Articoli

Posts Tagged ‘Goncharova’

Le avanguardie russe sulle vie d’Oriente

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 27, 2013

Goncharova, il vuoto, 1913

Goncharova, il vuoto, 1913

 

Una grande mostra in Palazzo Strozzi, a Firenze,  indaga le radici euroasiatiche dell’arte di Kandinsky, Malevich, Larionov e di altri protagonisti del cubo-futurismo , del raggismo e del suprematismo. Come  riscoperta di tradizioni siberiane. E scoperta di quelle cinesi, thai e indiane. Cercando una strada diversa   dal razionalismo occidentale.

di Simona Maggiorelli

Sulla via dell’Est, lungo la traccia segnata dalla ferrovia transiberiana e oltre. Seguendo una mappa di viaggio che, al di là dalle smanie di conquista dello zar Nikolaj, esercitò una forte fascino sugli artisti dell’avanguardia russa fra fine Ottocento e la rivoluzione di ottobre. Aprendo la loro ricerca alle culture autoctone della Siberia e della Mongolia, ma anche a tradizioni più lontane provenienti dal Tibet, dalla Cina, dal Giappone, dal Siam, dall’India e dalla Persia.

Malevich , testa

Malevich , testa

Il percorso che ci propone la mostra L’avanguardia russa, la Siberia e l’Oriente, allestita in Palazzo Strozzi (fino al 19 gennaio 2014 catalogo Skira) è largamente inedito per il pubblico italiano, abituato dai manuali di scuola a connettere le maggiori novità dell’arte astratta, del suprematismo, del raggismo e del cubo-futurismo russo con quanto accadeva nei primi decenni del Novecento a Parigi e addirittura con il più provinciale futurismo italiano.

Ma se il cubismo era una realtà lontana per artisti come il pittore e poeta Filonov o come Lev Bruni profondamente legati alla propria terra, il futurismo italiano nemmeno esisteva nell’orizzonte mentale di personalità forti come Malevich e come lo stesso Kandinsky che arrivò alla pittura in un’età già matura transitando da studi di legge.

Prova ne è anche l’assoluto flop del tour che Marinetti fece in Russia nel 1914 . Di cui giustamente non c’è traccia in questa mostra nata dalla collaborazione con importanti musei e biblioteche di Mosca e San Pietroburgo e che invita a scoprire l’importanza delle fonti orientali ed eurasiatiche nel modernismo russo.

 A catturare lo sguardo dello spettatore fin dalle prime sale è la corrente continua di rimandi fra avanguardia e tradizione folclorica degli estremi lembi orientali della Russia. Suggestioni orientali innervano chiaramente Ovale bianco (1919) e una delle più singolari opere astratte di Kandinsky: Uccelli esotici (1915) in cui il viaggio verso l’Estremo Oriente si traduce in una vitale composizione di colori e di forme astratte.

mascheraFuori da ogni esotismo, l’Asia diventa fonte di libera ispirazione creativa per il futuro insegnante del Bauhaus e per altri artisti che guardavano fuori dai confini europei per allontanarsi dal freddo razionalismo occidentale.

Questa seducente mostra fiorentina, curata da un team internazionale di studiosi, lo racconta attraverso un percorso di 130 opere firmate da Kandinsky, Malevich, Filonov, Goncharova e da altri protagonisti delle avanguardie russe meno noti in Italia, intercalandole con sculture e reperti etnografici provenienti dalle steppe, statue indiane e stampe cinesi, thai e giapponesi.

Ogni sezione permette di cogliere nessi sotterranei o talora più espliciti fra capolavori delle avanguardie storiche e tradizioni popolari della Russia più profonda o asiatiche. Esempio eclatante è la famosa testa (1928) di Malevich che rimanda direttamente alla ieratica e essenziale foggia delle maschere rituali della taiga. La tradizione sciamanica, invece, affiora negli schizzi di Larionov.  Mentre la Cina fu la primaria fonte di ispirazione per Lev Bruni.

Kandinsky, macchia nera, 1912

Kandinsky, macchia nera, 1912

La combinazione cinese fra segno calligrafico e immagine, infatti, esercitò un’attrazione fortissima sui cubo-futuristi. Burljuk, Goncharova e Larionov, in particolare, studiarono le stampe popolari di cui l’Istituto di cultura artistica di Pietrogrado conservava una importante collezione.

Nel 1913, a Mosca, Vinogradov organizzò la prima mostra di stampe cinesi tradizionali e Larionov poco dopo cominciò ad accostare modelli di icone russe e asiatiche.

men-shen, Sichuan, Cina

men-shen, Sichuan, Cina

L’impatto che queste stampe ebbero sulla fantasia della Goncharova è testimoniato in mostra da quadri come Natura morta con stampa cinese e da Ritratto di famiglia con stampa cinese in cui le figure sono volutamente alterate nelle proporzioni e lo spazio appare senza profondità. Traduzioni russe dell’iconografia imperiale cinese campeggiano nelle sale di Palazzo Strozzi accanto a splendide xilografie cinesi originali che raffigurano maschere e animali immaginifici.

Più autentico e spontaneo appare, però, il rapporto di Goncharova e di Rerich con i miti e le leggende delle steppe.

Goncharova, in particolare, era attratta dall’antica immagine delle cosiddette “femmine di pietra”, testimonianza pietrificata di antichi culti sincretici, che veneravano dee della fertilità. Una tradizione che ispirò le sue misteriose e un po’ inquietanti Statue di sale dipinte nel 1910 ma anche il suo saggio dal titolo Cubismo dove citava queste statue primitive fra le fonti primarie dei “nuovi barbari” della sua generazione, artisti che a suo avviso si sarebbero dovuti ribellare al cubismo analitico per creare nuove forma plastiche.

 dal settimanale  left -avvenimenti

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Il demone della scena

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 5, 2010

Dopo la grande mostra la danza delle avanguardie, il Mart di Rovereto torna ad esplorare il rapporto fra la scena e la pittura, con  duecento opere che raccontano l’intreccio fra i due linguaggi  David a Delacroix per arrivare a Degas a klimt e agli altri artisti della secessione viennese

di Simona Maggiorelli

Delacroix Desdemona maledetta dal padre

Un cavallo alato sul fondo di una scena zeppa di maschere e arlecchini campeggiava nella scenografia picassiana di Parade, lo spettacolo dei Ballets Russes che debuttò nel 1917. In cerca di una via d’uscita dalla crisi per la morte della sua compagna Eva, Picasso sollecitato da Cocteau e dall’impresario russo Diaghilev aveva ceduto alla tentazione della scena. E anche se quella volta, a dire il vero, non ne uscì una delle sue opere migliori (il cavallo stesso pare un’anemica rivisitazione dell’animale dipinto nel primitivo e potente Ragazzo nudo con cavallo del 1905) quell’apertura al teatro fu comunque per lui l’inizio di una sperimentazione a più ampio raggio fra differenti linguaggi.

In precedenza, artisti che Picasso aveva amato (come Toulouse Lautrec) o osservato da vicino (come Degas) si erano lasciati affascinare dal mondo dello spettacolo e dalla danza. E proprio a questo fertile incontro con la musa Tersicore avvenuto in pittura nella Parigi di fine Ottocento il Mart di Rovereto dedica il capitolo centrale della mostra Dalla scena al dipinto (fino al 23 maggio, catalogo Skira). In primo piano i disegni, i dipinti e le affiche  con cui Toulouse Lautrec raccontava la notte al Moulin Rouge e l’umanità varia e ferita che la abitava: vibranti  schizzi a matita di personaggi come la celebre ballerina Goulue e ficcanti “flash” sul pubblico, che ne colgono il vissuto interiore con quello straordinario calore umano che Toulouse Lautrec metteva nella sua arte di ritrattista. Più in là le immagini eteree e un po’ algide delle danzatrici di Degas, che il vecchio maestro “spiava” dietro le quinte fissandone sulla tela momenti intimi, fuggevoli. Non c’è più traccia qui dell’impianto teatrale prospettico tipico della pittura storica di David ma nemmeno della struttura drammaturgica dei sogni shakesperiani di Delacroix e poi di Füssli. Nella pittura di Degas «la drammaturgia lascia il posto alla coreografia» scrive Guy Cogeval curatore della mostra con Beatrice Avanzi. «E in qualche misura-  nota lo studioso francese- è tracciata una linea che collega l’impressionismo di Degas, fatto di casualità e di istantaneità, alla rivoluzione dei Ballets Russes che misero la danza al centro della creatività dell’avanguardia». E qui il cerchio idealmente si chiude mentre il pensiero corre a La danza delle avanguardie, la grande mostra che nel 2006 il Mart dedicò alle sperimentazioni  di Bakst, di Goncharova e di Larionov ma anche a quelle futuriste di Balla e di Depero, artisti che, analogamente a Picasso, seppur in modi diversi, smisero di dipingere il teatro “da fuori” per salire sul palco realizzando immaginifiche scenografie e costumi.

Ma volendo indagare a fondo il “demone della scena” che si è impossessato della pittura nel XX secolo e ancora domina le arti figurative (si pensi alla videoarte, alle installazioni, al multimediale) la nuova mostra del Mart non trascura di documentare con un bel gruppo di opere l’importanza che ebbero Klimt e gli altri artisti della Secessione nell’aprire la strada a quell’idea di arte totale che era stata preconizzata da Wagner e che poi fu il fuoco delle avanguardie storiche.

da left-avvenimenti del 5 febbraio 2010

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: