’orizzonte ampio di un mondo che cambia in continuazione e sempre più precipitosamente nel quadro della globalizzazione del secondo millennio.

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Una foto scattata da Kapuscinski

Sono autenticamente glocal i suoi reportage dall’America Latina, dove inizialmente accettò di andare come ripiego dopo essersi preso tutta una serie di terribili  malattie in Africa (compresa la tubercolosi celebrale). E ancor più lo sono i suoi reportage censurati dalla Polonia più profonda, in cui raccontando le condizioni di estrema miseria in cui vivono gli operai, osava una critica serrata al socialismo reale. Kapuscinski aveva il dono di saper intuire le direzioni che la storia stava prendendo tra le pieghe.

Esemplare in questo il suo Shah-in-Shah (1979) frutto di un anno passato in Iran quando l’ayatollah Khomeini prese il potere. «Fu il primo a capire l’importanza e il senso più profondo della rivoluzione iraniana», conferma Cataluccio. «Comprese che tragicamente segnava il ritorno nella storia del Novecento della componente religiosa, come strumento di controllo e di potere». Qui Kapuscinsky approfondisce il racconto dei fatti, li filtra attraverso la propria personalità, per arrivare a fondere i singoli articoli in un libro sfaccettato e complesso.

Questa sua capacità letteraria di costruzione del testo emerge in modo decisivo anche in un altro lavoro di Kapuscinski, Il Negus Splendori e miserie di un autocrate, «forse il suo libro più difficile e ambizioso» sottolinea Cataluccio. «Anche per la scelta linguistica. Kapuscinski lo scrisse ricreando il polacco del Seicento, volendo dare alla vicenda della caduta dell’ultimo imperatore d’Etiopia, Hailé Selassié (deposto da un colpo di stato nel 1974, ndr) una coloritura da tragedia shakesperiana».

E qui si apre un altro grande capitolo della vicenda di Kapuscinki, ovvero quello del suo intento letterario e della storicizzazione della sua opera che sfugge alle categorie e alle regole delle cronaca e, non di rado, ha un andamento lirico e suggestivo. Nella sua monumentale biografia La vera vita di Kapuscinski reporter o narratore? Fazi editore, 2011) Artur Domoslawski ha sollevato la questione criticando il lavoro di Kapuscinski per le licenze poetiche che talora si prendeva, volendo essere fedele più al senso profondo degli eventi che andava raccontando che alla descrizione analitica dei dettagli. «Domoslawski era stato allievo di Kapuscinski – rivela Cataluccio – e la biografia che ha scritto sembra quasi configurare un tentativo di uccisione del padre».

Ma se l’intenzione di Domoslawski era quella di demistificare la figura del maestro in quanto giornalista, alla fine riesce a mostrarcene involontariamente il vero volto di scrittore. «Una volta, per curiosità  chiesi a Kapuscinski, cosa avrebbe voluto fosse scritto sulla sua tomba», ricorda Cataluccio. «Kapuscinski giornalista? Fotografo? Storico? “Kapuscinski, poeta”, mi disse con mia sorpresa». Una risposta a dire il vero non del tutto inattesa, dacché Cataluccio conosce e conosceva bene gli esperimenti giovanili che il giornalista aveva fatto misurandosi con lo scrivere versi, secondo una tradizione molto forte in Polonia. Negli anni della propaganda rivoluzionaria «divenni vittima di Majakovski», raccontava di sé lo stesso Kapuscinski. «Le mie prove di allora, il mio majakovskismo, erano deludenti anche per me», ammetteva. «Volevo scrollarmelo di dosso, ma non avevo più il tempo di cercare un’altra strada. Cominciai a lavorare come giornalista e passai alla prosa, al reportage». E fu non di rado prosa lirica .                           Simona Maggiorelli

dal settimanale Left-avvenimenti

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Amiry e il sogno di una Palestina libera

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su novembre 18, 2012

In questo momento in cui il cuore batte forte per ciò che sta accadendo nei territori palestinesi, mi manca,  fra molte altre ma in modo particolare, una voce importante, quella della scrittrice e architetto Suad Amiry che tanto ha fatto per recuperare i tesori d’arte  e dell’architettura della Palestina coinvolgendo centinaia di giovani nel suo progetto di decolonizzazione dell’architettura. Per questo mi permetto di riproporre qui il report dell’ultimo nostro incontro  in Italia, a Milano il mese scorso.

  Separare lo Stato dalla religione. Combattere il ritorno di vecchi stereotipi sulle donne. E tornare a dirsi arabi piuttosto che musulmani. La ricetta dell’ex attivista dell’Olp e scrittrice Suad Amiry per la Palestina di domani

di Simona Maggiorelli

Suad Amiry

Con spiazzante umorismo in Sharon e mia suocera (Feltrinelli, 2003) Suad Amiry ha raccontato la paralisi delle città palestinesi sotto il coprifuoco imposto dal leader israeliano Sharon; un coprifuoco che non era solo proibizione di uscire di casa e interruzione di ogni attività lavorativa, ma anche un tentativo di spezzare i rapporti sociali, di «isolare» e di «bloccare le menti».

In Niente sesso in città (Feltrinelli, 2007) il punto di vista scelto dalla scrittrice Suad Amiry, architetto ed ex attivista dell’Olp, era invece, specificamente, quello delle donne palestinesi. Che con la vittoria di Hamas e il ritorno della religione sulla scena politica (anche nella laica Palestina) si sono viste scippare libertà e diritti conquistati in lunghi anni di lotte. E ancora nel recente e toccante Murad Murad (Feltrinelli) Amiry ha indossato panni maschili per poter seguire da vicino l’odissea dei lavoratori palestinesi a giornata, che si fingono israeliani per poter andare a guadagnare un pezzo di pane, varcando clandestinamente il muro di Gerusalemme.

Impegnati a costruire case per gli occupanti israeliani, con la speranza di un futuro diverso. Costretti, quando va bene, a elemosinare un permesso di lavoro, anche dopo aver faticato vent’anni in Israele. «È una resistenza pacifica e attiva quella che mettono in pratica ogni giorno questi lavoratori», racconta Suad Amiry, che abbiamo incontrato alla Feltrinelli di Milano in occasione del festival di cultura palestinese Philastiniat. «Ragazzi come Murad, il protagonista del mio libro – dice Amiry – non demordono, si ripropongono ogni giorno, se serve, ricominciando da zero. Sono in una situazione disperata, ma non hanno perso la speranza. È un tratto che accomuna i palestinesi. Non amiamo fare le vittime». E non piace farlo soprattutto alle palestinesi che, in un mondo arabo sempre più frammentato e percorso da rigurgiti religiosi, «non accettano di rinchiudersi in casa o nascondersi sotto il velo. In particolare non lo accettano quelle della mia generazione, donne che hanno fatto politica, laiche, che come me insegnano nelle università o si sono guadagnate un posto nel mondo delle libere professioni», precisa la scrittrice e attivista, che in passato ha ricoperto importanti incarichi pubblici per l’Olp e che oggi ammette di sentirsi un’estranea nella Palestina di Hamas che impone i valori dell’Islam anche nella sfera pubblica. «Quando Hamas salì per la prima volta al potere, per reazione scrissi Niente sesso in città – racconta Amiry -; ero stupefatta che tornassero a circolare stereotipi sulle donne che avevamo combattuto e sconfitto. Quel libro oggi è attuale più che mai». La Primavera araba che purtroppo sembra volgere all’autunno, la repressione in Siria e i fatti drammatici che continuano ad accadere in Iraq, sostiene Suad Amiry, hanno creato una congiuntura negativa di cui risente anche la Palestina. «Da noi, come in altri Paesi arabi, oggi manca una chiara separazione fra Stato e Chiesa, bisogna tornare a dirci arabi piuttosto che musulmani. Anche perché la coesione nazionale che avevamo acquisito con le lotte di indipendenza dal colonialismo si va perdendo, insieme a quell’internazionalismo che aveva connotato la vicenda palestinese come un fatto assolutamente nuovo e straordinario». Ma non tutto è perduto, assicura Amiry: «La parte laica della società palestinese è ancora molto estesa, anche se riesce poco a far sentire la propria voce. Ha sulle spalle la delusione verso l’Olp che aveva promesso una soluzione del conflitto israelo-palestinese attraverso la creazione di due Stati, ma – conclude Amiry – spero ancora che possa tornare egemone, trovando nuova rappresentanza».

da left avvenimenti

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Edward Weston, elogio del moderno

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su ottobre 4, 2012

«La fotografia non è arte. Ma si può rendere arte una foto». Ne era convinto il fotografo che fu amante di Tina Modotti. Una mostra a Modena ne ripercorre l’opera

di Simona Maggiorelli

Edward Weston, nude 1936

La fotografia non è arte. Ma si possono rendere arte le foto. Attorno a questa sorta di paradosso si svolge tutta l’opera del fotografo americano Edward Weston (1886-1958), fra i più grandi del Novecento nel mettere a fuoco una poetica moderna e personale, svincolata dal pittorialismo, ma anche dalla piattezza della cronaca e della documentazione.

Per Weston – maestro nella ricerca estetica di una forma ideale, della chiarezza tonale e dell’intensità dello sguardo – non si tratta di inseguire la pittura sul suo terreno.

Ma la fotografia può rivendicare una propria autonomia svincolandosi dalla sudditanza verso le altre discipline artistiche. E la forza della sua visione lo dimostra.

L’occasione per riverificarne il talento è offerta ora dalla ampia antologica Edward Weston, una retrospettiva (fino al 9 dicembre, catalogo Skira) curata da Filippo Maggia nell’ex ospedale Sant’Agostino a Modena, che ha appena debuttato a margine del Festivalfilosofia 2012. Una mostra che ripercorre la carriera di questo artista attraverso centodieci opere originali, scattate dai primi anni Venti fino agli anni Quaranta, in gran parte provenienti dal Center for creative photography di Tucson dove è conservato il più grande archivio dell’autore.

Edward Weston, Tina Modotti

Si tratta per lo più di stampe a contatto, di piccolo e medio formato, in dimensione ridotta e inversamente proporzionale alla attrazione magnetica che esercita su di noi l’immagine. Ritroviamo qui molti paesaggi e “ritratti” di oggetti, piante, minerali, conchiglie ma anche la celebre serie di nudi femminili, insieme ad alcuni ritratti della fotografa e rivoluzionaria Tina Modotti, con la quale Weston ebbe una lunga e intensa relazione di cui resta memoria anche nelle lettere (pubblicate in Italia da Feltrinelli ed Abscondita). In queste fotografie, decantate, in elegante bianco e nero, e pervase da un silenzio “pieno” e vibrante, ogni dettaglio emerge dalla stampa con nitidezza assoluta, senza il ricorso ad alcuna manipolazione tecnica. Eppure negli scatti di Weston gli oggetti non sono mai descritti nella loro evidenza ottica e razionale.

Poeticamente il fotografo americano ne fa dei soggetti, riuscendo a rappresentare quella che lui chiamava l’«essenza», la «cosa in sé», indagando le sensazioni che l’armonia e la purezza di una certa forma riesce a trasmettere a chi guarda. E più ancora questa esperienza si fa viva e potente con i ritratti e i nudi, mentre la tarda serie dedicata all’architettura rivela una speciale attenzione di Weston per la composizione e una sua originale elaborazione delle riflessioni di Paul Strand sul tema della linea. Insomma, in tempi in cui mostre e saggi come Dopo la fotografia (Einaudi) di Fred Ritchin ci parlano di nuovi orizzonti del digitale, di pixel, iperfotografia e scatti quantici, una gloriosa istituzione come la Fondazione fotografia di Modena ci invita a fare uno stimolante tuffo nel moderno, ai suoi massimi livelli.

da left avvenimenti

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Mille e una Persia

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su settembre 9, 2012

Dopo aver raccontato la rivoluzione, lo scrittore Kader Abdolah torna a farsi cantastorie. Con l’urgenza etica di recuperare le memorie più antiche dell’Iran, fa rivivere la storia dello scià Naser e del suo visir che tra Ottocento e Novecento lottò per modernizzare il Paese

di Simona Maggiorelli

Isfahan, Iran

 

Lo scrittore iraniano Kader Abdolah torna a farsi cantastorie, come era nella antica tradizione persiana, per raccontare in una prosa lirica e densa di immagini, vicende che riemergono da un passato lontano e che l’Occidente fa finta di non conoscere quando si rapporta all’Iran di oggi.

Storie che nel suo nuovo libro Il re (Iperborea) ci riportano a quell’importante passaggio fra Ottocento e Novecento che vide la Persia al centro di una triangolazione di potere fra Russia, Francia e Inghilterra ma anche aprirsi alla modernizzazione, attraverso l’operato del visir Mirza Kabir che cercò di far comprendere allo scià Naser l’importanza della costruzione di strade e fabbriche per dar lavoro a una gran massa di diseredati, ma anche l’importanza di costruire scuole e ospedali a uno scià che ancora viveva immerso nella bambagia, circondato da uno sterminato harem, fra ricchezze da Mille e una notte e vicende familiari che lo legavano a un passato ancora medievale.

Così Kader Abdolah che, da giovanissimo, ha fatto la rivoluzione contro la scià Reza Pahlavi, e che poi è dovuto fuggire in Olanda per un aperto contrasto con  la teocrazia di  Khomeini, per esigenza letteraria ma anche per un imperativo etico di far conoscere la storia del proprio Paese e dei tanti amici e compagni che hanno perso la vita per la sua liberazione, si è dato a scrivere questo capitolo affascinate e ai più poco noto. In Europa, a dire il vero, i lettori del reporter polacco Ryszard Kapuscinski e del suo toccante Shah-in-Shah (Feltrinelli) in qualche modo avevano già incontrato questa storia fra gli antefatti di brucianti pagine sulla rivoluzione iraniana. Ma qui torna in veste letteraria alta e con il sapore di uno stile di scrittura che molto deve alla tradizione poetica e della letteratura araba persiana.

Kader Abdolah

Dopo La scrittura cuneiforme e dopo La casa nella Moschea (che raccontava appunto la rivoluzione giovanile in Iran nel ’79) Kader Abdolah ci regala così una nuova perla da aggiungere alla sua collana di racconti. In questi giorni è in Italia per presentarli: il primo settembre è a Genova per “I Dialoghi sulla rappresentazione”. E l’occasione è preziosa per conoscere più da vicino questo scrittore iraniano, il cui vero nome è Hossein Sadjadi Ghaemmaghami Farahani, avendo scelto il nome de plume Kader Abdolah in ricordo di due amici uccisi dal regime komeinista e per sapere dei suoi nuovi progetti, fra i quali figura «un libro molto diverso dai miei precedenti – dice lui stesso – una raccolta di storie di inventori e persone di scienza che in Olanda stanno realizzando sogni di  progetti che sfidano l’impossibile». Ma anche per sapere da lui delle reazioni che ha suscitato una sua recente e libera traduzione del Corano in nederlandese. «Un libro che ho voluto tradurre e rendere fruibile ai miei concittadini olandesi per la sua bellezza letteraria, che ho scritto con piacere – dice sorridendo l’ateo Kader – sorseggiando del buon vino e che vorrei arrivasse al pubblico che non conosce in tutta la sua rcchezza poetica, come un capolavoro d’arte».

da left avvenimenti del 1 -7 settembre 2012

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L’intifada creativa di Suad Amiry

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su settembre 2, 2012

Recuperare la storia del popolo palestinese restaurando antichi villaggi. E trasformare costruzioni armate israeliane in spazi pubblici per tutti. Suad Amiry racconta il suo ventennale lavoro per decolonizzare la sua terra

 di Simona Maggiorelli

Suad Amiry

Decolonizzare la Palestina, a partire dall’architettura. E’ il progetto a cui lavora con passione, da più di vent’anni, l’architetto e scrittrice Suad Amiry. Con un obiettivo: non aggiungere distruzione a distruzione. E nemmeno altro cemento alla già soffocata Ramallah, che boccheggia senza un alito di verde. Il punto cruciale per Amiry- conosciuta in Italia soprattutto per i suoi  romanzi e la forza dei dei suoi libri inchiesta – è dare nuova vita all’architettura palestinese, agli anonimi palazzi cittadini costruiti negli anni Novanta, ma anche alle abitazioni fortificate israeliane, immaginando parchi giochi al posto di basi militari e centri di aggregazione sui tetti delle colonie in disuso.

Così, quelli che erano avamposti coloniali e torri di controllo militare sulla striscia di Gaza, nell’idea di Amiry e di un gruppo di giovani architetti che si va sempre più allargando, potrebbero diventare spazi pubblici, collettivi, aperti a palestinesi e israeliani in un orizzonte di pace, di convivenza di due popoli e due Stati.

Un sogno che ha assunto i contorni di un’utopia per chi ancora aspetta che vengano rispettati gli accordi di Oslo del 1993 «quando, dopo aver elaborato la dolorosa perdita della propria terra, i Palestinesi accettarono formalmente lo stato Israele: cosa che – sottolinea Amiry –  gli israeliani non hanno mai fatto». Fu così che, preso atto del dislivello di forze («loro hanno uno degli eserciti più forti al mondo, noi solo i sassi») Suad cominciò a cercare un modo per reagire a una colonizzazione israeliana che, di fatto, non ha mai smesso di avanzare. L’idea fu non costruire nulla. Un’idea alquanto insolita per un architetto. Specie per lei, con in tasca un Ph.D dell’nversità del Michigan e un dottorato a Edimburgo: «L’architetto urbanista, mi avevano insegnato, come Deus ex machina, doveva decidere ospedali, scuole, case , fabbriche…tutto molto ordinato e razionale».

Ma puntare sul recupero non è stata soltanto una scelta dettata dalla realtà effettuale. «Ristrutturare, riorientare restaurare ha a che fare con la memoria, con l’esigenza di riappropriarci della nostra storia che l’occupazione israeliana cerca di cancellare», ribadisce la scrittrice che proprio di rapporto fra paesaggio e memoria ha parlato il 5 agosto al neonato Cortona Mix Festival. «Non a caso – nota – uno dei primi gesti che fecero i coloni israeliani fu distruggere 250 nostri villaggi».

Rileggere la storia è importante per capire il presente, non cessa di ripetere Amiry .Nata a Damasco perché la costituzione dello Stato di Israele aveva costretto la sua famiglia a lasciare Jaffa («Tra il  1947 e  il 1948, 850mila palestinesi furono cacciati dalle loro case, fra cui anche la mia famiglia» ) da intellettuale militante dell’Olp di Arafat ha fatto parte della delegazione palestinese ae Nazioni Unite.

Tuttavia la sua visione politica, laica e lungimirante, si è espressa soprattutto in vent’anni di direzione del Riwaq Center for Architectural Conservation di Ramallah, un lavoro svolto in parallelo all’insegnamento all’Università di Birzeit . Ma a questo punto si apre un altro avvincente capitolo della avventura intellettuale di Suad Amiry, quello della scrittura.

«Durante estenuanti giornate di coprifuoco nel 2003 – ricorda – mi ritrovai non solo senza poter lavorare, uscire, né fare alcunché, ma anche costretta a ospitare mia suocera che altrimenti sarebbe rimasta isolata. Il risultato fu in pratica una doppia occupazione, esterna e interna. Di notte cercavo scampo scrivendo mail disperate agli amici. Luisa Morgantini, a mia insaputa, fece leggere le mail che le avevo inviato a Feltrinelli.

Fu così che d’un tratto, a 55 anni, mi ritrovai scrittrice. E- aggiunge Suad divertita- invitata in tanti paesi stranieri, non per raccontare dei miei bei progetti di architettura, ma di Sharon e mia suocera, che compaiono anel titolo del mio primo libro». Nei libri Suad ha potuto così mettere a valore lo humour che da sempre la contraddistingue nella vita.

«Per chi, come noi palestinese, vive un’occupazione militare da quarant’anni, l’ironia è un’arma necessaria per fare i conti con le difficoltà del quotidiano. Diventa uno strumento di sopravvivenza indispensabile. Quando la realtà è troppo opprimente, solo così puoi comunicare ciò che sarebbe altrimenti insopportabile». Sul filo dell’ironia si muove anche Niente sesso in città (Feltrinelli, 2007) che Amiry scrisse dopo la vittoria di Hamas raccontando le vicende tragiche e esilarante di un gruppo di signore negli “anta” per stigmatizzare i dogmi di un “partito islamizzato che ha segnato la sconfitta delle donne palestinesi”.

Su un versante più di inchiesta si muovono invece libri come Se questa è vita (2005), che racconta la vita sotto l’occupazione e il potente Murad Murad (2009), in cui l’autrice ripercorre una giornata passata con quei palestinesi ostracizzati da Gerusalemme che si fingono israeliani per poter continuare a lavorare, alzandosi alle tre del mattino e senza la certezza di tornare a casa sani e salvi.

«E’ stata un’esperienza scioccante – confessa Suad – vedere la violenza che c’è nel negare ogni possibilità a chi ti implora di farlo lavorare.

E’ inaccettabile il ricatto, l’umiliazione. Ma nonostante i divieti di Sharon che nel 2000 decise di espellere i lavoratori palestinesi, ogni giorno , nonostante i “tu sei un nulla” e i “tu non devi esistere”, queste persone tornano a riproporsi. Andare a tirar su le case dei coloni in cui non potrai entrare è durissimo.. E questo ti fa toccare con mano la capacità di resistenza dei palestinesi. Noi non abbiamo per nulla voglia di essere eterne vittime».

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Riscossa romena al Salone del libro

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 5, 2012

In barba alla crisi economica, a Bucarest e in altre regioni del Paese, fiorisce una nuova stagione letteraria. Decine di scrittori uniscono la fantasia alla riflessione politica. In una lingua che- dice Norman Manea – ha saputo resistere agli sfregi fascisti e alla vuota reorica dell’apparato comunista

di Simona Maggiorelli

 

Liliana Lazar

Liliana Lazar

La Romania, insieme alla Spagna, è il paese ospite del Salone del libro 2012, dal 9 al14 maggio. E chissà se i media italiani finalmente coglieranno questa buona occasione per abbandonare l’atteggiamento di razzismo strisciante, restituendoci l’immagine di una delle nazioni letterariamente più fertili d’Europa, quale è la Romania oggi. Con una nuova generazione di scrittori trenta e quarantenni che sa unire la tradizione letteraria alta di Cioran, Celan e Ionesco con l’ innovazione, che sa mettere insieme la fantasia di narrazioni epiche e visionarie con l’urgenza politica di riflettere sulle ferite lasciate dal regime di Ceausescu. Come testimoniano gli stessi romanzi del premio Nobel Herta Müller, di cui Feltrinelli sta meritoriamente pubblicando l’intera opera. Le piccole e medie case editrici italiane, più agili e creative – va detto – se ne erano accorte già da tempo. Quando in Italia la Müller era ancora sconosciuta, il suo Una mosca attraversa un bosco dimezzato fu pubblicato da Fuoricampo e una sua novella da Avigliano. Ma soprattutto, da una manciata di anni, nelle librerie italiane si segnalano alcune delle migliori opere della cosiddetta nuova onda romena, dall’immaginifica Crociata dei bambini (Isbn) di Florina Ilis, al caustico e surreale Dita mignole (Fazi)  di Filip Florian  fino al grottesco Il paradiso delle galline (Manni)  di Dan Lungu.

E sarà proprio il quarantatrenne Lungu, docente universitario e autore di sferzanti tragicommedie sulla dittatura, ad aprire la serie di incontri torinesi sulla Romania, insieme a Doina Rusti – che con il suo Zogru o 500 anni di solitudine (Bonanno) ha sfidato Gabriel Garcia Marquez , e a Liliana Lazar , autrice del fiabesco Terra di uomini liberi (Marco Tropea) in cui la giovane scrittrice che vive in Francia traccia un potente ritratto della Romania, terra dalla bellezza incantata e selvaggia e insieme labirinto di orrori di regime.

Mircea Cartarescu

Mircea Cartarescu

Ricordando che i poeti sono stati «i polmoni con cui ha respirato il popolo romeno mentre l’aria della libertà si faceva sempre più rarefatta», come dice lo studioso Corrado Bologna, ampio spazio al Lingotto sarà dato anche alla poesia, con Ana Blandiana e un esponente della nouvelle vague romena come Mircea Cărtărescu, di cui Voland ha appena pubblicato  i racconti nel volume Nostalgia.

Fiero oppositore di Ceausescu, un grande intellettuale laico e umanista come Norman Manea (nato nel 1936 nel Nord della Romania) aveva cominciato a riflettere sulla necessità dell’esilio e sul fallimento degli intellettuali nella dittatura già negli anni Sessanta e in libri che sono ormai dei classici come Clown. Il dittatore e l’artista (Feltrinelli, 1994). Dal 1986 Manea vive a New York e insegna European Culture al Bard College, ma ancora oggi sentendosi un alieno, un outsider, nella società americana. Lo racconta nel libro intervista Conversazioni in esilio che esce il 10 maggio in Italia per Il Saggiatore e che l0 l’autore presenterà a Torino l’11 e il 12 maggio insieme al saggio Al di là della montagna, dedicato al poeta ebreo di origine romena Paul Celan e a Benjamin Fondane, scrittore e pensatore tedesco, deportato e ucciso ad Auschwitz.

«Tutto negli Stati Uniti mi ha sempre fatto sentire estraneo», racconta Manea a Hannes Stein, che lo ha incontrato a New York nel 2010 raccogliendo tre giorni di conversazioni. «L’America è proprio come un’isola: è a tutti gli effetti isolata» continua lo lo scrittore, «è provinciale e al tempo stesso può credere di essere una superpotenza!». Ma bersaglio del grande umanista è anche il linguaggio americano «stupido e tronfio che si esprime per categorie sportive e militari». Lui, in esilio, diversamente da Cioran e Ionesco, ha sempre continuato a scrivere in romeno come “lingua interiore” dell’infanzia, per quanto passata nei lager della Trasnistria dove fu internato dal governo filofascista romeno. Ma anche perché, dice Manea, la lingua romena ha saputo resistere agli sfregi fascisti e alla vuota retorica dell’apparato comunista. E quando l’intervistatore gli chiede: qual è la frase americana che le incute più timore? «“Nulla di personale”», risponde a bruciapelo Manea. «È uno slogan che qui si sente spesso. “Lei è licenziato. Nulla di personale”. Ma come potrei non considerarlo come qualcosa di personale?». Così l’ex ragazzino sopravvissuto al lager e che al liceo fu affascinato dall’utopia comunista e dal sogno dell’uomo novo, per poi, subito, dissociarsi dal regime romeno-stalinista, oggi non risparmia critiche al capitalismo selvaggio americano e alla sua perdita di umanità, raccontando senza accenti moralistici come «eros e malattia giocano a nascondino nei campus puritani» in cui vige ancora il mito di una America paese della libertà sfrenata, mutuato dal ‘68 e declinato alla maniera di Reagan. Ancora una volta andando controcorrente, a costo di attirarsi gli strali della stampa ufficiale. In America come in Romania, dove una certa intellighenzia diventata nazionalista dopo la fine di Ceausescu ancora non gli perdona di aver smascherato una gloria nazionale come Mircea Eliade, ricostruendone la diretta militanza nel gruppo fascista della Guardia di ferro.

da left-avvenimenti

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Il vino lucente degli Etruschi

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su aprile 6, 2012

Ponte verso il Mediterraneo, ma anche aperti a contatti con i popoli del Nord. Gli Etruschi furono i primi ad unire culturalmente la penisola. Lo ricostruisce un’ampia mostra ad Asti

di Simona Maggiorelli

Tarquinia, Tomba della scrofa nera 450a.C circa

Tarquinia, Tomba della scrofa nera 450a.C circa

Non solo ponte verso il Mediterraneo, aprendo la penisola italiana alla cultura greca e orientale. Ma anche cerniera verso il Nord e le regioni dei Celti con cui ebbero diretti contatti, come dimostra l’elmo etrusco in bronzo che fu ritrovato a fine Ottocento nelle acque del fiume Tanaro e che ora è al centro della mostra Etruschi, l’ideale eroico e il vino lucente, aperta in Palazzo Mazzetti ad Asti, fino al 15 luglio (catalogo Electa).

«Più precisamente in questo caso bisognerebbe parlare di elmo villanoviano risalente all’VIII secolo a.C», precisa Alessandro Mandolesi dell’Università di Torino. «Si tratta di una importante testimonianza dei contatti, non solo militari, che ci furono fra le popolazioni del Nord e quelle dell’Etruria che giunsero in queste zone per aprire nuovi sbocchi al commercio etrusco. Probabilmente l’elmo fu proprio un dono da parte di un capo etrusco alle autorità locali della zona del Tanaro»  aggiunge il curatore di questo evento astigiano realizzato in collaborazione con Maurizio Sannibale dei Musei Vaticani, che per l’occasione hanno concesso in prestito ben 140 reperti della collezioni del Museo Gregoriano Etrusco. E il direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci nel presentare la tesi e gli obiettivi scientifici di questa mostra si spinge ancora oltre: «Gli Etruschi furono i veri precursori dell’unificazione dell’Italia, almeno sul piano culturale come testimoniava la diffusione di reperti etruschi nei musei nell’Ottocento, da Chiusi e Firenze a Roma, fino a Palermo».
E se l’elmo villanoviano proveniente dai Musei di Torino ci parla di un’antica fase della società e della cultura etrusca basata sul culto del valore militare, splendide anfore dipinte e lacerti di affreschi ci raccontano di una cultura etrusca più matura che aveva fatto proprie, ricreandole, tradizioni  orientali aperte ai piaceri della musica, della lirica e del banchetto conviviale. Una cultura  quella del simposio che (come ha ricostruito Maria Luisa Catoni nel libro Bere vino puro uscito due anni fa per Feltrinelli) si diffuse fra l’VIII e il VII secolo a.C, nel contesto di una forte recettività del mondo greco verso la cultura orientale, ma in varianti diverse la ritroviamo anche in ambito romano ed etrusco. Qui, in particolare, il vino e il banchetto erano un tramite di socializzazione arricchito da echi del culto orientale di Dioniso ma anche della tradizione lirica e omerica. Le anfore istoriate, di foggia greca, in mostra ad Asti, ma anche affreschi da poco restaurati come la straordinaria  scena detta “della scrofa nera”,  che raffigura un banchetto aristocratico del V secolo a.C. (e in cui si possono vedere sia uomini che donne intenti a libagioni) ci dicono che nella società etrusca i simposi non erano per “soli uomini” , come invece avveniva nella tradizione ateniese, dove «fra discorsi, canti e giochi, le bevute insieme preludevano al corteggiamento omoerotico». Così scrive   Maria Luisa Catoni. Che aggiunge: «Il vino in queste occasioni veniva utilizzato per “educare” i più giovani, in un rapporto fra maestro e che comprendeva la pederastia».

da left-avvenimenti

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La gemma armena di Mush

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su gennaio 26, 2012

di Simona Maggiorelli

Armenia, altopiano di MushUn popolo “mite e fantasticante” che conviveva pacificamente con altri popoli in Anatolia. Così Antonia Arslan raccontava gli armeni alle soglie del feroce genocidio del 1915 perpetrato dai turchi, in un intenso (e pluripremiato) romanzo, nutrito di memorie personali e di famiglia, come La masseria delle allodole (Rizzoli, 2004). Ora la scrittrice veneta di origini armene aggiunge un nuovo tassello alla storia ferita della propria gente, ricostruendo ne Il libro di Mush (Skira) la vicenda di uno dei manoscritti più importanti del medioevo armeno, un codice miniato del Duecento che nei secoli ha attraversato rocambolesche avventure rischiando più volte di andar distrutto. Arslan lo immagina come una delle poche cose che una famiglia in fuga dalla devastazione turca dei villaggi di Mush, riuscì a portare con sé, facendone inconsapevolmente il simbolo di una cultura millenaria che si è cercato di cancellare «in modo lucido e criminale».

E anche questa volta, come nei  suoi precedenti lavori la narrazione si fa epos, canto intriso di nostalgia per una terra e una vita irrimediabilmente perdute. E se la masseria delle allodole era la casa sulle colline dell’Anatolia dove nel 1915 furono trucidati tutti i maschi di una famiglia, adulti e bambini, dando inizio all’odissea delle donne, trascinate poi fino in Siria con marce forzate, i villaggi della piana di Mush diventano in questo nuovo libro di Arslan il simbolo della cancellazione di una intera tradizione culturale. «Nella piana di Mush mille villaggi sono stati rasi al suolo. Di alcuni resta solo il nome, nella memoria dei pochi superstiti in esilio e nelle parole di qualche canzone», racconta la scrittrice che left ha raggiunto telefonicamente alle soglie del tour nelle librerie.

Bambini armeni di una scuola di Mush

«La valle delle montagne del Tauro, vicino a Sassun, ovviamente è ancora lì», continua Arslan. «Ed è ancora una piana molto fertile, situata com’è fra due fiumi. Mush, non a caso, significa nebbia». Ancora oggi la natura selvaggia degli altopiani appare straordinariamente integra «ma di Armeni non c’è più nemmeno l’ombra». Ora la regione è abitata da Curdi, a loro volta mal tollerati dal governo turco, e soprattutto da Aleviti, a lungo perseguitati perché considerati eretici all’interno dell’Islam. Ma con un po’ di immaginazione, si possono ancora scovare alcune tracce del passato armeno come ha raccontato il giornalista inglese Christopher de Bellaigue che si è trasferito in queste terre per raccontarne gli inquieti umori. Nel libro Terra ribelle. Viaggio fra i dimenticati della storia turca (EDT), de Bellaigue si è messo sulle orme delle persone scomparse, ha raccolto l’eco delle antiche incomprensioni che si trascinano fino ad oggi, ma soprattutto ha saputo raccontare il vuoto, l’assenza armena, densa di senso. « Dal 1915 fino a pochi anni fa monumenti, case, monasteri, scuole tutto ciò che si poteva ricondurre alla cultura armena è stato scientemente distrutto» denuncia Arslan. Il manoscritto attorno a cui si snoda il racconto è sopravvissuto quasi per miracolo. «Fu scritto e assemblato intorno al 1202», ricostruisce la scrittrice. «Ma durante una invasione il proprietario venne ucciso. Un mercante turco se ne impadronì e lo mise in vendita. Alcuni monaci armeni riuscirono poi a mettere insieme i soldi per ricomprarselo. Così dal 1207 al 1915 il manoscritto è stato la gemma del monastero dei Santi Apostoli nella valle di Mush. Purtroppo però – dice Arslan -i vandali del 1915 non ebbero la stessa intelligenza del mercante turco del XIII che aveva intuito il valore del manoscritto».

Di fatto negli anni intorno alla prima guerra mondiale non solo i testi della cultura armena furono distrutti ma anche le architetture furono rase al suolo. Tanto che poco o nulla resta oggi delle stupefacenti «chiese di cristallo» di cui scrisse il critico Cesare Brandi. «Questa è una parte della nostra storia di cui si parla di meno e a cui io tengo molto – confessa la scrittrice -. L’architettura armena del IV-V secolo fu un’elaborazione originalissima, nata sulla base della tarda architettura romana. Gli architetti armeni escogitarono soluzioni geniali per costruire in un territorio sismico. Realizzando chiese a pianta centrale dagli angoli aguzzi verso il cielo. Costruzioni che solo gli uomini e non i cataclismi naturali, nei secoli, sono riusciti a distruggere. Se ne possono vedere alcuni esempi, ancora oggi, in quella parte di Armenia che una volta era una repubblica dell’Urss. Di queste scrisse un critico come Brandi sul Corriere della sera».
Intanto quelle architetture svettano ancora nella prosa lirica della Arslan, capace in modo particolare di ridare voce a chi non ce l’ha più, restituendo al lettore quello spessore emotivo del vissuto che la ricostruzione storica, pur importantissima, perlopiù non trasmette. «Un romanzo, se è davvero riuscito, non parla solo alla coscienza del lettore. Ci si entra dentro con un livello di attenzione emotiva fortissima. Coinvolge totalmente e poi si vuole saperne di più. Allora sì, un saggio per quanto scritto in modo più arido, trova terreno fertile. Ciò detto – precisa – trovo importantissima la fioritura saggistica che oggi documenta il genocidio armeno in modo incontrovertibile».

Soprattutto in Francia, dove la comunità armena è molto attiva, negli ultimi anni, sono usciti molti lavori importanti che denunciano il genocidio di un milione e mezzo di Armeni nei primi decenni del Novecento.  E la questione sta riemergendo con forza anche nel dibattito politico francese. «Un dibattito francese che va di pari passo con la forte irritazione del governo turco che forse sperava che la vicenda del genocidio fosse legata solo a un gruppo di vecchietti… ormai in estinzione – nota Arslan-. Ma avvicinandoci al centenario del genocidio (che cadrà nel 2015) quel dramma sta riemergendo con forza, grazie a una ricca messe di proposte editoriali. Oltralpe vive una comunità di 600/700.000 Armeni e la questione è ineludibile. Anche se ho molte perplessità riguardo alla strada della censura di Stato, imboccata dalla Francia, con una legge che punisce il negazionismo del genocidio. Questo tipo di norme – avverte Arslan- si possono facilmente stravolgere».

da left-avvenimenti

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