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Un’estate da leggere

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 14, 2009

di Simona Maggiorelli
Picasso

Picasso

Estate tempo di riposo. E, finalmente, tempo di letture. Si direbbe con il signor Lapalisse. Quelle agognate durante tutto l’inverno affogato di impegni e di lavoro. Ma a dare retta a un certo vecchio e usurato costume dei giornali nostrani, che sotto il solleone vanno a caccia di gossip e delitti, gli italiani con l’arrivo delle ferie manderebbero anche il cervello in vacanza. Stanchi di questo vecchio adagio, curiosando fra le novità in libreria, ci siamo immaginati un piccolo vademecum per chi sia già con un piede sull’aereo, sul treno, sulla bicicletta… cercando di fare incetta di enzimi per la mente…

Sotto l’ombrellone

«Tempo!», chiedono con le mani gli allenatori di Pallavolo. E di questi tempi vacazieri, quelli del Beach Volley sulle spiagge. E allora diamoci tempo per un tuffo nelle pagine per cercare di capire qualcosa di più di questo strano Paese in cui viviamo. Un Paese in cui i giornali dei grandi gruppi editoriali “non sempre” fanno il proprio lavoro, mentre singolarmente, e con coraggio, giornalisti e scrittori, passandosi il timone, scrivono la vera storia degli ultimi anni. Parliamo, per esempio, di giornalisti come Lirio Abbate, al lavoro quotidiano in Sicilia contro la mafia, ma anche autore di libri come I complici, tutti gli uomini di Provenzano da Corleone al parlamento (Fazi) scritto due anni fa con Peter Gomez; un libro, pensiamo, che ognuno di noi dovrebbe avere in casa.

Ma pensando a Napoli, alle stragi di camorra e non solo, parliamo anche dei libri di Roberto Saviano che, recentemente per Mondadori ha raccolto i suoi reportage scritti fra il 2004 e il 2009, nel libro La bellezza e l’inferno. Abbate e Saviano, due giornalisti diversissimi, ma che in questo Paese strano vivono entrambi sotto scorta. Una stranezza che la statunitense Freedom house ha passato al vaglio classificando l’Italia all’ultimo posto in Europa per la libertà di stampa.

In campagna

Dedicato a chi va in campagna. In senso letterale. E metaforico, pensando a ciò che si muove o non si muove, ahinoi, a sinistra sulla scena politica italiana. Pensando al teatrino delle candidature alle primarie del Pd a cui già in questi giorni stiamo assistendo e, a chi non rassegnandosi a morire democristiano, berlusconiano o finiano, già si sente in campagna elettorale per le elezioni regionali dell’anno prossimo. Così, fra i molti titoli nuovi che ci si propongono ci viene, in primis, da suggerire come lettura per l’estate il libro, anche se non nuovissimo, di Beppino Englaro Eluana, la libertà e la vita (Rizzoli) accanto a Storia di una morte opportuna, il diario del medico di Welby, Mario Riccio, pubblicato da Sironi.

Poi venendo ai libri freschi di stampa, un titolo importante come Religione e politica (Meltemi) in cui si ricostruisce tutto il percorso che va da Del Noce a Habermas allo statuto del Pd, che in molti ricorderanno, stabiliva che la religione non fosse un fatto al limite privato, ma dovesse rientrare a pieno titolo nel dibattito pubblico; persino, in quello parlamentare. Ma guardando ancora in casa propria pur sforzandoci di pensare Antonio Di Pietro di sinistra, memori delle sue sacrosante battaglie da magistrato, vale la pena approfondire la deriva populista dell’Antonio nazionale, analizzata da Alberico Giostra in Il Tribuno. Vita politica di Antonio Di Pietro (Castelvecchi).

Per chi va in montagna

Pensieri in vetta, dopo lunghe camminate. Un libro, un rifugio. Recita il titolo di una rassegna di incontri con l’autore in Alta Badia, che il 5 agosto, a La Villa-Corvara, invita il direttore del domenicale de Il Sole 24 ore, Riccardo Chiaberge, a presentare il suo ultimo libro La variabile Dio (Longanesi) che indaga le radici dell’insanabile conflitto fra religione e scienza. Ma di scienza e di scoperte mentalmente “ad alta quota” si occupa, fra romanzo e storia, anche il libro del fisico Gino Segré, Faust a Copenaghen (Il Saggiatore) che ricostruisce la vita, le relazioni (nonché la passione per l’alpinismo) e l’impegno assoluto nella ricerca del gruppo di scienziati, sei uomini e una donna, che nel 1932 lavoravano per Istituto di fisica teorica di Copenaghen.
Erano il gruppo di Niels Bohr e di Werner Heisenberg, i “rivoluzionari” della fisica quantistica. Per i più contemplativi, invece, c’è il bel libro curato da Chiara Dall’Olio La Montagna rivelata Fotografie di grandi viaggiatori e alpinisti tra ’800 e ’900 (Skira) e per gli scalatori del limite, invece, il libro testimonianza di uno dei più grandi scalatori al mondo, Alexander Huber La montagna ed io (Corbaccio). E ancora sul versante più “domestico”, riecheggiando il titolo del celebre viaggio in Italia di Dürer, ecco In viaggio sulle Alpi (Einaudi) di Marco Albino Ferrari, che l’autore presenta il 24 luglio a Courmayeur.

Per chi va al lago

Maurizio Pallante, il teorico italiano della decrescita, presenta il 23 luglio nel Parco Laghi Margonara a Gonzaga, in provincia di Mantova il suo ultimo libro La felicità sostenibile (Rizzoli) che parte da alcuni assunti semplici ed essenziali: tra processo di trasformazione e uso finale, una lampadina a incandescenza disperde il 95 per cento dell’energia; per ricavare una bistecca di manzo da un etto, occorrono tremila litri di acqua. Invitando a una battaglia, in teoria elementare ed evidente a tutti, contro gli sprechi. Ma un pesante sasso nel lago stagnante della politica italiana, che sotto Berlusconi (e purtroppo, anche sotto l’ultimo governo di centrosinistra) si è dimostrata quanto mai genuflessa ai diktat vaticani lo getta in primo luogo Gianluigi Nuzzi, con il libro Vaticano Spa (Chiarelettere).
In un Paese cattolico come il nostro da alcune settimane, curiosamente, in cima alle classifiche di vendita dei libri troviamo proprio questo titolo che documenta come lo Ior, la Banca vaticana, abbia negli anni prestato il fianco al riciclaggio di denaro sporco. E non solo. Una storia che si riesce a mettere ancor più a fuoco leggendo il libro di Nuzzi in parallelo con il libro Qualunque cosa succeda del giovane avvocato Umberto Ambrosoli, figlio dell’assassinato Giorgio (appena uscito per Sironi con la prefazione di del presidente Carlo Azeglio Ciampi). E per chi voglia andare ancora più a fondo in questa storia cruciale d’Italia, utilissima è anche la lettura comparata del libro Il Caffé Sindona (Garzanti) che gli autori Gianni Simoni e Giuliano Turone presentano il primo agosto a Courmayeur proprio con Umberto Ambrosoli.

Per chi viaggia

«Per viaggiare basta vivere», scriveva giustamente il portoghese Fernando Pessoa. E proprio per chi sceglie di vivere intensamente attraverso un viaggio ci sentiremmo di suggerire alcuni titoli che ci liberano dalla maschera della felliniana Gelsomina: di chi nulla sa, ma peggio ancora, nulla vuole sapere. Pensiamo a libri come l’autobiografia di Rebya Kader, ex imprenditrice dello Xinjiang, acclamata ai massimi gradi del parlamento cinese perché «arricchirsi è glorioso» e poi subitaneamente cacciata per la sua strenua difesa dei diritti umani nel Turkmenistan orientale. Qualche mese fa Kadeer, leader degli uiguri, esule negli Usa dopo anni di prigione in Cina, è venuta in Italia per presentare il suo libro, La guerriera gentile (Corbaccio), preconizzando un drammatico giro di vite nella sua terra.
Alla luce degli oltre 800 morti denunciati da fonti uigure, uccisi dalla repressione cinese, questo appassionante libro è essenziale per tentare di capire cosa sta succedendo. Dall’Estremo al Medio Oriente, altri focolai di rivolta e repressioni che si consumano sanguinosamente sotto il nostro sguardo distratto. Pensiamo all’Iran e alla rivolta di tanti giovani contro le elezioni truccate dal presidente Ahmadinejad. Anche in Italia sono usciti alcuni titoli che interrogano radicalmente il regime, a cominciare dalla Storia dell’Iran 1890-2008 (Bruno Mondadori) dell’italo-iraniana Farian Sabahi e dalla Storia dell’Iran dai primi del ’900 a oggi di Ervand Abrahamian (Donzelli).

Ma non solo. Con fantasia, raccontando per metafore, spinte da esigenze espressive ma anche dalla necessità di sviare la censura, giovani scrittrici iraniane raccontano tra le righe il cambiamento sotterraneo che la società di Teheran sta vivendo, anche grazie all’impegno delle donne. La studiosa Anna Vanzan ha raccolto le loro voci nel libro Figlie di Shahrazad. Scrittrici iraniane dal XIX secolo a oggi (Bruno Mondadori). E ancora. Dal Medio Oriente all’emergenze dell’Africa, Benito Li Vigni, esperto di geopolitica nel libro I predatori dell’oro nero e della finanza globale (Baldini Castoldi Dalai), indaga a tutto campo sui legami tra «mondo del petrolio» e potere politico-finanziario, inquadrando le verità nascoste che riguardano il futuro dei giacimenti, le guerre, le tensioni geopolitiche e l’uso dell’«arma petrolifera» da parte dei maggiori produttori, primo fra tutti la Russia. «Lungo una sorta di cintura che lega il Sud del mondo, passando dall’Iraq al Sudan e alla Nigeria, per arrivare in Venezuela e Colombia scrive Li Vigni – gli “imperi del profitto” si scontrano e si alleano. La fame di petrolio spinge a mutamenti epocali negli assetti politici internazionali, basti pensare alla silenziosa colonizzazione cinese dell’Africa e a un evento impensabile come l’affacciarsi della flotta militare di Pechino nel Mediterraneo». Uno scenario instabile nel quale si affaccia la «svolta verde» di Barack Obama e la sua politica estera fin qui moderata.

E ancora a chi voglia viaggiare con cognizione in terra d’Africa suggeriamo I signori della sete (Piemme) di Sergio Grea che offre – in chiave di romanzo ma sostanziata da una fitta messe di documenti – un drammatico spaccato delle conseguenze delle guerre per una risorsa primaria come l’acqua. Il libro sarà presentato il 19 luglio a San Marzano Oliveto in provincia di Asti. Last but not least, un libro essenziale per chi quest’estate prendesse le rotte dell’India: parliamo di Quando arrivano le cavallette (Guanda) della scrittrice e coraggiosa reporter Arundhati Roy. Nonostante i passi avanti che ha fatto la più grande democrazia mondiale, sono molte ancora le pagine di ingiustizia. La straordinaria romanziera de Il dio delle piccole cose qui fa cronaca di denuncia documentando azioni di apparati dello Stato deviati e la corruzione di una magistratura prona agli interessi delle multinazionali.

Per chi sta a casa

«L’amore è un viaggio. Ed è meglio viaggiare che arrivare, come diceva qualcuno». Quel qualcuno era il maestro del romanzo d’avventura Stevenson, quello dell’Isola del tesoro. Ma chi siglava questa nota nel 1918 era uno scrittore di lingua anglosassone, forse ancor più grande: D.H. Lawrence, l’autore scandaloso per quegli anni del romanzo L’amante di Lady Chatterly. Di Lawrence in questi giorni Adelphi fa uscire una interessante raccolta di saggi intitolata Classici americani. Di fatto una serie di folgoranti ritratti, di grande penetrazione psicologica di maestri come Edgar Allan Poe, Nathaniel Hawthorne (l’autore de La lettera scarlatta) e di Herman Melville. Il libro, scritto in prima persona, ha come voce narrante quella di un ragazzino di 11 anni che vede suo padre morire improvvisamente.

Ma volendo continuare a viaggiare con la mente nella grande e contraddittoria terra americana, Adelphi offre anche un altro titolo da non perdere di vista: l’affascinante Zia Mame di Patrick Dennis in cui si racconta la grande mela degli anni Venti ricca di jazz e nuove culture con lo sguardo ancora una volta di un ragazzino rimasto orfano, ma in questo caso affidato a una affascinate zia che non aveva mai voluto sposarsi. E ancora per restare in terra a stelle e strisce, mentre il giovanissimo Todd HasakLowy in Prigionieri (Minimum Fax) traccia un corrosivo ritratto dell’America dei nostri giorni in cui – ipse dixit «tutto è andato completamente a puttane, il governo, le grandi aziende, tutto», esce in rinnovata edizione italiana Uomo invisibile (Einaudi), il romanzo dello scrittore afroamericano Ralph Ellison, che per primo nel 1947 seppe fondere la tradizione orale del Sud con il registro poetico di Dostoevsky per raccontare la storia di un meticcio che ha più di qualche assonanza con quella del presidente Obama, il quale in passato, se non proprio citando Uomo invisibile, ha fatto riferimento ai libri di Ellison.

Un tempo, parlando di superpotenze culturali e non solo politiche, sbirciando da casa il mappamondo e avendo a portata di mano una degna biblioteca, a questo punto, si sarebbe andati a scovare qualche perla di novità letteraria nei territori della ex Urss. Ma letterariamente parlando oggi la temperatura culturale di Mosca sembra essere “non pervenuta”. Come se di dittatura in dittatura, da quella staliniana a quella putiniana, la voce dell’arte fosse stata più che mai tacitata. Mentre le voci critiche dei giornalisti, drammaticamente, vengono azzerate a colpi di pistola. Come la cecena Natalya Estemirova, come Anna Politkovskaya. Alle quali Voland dedica Ragazze della guerra di Susanne Scholl, in uscita nei prossimi mesi.

Nello scacchiere mondiale dell’arte, accanto a nuovi voci emergenti da vaste aree e continenti fin qui ingiustamente considerati periferia del canone occidentale come India, Africa, Caraibi, America Latina, svetta ancora, nonostante la censura, il colosso cinese, che uno scrittore di tradizione alta come Mo Yan ne Le sei rincarnazioni di Ximen Nao (Einaudi) racconta con accenti epici e sottile ironia nel passaggio lungo mezzo secolo che va dalla riforma agraria, alla rivoluzione culturale di Mao, fino agli esiti più recenti, di un’economia liberista e macchiata di sangue. Più giovane, caustico e disposto a raccontare gli ultimi anni della storia cinese al grado zero, Ma Jan, l’autore di folgoranti storie dal Tibet, raccolte in Tira fuori la lingua (Feltrinelli), nel nuovo romanzo Pechino è in coma (Feltrinelli) traccia un poderoso e agghiacciante ritratto di quel che è accaduto nel Paese di Mao a partire dal quel fatidico 4 giugno 1989 in cui la migliore gioventù cinese morì n piazza Tienanmen.

Dovunque andiate

«Nonostante l’epoca sia così nera, così difficile, piena di teologi, di ladroni, la poesia non ha perduto il suo valore, la sua efficacia, l’unica cosa che rimane ancora che possa trasformare il mondo, almeno allusivamente – un ultimo miracolo che ci resta – è forse la poesia; anche per questo suo dono di avere gli occhi divaricati, di poter abbracciare diverse cose insieme… ». Così, ricordando queste parole forti che Angelo Maria Ripellino affidò al suo Splendido violino verde (Einaudi), dovunque andiate o non andiate, ci sono dei libri che non deludono mai: sono le raccolte di versi.E fra i tanti classici a cui si può ricorrere per trovare buona linfa, ne segnaliamo anche uno uscito in questi mesi. è Ecco il mio nome (Donzelli) del poeta siriano Adonis. Un libro di versi dedicato al Medio Oriente dove l’autore è nato, ma anche ai sentieri incrociati di New York e di Parigi, dove ha scelto di vivere. A far da filo rosso della raccolta i temi che Adonis esplora poeticamente da cinquant’anni, il desiderio, il rapporto con la donna, il rifiuto della violenza, a cominciare da quella della religione. «Sono nato anti-ideologo e areligioso, perché temo molto tutti coloro che hanno la risposta a ogni domanda», spiega Adonis in una recente intervista.«Il monoteismo è la fonte dei nostri problemi e delle guerre che hanno sempre insanguinato il Mediterraneo; questo posso dirlo certamente come conoscitore dell’islam. Ma lascio a voi la critica del giudaismo e del cristianesimo, gli altri due grandi monoteismi». Nei suoi versi Adonis configura una sua laica antropologia. Con parole risonanti, sfaccettate, dense di significati. Lontane da ogni astrattezza filosofica. «Io vedo l’uomo come essere capace di amore e come creatura anti violenta. Credo davvero che l’uomo possa essere al sommo della creazione, intesa non in senso religioso, ma naturalistico».

dal quotidiano Terra, 18 luglio 2009

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Le alchimie di Rebecca Horn

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 12, 2009

Dalle pitture in movimento alle sperimentazioni filmiche. Una doppia mostra a Venezia e a Roma

di Simona Maggiorelli

Rebecca Horn

Rebecca Horn

Il signor Casparis ha un appuntamento molto speciale. Aspetta di incontrare Fata Morgana nel teatro della Fenice. Ma come il Carnevale insegna, le belle donne si nascondono dietro misteriose maschere e spariscono per le calli. Riprendendo echi da Hofmannsthal e le atmosfere sospese e sensuali del suo Andrea e i ricongiunti (Adelphi) Iso Camartin racconta così l’accendersi sulla scena veneziana dell’ultima epifania dell’artista Rebecca Horn: scultrice, pittrice e performer che, smessi i panni della provocazione anni Settanta, ora si dedica a progetti multimediali dalle atmosfere magiche, fiabesche, talora sottilmente inquietanti. Come in questa Fata Morgana creata ad hoc per Venezia con spezzoni del film Buster’s Bedroom che l’artista tedesca girò nel  1991 con Donald Sutherland, Valentina Cortese e Géraldine Chaplin.

Nuove musiche e inserti che mostrano la stessa Horn mentre dipinge cambiano la struttura dell’opera filmica, aprendola al “racconto” del processo creativo. Ma l’aspetto più interessante riguarda il modo in cui Horn ha trattato pittoricamente alcune sequenze: intervenendo con vernici trasparenti effetto dripping sui fotogrammi fino a farne dei veri e propri quadri. Un incontro fra linguaggi diversi che è andata sperimentando negli ultimi anni anche con la messiscena di Luci mie traditrici, l’opera in due atti di Salvatore Sciarrino di cui, al festival di Salisburgo, è stata anche regista e costumista.

Un dramma di sangue, ispirato al seicentesco Il tradimento per l’onore di Cicognini, e in cui Horn ha dato visivamente espressione alla passione fra i due amanti e al delirio del marito geloso con proiezioni di sue pitture su tela fatte di solo colore. Immagini astratte che sulle note di Sciarrino acquistano un movimento grazie a piogge di petali di rose rosse e a folate di foglie secche orchestrate dalla cabina di regia. Un’invenzione di pittura a più strati e in movimento che la stessa Horn racconta nel catalogo Fata Morgana (Charta) uscito in occasione  della personale che la Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia le dedica fino al 20 settembre. Un percorso in cui si ritrovano le piume che la Horn usava per trasformare le mani in “ali sensibili” (Guanti di piume, 1972). E poi poetiche installazioni ambientali, sculture e disegni, la sua prima passione. Horn ha raccontato che, dopo la guerra, si sentiva odiata perché tedesca. Fin quando scoprì il disegno e fu una liberazione, perché non doveva «disegnare in tedesco, francese o inglese». Negli ultimi anni il suo interesse si è sviluppato in particolare verso le opere su carta. A Roma, fino al 18 luglio, la Galleria Marie-Laure Fleisch ne presenta una  selezione con la mostra Peacock -Sunrise.

da left-avvenimenti 3 luglio 2009

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Arte e psichiatria, un incontro mancato

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su gennaio 31, 2009

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Ernst Ludwig Krichner, "Kopferna"

Opere di Munch e di maestri del ‘900. Ma anche strumenti di contenzione. E dolorose testimonianze di ex internati in mostra a Siena dal 31 gennaio. In Santa Maria della Scala una esposizione nutrita assunti antiscientifici. Prima dell’800 non c’è autore che considerasse la malattia mentale come genio di Simona Maggiorelli

Chi l’avrebbe mai detto, Vittorio Sgarbi dopo molti incarichi nei ranghi dei berluscones si lancia sul versante opposto in habitus da improbabile sessantottino. Con il viatico di citazioni da Foucault il sindaco di Salemi si imbarca sulla nave dei folli che fu di Basaglia. E a Siena firma una esposizione con 300 opere e una ridda di prestiti internazionali; una mega mostra guazzabuglio basata sui più consunti luoghi comuni e antiscientifici a proposito di arte, genio e pazzia. Così accanto a opere come Hôpital Saint-Paul à Saint-Rémy,di Van Gogh e ad alcune interessanti tele di Munch provenienti da Oslo, ecco strumentazioni di contenzione manicomiale, incisioni e stampe del XIX secolo sugli internati de la Salpêtrière, edizioni originali dei libri di Esquirol dal Musée d’Historie de la Médecine di Parigi, insieme a una sterminata messe di Art brut che, nel segno di Dubuffet, è fatta di ripetitive testimonianze di malattia mentale recuperate dagli archivi di ex manicomi italiani e stranieri e presentate qui come opere d’arte.

Il ritornello è quello superficiale e consunto che i malati di mente sarebbero solo dei diversi, che la società si toglie dalla vista rinchiudendoli e criminalizzandoli. Senza prendere in considerazione il dolore psichico della malattia mentale e il diritto di chi sta male a ricevere una cura valida. Ma la mostra non si è data il compito di affrontare nello specifico questioni psichiatriche, obietta Sgarbi, rivendicando una propria “originale ricerca su arte e follia”. Ma intanto nell’esposizione che si è aperta il 31 gennaio in Santa Maria della Scala a Siena (catalogo Mazzotta) rispolvera assunti ottocenteschi da Genio e follia di Lombroso e organizza un omaggio allo psichiatra Hans Prinzhorn con pezzi della collezione di Heidelberg: “la più storica raccolta di arte dei folli”, scrive Sgarbi che usa i termini follia e pazzia come fossero sinonimi. Mentre Prinzhorn è acriticamente presentato come lo psichiatra che scoprì le radici di “un’arte autentica nelle opere di maestri schizofrenici, facendone nuovo paradigma estetico”. In barba ai danni che questo tipo di pensiero ha prodotto. Come hanno dimostrato in più saggi gli psichiatri Paola Bisconti, Francesco Fargnoli e Annelore Homberg (ne Il Sogno della Farfalla 2/007).

E come, sul piano della storia della arte, Rudolf e Margot Wittkower avevano scritto nel 1963 nel libro Nati sotto Saturno (Einaudi) precisando che la “follia”, intesa in primis come malinconia, era il segno distintivo degli artisti che nel Rinascimento finalmente conquistavano una nuova immagine e un più alto status sociale. “Prima dell’Ottocento – si legge in Nati sotto Saturno – non c’è scrittore che considerasse l’insanità mentale come una concomitanza del genio”. Ma in questo straordinario libro che ancora oggi è considerato un classico si dice anche che non fu la pazzia- questa sì con ogni probabilità vera e propria – a innalzare artisti come van der Gros nella sfera della tensione drammatica e del genio. Né il posato classicismo di un Annibale Carracci, viceversa, lasciava intuire a tutta prima la sua malattia. Ma ai due Wittkower, Sgarbi sembra prestare una distratta attenzione anche se, en passant, li omaggia esponendo le bizzarre sculture settecentesche di Messerschmidt, un caso da loro molto studiato. Piuttosto come curatore della mostra senese, con la complicità di Giorgio Bedoni e Giulio Macchi, Sgarbi fa suo il pensiero del filosofo esistenzialista Karl Jaspers che in Psicologia delle visioni del mondo nel 1919 arrivò a dire che la pazzia non sarebbe malattia ma una forza di esistenza particolare.

van-gogh-saint-remyUn pensiero che nel 1921 portò lo psichiatra svizzero Morgenthaler a dire che le allucinazioni di uno schizofrenico e pedofilo come Wölfli (di cui a Siena sono esposte alcune opere) potevano essere lette come capolavori universali. Esattamente un anno dopo Jaspers in un saggio su Van Gogh contenuto nel famoso libro Genio e follia (Raffaello Cortina) – a cui Sgarbi dedicata il più importante capitolo della mostra con opere di van Gogh, Strindberg, Munch e Kirchner – scrisse che nel caso del genio olandese “la produttività della malattia mentale” liberò forze che prima erano inibite determinando un plus di creatività e di capacità espressiva. Un pensiero del tutto errato che la psichiatria moderna ha demolito, ma che ha inspiegabilmente esercitato una forte attrattiva sul mondo dell’arte ed è in qualche modo entrato nella mentalità comune. Proprio “ obbedendo a questo meccanismo mentale cui parecchi erano inclini a credere” il critico Pierre Loeb nel ’47 chiese a Antonin Artaud di scrivere il saggio Van Gogh, Il suicidato della società (Adelphi), pensando che nessuno meglio di un ex internato come Artaud “fosse capace di parlare di un poeta o di un pittore ritenuto anch’egli alienato”.

Un libro che poi è stato preso a modello dai Surrealisti e che ancora una ventina di anni fa era considerato un “cult” fra i giovani artisti e gli studenti di storia dell’arte. E la “lucida follia” (come la definisce Sgarbi stesso) dei Surrealisti con le sue immagini che si propongono come sterili e astratta fantasmagorie nel tentativo razionale di trascrivere le immagini oniriche, in questa mostra senese trovano immancabilmente molto spazio. Nella sezione “inconscio e realtà” s’incontrano quadri di Max Enst, André Masson, Victor Brauner,per arrivare poi all’action painting di Hermann Nitsch dove la meccanica del gesto, il fare materiale, non lascia sottintendere nessuna immagine più profonda. Il gusto per l’immagine bizzarra come la macchina per cucire e un ombrello su un tavolo anatomico di cui scriveva Lautréamont è eletta al più alto rango dell’arte.

L’obiettivo di Breton e compagni è produrre spaesamento, un corto circuito del senso. Già nel 1924 André Breton, che aveva assunto voracemente il verbo di Freud virandone l’intrinseco pessimismo in una sorta di fatua euforia, nel suo Manifesto per il Surrealismo lancia la costruzione di una surrealtà costruita nel “sogno” dalla follia. Andando alla ricerca del gesto inusitato, di un movimento inconsulto, come “sparare a caso nella folla”. Mentre pittori come Ernst e Magritte usano l’idea dell’automatismo psichico derivata da Freud per fondare un’arte basata su un tipo di immagine raffreddata. Quel padre della psicoanalisi,che sosteneva che l’arte fosse solo un modo di sublimare e di scaricare le fantasie perverse e che autorevoli critici come Meyer Shapiro hanno del tutto sconfessato dimostrando che i suoi scritti erano basati su errori e frutto di autoanalisi, a Siena viene riproposto come protagonista di un ciclo di conferenze dedicate ai suoi studi sulle arti figurative e al contempo viene richiamato ne “La lente di Freud. Una galleria dell’incoscio”una serie di incisioni , xilografie e acquerelli della Fondazione Mazzotta. Intanto, in finale di “Arte, genio follia”-in una sorta di horror vacui – Sgarbi aggiunge ancora una riflessione sulla “ follia collettiva della guerra” letta attraverso le opere di Otto Dix, George Grosz e – chissà per quale strano nesso – anche di Guttuso e Mafai.
Left-Avvenimenti 4/09
Arte, genio, follia, il giorno e la notte dell’artista. Dal 31 gennaio al 25 maggio nel complesso di Santa Maria della Scala a Siena. Catalogo Mazzotta. http://www.artegeniofollia.it

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Un anno da prendere con filosofia

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su dicembre 29, 2008

Libri inchiesta e pamphlet vanno forte in libreria. Ecco le proposte del 2009 di Simona Maggiorelli


In attesa di nuovi Saviano capaci di sedurre i pigri lettori italiani appassionandoli a libri denuncia, le casa editrici italiane più attente e impegnate per i primi mesi dell’anno nuovo continuano a battere il campo di ottimi libri inchiesta. Chiarelettere, in particolare, prosegue nel suo puntuale lavoro di pubblicazione di ficcanti pagine di storia recente e dei nostri giorni con libri come quello di Grimaldi e Scalettari (atteso per febbraio) che ricostruisce gli eventi del 1994, «l’anno che ha cambiato l’Italia. Tra piani eversivi e mafia politica». Su analoga traccia politica si muove la collana di saggistica di Newton Compton che a febbraio manda in libreria il saggio Destra estrema e criminale di Caprara e Semprini. Ma tra i saggi che indagano fenomeni di pazzia criminale c’è anche un importante titolo di Raffaello Cortina: Atti impuri. La piaga dell’abuso sessuale nella chiesa cattolica a cui fa eco, per Malatempora, Lasciate che i pargoli vengano a me, storie di preti pedofili di Paolo Pedote. Fra scienza e riflessione filosofica, invece, il saggio di Orlando Franceschelli L’anima e Darwin. L’evoluzione della natura umana e i suoi nemici (Donzelli) che si inserisce nel recente dibattito sull’evoluzionismo, così come il libro a due voci di Boncinelli e Giorello La scimmia intelligente, dio, natura e libertà (Rizzoli). Per i tipi di Laterza si lanciano in appassionati pamphlet Stefano Rodotà con Perché laico e Vladimiro Polchi con Da aborto a Zapatero, un vocabolario laico. Ma ciò che più colpisce spulciando i cataloghi dei libri in uscita nei prossimi mesi è la quantità di testi di filosofia che si segnalano all’attenzione dei lettori: si va dai saggi che rileggono il pensiero di filosofi innovatori come Giordano Bruno a cui Edoardo Ripari dedica il suo Pensare un orizzonte post cristiano (Liguori) all’ostinato recupero di Spinoza che Quodlibet persegue con la pubblicazione de L’abisso dell’unica sostanza. Fioccano, anche nel 2009, i titoli sul pensiero di Heidegger (Martin Heidegger 30 anni dopo, Il Nuovo Melangolo, e Heidegger di Fabris per Carocci) e sulla controversa relazione con la sua allieva Hannah Arendt (Grunenberg per Longanesi). Il Saggiatore torna a pubblicare un’opera fondamentale di Merleau Ponty, Senso e non senso ma soprattutto i filosofi italiani si presentano all’appuntamento con il 2009 con una ridda di nuovi titoli. Severino addirittura con tre, a cominciare da Il destino della verità (Rizzoli). Antonio Gnoli e Franco Volpi, invece, per Alboversorio discettano sul tema “onora il padre e la madre” con tanto di dvd. hannaarendtsudomenica16ye8E se Fazi continua con la pubblicazione di nuovi capitoli della monumentale controstoria della filosofia di Onfray, Remo Bodei per Feltrinelli si occupa di Destini personali nell’età della colonizzazione delle coscienze, Maurizio Ferraris esce con il saggio Ridere e piangere davvero. In tempi di conclamata crisi della psicoanalisi, insomma, la filosofia sembra volersi candidare definitivamente a prenderne il posto. Le case editrici italiane sembrano prenderne atto e anche Bollati Boringhieri rinuncia a pubblicare Freud optando per la riedizione dell’opera di Elvio Facchinelli. Einaudi, dal canto suo, se la “sbriga” con la summa Psiche: 700 pagine di dizionario storico di psicologia, psichiatria, psicoanalisi e neuroscienze. Per fortuna resiste l’intramontabile grande letteratura, e ci si può rifugiare in libri come David Golder il romanzo con cui si rivelò il talento di Irene Némirovsky e, sempre per Adelphi, optando per tre perle di saggistica: la riedizione di Friedrich Hölderlin, vita, poesia e follia di Waiblinger ma anche i Saggi di letteratura francese di Sergio Solmi e il libro Un anno degno di essere vissuto di un grande italianista come Dante Isella, scomparso nel 2007. Per il giorno della memoria, poi, Garzanti sceglie la voce di Edith Bruck con Quanta stella c’è nel cielo, mentre noi, per il nuovo anno, con il Narratore audiolibri, consigliamo i versi di Pablo Neruda. Left 52-53/08

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L’ultima ribellione di Friedrich

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 27, 2008

Adelphi pubblica le lettere da Torino di Nietzsche. Scritte dal pensatore tedesco poco prima di sprofondare nella follia
di Simona Maggiorelli

«Caro signor professore, in fin dei conti sarei stato molto più volentieri professore a Basilea piuttosto che Dio; ma non ho osato spingere il mio egoismo privato al punto di tralasciare per colpa sua la creazione del mondo. Vede, comunque e dovunque si viva, è necessario fare dei sacrifici».

Così scriveva Friedrich Nietzsche a Jacob Burckhardt il 6 gennaio del 1889. Era la sua ultima lettera da Torino e rivela tutto il dramma della malattia mentale in cui Nietzsche era sprofondato. Di lì a poco il sollecito e religiosissimo amico Franz Overbeck, destinatario insieme a Burckhardt di alcuni “biglietti della follia” di Nietzsche, sarebbe venuto in Italia a prenderlo per riportarlo in Germania. Il filosofo tedesco non avrebbe scritto più niente. Ma questa serie di lettere (che ora Adelphi, nell’ambito dell’edizione integrale delle opere di Nietzsche, ha tradotto e pubblicato) non sono solo il documento finale di una drammatica uscita di scena. Appaiono anche come una straordinaria testimonianza letteraria e di vita. Sprazzi di grande lucidità e di vitale ribellione si alternano a nomenti in cui Nietzsche veniva preso da un “freddo tremendo”. Non per il rigido clima torinese, ma «per un gelo che proviene da dentro». Come scrive in una lettera nell‘88. Consapevole di avere momenti in cui d’improvviso «la mente si ferma», Nietzsche cerca disperatamente di «farsi intendere», ribellandosi con forza a chi gli attribuisce pensieri che non sente più suoi, perché stravolti. Così all’amica von Meysenbug scrive il 20 ottobre dell’88 :«Dal mio concetto si superuomo lei si è ricavata – cosa che non le perdonerò mai – “una sovrumana impostura”».

Rigettando tanto la lettura germanica eroico-idealista del superuomo, quanto quella biologico darwiniana o antisemita. Proprio raccontando un po’ stupito che Zarathustra è piaciuto agli antisemiti, scrive a Overbeck nel 1887: «Esiste una interpretazione specificamente antisemita che mi ha fatto ridere molto». E ancora in questi giorni torinesi di «lavoro fortissimo» da cui (tra il maggio 1888 e il 2 gennaio 1889) escono Il caso Wagner, Crepuscolo degli idoli, L’Anticristo, Ecce homo. Nietzsche contra Wagner e i Ditirambi di Dioniso, Nietzsche scrive lettere di ogni genere, di carattere privato e pubblico, per rivendicare i punti cardine della sua battaglia contro l’idealismo «che ha svilito ogni realtà concreta» e soprattutto contro l’infetto cristianesimo. Al contempo cercando affannosamente di stabilire rapporti con intellettuali e scrittori che immaginava potessero essergli affini, come Strindberg. Ma interessante, e non solo per il biografo, è anche quel che si intuisce qui, nella ridda di lettere alla madre, degli oppressivi e malati rapporti familiari. A quest’epoca, come ricostruisce il filosofo Giuliano Campioni, curatore di queste Lettere da Torino, i rapporti con la sorella si sono già guastati. «La sorella – scrive Campioni – gli è sempre più estranea e ostile; è a una distanza siderale dalla minima comprensione della filosofia del fratello». Impegnata com’è in Paraguay « a condividere e a realizzare gli ideali del consorte tenendo a bada i tedeschi truffati dalla colonia ariana e antisemita da lui fondata». La rottura sarà esplicita in passi di Ecce homo poi soppressi da Elisabeth e che Mazzino Montinari ebbe il merito di riportare alla luce. Non fatichiamo troppo, a questo punto, a immaginare quella stessa Elisabeth, il 2 novembre del 1933, ad accogliere Hitler nella casa di Nietzsche a Weimar.

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Dietro il boom delle neuroscienze

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 13, 2008

“Il problema mente-cervello”. Se ne discute il 20 giugno al Cnr in un confronto fra scienziati e filosofi. Ad aprire la giornata di studi sarà il Nobel Rita Levi Montalcini di Simona Maggiorelli

Grazie al premio Nobel Rita Levi Montalcini e al lavoro di alcuni scienziati come Piergiorgio Strata, direttore del Levi Montalcini Center for Brain Repair, vanno crescendo in Italia spazi e attenzione per le neuroscienze. Nelle università, negli istituti di ricerca, ma anche sui giornali: dal “fantascientifico”inserto Tuttoscienze de La Stampa, all’Espresso, a Repubblica, arrivando perfino a Internazionale che sistematicamente traduce e divulga i contributi dedicati a questa materia pubblicati dalle riviste di Oltreoceano. Ma sempre più alta è anche l’attenzione delle case editrici. Non solo quelle specializzate. Basta dire che il catalogo di Raffaello Cortina, storicamente incentrato sulla psicoanalisi, da qualche tempo ha trovato consistente espansione con le neuroscienze. Che dagli anni Novanta abitano anche la prestigiosa collana scientifica di Adelphi. Qui, per esempio, sono stati pubblicati i libri di Antonio Damasio, studioso di origini portoghesi che vive negli Usa, dove si è occupato di studi sulla coscienza, a partire da Cartesio. Ricerca sulla mente umana, la sua, tutta iscritta nell’ambito della razionalità, senza mai affrontare il non cosciente, come si evince da un suo libro dal titolo emblematico: In cerca di Spinoza. Dimostrando di ignorare così le conquiste della moderna psichiatria ma anche quanto vanno ripetendo scienziati come Boncinelli che, ancora lunedì scorso su Repubblica diceva con una battuta « l’uomo è un animale razionale non più di mezz’ora al giorno».
Intanto, comunque sia, sulle neuroscienze fioccano i convegni: il più recente, targato università Cattolica del Sacro Cuore, ha squadernato una “curiosa” compresenza di sacerdoti e scienziati provenienti dagli ambiti più diversi. Per rispondere alla domanda “Neuroscienze. Che cosa ci aspettiamo dalla ricerca?” in Campidoglio, pochi giorni fa, si sono incontrati (fra gli altri) Angelo Vescovi, Enrico Garaci, Ignazio Marino e Monsignor Vincenzo Paglia. Un appuntamento meno ecumenico, invece, si svolgerà il 20 giugno, nella sede del Cnr a Roma. Una giornata di studi, dal titolo“Il problema mente-cervello, filosofia e neuroscienze a confronto” a cui parteciperà la stessa Montalcini, con Lamberto Maffei, direttore dell’istituto di neuroscienze del Cnr, Pietro Calissano, vice presidente dell’Istituto europeo di ricerca sul cervello e molti altri. A presiedere il convegno sarà Luca Marini presidente del centro studi Ecsel e vice presidente del Comitato nazionale di bioetica (reintegrato al suo posto dal Tar dopo il tentativo di Casavola di mettere a tacere il dissenso interno al Cnb a colpi di dimissioni). A Marini e a Andrea Lavazza, studioso di scienze cognitive e autore de L’uomo a due dimensioni. Il dualismo mente-corpo oggi (Bruno Mondadori) abbiamo rivolto delle domande.
Qual è il portato e il valore delle neuroscienze oggi?
Marini: Le neuroscienze ci stanno dicendo molto di come funziona il nostro cervello e di come tante nostre capacità siano legate all’architettura e al funzionamento del sistema nervoso. Oggi non solo abbiamo penetrato alcuni misteri della mente, ma possiamo anche intervenire per modificarla. Siamo in grado di collegare funzioni specifiche con aree cerebrali, di dare conto scientificamente di percezione, memoria, attenzione e così via. Tanto che si aprono scenari futuribili, come quelli della “lettura della pensiero”, che richiedono quella che è stata chiamata neuroetica e strumenti di biodiritto.
Come Rita Levi Montalcini ci ha insegnato le neuroscienze sono state protagoniste di una svolta antropologica: hanno sconfessato il determinismo genetico sottolineando l’importanza del fattore ambientale. Si può dire che abbiano avuto un “valore politico”, sconfessando quel determinismo genetico che è base dell’idea nazista di razza?
Marini: Le neuroscienze non negano il ruolo fondamentale dei geni. Anche l’attività neuronale è espressione del codice genetico che in ogni cellula dà le sue istruzioni momento per momento. D’altra parte, è la stessa biologia oggi a rifiutare il determinismo genetico, riconoscendo il ruolo dell’interazione dell’organismo con l’ambiente. Le neuroscienze hanno tuttavia una loro autonomia esplicativa, un loro piano di esplorazione e di analisi non coincidente con quello della genetica. Attribuire loro un valore “politico”, però, è fuorviante: il razzismo sociale si basa di solito sulla cattiva scienza, perché quella buona non si presta ad aberrazioni ideologiche.
La filosofia ha preteso di fare una teoria della mente prescindendo dalla scienza. Per questo ha fallito?
Lavazza: Che la filosofia sia alla bancarotta è opinione di qualche scienziato miope, ma non corrisponde alla realtà. In effetti, la filosofia della mente in area anglosassone è più viva che mai, interagisce con le neuroscienze nell’ambito della cosiddetta scienza cognitiva e si segnala per contributi originali. D’altra parte, è vero che una vecchia filosofia “da poltrona”, che rifiuti il confronto con le recenti scoperte, non potrà fare molta strada. La scienza tuttavia senza la filosofia rischia di avere una prospettiva parcellizzata e riduttiva della realtà, trascurandone aspetti fondamentali.
Per le neuroscienze da dove nasce il pensiero umano?
Lavazza: Espressa in questa forma ampia e generale si tratta di una delle domande che, per ammissione della gran parte della comunità intellettuale, ci farà più sudare per arrivare a una risposta, malgrado i grandi progressi della scienza. Oggi sappiamo, in parte, che i sensi ci danno informazioni sulla realtà esterna e su come noi la modifichiamo nel percepirla. Abbiamo scoperto, in parte, come l’evoluzione ha plasmato gli istinti e alcune tendenze del nostro comportamento di base, conosciamo alcuni meccanismi del linguaggio. Ma, ad esempio, la coscienza in senso fenomenologico,(l’effetto che fa vedere un colore o essere una certa persona), resta un mistero sul quale ci sono soltanto ipotesi in competizione.
Damasio e Edelman si sono posti il problema di dare un fondamento biologico all’attività mentale. Ma non si cade così in una forma di riduzionismo?
Lavazza: Il rischio è fortissimo. Molti scienziati però sono convinti che sia così: non esiste altro, a loro parere, che la base materiale del nostro cervello; sarebbero i nostri neuroni tutto ciò che serve a produrre il pensiero. Ma questo riduzionismo non riesce ancora a spiegare, come detto, molte funzioni mentali. Vi sono anche profonde ragioni filosofiche che militano contro il riduzionismo. E non sembra facile confutarle.
Alcuni neuroscienziati come il premio Nobel Kandel sembrano accettare Freud. Ma sul piano neurofisiologico i suoi scritti non hanno nessuna validità scientifica. Senza dimenticare che Freud non riconosceva alcuna cesura fra la vita intrauterina del feto e quella del neonato. Cosa dire di questa aporia?
Lavazza: I neuroscienziati, Kandel compreso (che è stato analista in gioventù), non pensano che Freud avesse ragione, né condividono la teoria psicoanalitica come terapia per la malattia mentale. Qualche raro studioso, come Mark Solms, dice che Freud avesse visto giusto a livello di intuizioni, oggi confermate dalla neurobiologia del sistema nervoso. C’è anche chi ammette che la psicoanalisi possa portare qualche giovamento, ma non perché agisca sulla “psiche”, bensì perché modifica, con le parole, le connessioni neuronali del cervello. In sostanza, oggi c’è un muro di incomprensione che divide gli psicoanalisti classici dai neuroscienziati.
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Cercasi sophia disperatamente

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su settembre 14, 2007

Spinoza nel pantheon del Pd. Ecco il nuovo volto della ragione: maquillage o chirurgia estetica?
di Simona Maggiorelli

Eugenio Scalfari ne ha fatto un´icona, quasi il nume tutelare – insieme a pochi altri – dei valori del nascente Partito democratico. Ma prima ancora del fondatore di Repubblica, sul piano degli studi, ci hanno pensato filosofi come Remo Bodei con il suo ponderoso La geometria delle passioni (Feltrinelli). E anche un illustre neuroscienziato come Antonio Damasio con Alla ricerca di Spinoza, Adelphi. Entrambi hanno fatto del pensatore olandese un punto cardine di un orizzonte intellettuale che si dice democratico e moderatamente di sinistra, recuperandone alcune parole chiave come “coscienza” , “ragione”, “ordine”, “sicurezza” “acquiescenza”. Valori e concetti che contribuiscono a tratteggiare (sulla via di Cartesio mai veramente superato da Spinoza) un’ immagine di realtà umana ancora dilaniata dalla scissione fra corpo e coscienza. L’uomo spinoziano attraverso il ricorso al mito dell’amor dei intellectualis, intriso di religiosità, tenta di sdrammatizzare le proprie scissioni, di derubricarne le incongruenze. Insomma, anche grazie al recupero del grande Baruch e di altri pensatori come Montaigne e di certo illuminismo, è il mito di una ragione assoluta che torna ad essere celebrata nel dibattito culturale e politico di queste settimane.

A tornare a far capolino, insomma, sembra essere un’idea di coscienza spinozianamente trasparente a se stessa, che distingue fra passioni buone e passioni cattive, pensando di poter opporre lucidamente le une alle altre. Che cerca una manipolazione dei sentimenti e degli affetti per temperare la bramosia dell´acquisizione continua di beni, l´egoismo feticistico dell´economia politica. Che faccia di una tolleranza raziocinante, e tutto sommato indifferente, la chiave di volta per la conservazione di sé. Ma in questo plauso di una visione ordinata della società che liberi l’uomo dall’incertezza del vivere (promosso dagli intellettuali che lavorano alla costruzione dell´identità culturale del Pd), c’è chi legge una criticabile operazione latente: «Il trend neo-razionalistico attuale – dice il filosofo Bruno Accarino – non potenzia tanto le capacità di rischiaramento (come letteralmente suona “Aufklärung”) della teoria, ma cerca di trovare, in maniera velleitaria, strumenti efficaci per manipolare la realtà. Ma ampie zone del reale si sottraggono a ogni forma di analisi e di razionalizzazione, e la comunicazione sociale ha un che di incanaglito e di civilmente deteriorato». Il tentativo di criminalizzazione dei lavavetri, partito proprio dalla città di Firenze, dove Accarino vive e insegna filosofia della storia all’Università, del resto, sembra esserne un chiaro segnale. «I fenomeni di chiusura di ceto e di casta a cui assistiamo sono da ancien régime. Sul piano politico – sostiene Accarino – sta venendo al pettine il nodo di un deficit di cultura azionistica nella sinistra italiana: l’egemonia dei due grandi filoni culturali post bellici, quello cattolico e quello comunista, ha impedito di gestire la domanda di libertà e di autodeterminazione che si esprime fuori dai canali ufficiali della rappresentanza politica». Un eminente voce filosofica, quella di Domenico Losurdo (autore de La comunità, la morte, l’Occidente. Heidegger e l’ ideologia della guerra, Bollati Boringhieri) esprime più di un dubbio sull’odierno “revival Spinoza” contestando modi e metodo del recupero della lezione dell’autore dell’Ethica geometrico demonstrata. «Sono dell’idea che sia utile confrontarsi con le grandi personalità del passato, anche quando si tratta di rivoluzionari borghesi – è il suo commento – ma rileggerli oggi vuol dire saperne cogliere l´attualità». E da questo punto di vista, prosegue il professore, che insegna storia della filosofia all’Università di Urbino, «mi sembra un fatto assai curioso che si recuperi Spinoza senza nominare nemmeno uno dei punti più interessanti del suo pensiero: la critica che lui ha fatto alla mitologia del popolo eletto. Gli ebrei, diceva Spinoza, non hanno nessun motivo di ritenersi superiori. E questo oggi significa anche cercare di capire cosa sta accadendo in Medioriente e in Palestina». «Ma soprattutto – aggiunge Losurdo che ha da poco pubblicato con Laterza il libro Il linguaggio dell’Impero. Lessico dell’ideologia americana – oggi non possiamo trascurare che se c´è un popolo, fra tutti, che si considera eletto questo è il popolo degli Stati Uniti d’America. Bush jr ha vinto la prima campagna elettorale proprio agitando il motivo del popolo eletto. Allora mi sembra sorprendente che si citi Spinoza senza ricordare questo punto fondamentale». Detto in altri termini, il pensiero del vecchio Baruch è stato importante, «ma se lo si vuole ridurre a una sorta di icona che dovrebbe servire a santificare la cosiddetta democrazia occidentale, allora – conclude il professore – io sarei tentato di rispondere: giù le mani da Spinoza».

Di tutt’altro avviso, il filosofo Giacomo Marramao che a proposito del pensatore olandese vissuto tra il 1632 e il 1677 ricorda: «E’ stato molto caro a Hegel, ma anche a Marx e Nietzsche e ha avuto il merito di riprendere un grande filosofo come Giordano Bruno, e quella concezione bruniana che tendeva a una visione monista e non dualista quale quella cartesiana, in cui c’è identità tra soggettività e oggettività, soggetto e sostanza, e un circolo virtuoso tra ragione e passioni. E come Bruno – prosegue Marramao – Spinoza in fondo ritiene che ogni individuo abbia in sé la capacità di dar conto dell’intero universo, quello che Bruno chiamava questo gigantesco animale. Però in una forma per l’appunto unica, singolare, irripetibile». Dunque Spinoza ateo religioso, possiamo dedurre, che non propone nessuna concezione nuova dell’essere umano. Tanto che la stessa autonomia dell’individuo, i suoi valori civili e morali, sono garantiti dalla presenza di una ragione divina nel reale. «In Spinoza – ammette Marramao – alla base c’è un’esigenza metafisica profonda che è quella di cogliere in modo oggettivo il processo di costituzione del soggetto». Dunque citarlo nel pantheon del nuovo Pd come ha fatto Scalfari in interventi-manifesto come quello dal titolo “Spinoza ripensò Dio e liberò l’uomo”, significa tirare il filosofo del Seicento per la veste, usando il suo pensiero a giustificazione dell’operazione da compromesso storico che si sta consumando con la fusione a freddo fra Ds e Margherita. «Certamente il pensiero di Spinoza, è inutile nasconderlo, pur essendo per molti versi di rottura e rivoluzionario, ha dei momenti di opacità», osserva Marramao. «Ad esempio nella considerazione della donna. In un suo testo tanto decantato come il Trattato teologico politico, Spinoza parla di individui, ma sono declinati al maschile, mai al femminile. Vi è questo limite che dipende dall’epoca in cui viveva, ma anche dal dispositivo alla base del suo pensiero». E in perfetta sintonia con una mentalità giustamente seicentesca, nel nuovo manifesto di Francesco Rutelli, si può leggere un attacco violentissimo contro le acquisizioni genetiche della scienza medica che vanno a toccare delicate questioni di bioetica: cercando di fare arretrare, di fatto, tutte le lotte per i diritti civili e in particolare quelli femminili che si riassumono anche nella legge 194. Così il “progressismo” democratico, quello che trova come punta di sfondamento la razionalità spinoziana, cerca più o meno apertamente una sua legittimazione nel rapporto con una teologia intransigente che vuole piegare la politica alle parole del Pontefice.

Quanto poi all’attualizzazione forzata di Spinoza e al ritorno di certe sue parole chiave nel dibattito del centrosinistra, Marramao nota: «Certamente un punto chiave del pensiero di Spinoza, poi ripreso da Hegel, è la formula “Occorre accettare la necessità”. Cioè un’idea della libertà come comprensione-accettazione della necessità stessa. Oggi, però, in politica non possiamo non considerare il ruolo fecondo del dissenso. Si tratta di tentare di abbracciare un’idea di razionalità imperfetta nella quale si dia spazio al momento creativo del dissenso. Occorre una politica che si apra alla funzione feconda del momento ereticale, altrimenti rischia di porsi come un paradigma normalizzatore, producendo effetti in ultima analisi nocivi. Come si diceva in un dibattito famoso tra Ottocento e Novecento: non possiamo mettere le braghe al mondo.

(la testimonianza di Accarino è stata raccolta da Elisabetta Amalfitano)

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