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Dal Magma tante idee

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su agosto 14, 2013

MagmaFasci di luce colorata disegnano paesaggi fiabeschi sui muri secolari della ex fonderia dell’Ilva a Follonica, nel grossetano. Un luccicare di foglietti di metallo dorati evoca l’immagine del fuoco che nel forno di San Ferdinando è stato alimentato da molte generazioni di operai, tra il 1818 e la seconda metà del secolo scorso. Fra gli anziani della Maremma la memoria del lavoro in questo complesso siderurgico è ancora forte e alcune testimonianze videoregistrate fanno arrivare anche a chi visita oggi questo reperto di archeologia industriale la vita collettiva che animava questi luoghi, da poco diventati spazio espositivo. Nell’antico edificio (risalente al XV secolo) e intorno alla fornace accesa all’epoca del Granduca Ferdinando, e ormai spenta da tempo, è cresciuto il Magma – Museo delle arti in ghisa della Maremma che rilancia l’identità del territorio e dà voce ai tanti che hanno lavorato fra queste mura.
Storia del lavoro, antropologia, cronaca locale, ma non solo. Perché grazie al raffinato progetto di recupero firmato dagli architetti Barbara Catalani, Marco Del Francia e Fabio Ristori (che hanno vinto la gara pubblica nel 2007) il Magma si presenta anche come un luogo d’arte e di installazioni multimediali che ricreano il passato in un racconto per immagini assai suggestivo. Aspirando in futuro a diventare anche laboratorio creativo e centro di produzione culturale. Da fonderia della vena elbana per la ghisa a fucina di idee, insomma. Il Magma fa vedere concretamente che cosa potrebbe diventare quel patrimonio di archeologia industriale sparso per la penisola e che, perlopiù, sta andando in malora.
Com’era quel paesaggio industriale negli anni Cinquanta e Sessanta, quando il design e l’architettura d’avanguardia incontravano la migliore imprenditoria italiana, lo documenta la mostra La Rinascita, aperta fino al 3 novembre in palazzo Mazzetti ad Asti (catalogo Skira), proponendo, fra l’altro, i progetti di Carlo Scarpa per i villaggi Eni e immagini del canavese riprogettato da Olivetti. Come sono diventati molti complessi industriali nel frattempo dismessi lo racconta, invece, Giancarlo Liviano D’Arcangelo nel suo bel libro reportage Invisibile è la tua vera patria pubblicato da Il Saggiatore.
Dalle ciminiere corrose di Taranto, dalla sbrecciata Zisa di Palermo (un tempo rigogliosa casba) a quel gioiello di vetro e di luce che era la fabbrica olivettiana ad Ivrea. In questo viaggio attraverso la penisola Liviano D’Arcangelo fonde inchiesta, memoir, diario, racconto letterario facendo tornare alla mente del lettore uno scrittore come W.G. Sebald e il suo Gli anelli di Saturno  (Adelphi). E in questo pellegrinaggio in cerca di reperti di archeologia industriale sono spesso incontri di forte impatto, anche emotivo. Come quando il giornalista e scrittore, in Puglia, raggiunge una masseria «un tempo bellissima, che è stata inghiottita dall’Italsider quando era già morente». E più avanti: «L’ area della cava è un paesaggio lunare…Il risultato è un enorme pattumiera piena di scorie in lavorazione».  Dal Sud al profondo nord la narrazione civile di Giancarlo Liviano D’Arcangelo è punteggiata di «rovine ribollenti appena sfornate e prive delle carezze del tempo». (Simona Maggiorelli)

da left avvenimenti

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Ai Weiwei denuncia il governo cinese

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su agosto 12, 2013

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Ai Weiwei SACRED

Ai Weiwei SACRED

Con nude barre d’acciaio recuperate dalle scuole distrutte dal terremoto di Sichuan nel 2008, nel complesso delle Zitelle, alla Giudecca, il cinese Ai Weiwei evoca la memoria degli oltre cinquemila bambini che morirono in quella catastrofe anche perché – accusa l’artista – gli edifici non erano a norma.

A Venezia Ai Weiwei ha ricreato in versione ampliata il suo toccante omaggio, dal titolo Straight, realizzato qualche anno fa in occasione di una sua importante retrospettiva a Washington.

Curata da Maurizio Bortolotti la mostra – aperta fino al 15 settembre e nata dalla collaborazione tra Zuecca Project Space e lagalleria inglese Lisson – ha un dirompente secondo atto nella chiesa di Sant’Antonin dove Ai Weiwei ha allestito S.A.C.R.E.D. (Super, Accusers, Cleansing, Ritual, Entropy, Doubt) squadernando, come fossero stazioni di una laica via crucis, gli 81 giorni di carcere, violenze e torture che l’artista subì nel 2011 in Cina per la sua attività in difesa dei diritti umani.

Dentro scatole nere, attraverso una piccola feritoia, lo spettatore si trova così a spiare scene in cui l’artista viene vessato, interrogato, piantonato a vista, anche in bagno. In chiesa, ribaltando in senso ateo e umanissimo la tradizione della sacra rappresentazione, ripercorre quell’angosciante vicenda kafkiana che, dopo essere stato incappucciato, lo portò dietro le sbarre, senza avvocati, senza chiari capi di imputazione, senza nessun contatto eccetto quello asettico con guardie addestrate a muoversi come marionette prive di emozioni. Come racconta lui stesso allo scrittore Barnaby Martin in Hanging Man (Il Saggiatore), un libro di denuncia, fortissima, ma anche prezioso per comprendere il pesante contesto storico politico in cui, per reazione, alla fine degli anni Settanta nacquero collettivi di rottura come The Stars, di cui faceva parte anche un ventenne Ai Weiwei.

Ai Weiwei omaggio ai morti del terremoto

Ai Weiwei omaggio ai morti del terremoto

«A Pechino il 29 settembre del 1979 The Stars improvvisarono una mostra dei propri lavori appendendoli alle cancellate esterne della China Art Gallery. Fu un atto assolutamente rivoluzionario», scrive Martin. Il rifiuto del realismo di regime, la spinta alla modernizzazione, la sperimentazione a tutto raggio dei linguaggi che caratterizzavano questo eterogeneo gruppo di artisti furono lette dal Partito comunista cinese. come un’azione pericolosa e gli Stars dovettero cercare riparo in esilio. Fu allora che Ai Weiwei andò a New York (dove per caso si trovò a dividere la stanza con  Chen Kaige regista di Addio mia concubina,  e con il violinista Tan Dun!).

Dopo il suo ritorno in Cina nel ‘93 l’artista, anche per sfuggire alla censura, ha sviluppato una poliedrica attività di artista visuale, architetto, blogger, poeta, compositore, mettendo a punto, in particolare, una sua suggestiva poetica di risemantaizzazione degli oggetti quotidiani- sedie, bici, ecc – che, collocati in una nuova prospettiva, gettano nuova luce sull’ordinario, sollevando interrogazioni di senso, riuscendo talora a ribaltare sedimentate e consunte ideologie. «Credo che l’arte sia il veicolo a nostra disposizione per sviluppare ogni idea nuova, per essere creativi, per ampliare l’immaginazione, per cambiare le condizioni attuali», si legge in Weiweismi (Einaudi) la raccolta di aforismi di Ai Weiwei curata da Larry Warsh. «Il mio scopo – dice l’artista cinese –  è sempre quello di ideare una struttura aperta a tutti. Non considero l’arte un codice segreto» . (Simona Maggiorelli)

dal settimanale left-avvenimenti

Ecco cosa è accaduto a fine luglio 2015

Ai Weiwei

Ai Weiwei

Dopo quattro anni l’artista cinese Ai Weiwei ha riavuto indietro il suo passaporto. Le autorità cinesi glielo avevano tolto quando, dopo essere stato accusato di attività antigovernative, fu aggredito da agenti e recluso in una località segreta per 81 giorni e poi multato per cifre iperboliche. Rilasciato, nel novembre 2013, l’artista cominciò a protestare contro il divieto di andare all’estero a cui era sottoposto. Lo fece mettendo dei fiori nel cestino di una bicicletta posteggiata fuori dal suo studio a Pechino. E annunciando su twitter che avrebbe aggiunto fiori ogni giorno fino a quando non gli fosse stato restituito il diritto di viaggiare liberamente.

Dopo seicento giorni di “flower for freedom” , con un crescente sostegno dell’opinione pubblica internazionale, Ai Weiwei ha finalmente riavuto la possibilità di uscire della Cina. Ora potrà andare a Londra per collaborare alla retrospettiva che gli dedica Royal Academy of Art e che sarà inaugurata a settembre.

E se il gesto da parte del governo cinese è soprattutto teso ad evitare contestazioni durante la prossima visita in Gran Bretagna del presidente Xi Jinping, ciò che conta è che Ai WeiWei ora potrà tornare a lavorare all’estero ed anche a collaborare con artisti, sodali e amici come Anish Kapoor, che hanno sostenuto la sua battaglia di libertà perfino ballando in Gangnam Style .

Ma a Londra potrà riprendere anche il dialogo con Hans Urlich Obrist, direttore della Serpentine Gallery, con il quale Ai WeiWei ha pubblicato un interessante libro intervista, Io Ai WeiWei (pubblicato in Italia da Il Saggiatore) in cui racconta il lavoro artistico, di contro informazione, e di resistenza civile portato avanti dal 2006 al 2009 attraverso un blog che arrivò ad avere un traffico di milioni di persone e poi fu chiuso dalle autorità cinesi.

La mostra alla Royal society sarà l’occasione per conoscere più da vicino il lavoro di Ai Weiwei diventato popolare in tutto il mondo con opere come lo stadio di Pechino, pensato come un gigantesco e immaginifico nido, un vorticoso gioco di linee luminose per eventi pubblici e collettivi e realizzato nel 2008 in collaborazione con lo studio Herzog & de Meuron.

Ai Weiwei si è sempre mosso liberamente fra disegno, pittura, installazioni, poesia. E poi, quasi “per caso”, ha scoperto di avere un talento anche come architetto, quando ha avuto l’idea di progettare un proprio studio, quasi subito pubblicato dalle maggiori riviste di architettura asiatiche e occidentali. Una forma di arte che per Ai Weiwei è nuova «scultura urbana» e una nuova frontiera di «poesia negli spazi pubblici».

aggiornamento del 30 luglio 2015: il governo britannico ha negato un visto di sei mesi all’artista cinese Ai Weiwei, perché avrebbe omesso di dire nella nella richiesta di visto che ha avuto una condanna. L’artista ha pubblicato su Istagram la motivazione contenuta nella lettera dell’ambasciata britannica a Pechino con cui respinge la richiesta e concede all’artista un visto di soli 20 giorni. Il punto è che Ai Weiwei è stato detenuto nel 2001 per 81 giorni senza essere stato condannato per un reato.

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Sguardi sul Giappone

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su agosto 4, 2013

Gheishe samuraiA fine Ottocento Van Gogh fu tra i primi in Occidente a studiare le forme grafiche essenziali, il tratto netto e i colori piatti delle stampe giapponesi, ricreandole in dipinti di straordinaria forza espressiva. Poi, agli inizi del secolo scorso, l’architetto Frank Lloyd Wright dedicò alle stampe giapponesi un suggestivo saggio teorico: Le stampe giapponesi. Una interpretazione (uscito nel 1913 e ripubblicato da Electa) che avrebbe fatto scuola.

Ma è soprattutto nel secondo Novecento che si è diffusa in Italia una solida tradizione di studi sull’arte giapponese, da Fosco Maraini a Gian Carlo Calza. E su questa scia, anche da noi, si è assistito a un fiorire di pubblicazioni e di mostre che hanno fatto un buon lavoro di divulgazione, basta pensare ad antologiche come quella su Hiroshige nel 2009 a Roma e più ancora, alla rassegna Ukiyo-e sul periodo Edo (1600-1868) curata proprio da Calza nel 2004 a Milano e che ha avuto il merito di far conoscere al grande pubblico le raffinate realizzazioni del “Mondo fluttuante”. In questo solco, e allargando il raggio storico dell’indagine, si inserisce l’interessante mostra che si è appena aperta a Cagliari, Oggetti per passione. Il mondo femminile nell’arte giapponese (fino all’8 settembre) nata dalla collaborazione dei Musei civici cagliaritani (che conservano le opere importate dal Sol Levante dal collezionista Stefano Cardu) con il Museo preistorico etnografico Luigi Pigorini di Roma dove è conservata e studiata, ma non ancora esposta la collezione raccolta da Vincenzo Ragusa, scultore siciliano che tra il 1876 e il 1882, fu invitato in Giappone per insegnare nella nascente Scuola di Belle Arti occidentali di Tokyo. Loretta Paderni, che cura la mostra sarda insieme a Anna Maria Montaldo, presenta in anteprima i risultati del suo lavoro in un articolato percorso in Palazzo di Città e nel MAS Museo d’Arte Siamese, nella cittadella. Inanellando oggetti, stampe, netsuke (statuine in miniatura) e pitture risalenti a un amplissimo arco di tempo che va dal medioevo fino al periodo Meiji (1867-1912), quando il Giappone si aprì all’arte occidentale. Quando cioè cominciò ad essere trascurata la raffinata tradizione calligrafica del Sol Levante, per adottare gli stilemi della pittura figurativa.

Gheishe e Samurai-Genova

Gheishe e Samurai-Genova

Con esiti non sempre esaltanti come si è visto in aprile alla Gnam di Roma che ha ospitato la mostra Arte in Giappone curata da Masaaki Ozaki del Museo di Arte Moderna di Kyoto. Più interessanti invece nell’esposizione dei Musei civici cagliaritani le sezioni dedicate all’arte giapponese antica del periodo Heian (794-1185) e del periodo Edo, quando elegantissime stampe rappresentavano momenti di vita privata, passata tra otium e arte: un periodo in cui, però, anche per la diffusione del confucianesimo, la condizione della donna divenne subordinata all’autorità maschile. Le cortigiane facevano eccezione. Ma solo all’apparenza. Potendosi dedicare alla poesia, alla musica e all’arte. Una condizione che poi  in Occidente si è tradotta nel mito esotico della Geisha come racconta in Palazzo Ducale a Genova la mostra Gheishe e samurai (fino al 25 agosto), presentando 125 stampe fotografiche originali realizzate dai grandi interpreti giapponesi ed europei di quest’arte, agli albori della storia della fotografia, fra il 1860 e i primi anni del Novecento.

In  Palazzo Ducale  s’incontrano così stampe  originali realizzate dai grandi interpreti giapponesi ed europei di quest’arte. Curata da Francesco Paolo Campione, direttore del Museo delle Culture di Lugano, e da Marco Fagioli. L’esposizione e’ realizzata in collaborazione con il Museo delle Culture di Lugano che conserva un archivio composto da di oltre 5.200 fotografie all’albumina colorate a mano, per meta’ circa contenute all’interno di oltre 90 coevi album-souvenir racchiusi da coperte decorate da maestri dell’arte giapponese della lacca. Si tratta di una delle maggiori collezioni del genere esistenti al mondo. Raccolta con erudita passione da Marco Fagioli a partire dal 1973, la collezione è stata interamente acquisita nel 2012 dalla Fondazione ‘Ada Ceschin Pilone’ di Zurigo che l’ha destinata in comodato permanente al Museo delle Culture di Lugano. La rassegna ruota attorno all’idea dell’uomo e della donna giapponesi, cosi’ come si sono formate nell’immaginario europeo dell’Ottocento, ritratto nelle fotografie della Scuola di Yokohama, sia nelle reali condizioni socio-culturali del tempo, attraverso i capolavori di uno dei più importanti capitoli della storia della fotografia – nata in Europa ma subito sperimentata in Giappone – proprio nel periodo in cui, abbandonando un isolamento che durava da trecento anni, il Paese del Sol levante si apriva all’America e all’Europa, influenzando, con le immagini e le espressioni della sua creativita’, il gusto dell’intero Occidente.  (Simona Maggiorelli)
dal settimanale Left-Avvenimenti

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Motherwell, l’anti Warhol

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 31, 2013

Robert Motherwell Jeune Fille

Robert Motherwell Jeune Fille

Quando in un’intervista per la Bbc David Sylvester chiese a Robert Motherwell se si riteneva, come Pollock, un pittore dell’Action painting rispose: «Dipende dall’enfasi che si dà alla parola azione. Se il senso è che il dipinto è un’ attività, sì. Se il senso è: come un cowboy con la pistola carica che si mette a sparare all’impazzata, o se il senso è che sta tutto nel gesto, allora no».

Teorico dell’arte e artista astratto fra i più interessanti dell’avanguardia statunitense del Novecento (come si può leggere nel libro Interviste con artisti americani edito da Castelvecchi) Motherwell rivendicava il carattere irrazionale del dipingere e una propria ricerca sulla creazione di immagini capaci «di esprimere ciò che succede dentro gli esseri umani».

Con un tratto fortemente espressivo che lo porterà negli anni Sessanta a diventare l’anti Warhol. Con la mostra Robert Motherwell, i primi collage (catalogo Peggy Guggenheim Collection, aperta fino all’8 settembre) il  museo Guggenheim di Venezia ci permette ora di mettere a fuoco un periodo cruciale della produzione di questo poliedrico artista nato ad Aberdeen, Washington, nel 1915, laureato in filosofia e architettura e che fu tra i protagonisti della Scuola di New York insieme a Mark Rothko, William Baziotes e Barnett Newman.

Motherwell collage

Motherwell collage

Curata da Susan Davidson l’esposizione in Laguna offre uno strepitoso focus sui primi dieci anni di attività di Motherwell, dai guazzi ed acquarelli del 1941 alle opere pittoriche della fine anni Quaranta nel segno dell’Informale. Fortissima e riconoscibile è la radice europea di questi collage esposti in Palazzo Venier dei Leoni e che sembrano rielaborare suggestioni picassiane. Ma vi si possono ravvisare anche tratti giocosi alla Mirò e quei tagli essenziali che rendono potenti le figure deformate di Matisse. Artisti che Motherwell ebbe modo di studiare durante un soggiorno in Francia nel 1938-39.

Ma nella scelta di una tavolozza di colori caldi molto contò per lui anche la lezione del surrealista cileno Sebastian Matta. Fu lui, di fatto, a introdurlo alla pratica dei Papier collé. E fu ancora Matta a presentargli la collezionista Peggy Guggenheim che lo invitò ad esporre in una collettiva con Baziotes e poi insieme allo stesso Pollock, nel settembre del  1944. Un percorso, quello che lega Motherwell ai suoi illustri “colleghi”, che dal 24 settembre si potrà approfondire a Milano quando in Palazzo Reale aprirà la grande mostra dedicata a Pollock con importanti prestiti anche di Rothko, de Kooning, Kline e di molte altre personalità di primo piano dell’arte statunitense del secolo scorso. Intanto come prezioso precedente, ma non solo consigliamo di visitare questa personale di Motherwell da cui si evince  la sorpresa dell’artista che, dopo i primi esercizi pittorici, trovò nella tecnica del collage la possibilità di sperimentare nuove e impreviste strade dell’astrattismo. Tagliare, strappare, incollare la carta  gli permetteva di inserire elementi dal mondo del reale, come gli slogan politici della rivoluzione messicana. E originalissimo risulta il suo modo di comporre parole e tratti di pennello, linee nere potenti e macchie di colore. (simona Maggiorelli)

dal settimanale left-avvenimenti

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Eva Cantarella racconta la vita a Pompei

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 28, 2013

Pompei, Villa dei Misteri

Pompei, Villa dei Misteri

La studiosa Eva Cantarella  ci guida in un viaggio nella vita sociale, politica e privata nella città distrutta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.  Attraverso i monumenti, gli affreschi, l’urbanistica. Ma anche attraverso straordinari documenti come i graffiti e le poesie scritte sui muri.

  di Simona Maggiorelli

Pompei, città del sesso sfrenato. Pompei, la dissoluta, di cui è stato detto di tutto. Perfino che le lupanare, le prostitute dei bordelli più poveri, ululavano dalle finestre per richiamare i clienti. «In realtà è tutta mitologia, per motivi commerciali si sono inventate un sacco di leggende, fantasticando sulla sessualità rappresentata liberamente negli affreschi delle ville pompeiane» precisa Eva Cantarella che, con l’archeologa Luciana Jacobelli, ha  pubblicato Pompei è viva (Feltrinelli), un libro di agile e colta divulgazione, costruito come un appassionato viaggio alla scoperta della vera Pompei. La conferenza che la studiosa ha tenuto al Cortona Mix Festival ci offre l’occasione per tornare ad indagare ciò che rende unico e inestimabile il sito della cittadina romana che fu investita e distrutta dall’eruzione vulcanica avvenuta nel’79 a.C.

Cantarella Pompei è viva

Cantarella, Pompei è viva

«Diversamente da altre città archeologiche, Pompei offre la possibilità di conoscere chi l’ha abitata – spiega Cantarella -. Permette di entrare nelle vite di persone vissute duemila anni fa attraverso quello che ci hanno lasciato: non solo le strade, le case, i monumenti, ma anche tracce documentali che ci permettono di conoscere la loro vita privata, i commerci, la religione, il loro modo di vivere. E perfino i loro sentimenti, grazie alle poesie scritte sui muri». Ma noi italiani non sembriamo accorgerci di questo tesoro. Come spiegare altrimenti la discrasia fra l’incuria in cui versa il sito (motivo dell’ultimatum dell’Unesco) e il tutto esaurito al British Museum dove fino al 29 settembre prosegue la mostra Life and death in Pompei? «La ricchezza dei tesori archeologici per noi è normale, quasi non ci fa più effetto. E poi c’è tanta mala educazione, nel senso proprio di mancanza di educazione. Non si studia. A scuola non si affrontano davvero questi capitoli di storia – nota Cantarella -. E sulla stampa si trovano articoli scandalistici ma non si parla dell’importanza culturale di questo sito. Ma la vera grandezza di Pompei, ciò che la rende viva, è anche ciò che spinge le persone ad andare a Londra per vedere la mostra su Pompei al British Museum. Un esempio di questa originalità? Pensiamo ai graffiti pompeiani che ci raccontano come vivevano i suoi abitanti, come si divertivano, le locande che frequentavano. E poi agli avvisi commerciali e quelli delle compagnie teatrali che passavano…».

Eva Cantarella

Eva Cantarella

A questi straordinari documenti e alla ricostruzione della vita pubblica e privata a Pompei Eva Cantarella ha dedicato importanti volumi, fra i quali Nascere e vivere a Pompei (Electa Mondadori) e Un giorno a Pompei. Vita quotidiana, cultura, società (Electa Napoli) che, insieme al nuovo Pompei è viva, offrono un quadro approfondito della società pompeiana che, come quella romana, era fortemente incentrata sul potere del pater familias. Funzionale al suo dominio – per tornare all’inizio – era anche l’esercizio della prostituzione. «Le prostitute sono sempre servite a tenere insieme il potere patriarcale – approfondisce Cantarella-. In una società in cui la vita di un neonato dipendeva dal fatto che il padre lo sollevasse alla nascita e dove il parricidio era punito con la pena più crudele, chiudendo l’assassino in un sacco con animali inferociti, le donne perlopiù erano costrette a vivere nell’ombra. Quelle che stavano in famiglia, in particolare, dovevano osservare la castità più assoluta: la verginità prima del matrimonio e la fedeltà assoluta al marito». Il quale invece godeva di assoluta libertà. «Quello romano era un mondo fatto dagli uomini per gli uomini» sottolinea Cantarella. «I maschi volevano garantirsi la legittimità della prole e la possibilità di divertirsi anche sessualmente in tutti i modi. Mentre alle donne era proibito avere relazioni anche se erano nubili ed anche se erano vedove». A Pompei come a Roma gli uomini, come è noto, si potevano concedere anche rapporti con altri uomini, purché mantenessero sempre “una posizione virile”.

Pompei, Electa

Pompei, Electa

«La virilità era essere capace di sottomettere sessualmente.- spiega Cantarella -. Naturalmente nel caso si trattasse di sottomettere un uomo non doveva essere un romano, poteva essere uno schiavo, un nemico. In ogni caso quella che noi chiamiamo omosessualità per loro non era un problema». La sessualità, insomma. era degradata tout court a strumento di dominio? «Questo “fenomeno” si vede ancora oggi- risponde la studiosa -. Ecco perché tante donne vengono uccise. C’è un’idea della sessualità come dominio e, siccome gli uomini oggi non dominano più su niente o quasi, l’unica cosa da dominare, per loro, è la donna, la fidanzata, l’amante. E’ un fatto culturale, antichissimo». Anche nella società pompeiana, però, erano diffusi racconti che parlavano di un ben diverso rapporto fra uomo e donna. Come il mito di Amore e psiche che nel libro Pompei è viva Cantarella ora torna ad analizzare. «Era uno dei miti diffusi» conferma la studiosa. E Psiche era sempre raccontata e rappresentata come una donna non come anima, secondo l’interpretazione platonica. «Del mito ci sono molte interpretazioni, nel libro riporto anche quella in chiave femminista della studiosa americana Carol Gilligan. In ogni caso – conclude Eva Cantarella – io preferisco quelle che ci parlano di Psiche come donna a quelle cristiane che la rendono anima astratta».

Dal settimanale left-Avvenimenti

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Un mare di immagini (The sea is my land al Maxxi)

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 25, 2013

Adrian Paci per The sea is my land

Adrian Paci per The sea is my land

“Voglio dita nuove per scrivere in un modo altro/Alte come gli alberi delle barche,/lunghe come il collo di una giraffa/per confezionare alla mia amata/un vestito di poesia».

Così recitano alcuni versi di Nizar Kabbani che l’artista siriano Ammar Abd Rabbo ha scelto per accompagnare una selezione di sue opere fotografiche esposte al MAXXI, nell’ambito della mostra The sea is my land (aperta fino al 29 settembre, catalogo Feltrinelli) curata da Francesco Bonami e da Emanuela Mazzonis.

Sono foto accecanti di colori o in scabro bianco e nero che raccontano momenti di vita pubblica, le feste, la vivacità delle città che si affacciano sul Mediterraneo, le speranze e gli slanci delle recenti primavere arabe ma anche le tragedie, la guerra e la distruzione.

E anche quando le immagini che scorrono davanti ai nostri occhi in questa collettiva romana sono terribilmente drammatiche lo sguardo di Ammar Abd Rabbo attraverso l’obiettivo appare caldo, vibrante, partecipe, come se si posasse sulla donna amata di cui parla il poeta. Come sensibili sono le sue dita che scattano fotografie dal linguaggio nuovo, poetico, quasi fossero pitture e non semplici istantanee di realtà.

E un registro lirico, denso di nostalgia è da sempre la cifra stilistica e personale di Adrian Paci, videoartista albanese che ha vissuto lungamente in Italia e che non poteva mancare da questa rassegna che racconta il Mare nostrum e le culture che lo abitano, attraverso l’opera di ventidue artisti perlopiù appartenenti alla generazione nata fra gli anni Sessanta e Settanta. Fra loro anche molte artiste che mescolano linguaggi diversi, dalla fotografia, al video, all’installazione per rappresentare la dimensione interiore del viaggio, dello sradicamento, lo spaesamento come fa la tunisina Mouna Karray, giocando fra cronaca e memoria, mettendo al centro dei frammenti di realtà che riescono ad evocare interi mondi, che ci appaiono ormai sfumati e perduti.

Marie Bovo per The sea is my land

Marie Bovo per The sea is my land

Racconta, invece, la vertigine di guardare il cielo dal centro di storici cortili Marie Bovo, facendo incontrare fotografia, scultura e architettura in opere che si presentano come inaspettate finestre per spiccare il volo verso il mare aperto. Verso quel Mediterraneo che continua ad essere solcato da imbarcazioni di fortuna cariche di persone in fuga dalla miseria e da regimi oppressivi e che nel lavoro di questi artisti appaiono come novelle zattere di Gericault che sfidano le correnti. E l’impossibile.

Come i lavoratori protagonisti del breve filmato di Yuri Ancarani che si cimentano con mestieri estremi al limite della sopravvivenza. E ancora l’ombra della guerra torna nelle immagini in bianco e nero di Fouad Elkoury e nell’installazione, intima e toccante, di dieci fotografie firmata da Mladen Miljanovic. Onde di speranza lasciano il posto alla risacca della disperazione dei migranti respinti. Il mosaico dei mille colori del Mediterraneo di cui parlava Braudel si riverbera nelle periferie cosmopolite di Parigi dove Mohamed Bourouissa ritrae gang giovanili in composizioni che evocano celebri quadri di Delacroix, trasformando scene di guerriglia urbana in arte.

(Simona Maggiorelli)

Sal settimanale left-avvenimenti

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Marble weeks, arte e territorio

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 24, 2013

Un'opera di Luciano

Un’opera di Luciano Massari

di Simona Maggiorelli

Dalla mostra Vice Versa nel Padiglione Italia in Biennale alle rassegne più di tendenza in spazi underground ci si fa vanto – e giustamente – di poter presentare al pubblico opere site specific, ovvero create ad hoc, nate in rapporto vivo e dialettico con l’ambiente in cui sono inserite.

Ma forse, se traduciamo questa gettonatissima espressione anglosassone, ci rendiamo conto che in fondo tutta l’arte italiana è “contestuale”: Fin dall’antichità è profondamente legata ai luoghi per i quali è stata concepita e alle società che li abitano. La diffusione capillare del patrimonio artistico nel territorio e la straordinaria fusione di architetture e sculture con il paesaggio fanno l’identità e l’unicità della nostra storia. Come riconosce anche la Costituzione all’articolo 9.

Ma continuare a rincorrere la logica dei grandi eventi, delle mostre blockbuster che sbandierano grandi nomi in assenza di un progetto scientifico, insieme alla tendenza a costruire decontestualizzate“cattedrali nel deserto” come – temiamo – sarà l’Expo 2015, ci fa dimenticare troppo spesso questo nesso stringente fra arte e territorio; un nesso che rende fruttuosigli investimenti sul lungo periodo, libri di Filippo La Porta anche perché hanno ricadute sulla formazione e sulla qualità della vita delle popolazioni locali. Ma come scrive Vittorio Gregotti ne Il sublime al tempo del contemporaneo (Einaudi, 2013) nella società delle immagini e del capitalismo finanziario globalizzato l’arte e l’architettura troppo spesso vengono svuotate di senso «e usate per aderire alle ideologie del potere e dei suoi strumenti in nome di una sorta di religione del denaro e della notorietà mediatica».

di Giuseppe Penone

di Giuseppe Penone

Accade così che in un’Italia in cui la parola creatività viene applicata perfino alla finanza (Tremonti docet) e dove il sindaco di Firenze affitta Ponte Vecchio e offre gli Uffizi a Madonnna per una visita privata, molti comuni grandi e piccoli preferiscono buttare i pochi soldi che hanno a disposizione per la cultura in eventi effimeri che li fanno andare sui giornali piuttosto che investire in tutela, valorizzazione, conoscenza. Riflettendo su questo paradosso tutto italiano lo scultore Luciano Massari e il curatore Pietro Gaglianò danno vita a Carrara a una serie di incontri-dibattito dal titolo Illuminations. Idee per il futuro dell’arte in città.

Nell’ambito della rassegna Marble Weeks, su questi temi, critici d’arte e giornalisti sono stati chiamati a confrontarsi il 12 e il 26 luglio in Palazzo Benelli. «Senza relazioni di tono convegnistico, ma con una serena conversazione vorremmo accendere una discussione pubblica sulla gestione della cultura rispetto al territorio. A mio avviso- dice Gaglianò – le biennali oggi rappresentano un caso equivoco, nascono da una specificità locale ma tendono a non rappresentare minimamente i contesti. Personalmente sono molto critico verso la politica dei “grandi eventi” e trovo illogica la monetizzazione della cultura. È quanto mai urgente- conclude il critico e curatore – pensare ad altri tipi di intervento culturale rispetto alle dinamiche della sfera pubblica».

 dal settimanale left-avvenimenti

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In cerca di Alighiero (Boetti)

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 20, 2013

1011826_621958317815713_986633735_nAlighiero Boetti, uno, nessuno, centomila. Artista imprendibile, sempre in fuga, dall’eredità accademica, dalle convenzioni normalizzanti, dal proprio passato familiare e borghese, ma anche dalla cultura europea che gli sembrava ormai troppo asfittica e autocentrata.

Per questo, dopo esordi nell’ambito dell’Arte Povera a Torino tra il 1966 e il 1968 e dopo alcuni viaggi a Parigi e a New York, Aligiero Boetti decise di prendere il largo, puntando decisamente ad Oriente. Come facevano, è vero, molti giovani della sua generazione negli anni Settanta.

Ma, invece di imbarcarsi in improbabili tour “alla ricerca di se stesso”, si cimentò in imprese alquanto insolite: come realizzare cartine che denunciavano le mappe del potere, ricamandole ad una ad una, secondo antiche tecniche di tessitura afgane oppure aprire un albergo in un quartiere popolare di Kabul. Si chiamava One hotel ed era il luogo “segreto” in cui l’artista piemontese ospitava amici da ogni parte del mondo.

Nelle vicende turbolente e dolorose che la capitale afgana ha subito nel corso di molte e sciagurate occupazioni militari, russe e americane, si sono perse le tracce di quel luogo diventato nei racconti quasi leggendario. Al punto da affascinare anche un giovane artista nato in America Latina e cresciuto in una tradizione culturale quanto mai lontana da quella di Boetti

. Classe 1975, originario di Monclova in Messico, Mario Garcia Torres è da sempre interessato allo studio dei processi creativi e alla ricostruzione della genesi di opere che hanno fatto la storia delle avanguardie del secolo scorso. Per questo si è messo sulle tracce di quel singolare albergo, di cui restava solo una foto in bianco e nero della facciata. Con piglio da detective intenzionato a ricostruire pagine di vita vissuta a partire da rari elementi indiziari, Garcia Torres si è trasferito a sua volta in Afghanistan, continuando a far ricerche per più di otto anni. Il suo lavoro è ora distillato in un intenso filmato che si può vedere al Museo Madre di Napoli.

Fino al 30 settembre è il perno, il cuore vivo e pulsante, della prima personale italiana di Mario Garcia Torres e intitolata La lezione di Boetti (alla ricerca di One Hotel). In sequenze lentissime, quanto poetiche, scorrono filmini anni Settanta, fotografie, frammenti d’epoca che ci raccontano di una Kabul che si poteva attraversare in bicicletta, dove le donne non erano fantasmi, dove i commerci e la vita quotidiana crescevano a pieno ritmo.

Sono immagini registrate prima dell’invasione sovietica del 1979 e che ci restituiscono qualcosa di quelle atmosfere cittadine che probabilmente stregarono Alighiero Boetti quando arrivò nella capitale afgana. Era la primavera del 1971 quando l’artista torinese vi giunse per la prima volta. Poi sarebbe tornato a settembre accompagnato dalla moglie Annemarie: «Nella sua valigia c’era una tela di lino bianco su cui era disegnato il planisfero mondiale e indicate le forme e i colori delle bandiere nazionali secondo lo schema inventato nel Planisfero politico un paio di anni prima» racconta Luca Cerizza nel libro Le mappe di Alighiero e Boetti (Electa). E lungo quelle mappe del cuore, fra storia e fantasia, ha saputo muoversi quasi per incanto Mario Garcia Torres. (Simona Maggiorelli)

dal settimanale Left-avvenimenti

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Alla scoperta di Uruk

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 18, 2013

Uruk, tavoletta  con scrittura cuneiforme IV secolo a.C

Uruk, tavoletta con scrittura cuneiforme IV secolo a.C

L’antichissima città di Uruk (da cui deriva il nome dell’Iraq), dove circa 5mila anni fa prese vita il primo sistema di scrittura, è al centro di una importante mostra al Pergamonmuseum di Berlino. Fino all’8 settembre, con il titolo Uruk- 5000 Years of the Megacity vengono presentati al pubblico i risultati delle campagne di scavi archeologici della German oriental society e del German archeological institute (Gai) iniziate prima dell’invasione statunitense in Iraq nel 2003.

In questo percorso espositivo sono riuniti per la prima volta reperti conservati in varie collezioni tedesche. Con l’aggiunta di prestiti provenienti da collezioni archeologiche inglesi, francesi e svizzere. Parliamo dunque di una mostra di grande rilevanza che si propone di far conoscere al pubblico i risultati scientifici ottenuti negli ultimi dieci anni di ricerche, proponendo altresì un viaggio a ritroso nei due secoli di avventure archeologiche che hanno riguardato questo sito fondamentale per lo studio della Mesopotamia e del Vicino Oriente. La vicenda archeologica di Uruk – come ricorda anche l’agile volume monografico Uruk la prima città (Laterza) di Mario Liverani – comincia nel XIX secolo grazie all’impresa dell’esploratore inglese William Kennett Loftus, ma il vero inizio degli studi si ebbe nel 1912 proprio grazie al lavoro di un team di archeologi tedeschi. «Sebbene siano passati più di cento anni da allora, però il lavoro da fare è ancora enorme», dice Markus Hilgert, presidente della German oriental society e docente all’università di Heidelberg.

«Ad oggi solo il 5,5 per cento del sito archeologico è stato veramente esplorato», precisa l’archeologa Margarete van Ess. «Nonostante questo – dichiara la direttrice scientifica del Gai – le nostre acquisizioni recenti permettono di aggiungere particolari molto importanti per ricostruire la genesi della città e di quello che fu probabilmente il sistema più antico di scrittura, non solo in Mesopotamia». I risultati degli scavi permettono di mettere a fuoco il quadro di una città che aveva un sofisticato sistema politico e amministrativo. Dall’inizio del III millennio a.C. Uruk contava ben 40mila abitanti. E fin dal 3200 a.C. (circa) qui apparve un sistema di scrittura cuneiforme. A Uruk sono state ritrovate 5mila tavolette di argilla con questo tipo di scrittura. E quasi l’80 per cento di esse contiene liste di parole riguardanti l’amministrazione pubblica. Secondo l’archeologo Hans Nissen dell’università di Berlino «non fu la religione a determinare la nascita della scrittura. Ma furono le necessità economiche poste dalla società del IV millennio a.C.». I testi religiosi e storici compariranno alcuni secoli più tardi nel corso del III millennio, a opera di Sumeri e Accadi, come si può leggere ne Il vicino Oriente antico, dalle origini ad Alessandro Magno, un volume di 450 pagine più apparati multimediali curato da Lucio Milano, docente di Storia del Vicino Oriente antico all’università Ca’ Foscari. In questo libro edito da EncycloMedia i contributi di Gian Maria Di Nocera e di Massimo Maiocchi permettono di ripercorrere la storia di Uruk, che conobbe un rapido processo di urbanizzazione dalla prima metà del IV millennio, ma anche la straordinaria fioritura culturale che questa città sud-mesopotamica conobbe nel corso di un intero millennio egemonizzando l’intorno anche dal punto di vista degli stili architettonici, con i suoi templi bianco, rosso e grigio alla sommità della collina, terrazzamenti e ampie zone residenziali. (Simona Maggiorelli)

dal settimanale left-Avvenimenti

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Il Madre si fa agorà dell’arte

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 14, 2013

Nanni Balestrini

Nanni Balestrini

Con un trittico di mostre che disegnano un ponte ideale fra il secondo Novecento e la ricerca attuale, e dopo molte polemiche, il  museo Madre riapre i battenti con un pieno di proposte. Che nelle intenzioni del neodirettore Andrea Villani vorrebbero contagiare creativamente il centro storico di Napoli. Nel caldo torrido dell’estate la ripida via dove sorge il museo ancora non sembra essersene accorta. E accoglie i globetrotter dell’arte con tapparelle abbassate, botteghe chiuse e scorci di cortili  insolitamente silenziosi. Ma basta varcare la soglia del Museo per essere catapultati in uno spazio-tempo completamente “altro”. Un’esplosione di colori ci travolge già nell’androne: fiammeggianti lame viola, verde e giallo avvolgono sequenze di telefilm anni Ottanta stile Dallas e corrodono telecronache di disastri ambientali.

Come per un sortilegio alchemico, nel film Tristanoil di Nanni Balestrini che senza sosta viene proiettato dabbasso, il colore cannibalizza il trash televisivo e la cronaca nera facendone mercurio vivo e pulsante, materia prima per immagini astratte che corrodono la figurazione e si propongono  in forme  nuove e dinamiche. Parte da qui, con questo energetico incipit, il viaggio nel nuovo Madre che, oltre alla sua straordinaria collezione e alle personali di due giovani artisti (Giulia Piscitelli e Mario Garcia Torres), fino al 14 ottobre, ospita la prima vera retrospettiva italiana di Thomas Bayrle (catalogo Electa).

Nato a Berlino nel 1937, Bayrle è maestro di una Pop Art percorsa da un umorismo surreale e da un gusto per l’assurdo molto tedesco. Una Pop art che sperimenta tecniche assai diverse, dalla pittura, alle stoffe stampate, dalle serigrafie alle installazioni. Caratterizzata da colori piatti e vicina al linguaggio della pubblicità e del design, – diversamente da quella di Warhol – la Pop Art di  Bayrle rivela un contenuto fortemente critico verso i meccanismi di omologazione imposti dalle società capitalistiche. Ma anche dai totalitarismi e dalle religioni.

Thomas Bayrle, Madonna Mercedes

Thomas Bayrle, Madonna Mercedes

Aperto e ciarliero, è lo stesso Bayrle ad accoglierci fra i suoi fumettistici ritratti costruiti con il logo di un famoso formaggino e a raccontarci in italiano i suoi collage che rappresentano parate cinesi affollate ed esplosive come scatole di fiammiferi. Addensate come le sue visioni metropolitane occidentali: paesaggi umani fatti di tanti tasselli solo all’apparenza tutti uguali. Opere che rivelano una trama fittissima  e finemente lavorata, che pullalano di presenze umane all’apparenza ordinatissime. Ma che a uno sguardo più attento appaiono percorse dalla forza centrifuga di una irriducibile originalità indivividuale: ogni tassello aggiunge al quadro una differenza, una deroga, un dettaglio imprevisto e imprevedibile tratteggiando il panorama fatto di esseri umani imperfetti e creativi.

L’interessante riflessione sull’uomo-massa sviluppata per immagini da Bayrle va di pari passo alla sua indagine sulle ideologie. In questo ambito rientarno le opere che stigmatizzano gli aspetti astratti e disumani del pensiero religioso e rituale. Ma anche le connivenze “pelose” fra carità e guadagno e l’intercambiabilità degli idola nelle società occidentali in cui, più di tutto si celebra il dio denaro.  In questo ambito spassosamente graffianti sono le  ricreazioni  di antiche Madonne punteggiate di Mercedes in miniatura o di macchine fotografiche Canon ma anche i rosari di Bayrle incisi su pneumatici e che catturano lo sguardo in una circolarità che non offre via di scampo. (Simona Maggiorelli)

dal settimanale left-avvenimenti

 

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