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Marilyn, la sposa bambina

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 4, 2010

Esce per la prima volta in edizione italiana, e con 47 scatti restaurati, l’autobiografia in cui l’attrice raccontava la sua durissima infanzia

Marilyn Monroe

E’ una storia struggente e durissima quella che Marilyn Monroe (1 giugno 1926 – 5 agosto 1962) racconta nella sua autobiografia scritta a  28 anni con l’aiuto di Ben Hecht, sceneggiatore di capolavori cinematografici come Notorius e A qualcuno piace caldo. Un libro che, con il titolo La mia storia e corredato di 47 scatti restaurati del fotografo Milton H. Greene, esce ora per la prima volta in traduzione italiana grazie a l’editore Donzelli. Il volume, che in America non vide la luce prima del 1974 per paura di querele e scandali, nacque in un giocoso lavoro di equipe, fra Marilyn, Hecht e Greene. L’attrice  allora aveva da poco vinto una causa contro la Twentieth Century Fox che l’aveva sfruttata come una schiava. E, proprio grazie all’aiuto di Greene, Marilyn aveva appena fondato una casa di produzione di cui era socia di maggioranza. In questo momento di “grazia” e di rara indipendenza (anche mentale) lei si prestò a questo giocoso lavoro corale che la  portava alla ribalta in una luce irresistibile. Come aveva sempre desiderato. Così ogni momento di pausa delle riprese di Bus stop era l’occasione per andare con Greene a frugare nei cassoni dei costumi di scena.

Inventare nuovi personaggi, darsi nuove vite di fantasia era ciò che Marilyn amava fare di più. «Da piccola non facevo che sognare ad occhi aperti» racconta nell’autobiografia. «Anche quando dovevo servire a tavola, da bambina, fantasticavo di lavorare come cameriera in una casa elegante». Ma se le foto inventate con Greene (come quella celeberrima in tutù slacciato perché le andava stretto) raccontano attimi di spensieratezza, le parole che Hecht registrò rivelano ferite profonde e mai sanate. E che venivano da lontano. L’infanzia di Marilyn trascorse fra orfanotrofi e temporanei affidi in famiglie poverissime che la sfruttavano per i lavori di casa. La madre biologica, da impiegata, non guadagnava abbastanza per tenere con sé Norma Jean (questo era il vero nome di Marilyn). Il padre della futura star di Hollywood, invece, era fuggito quando lei era piccolissima. Per uscire da miseria, solitudine e fame, quando era ancora a scuola, su consiglio della “zia” Grace (un’amica di famiglia che si prese cura di Marilyn quando sua madre fu internata in manicomio) a poco più di 16 anni Norma Jean decise di sposarsi con un vicino «dall’aria elegante e gentile». Ma le cose andarono di male in peggio. «Sposai Jim Dougherty – annota Marylin in questo suo diario dettato a Hecht-. e fu come essere rinchiusa in uno zoo. Il primo effetto che il matrimonio ebbe su di me fu aumentare la mia mancanza di interesse per il sesso. A mio marito non interessava, oppure non ne era cosciente. Eravamo entrambi troppo giovani per discutere apertamente di un argomento così imbarazzante».

Era l’America puritana che precipitava verso la guerra, un mondo moralistico e religioso di cui Marilyn coglieva tutta l’ipocrisia. Quando, a tredici anni, un pensionante di una famiglia che l’aveva presa in affido aveva tentato di violentarla, Norma Jean lo disse in famiglia ma nessuno volle crederle. Per tutta risposta «la settimana seguente la famiglia, incluso il signor  Kimmel andò a una riunione religiosa che si teneva in un tendone» ricorda Marilyn ne La mia storia.

da left-avvenimenti

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