Articoli

Posts Tagged ‘Sergio Risaliti’

Giuseppe Penone Nuova linfa alla scultura

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 16, 2014

 

Penone. Luce e ombra

Penone. Luce e ombra

A Firenze il maestro dell’Arte Povera Giuseppe Penone ricrea il percorso dal Giardino di Boboli al Forte Belvedere. left lo ha incontrato per parlare della mostra (che è stata inaugurata il 5 luglio) e della sua quarantennale ricerca

di Simona Maggiorelli
La presenza viva di alberi, liberati dalla scorza, dalla corazza, fino a rivelare una forma originale sottostante. Blocchi di marmo scolpiti che mostrano l’intricata trama delle venature, come fossero i solchi della pelle. Materiali nobili e tradizionali della scultura come il marmo, il bronzo e la pietra, insieme a materiali leggeri e insoliti come foglie, resine, elementi organici. “Ingredienti” con cui Giuseppe Penone crea opere fluide, in divenire, che vivono in rapporto allo scorrere eracliteo della vita e che acquistano nuovi significati in relazione all’ambiente in cui sono inserite.

Ritroviamo tutto l’alfabeto poetico di questo elegante e schivo maestro dell’Arte Povera nel progetto Prospettiva vegetale, curato da Arabella Natalini e Sergio Risaliti in due luoghi simbolo per la città di Firenze come il Giardino di Boboli e il Forte Belvedere. Con gli austeri bastioni militari del Forte, in anni recenti, si sono misurati artisti internazionali come Anish Kapoor, Henry Moore e Tony Cragg ma anche, per rimanere nell’ambito dell’Arte Povera, Michelangelo Pistoletto, Giulio Paolini e Mario Merz che nel 2003 addolcì il profilo della fortezza circondandola di sinuosi tavoli di vetro carichi di frutta. Un’installazione che chiedeva di essere continuamente alimentata perché il sole a picco faceva rapidamente maturare mele, pesche e perfino limoni.

Penone, sentiero e muro

Penone, sentiero e muro

Quella sontuosa natura morta che 11 anni fa Merz ideò per la terrazza del Forte affacciata sulla cupola del Brunelleschi ora, idealmente, trova un’eco e una accentuazione drammatica nell’opera di Penone, che qui ha collocato un suo albero abbattuto.

«Il Forte è nato per ragioni belliche e di difesa – ricorda l’artista piemontese -. Ha un carattere aggressivo. Si avverte una certa violenza. Per questo ho collocato qui un albero folgorato, che trasmette questo senso tragico. Altre opere, intorno, misurano la forza di attrazione della luce rispetto alla forza di gravità».

In particolare alcuni alberi scultura che sostengono strenuamente una o più pietre. Richiamando l’opera inedita presentata giù a Boboli. «Anche se in questo contesto del Forte le pietre acquistano un aspetto più drammatico» sottolinea Penone. «La scultura risente sempre dello spirito del luogo». Ma vicino alle radici di un albero capovolto, quasi a voler alludere a una possibile nuova nascita, Penone ha collocato un alberello, vivo, che cresce.

Il divenire dell’opera, come organismo vitale, è sempre stato un aspetto importante nella ricerca di Giuseppe Penone. Ma fondamentale è anche il rapporto della scultura con il paesaggio e con l’architettura. Così in un giardino denso di storia come Boboli, vivacizzato da un continuo gioco di anfratti, grotte, zampilli d’acqua e da immaginifiche epifanie come la fontana del Giambologna, la scultura Sentiero e muro di Penone si arricchisce di risonanze barocche. Qui sembra evocare metamorfosi mitologiche alla Bernini, ma anche presenze femminili botticelliane rivestite di foglie. «In realtà le opere che espongo a Firenze sono state realizzate in tempi e situazioni diverse. Eccezion fatta per un lavoro inedito: un albero con attorno una sfera di foglie. Succede una cosa strana quando si porta un lavoro in un luogo: quell’opera entra in relazione con il contesto. Per Boboli ho scelto sculture che dialogano con la vegetazione, che parlano di compenetrazione fra uomo e natura, scegliendo l’albero come elemento vitale e di crescita».

Penone. Luce e ombra

Penone. Luce e ombra

Il rapporto con lo scorrere del tempo e la continua trasformazione degli elementi naturali è un altro filo rosso che attraversa tutto il percorso di Penone, fin dai suoi esordi, alla fine degli anni Sessanta.

E qui a Firenze sembra più che mai di potervi leggere un’assonanza leonardesca. «Ci sono delle fasi nella storia in cui si rimettono in discussione le convenzioni – risponde Penone -. C’è stato un momento enormemente fecondo nel Trecento e poi nel Quattrocento, in cui si è provato a rivedere il modo di stare nel mondo degli esseri umani. In certo modo, questo è avvenuto anche nel dopoguerra quando è nato un nuovo sistema economico e geopolitico.Anche l’arte è ripartita riconsiderando la realtà, facendo saltare vecchie convenzioni (ma forse poi creandone di nuove). Per questo, con la giusta dose di umiltà, direi che ci possa essere stata un’affinità. Anche tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta si avvertiva che un vecchio modo di pensare non era più aderente al reale».

Il movimento dell’Arte Povera, nel 1967 tenuto a battesimo da Germano Celant, nacque anche come esigenza di allargare l’orizzonte della ricerca, uscendo dai confini nazionali. perciò fu importante anche il confronto con alcuni artisti americani che a Torino facevano capo alla Galleria Sperone. Soprattutto quelli che, lontani dalla Pop Art, sperimentavano con forme primarie ed essenziali. Parliamo di artisti minimalisti, ambientali (Land art) e concettuali, alcuni dei quali connotati da un razionalismo freddo e astratto che gli artisti italiani dell’Arte Povera, va detto, hanno sempre rifiutato. «Si partiva dal principio che l’arte americana aveva portato grandi novità. In questo caso penso di poter parlare al plurale – precisa Penone- . Ma avvertivamo anche l’esigenza di non uniformarci. Ci interessava la critica al consumismo, cercavamo un confronto internazionale, in questo quadro ci interessammo al lavoro di artisti che, a differenza della generazione di Pollock, non avevano una continuità diretta con la cultura europea. Diversamente da noi non avevano alle spalle una storia millenaria. Qui a Firenze- approfondisce Penone- ogni pietra ha un rapporto straordinario con la storia. Ha una memoria. Questo non c’è negli Usa. Può essere un limite ma anche un grande valore se si riesce a stabilire un confronto aperto, senza tradire se stessi. Fra noi era una visione abbastanza condivisa. Tanto che nessuno abbandonò l’Italia per far la carriera negli Usa. Nasceva in quegli anni un altro modo di pensare e di guardare all’arte, come ricerca, non come un mestiere».

 

Giuseppe Penone a Firenze, 2014

Giuseppe Penone a Boboli

E da allora la ricerca di Giuseppe Penone non si è mai fermata, sviluppandosi in modo coerente, con una forza espressiva e un’identità via via sempre più forte e definita. Che respinge ogni facile etichetta. Perché se è vero che l’arte di Penone vive perlopiù all’aperto, nei boschi, in rapporto con la natura, non ha nulla a che fare con un’ecologia astratta, non è bucolica, né ingenuamente performativa. Piuttosto il suo modo di fare scultura ci parla del rapporto inscindibile fra cultura e natura, di cui l’essere umano è parte integrante; ci parla di valori umani universali come la fantasia, la capacità di immaginare e di fare arte. Che ci accompagna fin dagli albori della nostra storia, come testimoniano le pitture rupestri del paleolitico di cui Penone, in passato, ha parlato spesso.

«L’arte visiva riesce a “comunicare” nel tempo in modo straordinario e profondo, al di là delle barriere linguistiche e culturali. Cosa che non può fare invece la scrittura», racconta. «L’interesse per la pittura paleolitica negli anni Settanta nasceva dal desiderio di dialogare con popoli lontani, recuperando valori culturali che ci appartengono, mettendoli a confronto con valori analoghi che si ritrovano in moltissimi altri Paesi. Graffiti e pitture rupestri si ritrovano in ogni parte del mondo, in Europa ma anche in Africa, in Sudamerica e così via. Era un filone di riflessione che attraversava in modo fortissimo quegli anni di esordio dell’Arte Povera. Molti di noi hanno lavorato poi su quei temi consciamente e inconsciamente. Al fondo, come accennavo, c’era la ricerca di modi per comunicare che andassero al di là dei confini di una cultura troppo specifica e chiusa in se stessa che, in quanto tale, diventava una cultura di imposizione, in certo modo colonialista».

In questo ambito nascono anche i suoi scritti? «La scrittura – spiega Penone – mi permette di creare delle associazioni, di verificare le possibilità di un lavoro, oppure di capire che cosa ho fatto. A volte si fa una cosa con delle intenzioni ma poi l’opera, per così dire… ha la sua indipendenza. La scrittura è un modo per relazionarmi con il lavoro che ho fatto o che devo fare. Non ho mai scritto con la pretesa di scrivere o pensando che la mia scrittura avesse un valore completamente autonomo. è più legata alla riflessione sull’opera e sulla scultura». Ma non per questo, ai nostri occhi, è meno poetica e densa di contenuti.

dal settimanale left

Posted in Uncategorized | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , | Leave a Comment »

La vis imaginativa di un maestro

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 5, 2009


Due saggi indagano il non finito in Michelangelo e la potenza del suo “occhio interiore”

di Simona Maggiorelli

Michelangelo,_battaglia_dei_centauri,_casa_buonarroti

Michelangelo, Centauromachia

La potenza dei Prigioni di Michelangelo che sembrano emergere dalla pietra grezza con uno sforzo sovrumano è al centro del nuovo lavoro Isabelle Miller Capolavori incompiuti, da poco uscito in Italia per l’editore Angelo Colla. Un saggio in cui si analizza il fascino dell’imperfetto e quel certo modo di fare arte che lascia trasparire la tensione creativa piuttosto che il dettaglio analitico e le rifiniture.

Nei bozzetti di Canova, nelle sculture incompiute di Rodin oppure nei bassorilievi in creta di Lucio Fontana si percepisce il divenire dell’opera, quasi potesse restare aperta a ulteriori significati e assorbire col tempo nuove sfumature attraversando temperie culturali diverse. Una qualità del “non finito” di durare e “ricrearsi” nella storia che Michelangelo intuì giovanissimo. Facendone la chiave della sua Centauromachia, conservata in Casa Buonarroti a Firenze.  Un bassorilievo che gli studiosi hanno spesso considerato immaturo per certi “difetti”, che farebbero sospettare una non perfetta padronanza delle proporzioni nell’anatomia dei corpi e della prospettiva geometrica. Del resto, come ricorda Forcellino in Michelangelo. Una vita inquieta (Laterza), quando riprese il tema della lotta dei centauri da fonti dantesche e, su suggerimento del Poliziano, dalle Metamorfosi di Ovidio era un diciassettenne che si era appena affrancato dalla bottega del Ghirlandaio grazie a Lorenzo de’ Medici che, intuendone il talento, l’aveva voluto fra gli intellettuali umanisti che frequentavano il suo giardino di corte. Sta di fatto, però, come notano Sergio Risaliti e Francesco Vossilla in Michelangelo. La zuffa dei centauri (Electa), «un lunare e nascosto Michelangelo intervenne più volte con gli scalpelli a perfezionare quell’immagine di tumulto», senza che il rilievo ricevesse mai l’ultima mano. Secondo la tesi dei due autori, l’artista era ben consapevole del valore di quel lavoro e con gli scalpelli, e poi, settantenne con l’aiuto del biografo ufficiale, Ascanio Condivi, «riuscì in un’altra impresa: far credere che la Zuffa dei centauri fosse perfetta prima del 1492». Come opera di un talento precoce e geniale. Ma a ben vedere Michelangelo non aveva bisogno di apologia.

La genialità dell’opera stava già nel fatto che avesse ripreso il tema caro all’Umanesimo liberamente, senza lasciarsi imbrigliare dal valore allegorico di vittoria della ragione sugli istinti. Al «bulicame» dei centauri di dantesca memoria sostituì figure dalla bellezza quasi greca (aspetto che accentuerà dopo il ritrovamento del Laocoonte). E non ebbe timore di usare quelle deformazioni che, in una visione di insieme, gli permisero di rendere il senso di un corpo umano in movimento nello spazio. Con la Centauromachia era già fuori dalla perfezione bidimensionale di Botticelli. Inoltre, come suggeriscono Risaliti e Vossilla in questo loro breve e affascinante saggio, Michelangelo rilegge la lezione leonardiana dello sfumato in chiave plastica, riuscendo a dare profondità e ombre al bassorilievo. Al tempo stesso, abbandonando lo schema di piani parelleli tipico dello stiacciato di Donatello, riesce a costruire una molteplicità di punti di vista che nel non finito lasciano aperta la porta della fantasia. Per dare una spazialità interna all’opera, poi, non usa la cauta raspa, ma la grandina e lo scalpello fino alla pelle del marmo, sapendosi fermare prima della rottura. «La capacità molto precoce di Michelangelo – scrive Forcellino – era quella di vedere il marmo nella sua tridimensionalità, indipendentemente dal disegno che si può tracciare sulla sua superficie». Il marchigiano Condivi già scriveva nel 1553 della «potentissima vis imaginativa» del maestro. La forza espressiva della Centauromachia era già tutta nell’immagine interiore dell’artista. La rappresentazione così emergeva dalla pietra viva e reale, nelle sue linee essenziali. E non c’era alcun bisogno di completare le parti scabre.

da left-avvenimenti 4 settembre 2009

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

 
<span>%d</span> blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: