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Antifascismo per natura

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 3, 2012

Al Salone del libro di Torino Paola Soriga presenta il suo romanzo d’esordio che riaccende la memoria della lotta partigiana

di Simona Maggiorelli

Avrei voluto scrivere un romanzo forte e contundente su i nostri giorni. Ma ho capito che per raccontarli dovevo prendere una diversa strada». Così si racconta Paola Soriga, autrice di Dove finisce Roma (Einaudi), romanzo che riaccende la memoria della lotta partigiana. Toccando indirettamente punti nevralgici del presente. A cominciare dal razzismo verso i migranti.

 Dove finisce Roma, va detto subito, è un libro colto, nutrito di appassionate letture di Morante, di Calvino, e soprattutto di Fenoglio. Ma si direbbe scritto tutto d’un fiato, come un torrente fresco di scrittura che d’un tratto sgorghi da un’esigenza profonda. Anche se la giovane scrittrice ci racconta che ha avuto una lunga gestazione, a noi continua a suonare come se fosse stato scritto senza staccare mai la penna. In una prosa viva e vitale che scorre via senza argini di punteggiatura, con passaggi rapidi da un punto di vista all’altro, in una polifonia di voci su cui leva, schietta, quella di Ida: la protagonista dodicenne del romanzo, arrivata a Roma via mare da una Sardegna che sembra lontana di secoli. Come tanti emigranti, Ida approda nella capitale per stare vicina alla sorella, sposata di fresco, sperando di trovare un lavoro «in una casa perbene». Ma Paola Soriga non rivela subito questi particolari della storia che si dipanerà come un romanzo di formazione al femminile. L’autrice ci fa incontrare la sua forte e dolce Ida in medias res, con un incipit che ci fa capire il perché degli esergo “rubati” a due poetesse come Wislawa Szymborska e a Antonella Anedda:

«Da due giorni non arrivava nessuno. Da due giorni soltanto il rumore dei topi e il suo fiato, che a volte si fa forte di paura e denti stretti e attenti, e acqua che gocciola, da qualche parte».

Nella grotta dove si è rifugiata, scappando dai fascisti, Ida canta a voce bassa per vincere la paura. Canta e le sembra di sentire l’odore del mare sulla pelle. Canta e, nel buio si accendono memorie di quando era al Paese, e tra lei e sua madre c’era un «silenzio della stessa condensa del sugo». «Non si dovrebbe mai partire con il cuore litigato» dice Ida tra sé. Ma poi la mente della giovanissima staffetta partigiana corre a quella volta che «dall’angolo opposto di via del Plebiscito le era venuto incontro un ragazzino che senza fermarsi le aveva detto ce stanno li fascisti scappa e lei l’aveva guardato un momento, quel momento sospeso dell’imprevisto in cui si deve agire in fretta e ragionare poco».

E’ una lingua viva e icastica, quella di Paola Soriga. Una lingua letteraria vivificata dal romanesco e da accenti sardi. Che zampilla fra anacoluti come fossero sassi che, invece di bloccarla, le danno la spinta. Una lingua fortemente poetica. E non poteva essere altrimenti dacché Paola prima di cimentarsi con la prosa ha sempre scritto versi, «quasi di nascosto». Questo stesso romanzo d’esordio, che è già un caso letterario, «è nato da un verso che poi si è fatto racconto», ammette. Una lingua prismatica, parole dense di senso, le erano necessarie per dire che «l’antifascismo è per natura», ma anche per raccontare quel tumulto di emozioni che accompagnano il farsi donna della ragazzina Ida che intanto ha incontrato Antonio. Per dire «quelle emozioni mai sentite dentro l’inguine e nel cuore… il distacco dalla famiglia, dalle sorelle, da Dio».

L’appuntamento:

Paola Soriga presenta Dove finisce Roma con la partigiana Marisa Ombra, che per Einaudi ha appena pubblicato il libro Libere sempre il 4 maggio a Roma, in un incontro Semplicemente libere. Confronto fra generazioni dalla Resistenza (in Palazzo Valentini, dalle 17.30) e poi al Salone del libro di Torino l’11 maggio.

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Leggere, oltre la crisi

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 3, 2012

 La cultura, la scienza , il sapere sono motori di sviluppo, essenziali per la ripresa. La XXV edizione del Salone del libro dal 9 al 14 maggio invita a fare il pieno di buone idee

di Simona Maggiorelli

Questo non sarà il Salone del pianto, lo specchio di una crisi. Ma sarà il Salone dell’ottimismo gramsciano: un’iniezione di coraggio, di fiducia, di propositività» assicura Ernesto Ferrero, il direttore della più importante fiera italiana dell’editoria, il Salone del libro di Torino che quest’anno si svolgerà al Lingotto dal 10 al  14 maggio. «Del resto gli editori italiani sono sempre stati abituati alle difficoltà e non hanno mai attraversato periodi magici. Sono abituati da sempre, geneticamente, a scommettere sul futuro altrimenti non farebbero questo mestiere», dice Ferrero accalorato dalla lettura dei titoli dei giornali usciti all’indomani della presentazione dell’edizione 2012 della fiera. Che evocano immagini di gelo e di resistenza in trincea. «Lo scenario non è affatto invernale. E non parlo solo della quantità degli appuntamenti ma anche della qualità delle proposte, che vengono dall’Italia e dai due Paesi ospiti, la Spagna e la Romania».

Due nazioni che, per motivi diversi, hanno a che fare con una dura crisi economica. Ma che altrettanto sorprendentemente stanno vivendo un momento di importante fioritura letteraria, con una nuova generazione di scrittori capaci di scavare nelle contraddizioni aperte di un Paese che, nel giro di pochi anni, è precipitato dall’euforia economica a una crisi senza precedenti, registrando anche un duro arresto dei processi di integrazione sociale e di secolarizzazione. E se giovani autori vicini alla rivolta degli Indignados come Ricardo Menéndez Salmón affrescano indirettamente il presente nei loro romanzi, scrittrici come Javier Cercas, Almudena Grandes, Javier Marías e altri tornano a interrogare la storia e in alcuni casi il passato regime franchista. Vivacissimo è anche il panorama di proposte che presenterà la Romania «Un Paese che da sempre dialoga con l’Occidente, basta pensare ad autori come Cioran e Ionesco, ma che noi, purtroppo, ancora non conosciamo abbastanza, nonostante in Italia viva una forte comunità romena» dice Ferrero. Già presente in fiera dal 2009 con un proprio padiglione «la Romania sta conoscendo uno straordinario successo di traduzioni in Italia. Segno che queste partecipazioni nazionali funzionano molto bene avendo una grossa ricaduta mediatica».

Ernesto Ferrero

Ma non solo. Ad incuriosire sono anche le finestre che il Salone aprirà sulle nuove frontiere del libro digitale «una rivoluzione pari a quella dell’invenzione di Gutenberg» commenta il direttore. «Ma che potrebbe essere usata al ribasso per letture che diventano zapping senza approfondimento». Le simpatie di Ernesto Ferrero, come è noto, vanno a un’idea alta di letteratura e di lavoro culturale, di stampo modernista e novecentesco e dunque fra le sue raccomandazioni c’è quella di non perdere la lectio magistralis di Claudio Magris, le cui opere sono state appena raccolte nei Meridiani Mondadori,. E poi l’incontro con Raffaele La Capria, con Erri De Luca e con Hans Magnus Enzerberger che a Torino presenterà l’ironico I miei flop preferiti (Einaudi). Centrale al Lingotto sarà anche il tema della formazione. «Nello scenario della competizione globale il valore su cui investire è quello della conoscenza, del sapere, dell’innovazione», sottolinea Ferrero. Ma mentre Paesi come la Francia e la Germania, in tempo di crisi, non tagliano la cultura, pensando alla crescita anche culturale delle nuove generazioni, non accade così in Italia. «Problema annoso», chiosa Ferrero che «purtroppo ha riguardato trasversalmente tutti i governi in Italia. La nostra classe dirigente pensa che la cultura sia un optional, un fatto marginale, a cui regalare le briciole del bilancio. Sarebbe tempo di cambiare sensibilità e testa».

da left-avvenimenti

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Un crociera di carta, tra Nilo, faraoni e piramidi

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su settembre 28, 2011

Dal 14 al 18 maggio va in scena a Torino la XXII edizione della Fiera internazionale del libro. L’Egitto Paese ospite al Lingotto, in ricordo di un maestro come il Nobel Mahfuz. Sono tantissimi anche gli appuntamenti per l’editoria di casa nostra. Dopo il successo di Palazzo Yocoubian e Chicago, ‘Ala al-Aswani si riconferma voce coraggiosa e anti regime con un nuovo romanzo: Se non fossi egiziano. Mentre nuovi giovani talenti crescono

di Simona Maggiorelli

00155Scontro di civiltà fra Occidente e Oriente? Se ne è fatto un gran parlare negli ultimi anni. A mio avviso, senza senso». Parola di ‘Ala al-Aswani, l’autore di Palazzo Yocoubian e di Chicago (entrambi editi da Feltrinelli), lo scrittore egiziano più letto in Medio Oriente, ma anche il più tradotto in Occidente.
«Ho sempre pensato che la civiltà sia uno dei risultati più alti della creatività umana» accenna lo scrittore al telefono, poco prima della sua partenza per Torino. «Lo scontro, quando avviene – precisa al-Aswani – semmai è causato dal fondamentalismo religioso. Nella storia le religioni sono sempre state usate per sostenere guerre e per uccidere. E in questo le confessioni religiose sono tutte uguali, a qualsiasi libro sacro appartengano. Io sono musulmano perché sono nato in un Paese che professa questa fede, ma se fossi nato in un Paese cattolico, probabilmente sarei stato cattolico…». Sottile e tenace critico della situazione sociale e politico dell’Egitto di oggi, coraggioso nella sfida ai maggiori tabù della tradizione, ‘Ala al-Aswani è uno degli ospiti più attesi della Fiera del libro 2009, in programma al Lingotto dal 14 al 18 maggio. al-Aswani incontrerà il pubblico il 16, in occasione dell’uscita del suo nuovo libro Se non fossi egiziano (Feltrinelli, in libreria dall’9 maggio), in cui lo scrittore egiziano, sullo sfondo delle vie del Cairo, tratteggia una galleria di personaggi di oggi mandando in frantumi ogni oleografia. Così, fra un ricercatore in medicina che non trova come finanziare i suoi progetti, le meschinità di un bottegaio e il moralismo di una studentessa osservante quanto ipocrita, s’incontrano personaggi che nulla hanno di prevedibile e scontato. E proprio questa schiettezza, la sottile ironia, ma anche la calda umanità che “trasuda” dalla scrittura di al-Aswani, ne fanno una voce originalissima nel panorama della letteratura egiziana. Ma anche una delle più criticate dalla fronda più moralistica e religiosa dei lettori. E delle più bersagliate dalla censura.

Realtà e immaginazione
Se non fossi egiziano_643371262«Al Cairo – racconta al-Aswani – il primo ad aprire un cinema fu un italiano. Si chiamava Delio Astrologo. Trovandosi sempre di fronte un pubblico che si spaventava a morte quando sullo schermo appariva un treno che sembrava correre verso di lui, adottò questa tecnica: ogni sera, accompagnati gli spettatori in sala, prima che si sedessero, spiegava loro, con tanto di prove a misura di polpastrelli, che quello che avevano davanti non era che un pezzo di stoffa».
Un secolo dopo lo scrittore egiziano confessa di trovarsi in una situazione curiosamente simile. «Tra i lettori di narrativa – chiosa al-Aswani – purtroppo, c’è ancora chi fa la stessa identica confusione tra realtà e immaginazione. Dopo l’uscita del romanzo Chicago ho ricevuto dosi settimanali di insulti da lettori fanatici secondo i quali, rappresentando un personaggio di una ragazza velata che rinuncia ai suoi principi, offendevo tutte le musulmane velate e dunque l’islam stesso». Ma questo, certamente, non è bastato a fermare la fantasia dello scrittore e il gusto di uno scrivere senza censure.
«Terminati gli studi di medicina negli Stati Uniti, alla fine degli anni Ottanta sono tornato a vivere in Egitto – scrive ‘Ala Al -Aswani nel libro – e avrei voluto dedicarmi solo alla scrittura. Ma dovevo fare il dentista per guadagnarmi da vivere. Così ho scisso la mia vita in due: una vita regolare, seria, da persona rispettabile, come medico, e un’altra da scrittore, libera, esente da ogni restrizione sociale e pregiudizio. Tutti i giorni, dopo il lavoro, mi precipitavo alla scoperta della vita nelle sue forme più originali ed eccitanti. Andavo a zonzo nei luoghi più bizzarri, incontravo persone poco convenzionali, spinto da una curiosità impellente e una reale necessità di comprendere la gente e di imparare quel che aveva da insegnarmi».
Una passione per l’umano, in tutti i suoi aspetti, che rende viva e irresistibile la prosa di questo scrittore che qualche critico definisce “il Nagib Mahfuz contemporaneo”. Di fatto il Nobel scomparso nel 2006 è “il nume tutelare” e la personalità forte che aleggia su tutti gli appuntamenti di questa Fiera del libro 2009, che ha scelto l’Egitto come Paese ospite. Ma il 16 maggio la casa editrice Newton Compton gli dedicherà un appuntamento speciale, un reading di pagine scelte dai suoi capolavori, da Rhadopis a Il romanzo dell’Antico Egitto, da La cortigiana del faraone a Il giorno in cui fu ucciso il leader, fino a Karnak cafè. Con una sorpresa per il pubblico italiano: l’uscita, sempre per i tipi di Newton Compton, di Autunno egiziano, un affascinante racconto-affresco del Cairo, a oggi ancora inedito in Italia.

Zigzagando tra gli appuntamenti
Ma zigzagando fra i moltissimi appuntamenti della sezione dedicata all’Egitto – fra i quali segnaliamo in particolare “L’Egitto al femminile” con Radwa Ashur, Salwa Bakr, Ahdaf Soueif e Mira Al Tahawi e la lectio magistralis dell’archeologo Zahi Hawass, autore dell’affascinate Le montagne dei faraoni (Einaudi) – da non perdere di vista, l’incontro con lo scrittore emergente Ahmad al-Aidy, caso letterario in Egitto e in Inghilterra del 2008 proprio per la penetrazione psicologica con cui questo giovane autore egiziano (classe 1974) racconta una generazione «che non ha nulla da perdere». Linguaggio ironico, scheggiato, scrittura sincopata che procede per flash, diversamente dalla prosa più distesa e classica di al-Aswani, quella di al-Aidy nel romanzo Essere Abbas al-Abd (il Saggiatore, dal 7 maggio in libreria) procede per improvvisi scatti, impreviste accelerazioni nel raccontare una porzione di gioventù intrappolata in un mondo di rapporti malati, senza un filo e al tempo stesso scapicollati fra sms, mondi virtuali e McDonald’s. Con un registro completamente diverso, anche qui troviamo il coraggio di uno sguardo “crudele” che va fino in fondo. La voglia di guardare in faccia la realtà senza infingimenti. Con un linguaggio letterario nuovo, creativo, che non si ferma alla cronaca.
«Il successo internazionale di uno scrittore artisticamente maturo come al-Aswani, ma anche l’emergere di voci dichiaratamente controcorrente come al-Aidy sono la riprova di quanto la scena culturale sia cambiata in Egitto, di quanto sia diventata finalmente più libera» commenta Fabio El Ariny, lo scrittore italo egiziano che ha fatto molto parlare di sé con il romanzo d’esordio, Il legame (Besa) nel quale si immagina un nesso fra l’incidente aereo che accadde a Malpensa e l’attentato alle Torri gemelle. Al centro del racconto c’è un giovane immigrato ingiustamente accusato di terrorismo. El Ariny, che come al-Aswani ha una “doppia vita” fra lavoro e scrittura, sarà a Torino il 15 maggio per parlare di letteratura egiziana. In queste settimane è anche al lavoro su un nuovo romanzo «che – ci anticipa – sarà completamente diverso dal precedente, che era stato definito un thriller».

Un Paese democratico?
Nato in Italia, El Ariny è cresciuto e ha studiato in Egitto. «Là vivono i miei genitori e da quando nel 1992 mi sono trasferito in Italia ho continuato a frequentare molto il Paese – racconta – così ho potuto vedere passo dopo passo il cambiamento che l’Egitto ha fatto dalla fine degli anni Ottanta. Allora era impossibile criticare il governo. Non c’erano giornali, se non quelli di regime e in pubblico bisognava stare molto attenti a quel che uno diceva. Oggi, giustamente, c’è chi dice che l’Egitto non sia un Paese democratico ma bisogna ammettere anche che la censura si è un po’ allentata: quando ero piccolo, per esempio, certi libri di Mahfuz si potevano acquistare solo in Libano, che sotto questo riguardo è sempre stato un Paese più libero dell’Egitto. Negli ultimi anni sono nati giornali di opposizione, possono emergere voci libere di scrittori, anche apertamente critiche. Molti di loro saranno ospiti a Torino. E proprio per questo sarebbe assurdo boicottare la Fiera».
«La scena editoriale egiziana è molto cresciuta e si è molto movimentata negli ultimi anni. Accanto alle case editrici più grandi e ufficiali sono nate imprese più piccole e indipendenti, che qualche anno fa sarebbero state impensabili» conferma Barbara Ferri, che per le Edizioni e/o segue il progetto Sharq/Gharb: una costola della casa editrice romana che traduce e pubblica in arabo letteratura italiana contemporanea ma al contempo promuove coedizioni arabe di opere di autori mediorientali. «La Fiera del libro del Cairo è un buon termometro della situazione. E l’ultima edizione è stata quanto mai frequentata e ricca di proposte. Anche dal punto di vista dell’editoria – sottolinea Ferri -. Ovviamente non si può parlare dei Paesi arabi in generale, perché ciascuno ha la sua storia. Ma se, per esempio, in Siria non siamo ancora riusciti a creare rapporti di collaborazione con l’editoria locale, a causa di una forte presenza della censura, in Libano non abbiamo mai avuto problemi. La novità ora riguarda proprio l’Egitto dove per la prima volta sta nascendo un’attenzione viva anche per quel si pubblica nei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo».

IL PUNTO Quelle star del boicotaggio
di Tahar Lamri
*

Il direttore della Fiera del libro di Torino, Ernesto Ferrero, ha dichiarato a Libero: «Ci saranno tante star e ne siamo contenti, perché servono a creare movimento e ottengono spazio sui mezzi di informazione». L’evocazione di queste parole (star, movimento e ottenere spazio), in ambito letterario, è già di per sé motivo sufficiente per boicottare una manifestazione. Non per motivi ideologici, ma perché, in un mondo letterario perfetto, il libro è invito alla lentezza e a combattere le forme dello star system e dello sgomitare per avere un posto sui media.
L’appello a boicottare la Fiera, sottoscritto anche da Gianni Vattimo, crea proprio quel movimento che assicura spazio sui mezzi di informazione e fa di Vattimo una star e siccome questo movimento tende a fagocitare il suo nucleo, cioè in questo caso la difesa dei diritti umani, e focalizzare tutta l’attenzione sulla periferia, cioè la polemica-spazzatura che si nutre di vecchie e nuove polemiche, alcuni giornalisti fanno i conti con chi davvero difende i diritti umani e spostano l’asse della discussione su tutto ciò che è marginale: Israele è più democratico dell’Egitto, Tariq Ramadan non dovrebbe essere invitato perché l’anno scorso… ecc.
Sheherazade ci insegna che la letteratura salva la vita, ma è da molto tempo che la letteratura si è dimessa da questa funzione. Dai tempi di Camus, Franz Fanon, Aimée Cesaire, molti scrittori sudamericani torturati, segregati, confinati, proprio per difendere i diritti umani e il diritto alla parola. Poeti Cheyenne che vivono a stenti nelle democrazie consolidate. Boicottare o non boicottare una Fiera del libro è soltanto un esercizio ozioso per creare, appunto, star, movimento e ottenere spazio.

*Scrittore e studioso di intercul  10 maggio 2009

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Il sogno dell’opera totale

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su novembre 3, 2010

Da Wagner a Kandinsky, fino alle opere multimediali. Il ricco sviluppo del rapporto fra suono e immagine raccontato da chi,  come l’architetto Franco Purini, per comporre usa mattoni e cemento di Simona Maggiorelli

Kandinsky, il sogno dell'opera totale

Un tema affascinante, impegnativo, il rapporto fra immagine e suono, è al centro, il 30 maggio 2008 di un convegno all’università la Sapienza di Roma. Con artisti, storici dell’arte, filosofi, sinologi, musicisti e musicologi a confronto. Tra i relatori anche l’architetto Franco Purini, che, anni fa, per Laterza ha pubblicato un libro dal titolo significativo: Comporre l’architettura. «La parola composizione – spiega Purini – viene all’architettura dalla pittura, ma anche dalla musica. Architettura e musica condividono questo termine che significa mettere insieme, creare un’armonia profonda».
Professor Purini , dietro c’è l’idea dell’opera totale, come fusione di più linguaggi. Wagner immaginava di poter risemantizzare la tragedia classica che aveva il coro. Quest’idea poi ha avuto molti sviluppi, che lettura ne dà?
Senza dubbio si parte da lì ed è un tema che attraversa i secoli. Centrale è la questione del ritmo. Ogni composizione è dotata di un suo ritmo interno. La poesia, la metrica ma non solo. Quasi tutte le arti incorporano un versante musicale. Specie la pittura moderna. Basta pensare a Kandinsky o a Klee. C’è chi dice che quelle di Klee siano composizioni musicali tradotte in pittura.Ciò che conta nel ritmo sono anche le sue contrazioni, le proporzioni fra le varie parti della tela, i rapporti cromatici. A loro volta capaci di evocare le stesse relazioni, qualitative e quantitative, che esistono fra le note. Non a caso definiamo un certo tipo di pittura tonale, che parliamo di pittura timbrica, per spiegare questa qualità “visiva” del suono .
Tra il 1908 e il 1914 Kandinsky fece esperimenti interessanti in questo senso. Con Suono giallo tentò una ricerca sul preverbale e di rappresentare l’invisibile. Che cosa ne pensa?

Kandinsky cercava di esplorare quel quid di immaterialità e di indicibile che c’è anche nella musica. Si pensa che la musica sia la forma più immateriale di esperienza. Di fatto il suono è un fenomeno fisico, ma noi lo recepiamo mentalmente ed emotivamente come se fosse una sorta di apparizione dell’invisibile del mondo.
Il problema però Kandinsky si perdeva in un discorso spiritualistico.
Spiritualistico ma anche esoterico. Collegato a una mistica dei rapporti, fatta di segrete armonie per pochi iniziati, dopo un periodo di preparazione. Anche l’architettura è stata percorsa da una corrente spiritualistca. Specie quella antica. Per Palladio le proporzioni di un ambiente sono legate da rapporti numerici, come accade le note musicali. Questa tendenza spiritualista c’è stata anche nel razionalismo moderno. Per esempio, in Le Corbusier, con il suo gusto per la divina proporzione.
E nell’ambiente del razionalismo italiano?
In Figini e Pollini, per esempio, la componente spiritualistica è stata determinante. Basta dire che si facevano costruire delle squadrette particolari i cui lati erano in proporzioni armoniche. Con cui disegnavano già con i rapporti giusti per raggiungere una certa espressione matematico musicale.
Così le costruzioni non rischiavano di diventare completamente astratte?
Questo è un prezzo che si paga volentieri. È un messaggio che si costruisce non pensando alla massa degli utenti. I più possono non avvertire la presenza di queste proporzioni, ma qualcuno le afferra.
Quali architet si sono addentrati di più in questa ricerca fra musica e architettura?
Un’altra figura importante è Luigi Moretti, nella sua rivista Spazio, affronta il tema del proporzionamento delle membrature proprio in termini di architettura musicale. Per il rapporto fra musica e scenografia, Adolph Appia, che esegue una serie di progetti detti spazi ritmici, cercando di tradurre le armonie musicali del compositore Jacques Dalcroze. Alla fine sono pochi quelli che poi non entrano in questo territorio. Vi rientra anche la musica modulare, iterativa. Quella di Philip Glass, per esempio, è una musica sostanzialmente architettonica, contiene tutte le procedure che vengono usate quando si fa un progetto: presuppone la variazione, il contrasto…
Passaggi sonori, sound design, soundscape, sono molto di moda. Ma spesso le installazioni assomigliano a “giardini new age”. Un uso solo estetizzante?
Questi sconfinamenti esistono. Ma certa sperimentazione fra musica architettura mette in risalto un altro interessante tratto comune: la temporalità. Io posso mettermi davanti a un quadro e coglierlo subito nella sua pienezza. Anche se poi ho bisogno di un certo tempo per capirlo. L’architettura, invece, è processionale, devo entrarci dentro, ci devo camminare. Analogamente mi comporto quando ascolto un brano musicale che ha un inizio, uno svolgimento e una conclusione. Faccio un’esperienza in un certo tempo. Anche la letteratura è un’arte temporale.
È un tempo interiore, fatto di emozioni, che ci può apparire straordinariamente più rapido o dilatato rispetto allo scorrere effettivo delle ore.
Al di là di quello che succede in questo tempo, la durata. è di per sé un valore. Per l’architettura è fondamentale. Direi che l’architettura è, in certo senso, uno strumento musicale. Quando cammino in un appartamento o in una Chiesa paleocristiana, il ritmo del passo fa suonare come una cassa armonica.
Stave Lacy, nelle sue performance itineranti, alla Fondazione Mirò come nella chiesa sconsacrata di San Leo guidava il pubblico a vivere e sentire lo Spazio attraverso la musica. Un’esperienza sensoriale ed emotiva.
Nell’architettura c’è anche una dimensione molto corporea. È un’arte che si costruisce nella pienezza dei materiali. Tonnellate di cemento armato di mattoni. Che, però devono riuscire a perdere pesantezza. Nella scultura, invece, è pura forma, la materialità non conta.
Anche in architettura l’immagine deve avere una forma, un contenuto. Per così dire un movimento?
L’architettura è un’arte che incorpora le ragioni per cui la si fa. Incorpora un difetto. Una musica non ha una finalità pratica. Va ascoltata, deve dare emozioni, conoscenze. In una casa, invece, non ci deve piovere. Noi siamo artisti, ma dopo aver assolto a compiti pratici. Non siamo scultori o musicisti, né poeti o pittori. Dobbiamo risolvere problemi molto concreti. Poi possiamo anche fare gli artisti.
Qual è la fase più creativa del suo lavoro?
In realtà comporre architettura significa trovare un modo musicale di disporre le masse. Riguarda lo spazio. Come uno spazio possa essere musicale. Oltre il discorso delle proporzioni di cui parlavamo, c’è questa dimensione più profonda del costruire. In questa armonia invisibile, appunto, misteriosa che troviamo nel rapporto con la musica.
Da qui è partito per fare le scenografie per uno spettacolo sui sonetti di Michelangelo musicati da Shostakovic?
Per lo spettacolo diretto da Beppe Menegatti al Teatro dell’Opera sono partito dal disegno di una parete che si inclina. Nel suo andamento sinuoso, vuole evocare l’irrompere di onde sonore nello spazio. Anche in questo caso si è cercato di trovare un risultato interessante, armonico.
E quando la musica è dissonante, come accade nella contemporanea?
Può essere un ordine armonico o disarmonico, ma è sempre un ordine. Sempre di comporre, si tratta.

Da “LEFT avvenimenti” n° 22 del 30 maggio 2008

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Riaprono le stanze di Tobino a Maggiano

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 10, 2010

Mario Monicelli e Silvia  Ballestra inaugurano l’ex manicomio restaurato. E nel centenario dello scrittore escono inediti e studi
di Simona Maggiorelli

Mario Tobino

«La mia vita è qui, nel manicomio di Lucca. Qui si snodano i miei sentimenti. Qui sincero mi manifesto. Qui vedo albe, tramonti e il tempo scorre nella mia attenzione. Dentro una stanza del manicomio studio gli uomini e li amo… Qui, fino a questo momento sono ritornato…», annotava Mario Tobino ne Le libere donne di Magliano (Vallecchi, 1953). Venerdì 11 giugno, in una giornata di studi a Maggiano, a cui partecipano il regista Mario Monicelli e gli scrittori Ballestra e Maggiani, riapriranno proprio quelle “sue stanze” nell’ex manicomio dove visse per quarant’ anni.

Ma in questo 2010 in cui si festeggia il centenario della sua nascita si segnalano anche iniziative editoriali che aiutano a rileggere nella giusta luce il suo lavoro di medico e di letterato. A cominciare dalla presentazione, il 10 giugno al Vieusseux di Firenze, del volume Mario Tobino bibliografia testuale e critica (1910-1991) che raccoglie tutti i suoi scritti giornalistici per arrivare poi al recupero dei diari e alla pubblicazione di alcuni inediti in un’edizione allargata del Meridiano Mondadori. Ma presto lavoreranno a pieno ritmo anche il museo e il centro studi tobiniani.

«Un ampio progetto, insomma, per riportare l’attenzione su un autore che sfugge alle classificazioni, alle scuole e che, per esempio, con Il clandestino ci ha dato uno dei libri più intensi sulla Resistenza» dice Andrea Tagliasacchi della Fondazione Tobino. Ma sarà interessante anche ripercorrere il suo ruolo di testimone attento e critico di ciò che accadeva nei manicomi in Italia. «Sul piano scientifico, va detto, il suo contributo come psichiatra è stato praticamente nullo» avverte lo psichiatra e psicoterapeuta Andrea Piazzi, che con altri colleghi sta lavorando a una nuova storia della psichiatria, di cui alcuni contenuti sono già stati pubblicati sulla rivista scientifica Il sogno della farfalla. «Ma – aggiunge – Tobino è stato il rappresentante di una psichiatria ospedaliera che cercava di umanizzare il manicomio, senza cadere nei “sociologismi dei basagliani”, come li chiamava lui, e anti istituzionali. E ne ha pagato duramente le conseguenze: lo hanno attaccato in modo scandaloso».

Tobino criticò la cosiddetta legge Basaglia? «L’accusava di aver provocato dimissioni indiscriminate causando circa duemila morti fra i pazienti che erano stati fatti uscire senza le dovute attenzioni – ricostruisce Piazzi -. Il suo ruolo di scrittore fu importante nel testimoniare cosa accadde dopo il varo della 180. Ma già negli anni Cinquanta e Sessanta – aggiunge lo psichiatra – erano stati i suoi libri a denunciare ciò che succedeva negli ospedali psichiatrici. Tobino era fra quelli che volevano un cambiamento ma non una chiusura degli ospedali, perché tanti pazienti non avrebbero potuto avere una vita normale». Così come era contrario a una somministrazione di psicofarmaci in assenza di una “psicoterapia”. «Scrisse che la novità degli psicofarmaci non aveva portato i risultati sperati ma – ribadisce Piazzi – sul piano strettamente scientifico non apportò contributi significativi, limitandosi a gestire l’esistente. Certo, Tobino era stato partigiano, era un libertario, non aveva un atteggiamento sadico verso i pazienti, da “custodialista” e basta. Aveva interesse per loro. I reparti allora non erano però organizzati in base a diagnosi mediche ma sul comportamento dei pazienti (agitati, più calmi ecc). Da questo punto di vista, Tobino non cambiò niente. Anche perché lui preferiva leggere Dante…». Resta che, a differenza di Basaglia, non arrivò a dire che la malattia mentale non esiste. Anzi – conclude Piazzi – criticò aspramente il movimento antistituzionale che credeva che al malato bastasse uscire dal manicomio per tornare sano. In conclusione, credo che oggi sarebbe utile una lettura di Tobino libera da quell’acredine che i basagliani gli rivolsero contro. Per averne una visione più vera. Un pensiero stupido, comune, di esaltazione acritica di Basaglia, di fatto, ha oscurato il personaggio Tobino».

da left-avvenimenti del 4 giugno 2010

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Viaggio in Iran.Fuori dal pregiudizio

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su settembre 30, 2009

Simona Maggiorelli
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INCONTRI. Lo scrittore Jason Elliot a Roma racconta il suo lungo lavoro di ricerca sulla tradizione culturale dell’antica Persia. Ritrovandone le tracce nascoste in un Paese oppresso da molti anni di regime teocratico.

di Simona Maggiorelli

Un semplice dettaglio come il nome di una strada. E la curiosità di vedere quante volte, negli anni quella targa è stata cambiata. Per damnatio memoriae nelle tante guerre che punteggiano la storia di quella che un tempo fu la Persia. Per servilismo dello Scià verso gli Stati Uniti. Per impeto rivoluzionario e poi per violenta restaurazione teocratica  degli ayatollah. Da un particolare di toponomastica ricostruire un intero mosaico di storia. Rintracciandone i segni nel presente. È il talento originale dell’inglese Jason Elliot: scrittore, studioso di storia, viaggiatore, giornalista culturale e molto altro ancora. Quasi una eclettica figura di letterato ottocentesco a dispetto dei sui quarantaquattro anni ben portati.

E così, come un inattuale flâneur, lasciandosi prendere da ciò che gli viene incontro per le strade e poi prendendosi tutto il tempo per studiare Elliot, per esempio, è riuscito a ricostruire in Specchi dell’invisibile, viaggio in Iran (Neri Pozza) la storia stratificata e complessa della censura iscritta nella mappa di Teheran. Rintracciando anche la sotterranea e sorprendente vitalità di tradizioni eterodosse. Tanto eversive come poteva essere quella dell’antica poesia persiana  per Khomeini e oggi per Ahmadinejad.

Così mentre il grande Ciro, fondatore del primo impero persiano (che venticinque secoli fa conquistò Babilonia, Assiria, Macedonia e Cina orientale), finì sotto la scure degli ayatollah che gli preferirono un oscuro personaggio sulla targa di un’importante strada della capitale, quello stesso regime teocratico non cancellò affatto la memoria degli antichi poeti persiani anche se avevano sempre avuto un rapporto assai conflittuale con l’ortodossia religiosa.

«Le immagini sensuali della loro poesia – nota Elliot – hanno sempre attirato gli strali dei bigotti e le dottrine mistiche esposte velatamente nei loro poemi causarono l’ostilità dei teologi tradizionalisti». Quasi tutti i grandi lirici persiani erano seguaci della mistica sufi che celebrava il rapporto fra uomo e donna e sbeffeggiava il clero, in nome di una relazione diretta con il divino. Ma non solo. «Passi di Khayyam parlavano di vino e di incontri e libagioni. Mentre il poeta Firdausi celebrava la gloria degli antichi re persiani preislamici. Nonostante il biasimo del regime il suo nome non è mai stato cancellato dalla toponomastica né la sua opera è mai stata ufficialmente messa al bando. Un dettaglio da cui si può dedurre – conclude Elliot – l’enorme rispetto che ancora oggi quella tradizione letteraria riscuote anche dalla parte più intollerante del Paese». Un fatto che può apparire paradossale.

Ma non a chi conosca la complessità iraniana dall’interno. Al Festival della letteratura di viaggio a Roma Elliot, presentando Specchi dell’invisibile insieme al precedente libro sull’Afghanistan, Una luce inattesa (Neri Pozza), è tornato a rovesciare il cannocchiale occidentale mettendo a fuoco quei pregiudizi che distorcono la nostra lettura dell’Iran. «L’ostacolo maggiore alla comprensione sottolinea con passione – è quel nostro giudicare nascosto e preventivo che si frappone fra noi e la realtà. Una sorta di schermo invisibile che ci impedisce di vedere il mondo come è realmente. Personalmente- ammette Elliot – ho cominciato a scrivere proprio per cercare di bucare quello schermo. Un sano scettismo anche rispetto a ciò che raccontano i media occidentali oggi mi pare indispensabile».

dal qotidiano terra 29 settembre 2009

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Parlami d’amore Marlene

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su febbraio 29, 2008

Cristiano Godano, il leader dei Marlene Kuntz presenta il nuovo lavoro della band piemontese e il suo esordio da narratore

di Simona Maggiorelli

Marlene kunz

Marlene kunz

Un’orchestrazione allargata e arricchita dal violino. E la voce di Cristiano Godano in primo piano, più morbida, profonda, presente. Lontana dalle volute distorsioni di un tempo. Dopo sette album l’inquietudine dei Marlene Kuntz non si è placata. Ma in Uno (Emi) che la band di Cuneo presenta nei teatri (Il 1 marzo a Cesena, il 4 a Torino. E poi Firenze, Bologna, Roma) mostra una maturità nuova: sonorità più raffinate, una precisa ricerca poetica nei testi, commentati sul libretto del cd da Paolo Conte, Erri De Luca e altri scrittori. Una passione quella per la poesia e la letteratura che i Marlene hanno sempre cantato. Ma che ora il loro leader ha deciso di sperimentare in prima persona. «Per sette o otto anni – racconta Godano – mi sono imposto di non fare questo tentativo, consapevole delle difficoltà, poi è stato l’editore Rizzoli a sedurmi, a spingermi a provare. Ed è nato questo libro di racconti.

Scrivere canzoni è arte del levare. Com’è stato passare al racconto?

«Ho faticato un po’. Ma il divertimento è stato superiore alla fatica. Si trattava di rendere accattivanti, piacevoli, le cose che uno scrive per più persone. L’arte di scrivere riguarda anche il modo di organizzare le parole. Non solo cosa scrivere. Per me, un’arte nuova».

Le canzoni dei Marlene sono spesso un racconto per immagini, quasi una sceneggiatura. Una struttura che si ritrova anche nel libro.

«Temo sia la mia indole. È il mio modo di narrare, forse un po’ sui generis. Non so se avrò mai un vero romanzo da narrare in un arco di tempo più lungo che non quello dei racconti. Ne “I vivi” si sviluppano nell’arco di una giornata al massimo. Vedremo.

Li unisce questo precipitare nel mondo emotivo del personaggio: lo strumento è spesso quello del monologo interiore. Fino all’epifania finale. Un omaggio a Joyce?

«Con tutto il senso della distanza che c’è fra uno scrittore geniale come lui e un cantante della provincia di Cuneo, come me, direi ch queste epifanie, rivelazioni finali, non sono joyciane. Le sento più vicine a quello che Baudelaire chiamava “scioglimento”: che svela e dà quel brivido finale. Io credo di avere inseguito un po’ quest’idea. Ma è vero che un richiamo a Joyce c’è. Nell’ultimo racconto con quest’uomo e questa donna nella loro stanza di albergo mentre fuori nevica. E lei ha in testa una canzone in certo senso cruciale. Tutta una serie di simpatiche microcoincidenze mi hanno spinto a riprendere in mano The Dead. Mi sono accorto anche che io non volevo raccontare un mondo di morti, i miei personaggi erano vitali».

cristiano godano

cristiano godano

Da qui il titolo della raccolta I vivi?

«Sì, a quel punto ho preso il coraggio di fare questo esplicito omaggio».

Un filo rosso del tuo narrare è il rapporto con la donna, ogni volta diversa, sconosciuta.

«È sempre sostanzialmente un confronto a due. Mi rendo conto che per me è basilare. Mi riguarda molto come uomo. Tengo a stare lontano dai pericoli del solipsismo».

L’ultimo album, però, si chiama Uno?

«Però in quell’uno, che ho derivato da Nabokov, sono racchiuse due personalità e il rapporto fra un uomo e una donna».

Nabokov autore amatissimo?

«Sì, l’ho ropreso da poco. È un autore che devo leggere quando mi sento in forma. Sennò mi tende tranelli e trappole, mi fermo alla costruzione magnifica della frase e mi perdo i sottotesti più profondi. Sono un lettore lento. E durante i tour è difficile. Di recente però ho riscoperto La vera storia di Sebastian Knight. Avevo una vecchia traduzione anni 50 che mi aveva lasciato un retrogusto strano. Quando ne è uscita l’edizione Adelphi mi sono goduto appieno i gioci di parole, la trama di allusioni».

Il coraggio di cambiare è importante per un artista?

«Sì, se non vuole diventare ricco. A chi bada alla concretezza pop, invece, il cambiamento non conviene. Bisogna sempre fare in modo che i fan si ritrovino in quel che fai. Ma noi non ce la facciamo proprio. Mi rendo conto che disorientiamo il pubblico, ma la nostra non è una scelta provocatoria, è una necessità. Quando sento che ci stiamo ripetendo, sono dispiaciuto, un po’ infastidito».

Cercare la bellezza ovunque, senza utilità come recita una vostra canzone, è necessario?

«Io credo sia lo specifico dell’arte sia dal punto di vista di chi la fa, sia da chi la fruisce. Come ha suggerito un direttore d’orchestra, se tutti nel mondo ascoltassero la musica nel modo giusto, in modo creativo, ci sarebbero meno guerre… Se non altro ci sarebbe meno tempo per incazzarsi».

IL LIBRO

cop-godano-viviUna serie di piani sequenza sul mondo interiore dei personaggi. Un uomo e una donna, sconosciuti, in una stanza di albergo. Il muoversi leggero di una ragazza fra i quadri di una galleria e un uomo che cerca di scoprire il suo mondo interiore dal modo in cui lei si appassiona e racconta l’arte.È il sogno di un poeta che vorrebbe spiccare il volo nella potenza del verso. O forse di un incontro imprevisto. Sei storie diverse che si illuminano nelle pagine di Cristiano Godano come improvvise folgorazioni. La tensione del racconto che sale, poi la svolta di una soluzione imprevista, l’emergere di una realtà più profonda dei rapporti, dei vissuti dei protagonisti che ne sconvolge la trama. Al suo esordio letterario con la raccolta di racconti “I vivi”, il cantante dei Marlene Kuntz sceglie una forma narrativa che si avvicina a quella del frammento poetico, che affonda le sue radici nella forma canzone, allargandone il cerchio, assorbendone la musicalità, e l’impegno nella ricerca della parola più precisa e preziosa per descrivere il mutare delle passioni, dei sentimenti, del sentire in un rapporto.Fra la inquieta sensualità di Nabokov e la disperata bellezza di Updike, scrittore anch’esso amatissimo da Godano, citato spesso nei suoi testi e che il musicista di Cuneo ha fatto conoscere al collega Nick Cave.

da Left-Avvenimenti (29 febbraio 08)

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