Articoli

Archive for the ‘Arte’ Category

Andar per mostre. La bella avventura di Azimut/h

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su dicembre 24, 2014

Lucio Fontana Io (non) sono un santo

Lucio Fontana Io (non) sono un santo

E’ stata uno degli avamposti della ricerca internazionale e un fenomeno quasi del tutto inconsueto in Italia. Soprattutto per il modo alto in cui riusciva a far incontrare sperimentazione artistica, letteraria e scientifica. Stiamo parlando della rivista Azimut/h fondata insieme all’omonima galleria nel 1959 da Enrico Castellani e Piero Manzoni a Milano. Da due talenti fra loro diversissimi e che, anche per questo, riuscivano a coprire così ad ampio spettro ambiti d’avanguardia disparati.
Riservato e dedito a una ricerca sull’arte astratta rigorosissima il primo, Enrico Castellani, quanto il secondo, Piero Manzoni, era estroverso, capace di inventarsi performance e trovate che avevano l’aria della burla, mentre mandavano a gambe all’aria antichi luoghi comuni sull’arte e l’ispirazione. Basta pensare alla sua celeberrima Merda d’artista che rendeva d’un tratto ridicola ogni posa dannunziana o pretesa aura sacra dell’opera d’arte. Forse anche per questo insolito mix di caratteri e poetiche l’esperienza di Azimut/h ebbe vita breve, dal settembre del 1959 al luglio del 1960. Ma tanto bastò per entrare direttamente nella storia dell’arte del Novecento.

Piero Manzoni, merda d'artista

Piero Manzoni, merda d’artista

In quegli anni Milano era in pieno fermento, le gallerie erano attivissime, anche sul fronte della sperimentazione più avanzata, che guardava all’astrattismo, di livello internazionale. Tanto che nella galassia di Azimut/h, troviamo nomi di primo piano come Lucio Fontana e poi Alberto Burri e artisti americani già noti allora come Jasper Johns, Robert Rauschenberg e il francese Yves Klein, sodale di Piero Manzoni sul versante della performance dal vivo e della provocazione. Ma non solo. Intorno a Azimut/h gravitavano nomi interessanti, anche se meno noti al grande pubblico, come Jean Tinguely, Heinz Mack, Otto Piene e Günther Uecker. Una importante mostra al Guggenheim di Venezia, fino al 19 gennaio 2015, permette di conoscerli più da vicino, insieme agli altri protagonisti della folgorante stagione di Azimut/h.

Curato da Luca Massimo Barbero il percorso espositivo si sviluppa in sei sale. La prima presenta lavori di Rauschenberg, Johns, Tinguely, un monocromo blu di Klein e opere di Burri. Mentre nella seconda parte figurano lavori di Manzoni che raccontano il suo poliedrico talento, capace di spaziare da raffinati Achrome a provocatorie sculture viventi. Di Enrico Castellani sono esposte le superfici a sviluppo architettonico e alcune superfici nere che catturano la luce e sembrano rilanciarla in modo ritmico grazie a un gioco di estroflessioni e introflessioni della tela.
Ma di grande valore è anche il catalogo edito da Marsilio che accompagna la mostra Azimut/h continuità e nuovo: un volume di oltre seicento pagine che raccoglie contributi critici di Luca Massimo Barbero, Francesca Pola, Flaminio Gualdoni, Federico Sardella e di Antoon Melissen. E non solo. In questa ponderosa pubblicazione sono riprodotte tavole, contenuti di riviste e pagine della mitica rivista del gruppo dove furono pubblicati articoli di critici e artisti come Gillo Dorfles, Guido Ballo, Vincenzo Agnetti e Bruno Alfieri e ancora poesie di Edoardo Sanguineti, Nanni Balestrini, Elio Pagliarani, Leo Paolazzi ed altri protagonisti degli anni Cinquanta e Sessanta. A colpire lo spettatore oggi è proprio quella avanzatissima commistione di cultura e scienza, rarissima in un’Italia in cui ha sempre pesato l’impostazione crociana e gentiliana, idealistica e, in larga parte, nemica della cultura scientifica.
(Simona Maggiorelli, settimanale Left,  dicembre 2014)

I nuovissimi con Piero Manzoni

di Andrea Cortellessa ( da Alfabeta 2)

Piero Manzoni eNanni Balestrini divennero amici  a Brera, al bar Jamaica. Al tramite di Balestrini, con ogni probabilità, si deve comunque se il primo scritto critico che si registri su Manzoni sia in assoluto quello firmato da Luciano Anceschi: che di Balestrini era stato docente di filosofia al Liceo scientifico Vittorio Veneto e che due anni prima aveva fondato la nuova rivista il verri (alla cui redazione aveva chiamato come factotum, appunto, il ventunenne Nanni). Nel gennaio del ’58, alla Galleria Bergamo, Manzoni espone assieme a Fontana e Baj: una mostra che viene subito ripresa a Bologna e il cui testo introduttivo è scritto appunto da Anceschi (il quale nota la svolta dalle «superfici caotiche» degli esordi informali alle «allibite superfici di bianco assoluto, affidate alla sensibilità nel trattare la materia e rotte da rilievi plastici e dalle loro ombre»).

È intanto interessante che sino al ’60 di Manzoni abbiano scritto solo letterati: dopo Anceschi è la volta di Vincenzo Agnetti, Emilio Villa e Cesare Vivaldi. Ma ancora più significativo è che gli unici altri poeti che guarderanno con violenta fiducia a questo estremo matto dell’avanguardia (per usare le parole di Pagliarani) saranno proprio tre dei cinque che nel ’61 metteranno a rumore l’ambiente letterario italiano con l’antologia I Novissimi. Poesie per gli anni ’60: Leo Paolazzi, che di lì a poco prenderà il nome di Antonio Porta, appunto Balestrini ed Elio Pagliarani (che degli altri ha qualche anno in più, fa il giornalista alla redazione milanese dell’Avanti!, e già da un pezzo frequenta il giro degli artisti). Al giovanissimo Paolazzi nel ’59 viene affidato l’incarico di presentare il catalogo della mostra che Bonalumi Castellani e appunto Manzoni tengono a Roma, alla Galleria Appia Antica di Emilio Villa; mentre lo stesso anno, sul primo numero di Azimuth, vengono ospitati inserti in versi da Narcissus Pseudonarcissus di Pagliarani (componimento prelevato dalla sua prima raccolta, Cronache e altri versi, pubblicata da Schwarz nel ’54, e che figurerà poi per intero appunto sui Novissimi), il frammento Innumerevoli ma limitate di Balestrini (che nel ’63 confluirà nella sua raccolta Come si agisce) e tre strofe del poemetto Europa cavalca un toro nero di Paolazzi (che nel ’60 uscirà per intero nella plaquette, ormai a nome Porta, che s’intitola La palpebra rovesciata ed esce come primo e forse unico numero di una collana, stampata a Brescia, di «Quaderni di Azimuth»).

Dopo la traumatica scomparsa dell’artista, Pagliarani e Balestrini torneranno a scrivere di Manzoni quando nel ’67 Vanni Scheiwiller realizzerà la monografia commemorativa Piero Manzoni: il primo con la testimonianza intitolata Fino all’utopia (della quale siamo in grado di riprodurre anche il dattiloscritto originale, appartenente a una collezione privata, grazie alla cortesia di Lia Pagliarani; per tutte le altre riproduzioni si ringrazia la Fondazione Piero Manzoni), il secondo col lungo componimento dedicato «a Piero Manzoni» e intitolato La gioia di vivere (la cui vicenda editoriale a seguire, però – a partire da Ma noi facciamone un’altra, la raccolta del ’68 –, vedrà cadere la dedica all’artista). Pagliarani – come ricorda Dario Biagi – sarà poi fra coloro che testimonieranno a favore del vecchio amico quando nel ’71, in occasione della sua personale curata da Germano Celant alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, nei suoi confronti scoppieranno rumorosissime polemiche (assieme a lui interverranno, fra gli altri, Argan, Brandi, Calvesi, Agnetti e Capogrossi). Mentre Porta scriverà un componimento a posteriori, dedicato «a Piero e ai Manzoni», quando Maurizio Calvesi chiamerà un certo numero di poeti a confrontarsi con l’opera di uno degli artisti esposti alla Biennale del 1984 (nella sezione Poesia per Arte allo Specchio, alla lettura poetica conclusiva intervennero – oltre a Porta – Andrea Zanzotto, Giovanni Giudici, Edoardo Sanguineti, Giovanni Raboni, Maurizio Cucchi, Maurizio Brusa, Valerio Magrelli e Gian Ruggero Manzoni).

Per Porta, il rapporto con Manzoni deve aver contato anche più che per gli altri Novissimi. All’indomani della scomparsa dell’artista compone un poemetto visivo dal titolo – allusivo al punto da non ammettere ulteriori spiegazioni – Zero, che viene esposto alla Galleria Blu di Milano nell’ottobre del ’63 e viene pubblicato il mese seguente, in forma lineare, sul primo numero di «Marcatré». Un testo che così si conclude: «senza concezione, senza misura, senza forma | senza metro, senza progetto, senza costruzio | ne, senza matrice, senza materia, senza mat | eriale, senza spazio, senza vuoto» ecc. Invitato da Edoardo Sanguineti a spiegarne la genesi, sul numero successivo della medesima rivista Porta pubblica un testo in verità reticente, Il grado zero della poesia, che però è improntato a quel medesimo «senso del tragico» che Pagliarani, per parte sua, non esiterà ad associare alla vicenda di Manzoni nella propria testimonianza Fino all’utopia.

Proprio Sanguineti rappresenta l’anello mancante di questa storia (nonché quello che, allo stato attuale della mia ricerca, resta un piccolo mistero). Alla fine del ’58 Manzoni scrive all’amico Rinaldo Rossello – che fa da intermediario con un collezionista – di essere al lavoro su una pubblicazione in cui riproduzioni di sue opere verranno accompagnate da «un testo di Edoardo Sanguineti». Ma la pubblicazione non uscirà, e di questo testo non è stata finora trovata traccia (la notizia è contenuta nella monografia di Francesca Pola). Il che tanto più sorprende, perché il geniale paradigma antimetaforico del «Questo è questo» (da Sanguineti elaborato nel ’62 a proposito di Burri, poi applicato ad Antonio Bueno) calza a pennello – è il caso di dire – all’opera di Manzoni, piuttosto: il caposaldo della cui poetica, enunciato nel ’57 e a più riprese ribadito nei testi successivi (raccolti ora da Gaspare Luigi Marcone negli Scritti sull’arte), recita senza equivoci quanto segue: «l’immagine prende forma nella sua funzione vitale: essa non potrà valere per ciò che ricorda, spiega o esprime […] né voler essere o poter essere spiegata come allegoria di un processo fisico: essa vale solo in quanto è: essere».

Si arriva così al presente: Nanni Balestrini è fra i testimoni intervistati nel documentario Piero Manzoni artista, diretto da Andrea Bettinetti e prodotto da Sky Arte. A differenza di tanti altri artisti della sua generazione, nella cui bibliografia critica i nomi di poeti e letterati in genere abbondano, in quella di Piero Manzoni sono quelli qui citati gli unici scrittori ad essere presenti – ripresentandosi con costanza anno dopo anno e decennio dopo decennio. Che dire? Ognuno riconosce i suoi.

 

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , | Leave a Comment »

Il cielo lettone e il rosso di Rothko

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su novembre 13, 2014

Rothko No 14

Rothko No 14

Fuori dal finestrino dominano due colori: il rosso del cielo e il verde dei boschi. Il rosso diventa più rosso per la fascia inferiore più scura…Un quadro scorre fuori dal finestrino: un quadro che non finisce mai, forte e inquietante, tranquillo e profondo. Un quadro di Rothko». Che cosa affina lo sguardo del pittore? Si domanda Jan Brokken, autore di Anime baltiche (Iperborea), in pagine icastiche e suggestive nate viaggiando in Lettonia, verso Daugavpils e verso una città industriale grigia come Charleroi. Ovvero nelle terre dove trascorse l’infanzia e la giovinezza il pittore Mark Rothko, prima di emigrare negli Stati Uniti, per decisione del padre diventato un rigido ortodosso dopo la repressione zarista del 1905.
Lo scrittore e viaggiatore olandese (che il 15 novembre incontra il pubblico di Bookcity a Milano), con la sua prosa lirica e avvolgente, è capace di evocare i colori e il movimento che percorre le tele di Rothko, di “scavare” nel suo vissuto emotivo, indagando le radici di quel suo essere e voler riemanare un rivoluzionario, nonostante tutto. Nonostante la deriva bigotta della propria famiglia, nonostante l’American way of life e una vita borghese Oltreoceano (che al fondo non gli corrispondeva). Tanto che nel 1958 – racconta Brokken – quando l’elegante ristorante Four seasons di New York gli commissionò dei dipinti murali, accettò l’incarico ma con l’intenzione “maliziosa” di dipingere «qualcosa che rovini l’appetito a ogni figlio di puttana che mangerà in questa sala».
Rothko non è l’unico artista della diaspora lettone che incontriamo in questo singolare volume, che fonde narrazione, reportage, ricerca sul campo e critica d’arte. Camminando per le strade di Riga, città a lungo occupata e dove per alcuni periodi era persino proibito parlare lettone, Brokken ritrova le tracce della storica libreria di Janis Roze, chiusa dal regime comunista perché (dopo la diabolica spartizione di territori fra Hitler e Stalin) il librario Roze, come tanti altri lituani, lettoni ed estoni, fu additato come anti sovietico e deportato con tutta la sua famiglia.

Ian BrokkenMa la mappa di Riga rivela all’autore anche un altro importante tesoro: i resti del quartiere Jugendstil costruito tra il 1901 e il 1911 da un architetto esuberante e alla moda come Michail Ejzenstejn, papà di Sergej. Anche in questo caso la ribellione al padre, ( che il futuro regista chiamava «il pasticcere di panna montata») e l’esigenza di trovare una propria strada diversa da quella indicata dalla famiglia, s’intrecciano con gli accadimenti storici, con lo scoppio della Rivoluzione di ottobre, alla quale Sergej Ejzenstejn aderì senza nemmeno sapere chi fossero Marx ed Engles.

All’epoca, racconta Brokken,  si dedicava agli scritti di Leonardo da Vinci e, pur disprezzando il padre, studiava da ingegnere edile. Sarà proprio la rivoluzione a offrirgli l’occasione per separarsi dal passato, imboccando la strada dell’avanguardia e della ricerca artistica. Fu così che Ejzenstejn si dette al cinema, apparentemente, per raccontare le magnifiche sorti e progressive dei bolscevichi. Di fatto creando immagini nuove, senza appiattirsi sui fatti, in film geniali come La corazzata Potemkin.

Dal settimanale left

Posted in Arte, Libri | Contrassegnato da tag: , , , , , , , | 1 Comment »

Abbecedario Cattelan

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su novembre 6, 2014

Maurizio Cattelan

Maurizio Cattelan

Provocatorio, spiazzante, Maurizio Cattelan, l’artista italiano più noto all’estero, torna alla ribalta con Shit and die, un nuovo progetto per One Torino. E racconta la sua trentennale ricerca a caccia del significato nascosto delle immagini

 di Simona Maggiorelli

Dopo la grande mostra antologica al Guggenheim di New York, nel 2011 Maurizio Cattelan aveva annunciato il suo ritiro. Ma ora, a sorpresa, ricompare a Torino, dove sta preparando un nuovo progetto espositivo per Artissima, in programma dal 6 al 9 novembre 2014. Con il provocatorio titolo Shit and die (citazione ironica di un’opera di Bruce Nauman) questa nuova mostra allestita in Palazzo Cavour e aperta fino al 25 gennaio 2015 promette un insolito viaggio nella storia torinese, costruito attraverso oggetti insoliti, desueti, dimenticati. «Buone cose di pessimo gusto» di gozzaniana memoria, reperti di archeologia industriale, pezzi di avanguardia e ombre lombrosiane.

«Forse non le definirei ombre» precisa l’artista, senza rivelare troppo del progetto nel suo concreto. «Anche Lombroso era all’avanguardia su alcune cose. Oggi sappiamo che ha completamente sbagliato il tiro, ma era comunque un uomo di scienza. Per esempio- racconta Cattelan – il museo ha una collezione sterminata e meticolosissima di riproduzioni su carta dei tatuaggi dei detenuti, con tanto di legenda e racconto biografico di ogni prigioniero. Sono documenti davvero interessanti, solo su quello ci si potrebbe scrivere la sceneggiatura di un film».

Cattelan, la Nona ora

Cattelan, la Nona ora

Mentre Cattelan si diverte a frugare in polverosi archivi, mentre si occupa di storia locale e nel Museo Lombroso si dedica all’esame critico delle tassonomie di una psichiatria positivistica e al fondo razzista, dall’altra parte dell’Oceano, una grande mostra mercato vende le sue opere più famose per cifre che oscillano dai 30mila dollari e 20 milioni.

«Si tratta di una mostra di mercato secondario di cui so poco io stesso. Non più di quello che c’è scritto sui giornali», confessa l’artista. «Quando il lavoro è venduto una prima volta se ne perde il controllo. Fa parte del patto con se stessi. È come dare un figlio in adozione, poi non puoi pretendere di decidere cosa farà da grande». Certo, sembrano passati anni luce da quando Cattelan, lasciata Padova, si aggirava per New York senza un lavoro e senza sapere l’inglese. Riuscendo tuttavia a farsi strada nel mondo dell’arte. «New York è sicuramente cambiata, come il resto del mondo, ma ancora oggi – racconta – anche se stai chiuso in casa, puoi sentire l’energia della città. A soli due isolati di distanza puoi trovare 150 gallerie d’arte. 150 giovani teste che pensano, e basta una passeggiata per incontrarle. Sembra un cliché ma – sottolinea Cattelan – credo che New York possa essere un punto di svolta, come è stato per me anni fa».

Michelangelo Pistoletto dice che «ad un certo punto l’artista deve andare oltre il proprio ego e creare una costellazione». Con un atteggiamento maieutico verso i giovani talenti. Lei non ha mai fatto parte di gruppi, di movimenti precisi. Non ama le parrocchie?

Non amo le etichette, nemmeno quella di solitario: ho sempre sostenuto i giovani artisti nel modo che mi veniva più spontaneo, creando un dialogo, e lavorando in team; come in quest’ultimo caso, con Shit and die, una mostra collettiva in cui non mancano di certo i giovani artisti. Semplicemente non ho mai sentito l’esigenza di fondare una scuola, temo che avrei davvero poco da insegnare.

Da dove trae ispirazione per le sue opere? Come sono nate opere come La nona ora (1999) con papa Wojtyla o Him (2001) che mostra Hitler devoto, che prega?

Cattelam, Him

Cattelam, Him

Qualcuno ha detto che per avere delle idee ci vuole una buona immaginazione e un mucchio di spazzatura: probabilmente non ho abbastanza immaginazione, ma di sicuro ho un sacco di spazzatura! Scherzi a parte, credo che avere idee sia una questione di permettere alla propria mente di distrarsi a sufficienza dall’ovvio: si tratta di un compito rischioso, perché si possono scoprire cose su se stessi che forse era meglio non scoprire.

Mentre il Postmoderno produceva architetture impazzite e gadget, usando quello stesso linguaggio pubblicitario, lei denunciava il vuoto e la violenza di un certo modo di vivere metropolitano (Bidibidodidiboo 1996), additava la cultura che crocifigge la donna (Untitled 2007) e impicca la fantasia dei bambini (Untitled 2004), smascherava ideologia o religione (Ave Maria, 2007). Però non si è mai definito artista politico. Perché?

Non mi sono mai posto la questione in questi termini perché non mi ha mai interessato definirmi a priori, o prendere impegni che non potevo mantenere. Quello che ho fatto è semplicemente ricercare immagini che, in mezzo alla montagna di informazioni inutili da cui siamo sommersi ogni giorno, suscitassero una reazione a livello dello stomaco. Penso che possa essere un ottimo modo per portare in superficie la rabbia, privata della violenza.

«Il mio lavoro è sempre stato quello di prendere i pensieri miei degli altri e di farli vedere a tutti», lei dice nell’Autobiografia non autorizzata (Mondadori, 2011) firmata da Bonami. E poco prima: «Facevo l’incorniciatore di sentimenti, di stati d’animo». Rivelare il lato latente, invisibile, può essere rivoluzionario?

Nessun discorso è neutrale, l’arte non fa eccezione. Ognuno di noi è “impegnato” e rivoluzionario a modo suo, e non è detto che dichiararlo a voce alta lo renda più vero. Il mio impegno è creare immagini che rimangano impresse per più di due secondi… le assicuro che se non è “impegnato” è comunque molto impegnativo.

Cattelan Untitled 2008

Cattelan Untitled 2008

Nel 1993 lei debuttò in Biennale con Bonami. Più di recente è tornato a Venezia con una installazione che ricreava Tourists (1997). Guardando i piccioni impagliati dal sotto in su, standosene lì a naso per aria, ci si sentiva “piccionescamente” complici di un mercato che spaccia per arte qualunque cosa. Una pizzicotto al pubblico perché apra gli occhi?

Credo che ogni commento e ogni interpretazione siano legittimi, ma non penso che stia a me realizzarli. Credo che non si dovrebbe pensare a chi si sta rivolgendo: nel momento in cui un lavoro viene presentato attraverso i media diventa di patrimonio pubblico e se ne perde inevitabilmente il controllo. Questo accade sia dentro sia fuori dall’istituzione: io ho sempre preferito perdere il controllo da subito, è molto più semplice che dover accettare a posteriori di averlo perso.

Al MoMa, al Pompidou, alla Tate ma anche alla Biennale di Istanbul s’incontrano quasi gli stessi artisti, una medesima estetica e modo di concepire le arti visive. Il mercato internazionale dell’arte nell’ultima ventina di anni ha imposto una sorta di pensiero unico? C’è spazio per chi voglia proporre una diversa ricerca?

Le mostre, le istituzioni e il mercato dell’arte e anche la ricerca sono inevitabilmente collegati tra loro, in quanto costituiscono una catena indissolubile che permette al meccanismo di andare avanti. Sono tutti lati di una stessa medaglia, che non credo possano essere separati. Per quanto riguarda me, ho sempre avuto bisogno di progetti paralleli su cui lavorare, un tempo erano degli intermezzi dal solito lavoro. Adesso una rivista come Toiletpaper, o curare una mostra come Shit and die, o qualsiasi altro progetto futuro sono un buon modo per continuare a lavorare. Il problema è che ci illudiamo di avere tempo e invece non ne abbiamo poi così tanto: qualsiasi cosa verrà dopo, farò del mio meglio perché non sia tempo sprecato.

dal settimnale left  primo -7 novembre

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , | 1 Comment »

Jamie Reid, pittura, #punk e anarchia

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su settembre 16, 2014

01_150Una provocatoria immagine di “God Save the Queen”, secondo singolo discografico dei Sex Pistols, fu realizzata da Jamie Reid nel 1977. E divenne immediatamente il marchio di fabbrica di un’intera stagione punk.
Ma a lui si devono anche il poster della Regina d’Inghilterra con le svastiche sugli occhi e la lunga serie di bandiere inglesi con spille da balia e scritte anarchiche che continuano a fare la fortuna di stilisti come Vivienne Westwood e John Richmond. Situazionista e fuori dagli schemi, Reid è stato il miglior pubblicitario che Sid Vicious e compagni potessero sognare di avere.
Ma, fatto abbastanza curioso, lui è – ancora oggi che va per i settant’ anni – un anticapitalista convinto, lontano anni luce dall’idea furbetta della musica di Malcom McLaren. Negli anni ruggenti del punk, Reid ha sempre cercato di spingere i Sex Pistols verso una presa di coscienza politica, abbandonando quell’anarchismo balordo e qualunquista dietro il quale amavano trincerarsi.
Come racconta la divertente personale Jamie Reid. Ragged Kingdom che gli dedica, dal 12 settembre al 6 gennaio, la Galleria Civica di Modena. Prodotta dal Gruppo Hera e inserita nel programa di eventi del Festivalfilosofia, l’esposizione ripercorre «la più grande truffa del Rock and Roll» attraverso sessanta disegni, dipinti, collage, opere grafiche e foto. Il percorso parte dagli esordi di Reid, con immagini simbolo come gli autobus con destinazione “Nowhere”, per arrivare al periodo strettamente connesso con i Sex Pistols. Furono anni intensi, dal 1976 al 1980, documentati in mostra da una trentina di lavori, fra i quali spicca un collage di otto metri. Fu attraverso opere di questo genere che Londra divenne l’epicentro di un movimento punk che, da stile per pochi intimi, diventò di massa. Nasceva un nuovo linguaggio musicale, estetico, di vita.
Quattro locali della capitale bastarono per catalizzare le energie delle periferie, dove vivevano i giovani ribelli. A Oxford street c’era il 100 club ma centrali furono il Roxy e il Mraquee. A contendersi la scena, per fortuna, non c’erano solo i Sex Pistols ma anche i più talentuosi e politicizzati Clash. E sempre sulla scia del punk nacquero i Siouxsie and the Banshees, lo stile gothic e dark che ancora oggi caratterizzano Carnaby street. ( Simona Maggiorelli,)

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , | Leave a Comment »

Il pensiero delle immagini

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su settembre 8, 2014

Maria Callas Medea

Maria Callas Medea

Che fine ha fatto la critica? Anche quella che non è prosa d’arte (che necessita di talento e di un uso creativo del linguaggio), ma anche la “semplice “recensione di una mostra? Sui quotidiani mainstream è, con tutta evidenza, un genere in via di estinzione. Sostituita con presentazioni parapubblicitarie e inserti pagati dagli stessi organizzatori dell’evento, dell’esposizione, del vernissage. Così inevitabilmente viene meno il giudizio critico ma anche il servizio al lettore che ha diritto ad essere informato correttamente.

Emblematico è anche quello che sta accadendo alla critica cinematografica, sui maggiori quotidiani spesso surrogata da stelline, da punteggi o dall’entusiasta pollice di Fonzie. La velocità del web, lo zapping tv, il linguaggio sincopato dei social media (i 140 caratteri di twitter) l’infotainment sono diventati un must per molti editori anche di settimanali. Che in questo modo perdono di vista la propria identità e funzione: offrire spazi di approfondimento, di riflessione, di pensiero critico.

Ma non tutti sono disposti ad arrendersi a questa omologazione. E mentre i giornali contraggono gli spazi destinati alle recensioni pensando di emulare le logiche del web, a sorpresa, la critica d’arte, anche quella più colta e argomentata trova rifugio sulla Rete, in riviste specializzate come, ad esempio, Doppiozero.com, che è animata da 700 scrittori, critici, giornalisti culturali e ricercatori. Fra loro ci sono intellettuali affermati e giovani studiosi determinati a portare avanti la critica culturale facendo rete.

Come racconta Stefano Chiodi che è tra i fondatori della rivista. Curatore di mostre e autore di numerosi saggi, Chiodi firma anche la postfazione di un interessante volume pubblicato da Donzelli che ricrea su carta questo modello rizomatico e multidisciplinare di fare ricerca e critica delle arti visive.

nell'occhioIntitolato Nell’occhio di chi guarda. Scrittori e registi di fronte all’immagine, il volume ( curato da Clotilde Bertoni, Massimo Fusillo e Gianluigi Simonetti) si presenta come un’opera polifonica. Scrittori come Walter Siti, Domenico Starnone, Tommaso Pincio, Alessandra Sarchi, letterati come  Nadia Fusini e Guido Mazzoni, registi (Tiezzi e Andò ) e artisti come Laura Pugno, insieme ad altri, qui si cimentano in originali descrizioni (secondo il topos dell’ekphrasis), in letture inedite e interpretazioni di quadri, di affreschi, di foto e fotogrammi che hanno colpito la loro immaginazione. Così, per esempio, il regista Federico Tiezzi, artefice di un teatro fortemente visivo e attento all’iconografia colta, rilegge il duecentesco Trionfo della morte di Bartolo di Fredi e La Maestà del Duomo di Siena ( 1308-11 ) di Duccio di Buoninsegna in un testo che ha il sapore letterario di un racconto di formazione.

Memorie di infanzia emergono anche nel testo di Nadia Fusini che rievoca lo spavento per lo sguardo furente di Maria Callas -Medea nel film di Pasolini del 1969. Uno sguardo che a lei, ragazzina, cresciuta in una famiglia matriarcale, fece vedere/intuire la pazzia di una madre che decide di uccidere i figli. «Le immagini sono pensieri» che possono illuminare il latente, il non detto, dei rapporti umani, suggerisce Fusini. «Da quel momento capii – scrive – che le vere immagini non si afferrano che in controluce e ci affacciano su un mondo di invisibilia».

Simona Maggiorelli

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

E Picasso riscattò l’antica arte della ceramica

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su agosto 20, 2014

Picasso, ceramica

Picasso, ceramica

Per lui la ceramica non era affatto un’arte minore, ma al pari della scultura e della pittura gli permetteva di realizzare quell’universo di immagini che facevano la sua cifra espressiva, il suo stile, il suo linguaggio. Che Picasso dipanava con la stessa potenza di segno, qualunque fosse la tecnica adoperata. Consapevoli di questa fondamentale unitarietà dell’opera dell’artista spagnolo i curatori Mariastella Margozzi, Claudia Casali e Gino Finega espongono una selezione di ceramiche di Picasso accanto a una serie di opere grafiche nella mostra Picasso, eclettismo di un genio, aperta fino al 12 ottobre 2014 nelle sale di Villa Fiorentino a Sorrento.

Il rinnovamento che apportò nel campo della grafica – come più volte abbiamo ricordato in queste pagine – non fu meno radicale di quello che realizzò in pittura, trasformando quelle che nell’editoria erano considerate mere stampe decorative in opere d’arte dal valore autonomo. Basta pensare alle acqueforti che nel 1948 Picasso fece per “illustrare” i poemi di Gongora in cui spicca un immaginifico ritratto del poeta e drammaturgo del Siglo de Oro della letteratura spagnola dallo sguardo fiammeggiante, che ora campeggia nel catalogo edito da Con-fine che accompagna la mostra di Sorrento.

Oppure, sempre restando nell’ambito delle opere selezionate per questa esposizione, pensiamo sul versante dall’arte astratta, al dinamismo e alla vitalità del suo Baccanale con acrobati (in linoleum) che sfida, anche per la forza del colore, la pallida Bonheur de vivre di Matisse. E se l’importante rassegna in Palazzo Blu a Pisa un paio di anni fa e l’esposizione itinerante di cento incisioni di Picasso che ha appena chiuso a Lecco hanno offerto valide opportunità di vedere dal vivo litografie, acqueforti e stampe picassiane, era diverso tempo invece che non capitava l’occasione per apprezzare la ricchezza della sua produzione in ceramica. Che fu al centro di un’ampia mostra in Palazzo dei Diamanti a Ferrara nel 2000. E ora torna protagonista a Sorrento anche grazie alla collaborazione con il Museo della ceramica di Faenza (Mic) che, nel dopoguerra, ebbe in dono dallo stesso Picasso alcune ceramiche fra le quali una variante della celebre colomba della pace su sfondo bianco. In questa rassegna partenopea sfilano piatti dipinti, vasi dalle fattezze muliebri e piccole, preziose, sculture in ceramica, perlopiù uscite dalle fornaci di Vallauris dove Picasso, come ricorda Claudia Canali nel suo saggio in catalogo, nel dopoguerra ebbe modo di incontrare Suzanne Douly e Georges Ramié che gli aprirono le porte de la Madoura, una manifattura attiva fin dal 1938, che realizzava oggetti in terra rossa.

«L’artista si avvicinò alla ceramica con la voracità del neofita, con gli occhi del bimbo davanti alla sorpresa del gioco nuovo. Un gioco- scrive la direttrice del Mic – che diventò con il passare del tempo una grande opportunità». Così fiorirono tori, fauni e sinuose figure femminili, le superfici in ceramica diventarono la tela dove tratteggiare in pochi schizzi scene dal Don Chisciotte e rappresentare la sfida mortale della corrida. Figure essenziali, dal tratto deciso, che rinnovano il fascino della statuaria arcaica e, cosiddetta, primitiva.

dal setttimanale Left

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , | Leave a Comment »

Gaza. L’arte della resistenza

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su agosto 14, 2014

graffiti palestinesi

graffiti palestinesi

Usano le note e le immagini come armi. E lavorano per recuperare l’antico patrimonio culturale della Cisgiordania. Sono gli intellettuali e gli artisti che Fiamma Arditi racconta in Buongiorno Palestina

di Simona Maggiorelli

Said Murad usa la musica per raccontare al mondo cosa sta accadendo in Palestina. Le note sono le sue armi. Nel 2004, quando alcuni israeliani protestarono contro le politiche di destra del governo di Tel Aviv, con due telecamere e proiettori Said organizzò la performance Art without walls trasformando un muro in un maxi schermo per superare le divisioni. «La consapevolezza della difficoltà di questo processo non gli impedisce di continuare a piantare quei semi di cui parlava il poeta Mahmoud Darwish » scrive Fiamma Arditi nel libro Buongiorno Palestina (Fazi editore), che traccia una sorprendente mappa della “resistenza creativa” messa in atto da artisti, musicisti, architetti, registi, drammaturghi e romanzieri palestinesi, fondendo ricerca artistica e lotta per i diritti umani e per la liberazione della Palestina, aggredita militarmente da Israele. Fra loro ci sono anche intellettuali come Nadera Shalhoub Kevorkian, unica docente palestinese alla Hebrew University di Gerusalemme e impegnata ad aiutare la propria gente a superare i problemi fisici e psicologici connessi alla distruzione delle loro case . «Devo essere pazza – dice Nadera alla giornalista e scrittrice italiana che è andata a incontrarla nella vecchia Gerusalemme -, insegno a questi ragazzi e loro ci sparano, demoliscono le nostre case». Ma a spingerla non è lo spirito di sacrificio. «Ciò che faccio – aggiunge –  non toglie gli effetti dell’occupazione. Cerco di neutralizzarla, di combatterla. Continuando a vivere, ballare, amare».

«Noi palestinesi non vogliamo essere dei martiri, vogliamo vivere », diceva con altre parole la scrittrice e architetto Suad Amiry alla presentazione del suo nuovo libro Golda ha dormito qui (Feltrinelli) a Bologna il 9 luglio. n romanzo in cui l’autrice dell’ironico e spiazzante Sharon e mia suocera (2003) e di libri inchiesta come Murad Murad racconta la dolorosa esperienza della confisca della casa, che anche i suoi genitori dovettero subire. Nella Gerusalemme ovest diventata israeliana nel 1948, ricostruisce Amiry, le abitazioni più belle venivano assegnate agli alti funzionari dello Stato, fra i quali anche Golda Meir che fu primo ministro.

SuadScrittrice di successo internazionale, ma anche fondatrice di Riwaq, organizzazione non governativa per la tutela del patrimonio artistico e architettonico della Palestina, Suad Amiry nel frattempo è rientrata a Ramallah. «Qui è davvero terribile» ha scritto pochi giorni fa in una mail indirizzata all’amica Fiamma Arditi, raccontandole di una manifestazione di diecimila Palestinesi al check point Qalandia fra Gerusalemme e Ramallah e della violenta reazione dei militari israeliani, che hanno ucciso dieci persone e ne hanno ferite almeno duecento. I Palestinesi «protestano con le loro voci, con le loro bandiere, ma vengono attaccati con le armi» sottolinea Arditi. E i morti sono già più di mille, senza contare i tantissimi feriti. «Il direttore del Conservatorio Edward Said di Gaza, Ibrahim Al Najjar – prosegue la giornalista – mi ha scritto “vogliamo stare tutti insieme in questo momento, figli, nipoti, amici”. Cerca di dare valore agli affetti. Non perde tempo a lamentarsi.

Tanto il mondo vede quello che sta succedendo». Ed è questa fiducia nell’umano, nonostante tutto, questo tentativo di affermare la propria identità rifiutando la violenza, il filo rosso che unisce le storie di artisti e intellettuali che Arditi ha scelto di raccontare in Buongiorno Palestina. «Questo non è un libro politico» avverte però l’autrice che vive e lavora a New York. «È dedicato a quegli artisti che, con fantasia, cercano di reagire e di trasformare l’oppressione che subiscono quotidianamente in una lingua che possa parlare al resto del mondo».

Suad Amiry

Suad Amiry

Buongiorno Palestina «è un libro importante perché è un libro sulla vita e non sulla morte », ha detto Suad Amiry presentandolo a Roma. «Perché rompe gli stereotipi che dipingono i Palestinesi come terroristi». «Non è stata una scelta razionale, fatta a tavolino – spiega la giornalista italiana – è nata dagli incontri, dal desiderio di raccontare la resistenza psicologica e la voglia di reagire delle persone». Come lo scrittore Raja Shehadeh, attivista dei diritti umani che denuncia l’illegalità dell’occupazione e la criminalità dei bombardamenti che colpiscono i civili. Come Khaldun Bshara, condirettore di Riqwa che ha aperto la Onlus ai giovani facendone una fucina di nuovi talenti. Come i tanti writers palestinesi che hanno fatto fiorire impreviste immagini di libertà sul muro di Gerusalemme.

«Con grande dignità queste persone lavorano e portano avanti i loro progetti nonostante l’accerchiamento che dura da 75 anni e che non ha eguali al mondo », rimarca Arditi. Affrontando ogni giorno difficoltà di ogni tipo, dalla scarsità di mezzi, alla censura, alla repressione violenta.

Tristemente esemplare in questo senso è la vicenda della curatrice Vera Tamari che nel 2002 realizzò l’installazione Let’s go for a ride riciclando carcasse di auto che erano state schiacciate dai carri armati israeliani. «Ne ripulì una quindicina e le dispose in fila indiana sopra una gettata di cemento che – ricorda Fiamma Arditi – simulava una strada senza inizio né fine, dove non si poteva procedere né tornare indietro». Dalle auto uscivano note rock, hip hop, musiche e canti tradizionali, trasmesse in contemporanea dalle autoradio mentre voci si levavano da più parti, gridando e formando una cacofonia di suoni. Un’installazione artistica e di protesta «che non faceva male a nessuno», chiosa Arditi.

EmilyPer tutta risposta il 23 giugno del 2002, giorno dell’inaugurazione, i soldati israeliani entrarono nel campo con i carri armati e schiacciarono le auto una seconda volta. La censura israeliana è arrivata anche all’assurdo di impedire ai pittori palestinesi l’uso del bianco, del rosso, del verde e del nero insieme in un quadro, perché sono i colori della bandiera palestinese. Alla fine degli anni Settanta l’artista palestinese Sliman Mansour con altri aveva dato vita alla Galleria 79 a Ramallah.

«Ma i soldati israeliani entravano e uscivano. E se a loro non piaceva qualche quadro perché aveva contenuti politici lo confiscavano», racconta ancora Arditi. E per quanto oggi a Gaza non abbiano nemmeno la luce, alcuni artisti cercano di organizzare laboratori e allestire mostre.

Emily Jacir per Venezia

Emily Jacir per Venezia

Uscire dai Territori per esporre altrove, del resto, significa dover fare i salti mortali per ottenere dei permessi speciali. Ma capita anche che impedimenti al lavoro degli artisti palestinesi sorgano per «ragioni di sicurezza». Come è accaduto a Emily Jacir, che vive tra Roma e Ramallah e che, per la Biennale di Venezia, aveva concepito un’opera che affiancava al nome italiano delle stazioni dei vaporetti la traduzione in arabo.

Alla fine il progetto fu stoppato, proprio per supposte ragioni di sicurezza. «Che diventano così una forma di discriminazione – commenta Arditi-. Tutti i Paesi hanno un loro spazio in Biennale con installazioni di ogni tipo, questa era un’opera silenziosa ed è stata negata. Ma mentre le bloccano un progetto Emily passa al progetto successivo, studia come uscire dalle maglie di questa censura universale, non solo israeliana, per continuare a raccontare e raccontarsi».

dal settimanale Left

 

Manifestazione per Gaza

Manifestazione per Gaza

Appello alle Nazioni Unite per Gaza. Il commento di Abdalhadi Alijla

di Simona Maggiorelli

«Israele ha ancora una volta scatenato tutta la forza del suo esercito contro la popolazione palestinese imprigionata, in particolare nella Striscia di Gaza assediata, in un disumano e illegale atto di aggressione militare». Così recita l’incipit dell’appello indirizzato alle Nazioni Unite da intellettuali e premi Nobel. Fra i firmatari figurano anche registi come Ken Loach e Aki Kaurismäki, musicisti come Brian Eno, Roger Waters e molti altri. «Ogni uomo libero, ogni donna libera sulla terra conosce la verità e comprende bene la necessità che finisca l’occupazione militare», commenta lo scrittore Abdalhadi Alijla, ricercatore all’Università di Milano e direttore dell’Institute for Middle East Studies, Canada «Questo manifesto rappresenta un impegno importante. Ma i Palestinesi hanno bisogno di azioni concrete. L’inerzia dell’Onu e degli Stati Uniti è vergognosa. Occorre un embargo contro Israele»..

Abdalhadi Alijla,

Abdalhadi Alijla,

Come giudica ciò che sta accadendo a Gaza?

L’attacco alla Striscia di Gaza è un’aggressione e una chiara indicazione che Israele non vuole la pace. Hanno attribuito ad Hamas il rapimento e l’uccisione dei tre ragazzi israeliani ma la televisione tedesca ha dimostrato che il governo di Tel Aviv ha mentito, avendo le prove che la responsabilità era di un altro gruppo. Inoltre Israele ha fatto finta di nulla fino a quando non sono stati ritrovati morti per alzare la tensione e minare la tenuta dell’Autorità palestinese. Una strategia tesa a distruggere la possibilità per i Palestinesi di avere uno Stato indipendente. L’invasione di Gaza e l’uccisione di bambini, donne e anziani erano pianificati da tempo.  Il rapimento è stato solo un pretesto di Netanyahu e del suo governo reazionario per costringere i Palestinesi ad accettare le condizioni di Israele per non essere sterminati. Sono azioni di pulizia etnica. E’ in atto un genocidio.

 Nonostante le violenze in atto, molti artisti palestinesi e scrittori cercano di utilizzare l’arte come arma. È possibile in questo contesto?

 L’arte è una forma di lotta e di resistenza. È importante lottare per i nostri diritti. Sono in atto tentativi da parte di Israele di distruggere la nostra cultura. Ogni artista palestinese deve essere in prima linea per impedirlo, usando la propria creatività.

 Cosa pensa dei report giornalistici italiani che riguardano Gaza?

Oggi per fortuna non ci sono più solo i canali di informazione tradizionali. Ci sono i social media e alcuni giornalisti a Gaza – in particolare quello del quotidiano Il Manifesto- stanno facendo buona informazione anche tramite facebook, twitter e youtube.

E del concerto di Noa annullato a Milano?

È il classico modo sionista per mettere a tacere chiunque critichi Israele. Non mi sorprende affatto.

 

Mister Abdalhadi Alijla. which is your opinion on the Manifesto for Gaza signed by Nobel Prizes, intellectuals and artists like Brian Eno, Ken Loach and many others?

Every free man and woman on earth knows the truth. They understand that there is a need for the end of occupation. We thanks them and their efforts but it is not enough. The Palestinians need actions and not only words and appeals. We have seen the stand of the UN and the USA, it is shameful. Their efforts must be extended to raise awareness and call for boycotting Israel in general.

What do you think of  Israel’s attack on the Gaza strip? 

Well, the attack on the Gaza strip is an agression and a clear indication that Israel does not want peace. They fabricated the kidnapping of the 3 Israeli kids and claimed that it was Hamas. Last week, the German TV showed an investigation report  that proved that the kids were not kidnapped by Hamas and it was  a criminal act. Israel knew the kids were kileld from the beginning too. So, they did this play to undermine the Palestinian Authority ability and to destroy the Palestinians ability to have an independent state. The attack was planned long ago before the the kidnapping of the three kids. It was a scape goat for NETANYAH and his radical government from peace process and to make pressure on the Palestinian Authority and the Palestinians in general to accept what Israel want.  The attacks are mostly against civilians, women and children. All of this indicate that Israel committing a genocide. They murdered dozens families totally(the parents, sons and daughters and uncles). At the end, this aggression is a continuous ethnic cleansing of the Palestinian since 1948. It is not knew.

Despite the violence, many palestinian artists an writers try to use art as a weapon. Is it possible?

Art is one way for struggle. It is similar to writing and fighting in the battle field. It is important to fight for our culture rights and to spread the word through artistic work. There is also Israeli attempts to steal our culture and we need those artist to be in the front lines in our culture battle. Writings and activism is also another way, cooking also a fight for the rights of the Palestinians.
 What do uou think of  Italian media reports on Gaza?
You know, the international media is always try to be neutral, even on the expenses of the victims and the true words. Nowadays, the media is one way, there is social media(Facebook, twitter and youtube). Some reporters in Gaza are doing well. Georgio of Manifesto is doing great job. Also international activists..
And about actions like the cancellation of Noa’s concert in Milan?

Cancellation of Noa’s concern is one way of the zionist everywhere to shut up everyone who able to criticize Israel. I am not surprised at all.

dal settimanale left

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , | 1 Comment »

#arte contemporanea e lobbies. Urge una rivoluzione critica ed estetica?

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 25, 2014

Duchamp, Fountain

Duchamp, Fountain

Dopo l’orinatoio di Duchamp nulla nel mondo dell’arte è stato più lo stesso. Forse non immediatamente. Ma certo quando il ’68 elesse a maestro quell’ombroso surrealista che aveva fatto della bizzarria, dello choc, del non-sense la propria cifra.

Quell’orinatoio decontestualizzato e messo nella teca di un museo diventava altro, acquistava nuovi significati, diventava oggetto di culto per quel pubblico dell’arte contemporanea che dal MoMa, al Pompidou, alla Tate celebra i riti del postmoderno. Parafrasando Benjamin, nel 2006 Alessandro Dal Lago parlava di artisti «mercanti d’aura».

A. Dal Lago

Alessandro Dal Lago

A portare alle estreme conseguenze il dettato surrealista di Duchamp sarebbe stato, come è noto, Andy Warhol con la sua celebrazione delle merci e del consumismo, con la sua «trasfigurazione del banale» (per dirla con Arthur Danto) a uso e consumo della middle class americana.

E se con Duchamp l’arte era “finita al cesso” e con Manzoni, più ironicamente, era diventata Merda d’artista, è con la serialità asettica della factory di Warhol che diventa celebrazione dell’ordinario, barattolo, detersivo. Nessuno sguardo critico, nessuno scarto dalla norma, nessuna ombra di fantasia fa capolino dietro il suo Brillo box.

L’arte appare normalizzata, anestetizzata, ridotta alla piatta superficie. A gadget milionario. Come le bambole gonfiabili di Koons che troneggiano in molti musei d’Occidente o come gli squali in formaldeide di Hirst. Esempi che ritornano nel nuovo libro di Dal Lago, L’artista e il potere (Il Mulino), scritto con Serena Giordano.

Un saggio in cui il filosofo usa un approccio multidisciplinare per analizzare come è cambiato nei secoli il rapporto fra artisti e potenti committenti: in passato re, signori, papi e oggi imprenditori e tycoon che impongono sul mercato opere che nascondono la propria natura di spot sotto lo smalto della provocazione, del gigantismo, della trovata. Talora volutamente disgustosa.

anico

Nicola Perullo

Come l’autoritratto in sangue coagulato di Marc Queen o le gigantesche feci in travertino collocate qualche anno fa nel centro di Carrara da Paul McCarthy, in occasionr della Biennale di scultura. Ma se tutto ciò è giudicato arte e finisce nelle Biennali e se da Warhol in poi viviamo in una dimensione artistica diffusa, perché invece di subire questo mainstream concettuale capziosa e autoreferenziale non potremmo invece scovare vitali tracce d’arte in ambiti che non hanno del tutto perso di vista l’umano? Certamente nell’architettura come arte di abitare, ma forse anche nel design e – perché no?- anche nella cucina, come invita a fare il filosofo Nicola Perullo nel libro La cucina è arte? (Carocci).

In cui il docente di Estetica all’università di Pollenzo parla di cucina come saper fare, come téchne, ma anche come arte conviviale, che invita a incontrarsi intorno a un tavolo. Fuori dalla moda degli chef-star e dai tentativi di imitazione degli stili delle avanguardie con il food design, Nicola Perullo invita a riflettere su quando e come la cucina possa essere arte, proprio in base alle sue caratteristiche specifiche nutrizionali, di gusto, relazionali. L’autore ne discuterà con i filosofi Michaela Latini e Stefano Velotti mercoledì 25 giugno alle 18 nella libreria Ibs, in via Nazionale, a Roma.       (Simona Maggiorelli)

dal settimanale left

 

Posted in Arte, Filosofia | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Matisse, l’artista che amava le donne

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 14, 2014

Matisse odalisca- Ferrara

Matisse odalisca- Ferrara

In attesa della mostra che Le Scuderie del Quirinale dedicano a Matisse dall’inizio di marzo 2015, colgo l’occasione per riproporre qui alcune note sulle mostra ferrarese e sulla monografica  alla Tate Gallery di Londra ( dedicata ai découpages di Matisse) pubblicate nel marzo 2014 su left).

di Simona Maggiorelli

Disegnare con le forbici. «Tagliare nel vivo colore mi ricorda lo sbozzare degli scultori», diceva Henri Matisse parlando dei découpages con cui, già avanti negli anni, rinnovò radicalmente la propria arte, dando vita a un versatile vocabolario di forme dai colori smaglianti e dalla forte evidenza plastica che, nelle sale della Tate Gallery, creano un flusso continuo di energia catturando il visitatore della mostra Henri Matisse the cut-outs (aperta fino al 7 settembre) in un caleidoscopico universo di fantasia. Fin dalla prima sala dove s’incontrano due singolari nature morte: una bistrata di nero e dagli abbaglianti toni acidi, l’altra più astratta, liberata da ogni mimesi. Due opere del 1940 raramente esposte che ben introducono all’ultimo, rivoluzionario, periodo dell’artista francese che, dopo aver preso le distanze dal realismo oggettivo e dall’ideologia retinica dell’impressionismo e del pointillisme di Seurat, aveva imboccato una strada divergente anche dal razionalismo geometrico del cubismo.

Matiisse, Tate Gallery

Matiisse, Tate Gallery

«Cosa fanno i realisti? Che cosa fanno gli impressionisti?», si domandava Matisse nello scritto Il mestiere del pittore. «Fanno la copia della natura. Tutta la loro arte consiste nella esattezza della rappresentazione: arte tutta oggettiva, arte di insensibilità. Al più, la loro, è annotazione edonistica». In quelle stesse pagine datate 1930 (pubblicate in Italia nel 2003 da Abscondita in Scritti e pensieri sull’arte) Matisse riconosceva al cubismo una «funzione essenziale nella lotta contro la decadenza dell’impressionismo», ma accusava Picasso e compagni di essere precipitati in un «mero materialismo» con la loro «indagine dei piani fondata sulla realtà».

Fondamentale per il pittore francese era invece l’immaginazione. («Solo l’immaginazione può dare spazio e profondità al quadro», appuntava). Come centrale era il sentire dell’artista: «Bisogna uscire dall’imitazione. Gettare via i vecchi stracci per camminare con i propri mezzi, con i propri sentimenti». Anche per questo l’interesse di Matisse più che alla natura si rivolgeva all’umano.

Con una fiducia che non si appannò neanche negli anni bui della guerra. Così, mentre persino Picasso negli anni Trenta risentiva dell’onda nera del ritorno all’ordine dipingendo pesanti figure matronali e arcaicizzanti, Matisse, «per non lasciarsi distruggere», si dedicava a onirici ritratti e nudi femminili di grande intensità emotiva come ben racconta la mostra ferrarese Matisse, la figura, la linea, la forza del colore che, fino al 15 giugno, presenta in Palazzo dei Diamanti una significativa scelta di tele e sculture fra cui varie versioni di Nudo disteso (dipinte fra il 1908 e il 1931), Grande nudo seduto e il Nudo in piedi (1907) proveniente dalla Tate, che testimonia l’apertura di Matisse all’arte africana e verso nuove forme di bellezza oltre i canoni occidentali.

Affascinato dalla forza delle linee, dalle proporzioni non razionali e dall’essenzialità di alcune piccole sculture africane in legno scovate per caso in una bottega del lungo Senna, il pittore cominciò a interessarsi all’arte cosiddetta “primitiva”, allargando lo sguardo anche alla statuaria mediorientale più antica e a quella cambogiana.

109_640Una passione che non lo abbandonò mai come si evince anche da alcuni cut-outs in mostra alla Tate, come l’elegante Donna con anfora del 1953 che Matisse realizzò in azzurro su fondo panna e poi, giocando sul negativo, in bianco su fondo azzurro. Le due silhouettes, accostate in una sorta di chiasmo, appaiono stilizzate, prive di ogni dettaglio superfluo, decantate in un segno potentissimo. In questo dittico che rievoca la posa di piccole statue babilonesi conservate al Louvre, Matisse riesce a fondere originale avanguardia e richiami all’antico.E il pensiero corre ai nudi scelti da Isabelle Monod-Fontaine per la retrospettiva di Ferrara e che rimandano implicitamente a una lunga tradizione che va da Michelangelo a Ingres. Ma in questi cut-outs realizzati nel dopoguerra Matisse sembra raggiungere una sintesi plastica persino maggiore.

Più ancora del colore nei découpages conta la linea che definisce i contorni, la forza e la vitalità del tratto. Come nel disegno e nelle incisioni in linoleum, in cui determinante è il gesto dell’artista. «Ho sempre pensato che questo mezzo tanto semplice – rifletteva Matisse – richiedesse la sensibilità di un suonatore di violino. Basta stringere un po’ le dita che tengono la sgorbia perché “il suono” muti da dolce a forte». Cambiando così il senso e l’espressione dell’intera opera.

Tanto più se si tratta non di una singola incisione ma di una serie più complessa e articolata di opere in rapporto fra loro, come i pezzi di un puzzle, pensate per trasformare creativamente il contesto architettonico in cui sono inserite.

Matisse  cut up

Matisse cut up

L’esposizione londinese curata da Nicholas Cullinan del MoMa di New York e dal direttore della Tate Nicholas Serota lo rende ben evidente, ricostruendo filologicamente la disposizione originale dei cut-outs e, quando non è stato possibile, offrendo una interessante documentazione fotografica.

Così si scopre che durante la Seconda guerra mondiale, vivendo isolato ma in costante contatto con la moglie e la figlia Marguerite che partecipavano attivamente alla Resistenza, Matisse cercava inconsapevolmente di opporre alla distruzione e alla tragedia circostante la vivacità delle gouaches e dei découpages della serie Jazz, in cui danzano acrobati e personaggi fiabeschi mentre si celebra il funerale di Pierrot e un solitario Icaro sembra spiccare il volo in un cielo costellato di esplosioni.

Ma soprattutto visitando questa importante retrospettiva londinese si scopre che il grande murale realizzato dall’artista nella propria camera (nonostante la malattia lo costringesse a letto) era di fatto una umbratile boscaglia di forme fluttuanti rosse, verdi, blu, gialle, fissate in combinazioni mobili con delle semplici puntine.

Henri Matisse - The Parakeet and the Mermaid 1952 (detail)Una tecnica che, insieme all’uso di un carboncino montato alla sommità di un lungo bastone, permetteva a Matisse di studiare e orchestrare ampie composizioni prima di ritagliare le singole forme e incollarle. Più audace ancora risulta il progetto realizzato negli anni Cinquanta a Nizza, in cui – grazie all’aiuto di Lydia Delectorskaya, musa, modella e preziosa collaboratrice – Matisse riuscì a creare uno spazio in cui ampi murali formavano una sinfonia di forme e di colori di forte impatto emotivo, che dalla parete si estendevano al pavimento, trasformando l’intera stanza in una sorta di pulsante “organismo” di segni astratti.

La pittura in questo modo diventava architettura dilatando lo spazio oltre il reale; dando vita a una creazione tridimensionale in cui, per dirla ancora con Matisse, «tutti i colori cantano insieme». Il quadro non era più confinato in una cornice ma, soprattutto, non bastava più a se stesso come oggetto isolato.
Ciò che conta per Matisse è il movimento, la leggerezza, la Joie de vivre che emerge dalla composizione di ogni opera e dal ritmo musicale, quasi sinestetico, che le varie forme colorate generano se messe in sequenza o squadernate in altre combinazioni. A partire da piccoli esperimenti legati a scenografie teatrali come quella per il Rosso e nero (1937) dei Balletti Russi, passando per libri d’arte come Jazz (1941-47) e progetti editoriali come Verve, (tutti in mostra alla Tate Gallery) il maestro francese si emancipò dagli esordi fauve legati solo all’uso espressivo e antinaturalistico del colore per arrivare a preconizzare le moderne installazioni.

dal settimanale left marzo 2014

Dopo Londra, la mostra Cut-outs è eapprodata al MoMa di New York. Ecco il link del New York Times per una visita virtuale: http://www.nytimes.com/interactive/2015/02/06/arts/a-walk-through-the-gallery-henri-matisse-the-cut-outs-at-the-museum-of-modern-art-in-new-york.html?smid=tw-nytimes

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , | Leave a Comment »

Biennale architettura. L’arte albanese conquista la laguna

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 9, 2014

Adrian Paci, The column

Adrian Paci, The column

Il poliedrico Adrian Paci e il pittore Edi Hila sono i protagonisti del padiglione dell’Albania.

Che debutta alla Biennale architettura di Venezia.

Facendo tesoro dell’esperienza dell’artista e ora primo ministro Edi Rama, mentore della rinascita di Tirana

di Simona Maggiorelli

Con una scelta originale e ricca di significati il padiglione dell’Albania (new entry in Laguna) si presenta alla XIV Biennale di architettura puntando sull’opera di due artisti, Edi Hila e Adrian Paci. E se da noi troppo poco si conosce ancora del lavoro del pittore Hila che ricrea il paesaggio urbano dipingendo facciate di palazzi, molto noto e apprezzato è il lavoro di Paci, scultore, pittore, videoartista, performer che dal 1992 vive a Milano e al quale si devono foto fulminanti come Centro di permanenza temporanea (2007) e come The Line (2007) che ci parlano di immigrazione con immagini potenti che non lasciano indifferenti. Alla Biennale che si apre il 7 giugno Adrian Paci presenta The Column (2013) un video di 25 minuti dedicato al trasporto di blocchi d marmo che, durante il viaggio per mare dalla Cina, diventano colonne “corinzie” grazie al duro lavoro di maestri artigiani. Un’opera visionaria e poetica che solleva domande radicali su arte e mercato, su dignità del lavoro e sfruttamento, sui ritmi forzati della globalizzazione. E che, al contempo, ci parla della ricerca di bellezza come esigenza profonda di ogni essere umano. In questo video ritroviamo molti temi che connotano il percorso di Paci fin dagli esordi: temi come il viaggio, il rapporto fra Oriente e Occidente, fra finito e non finito, fra realtà e invenzione.
Adrian Paci, come è nata quest’opera?
Nasce dall’incontro con una storia che mi ha raccontato un amico suscitando in me una visione. A cui poi ho cercato di dare forma. La storia di navi-fabbrica che producono in viaggio mi è parso racchiudesse in sé una grande potenzialità. La nave che varca i confini con a bordo lavoratori che trasformano, con le proprie mani, la materia prima diventa lo spazio dove s’incontrano e si scontrano in modo suggestivo molte tematiche.

Adrian_Paci_03Il conflitto, la tensione, zone di crisi potenzialmente offrono un terreno fertile per l’arte?
In Cina si dice “Ti auguro di vivere in tempi interessanti”. Un augurio ma anche una maledizione, perché i tempi interessanti non li scegli tu e non li scegli di sicuro per fare ricerca nell’arte. In quei frangenti dobbiamo azzittirci o, piuttosto, cercare di esprimerci? Io sono per la seconda opzione.
Con opere come Slowly (2004) lei ha saputo trasformare storie di migranti in immagini artistiche di valore universale. Un modo anche per dare voce a chi non ce l’ha?
è vero ma bisogna stare attenti a non cadere nel paternalismo e nella retorica buonista. Io cerco di raccontare ciò che conosco e ciò che mi attrae e mi incuriosisce. Non c’è niente di forzato. Non potrei fare diversamente. Trovo fastidiosa l’etichetta di artista che tratta “il tema dell’emigrazione” usata per un consumo mediatico.
Lei si è misurato con linguaggi diversi, rifiutando sempre la cronaca. Per rappresentare la realtà umana più profonda serve fantasia?
Eh sì, l’arte è alla fine un’ opera di finzione. Il problema è capire se questa finzione ci aiuta a penetrare nella verità delle cose. Io penso di sì.
Il tema del nomadismo e dell’incontro con culture differenti attraversa tutta la sua opera. Cosa significa per lei oggi rappresentare il padiglione nazionale albanese?
Adrian-Paci-Turn-On-620x388La Biennale di Venezia è una mostra dove i contributi nazionali si incontrano e si intrecciano. L’Albania non ha un suo padiglione permanente nei giardini, ma quest’anno ha un suo spazio all’Arsenale accanto ad altri. è un onore essere stato chiamato, con Edi Hila, a rappresentare il mio Paese che sta cercando di uscire dalla marginalizzazione dopo 50 anni di isolamento totale e 20 anni di transizione faticosa. Ma la partecipazione dell’Albania non punta sull’orgoglio nazionale. Attraverso la visione di due artisti, vuole dare un contributo al tema prosto quest’anno dalla Biennale. “L’essere in potenza”, l’apertura e la problematizzazione di identità chiuse sono al centro del nostro padiglione .
Dalla recente retrospettiva al PAC di Milano a quella parigina, alla Biennale architettura. Come vive questo climax e che direzione sta prendendo la sua ricerca?
Sono stati anni di lavoro intenso e per me mostrare, “mettersi in mostra”, non vuol dire mettersi su un piedistallo per essere celebrato, ma aprirsi allo sguardo critico dell’altro e questo comporta anche una certa fatica. Per ora sto lavorando su due nuovi mosaici e una serie di piccoli dipinti.

 

La sfida di Beyond Entropy

Con il padiglione dell’Angola, premiato con il Leone d’oro alla Biennale d’arte del 2013, l’architetto Stefano Rabolli Pansera ha conquistato l’attenzione del pubblico internazionale (anche quello dei non addetti a lavori) mostrando la sorprendente vivacità culturale di Luanda, capitale angolana che, in un decennio della fine di una guerra civile durata ben 27 anni, ha saputo trovare un riscatto anche attraverso un inedito sviluppo del territorio urbano. Seguendo questo filo rosso quest’anno la scommessa si rinnova e, con Jonida Turani, Stefano Rabolli Pansera cura il padiglione dell’Albania presentando alla Biennale architettura 2014 Potential monuments of unrealised futures un progetto che va alla ricerca delle potenzialità inespresse della modernità albanese. Così i due curatori di Beyond Entropy tornano a cimentarsi con un’area apparentemente fuori dal mainstream dell’architettura internazionale, ma che dalla fine del regime comunista sta attraversando una interessante anche se lenta fase di rinascita. Che ha ricevuto una bella spinta dalla “rivoluzione dei colori” compiuta dall’artista Edi Rama che quando era sindaco di Tirana svecchiò il volto della città invitando a ridipingere le facciate dei palazzi con tonalità vive e fantasiose. Oggi Edi Rama è  primo ministro e in questa veste sarà a Venezia per promuovere il padiglione dell’Albania. «Il suo impegno come sindaco e artista ha ispirato il nostro lavoro – racconta Jonida Turani-. Fra il suo modo di fare politica attraverso l’arte e il nostro modo di fare architettura attraverso l’arte c’è una profonda consonanza». Il progetto Beyond Entropy, che si estende dall’Europa, al Mediterraneo, all’Africa «punta a sviluppare le potenzialità già presenti nei territori – spiega Rabolli Pansera – senza l’imperativo di costruire a tutti a costi, ma anzi cercando di trasformare in modo positivo l’esistente. “Cambiare tutto senza cambiare niente” è il nostro “motto” facilitando il riarticolarsi delle forze già presenti nel contesto. E questo è stato anche l’obiettivo di Edi Rama».

dal settimanale left

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , | Leave a Comment »