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Andar per mostre. La bella avventura di Azimut/h

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 24, 2014

Lucio Fontana Io (non) sono un santo

Lucio Fontana Io (non) sono un santo

E’ stata uno degli avamposti della ricerca internazionale e un fenomeno quasi del tutto inconsueto in Italia. Soprattutto per il modo alto in cui riusciva a far incontrare sperimentazione artistica, letteraria e scientifica. Stiamo parlando della rivista Azimut/h fondata insieme all’omonima galleria nel 1959 da Enrico Castellani e Piero Manzoni a Milano. Da due talenti fra loro diversissimi e che, anche per questo, riuscivano a coprire così ad ampio spettro ambiti d’avanguardia disparati.
Riservato e dedito a una ricerca sull’arte astratta rigorosissima il primo, Enrico Castellani, quanto il secondo, Piero Manzoni, era estroverso, capace di inventarsi performance e trovate che avevano l’aria della burla, mentre mandavano a gambe all’aria antichi luoghi comuni sull’arte e l’ispirazione. Basta pensare alla sua celeberrima Merda d’artista che rendeva d’un tratto ridicola ogni posa dannunziana o pretesa aura sacra dell’opera d’arte. Forse anche per questo insolito mix di caratteri e poetiche l’esperienza di Azimut/h ebbe vita breve, dal settembre del 1959 al luglio del 1960. Ma tanto bastò per entrare direttamente nella storia dell’arte del Novecento.

Piero Manzoni, merda d'artista

Piero Manzoni, merda d’artista

In quegli anni Milano era in pieno fermento, le gallerie erano attivissime, anche sul fronte della sperimentazione più avanzata, che guardava all’astrattismo, di livello internazionale. Tanto che nella galassia di Azimut/h, troviamo nomi di primo piano come Lucio Fontana e poi Alberto Burri e artisti americani già noti allora come Jasper Johns, Robert Rauschenberg e il francese Yves Klein, sodale di Piero Manzoni sul versante della performance dal vivo e della provocazione. Ma non solo. Intorno a Azimut/h gravitavano nomi interessanti, anche se meno noti al grande pubblico, come Jean Tinguely, Heinz Mack, Otto Piene e Günther Uecker. Una importante mostra al Guggenheim di Venezia, fino al 19 gennaio 2015, permette di conoscerli più da vicino, insieme agli altri protagonisti della folgorante stagione di Azimut/h.

Curato da Luca Massimo Barbero il percorso espositivo si sviluppa in sei sale. La prima presenta lavori di Rauschenberg, Johns, Tinguely, un monocromo blu di Klein e opere di Burri. Mentre nella seconda parte figurano lavori di Manzoni che raccontano il suo poliedrico talento, capace di spaziare da raffinati Achrome a provocatorie sculture viventi. Di Enrico Castellani sono esposte le superfici a sviluppo architettonico e alcune superfici nere che catturano la luce e sembrano rilanciarla in modo ritmico grazie a un gioco di estroflessioni e introflessioni della tela.
Ma di grande valore è anche il catalogo edito da Marsilio che accompagna la mostra Azimut/h continuità e nuovo: un volume di oltre seicento pagine che raccoglie contributi critici di Luca Massimo Barbero, Francesca Pola, Flaminio Gualdoni, Federico Sardella e di Antoon Melissen. E non solo. In questa ponderosa pubblicazione sono riprodotte tavole, contenuti di riviste e pagine della mitica rivista del gruppo dove furono pubblicati articoli di critici e artisti come Gillo Dorfles, Guido Ballo, Vincenzo Agnetti e Bruno Alfieri e ancora poesie di Edoardo Sanguineti, Nanni Balestrini, Elio Pagliarani, Leo Paolazzi ed altri protagonisti degli anni Cinquanta e Sessanta. A colpire lo spettatore oggi è proprio quella avanzatissima commistione di cultura e scienza, rarissima in un’Italia in cui ha sempre pesato l’impostazione crociana e gentiliana, idealistica e, in larga parte, nemica della cultura scientifica.
(Simona Maggiorelli, settimanale Left,  dicembre 2014)

I nuovissimi con Piero Manzoni

di Andrea Cortellessa ( da Alfabeta 2)

Piero Manzoni eNanni Balestrini divennero amici  a Brera, al bar Jamaica. Al tramite di Balestrini, con ogni probabilità, si deve comunque se il primo scritto critico che si registri su Manzoni sia in assoluto quello firmato da Luciano Anceschi: che di Balestrini era stato docente di filosofia al Liceo scientifico Vittorio Veneto e che due anni prima aveva fondato la nuova rivista il verri (alla cui redazione aveva chiamato come factotum, appunto, il ventunenne Nanni). Nel gennaio del ’58, alla Galleria Bergamo, Manzoni espone assieme a Fontana e Baj: una mostra che viene subito ripresa a Bologna e il cui testo introduttivo è scritto appunto da Anceschi (il quale nota la svolta dalle «superfici caotiche» degli esordi informali alle «allibite superfici di bianco assoluto, affidate alla sensibilità nel trattare la materia e rotte da rilievi plastici e dalle loro ombre»).

È intanto interessante che sino al ’60 di Manzoni abbiano scritto solo letterati: dopo Anceschi è la volta di Vincenzo Agnetti, Emilio Villa e Cesare Vivaldi. Ma ancora più significativo è che gli unici altri poeti che guarderanno con violenta fiducia a questo estremo matto dell’avanguardia (per usare le parole di Pagliarani) saranno proprio tre dei cinque che nel ’61 metteranno a rumore l’ambiente letterario italiano con l’antologia I Novissimi. Poesie per gli anni ’60: Leo Paolazzi, che di lì a poco prenderà il nome di Antonio Porta, appunto Balestrini ed Elio Pagliarani (che degli altri ha qualche anno in più, fa il giornalista alla redazione milanese dell’Avanti!, e già da un pezzo frequenta il giro degli artisti). Al giovanissimo Paolazzi nel ’59 viene affidato l’incarico di presentare il catalogo della mostra che Bonalumi Castellani e appunto Manzoni tengono a Roma, alla Galleria Appia Antica di Emilio Villa; mentre lo stesso anno, sul primo numero di Azimuth, vengono ospitati inserti in versi da Narcissus Pseudonarcissus di Pagliarani (componimento prelevato dalla sua prima raccolta, Cronache e altri versi, pubblicata da Schwarz nel ’54, e che figurerà poi per intero appunto sui Novissimi), il frammento Innumerevoli ma limitate di Balestrini (che nel ’63 confluirà nella sua raccolta Come si agisce) e tre strofe del poemetto Europa cavalca un toro nero di Paolazzi (che nel ’60 uscirà per intero nella plaquette, ormai a nome Porta, che s’intitola La palpebra rovesciata ed esce come primo e forse unico numero di una collana, stampata a Brescia, di «Quaderni di Azimuth»).

Dopo la traumatica scomparsa dell’artista, Pagliarani e Balestrini torneranno a scrivere di Manzoni quando nel ’67 Vanni Scheiwiller realizzerà la monografia commemorativa Piero Manzoni: il primo con la testimonianza intitolata Fino all’utopia (della quale siamo in grado di riprodurre anche il dattiloscritto originale, appartenente a una collezione privata, grazie alla cortesia di Lia Pagliarani; per tutte le altre riproduzioni si ringrazia la Fondazione Piero Manzoni), il secondo col lungo componimento dedicato «a Piero Manzoni» e intitolato La gioia di vivere (la cui vicenda editoriale a seguire, però – a partire da Ma noi facciamone un’altra, la raccolta del ’68 –, vedrà cadere la dedica all’artista). Pagliarani – come ricorda Dario Biagi – sarà poi fra coloro che testimonieranno a favore del vecchio amico quando nel ’71, in occasione della sua personale curata da Germano Celant alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, nei suoi confronti scoppieranno rumorosissime polemiche (assieme a lui interverranno, fra gli altri, Argan, Brandi, Calvesi, Agnetti e Capogrossi). Mentre Porta scriverà un componimento a posteriori, dedicato «a Piero e ai Manzoni», quando Maurizio Calvesi chiamerà un certo numero di poeti a confrontarsi con l’opera di uno degli artisti esposti alla Biennale del 1984 (nella sezione Poesia per Arte allo Specchio, alla lettura poetica conclusiva intervennero – oltre a Porta – Andrea Zanzotto, Giovanni Giudici, Edoardo Sanguineti, Giovanni Raboni, Maurizio Cucchi, Maurizio Brusa, Valerio Magrelli e Gian Ruggero Manzoni).

Per Porta, il rapporto con Manzoni deve aver contato anche più che per gli altri Novissimi. All’indomani della scomparsa dell’artista compone un poemetto visivo dal titolo – allusivo al punto da non ammettere ulteriori spiegazioni – Zero, che viene esposto alla Galleria Blu di Milano nell’ottobre del ’63 e viene pubblicato il mese seguente, in forma lineare, sul primo numero di «Marcatré». Un testo che così si conclude: «senza concezione, senza misura, senza forma | senza metro, senza progetto, senza costruzio | ne, senza matrice, senza materia, senza mat | eriale, senza spazio, senza vuoto» ecc. Invitato da Edoardo Sanguineti a spiegarne la genesi, sul numero successivo della medesima rivista Porta pubblica un testo in verità reticente, Il grado zero della poesia, che però è improntato a quel medesimo «senso del tragico» che Pagliarani, per parte sua, non esiterà ad associare alla vicenda di Manzoni nella propria testimonianza Fino all’utopia.

Proprio Sanguineti rappresenta l’anello mancante di questa storia (nonché quello che, allo stato attuale della mia ricerca, resta un piccolo mistero). Alla fine del ’58 Manzoni scrive all’amico Rinaldo Rossello – che fa da intermediario con un collezionista – di essere al lavoro su una pubblicazione in cui riproduzioni di sue opere verranno accompagnate da «un testo di Edoardo Sanguineti». Ma la pubblicazione non uscirà, e di questo testo non è stata finora trovata traccia (la notizia è contenuta nella monografia di Francesca Pola). Il che tanto più sorprende, perché il geniale paradigma antimetaforico del «Questo è questo» (da Sanguineti elaborato nel ’62 a proposito di Burri, poi applicato ad Antonio Bueno) calza a pennello – è il caso di dire – all’opera di Manzoni, piuttosto: il caposaldo della cui poetica, enunciato nel ’57 e a più riprese ribadito nei testi successivi (raccolti ora da Gaspare Luigi Marcone negli Scritti sull’arte), recita senza equivoci quanto segue: «l’immagine prende forma nella sua funzione vitale: essa non potrà valere per ciò che ricorda, spiega o esprime […] né voler essere o poter essere spiegata come allegoria di un processo fisico: essa vale solo in quanto è: essere».

Si arriva così al presente: Nanni Balestrini è fra i testimoni intervistati nel documentario Piero Manzoni artista, diretto da Andrea Bettinetti e prodotto da Sky Arte. A differenza di tanti altri artisti della sua generazione, nella cui bibliografia critica i nomi di poeti e letterati in genere abbondano, in quella di Piero Manzoni sono quelli qui citati gli unici scrittori ad essere presenti – ripresentandosi con costanza anno dopo anno e decennio dopo decennio. Che dire? Ognuno riconosce i suoi.

 

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