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Anilda Ibrahimi: Racconto chi continuamente si deve reinventare la vita

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 4, 2015

La letteratura italiana scritta da non italiani è (una parte) del nostro futuro? Si chiede Alberto Asor Rosa nella nuova edizione Einaudi di Scrittori e Popolo. Mettendo al centro di un capitolo dedicato alla nuova letteratura italiana scritta da immigrati Rosso come una sposa (Einaudi) di Anilda Ibrahimi e facendone in qualche modo un caposaldo. “Se lo afferma una voce così autorevole come quella del professor Asor Rosa, ogni tentativo di spiegazione da parte mia sembrerebbe ridicola” commenta la scrittrice che nei suoi romanzi racconta di una Albania magica e poverissima, sospesa fra passato e presente ma anche crocevia di culture. “Più che domandarsi a quale categoria incasellare la letteratura scritta da non italiani ( mi farei delle domande soprattutto sul futuro della letteratura italiana che come dice Asor Rosa ha sostanzialmente smesso di cercare un’identità nazionale. Ogni volta che nella storia sono venute meno le coscienze di classe, o comunque gli aggregati culturali collettivi e conseguentemente la coscienza nazionale che ne è la risultante, è venuta meno la produzione letteraria che ne rappresenta l’espressione, con l’ulteriore aggravante -già sottolineata dal professore – della estrema fragilità della coscienza nazionale italiana. Con questi presupposti, non è sorprendente che la letteratura contemporanea sia intrisa di minimalismo, invece la letteratura italiana scritta da non italiani cresce in un modo diverso.

Perché mantengono un certo legame con la cultura di provenienza?

Si tratta di scrittori che provengono da realtà in cui questa atomizzazione sociale e frantumazione del capitalismo, e quindi delle coscienze collettive, è ancora agli inizi o comunque molto indietro rispetto all’occidente: e questo secondo me è significativo, nel senso di poter ancora offrire quegli spazi di coscienza collettiva fruibile ormai invia di estinzione da queste parti, e che però affondando le proprie radici, rappresenta una funzione naturale della mente umana.

Perché ha scelto l’italiano come lingua letteraria?

Credo che si tratti di una “non scelta” piuttosto. Quante altre alternative mi rimangono? La lingua madre? Agota Krystof diceva: “avrei continuato a scrivere in una lingua che non parlavo più quotidianamente. Non avrei avuto neppure lettori.” Io sono allontanata dal mio paese quasi 21 anni fa. Come avrei fatto a mantenere viva una lingua senza usarla, senza seguire la sua evoluzione, i nuovi significati? E sempre con la Krystof mi viene da dire: “La cosa certa è che avrei scritto in qualsiasi posto e qualsiasi lingua”.

Ha sentito l’esigenza di raccontare storie di personaggi femminili che in fondo non avevamo mai avuto davvero voce?

Cio che racconto non ha a che fare con la scelta della lingua e nemmeno con l’esigenza di raccontare il Paese d’origine. Lo fanno benissimo gli scrittori odierni che vivono là e io francamente non vivo nello struggimento dell’abbandono della terra. Parto da altre parole chiave, tutti i miei personaggi sono in fuga, arrivano da qualche parte. Per loro la parola “arriva” è il momento della rottura, accade qualcosa che cambia tutto, la grande Storia, le piccole storie. I miei personaggi diventano quasi tutti migranti, perdono la loro vita di prima, il loro territorio, e vivono costretti in un continuo “tra”. Tra lingue, tra luoghi, tra passato e presente, tra identità, tra ricordi. Hanno l’esigenza di ricostruire le loro memorie, altrove. Parte tutto dai ricordi, per me sono fratture, anzi frantumi di vite altre che una volta erano mie. Altrove, anche le vite precedenti non mie, diventano mie, si crea una memoria collettiva che cambia continuamente secondo i miei spostamenti. In “Rosso come una sposa” m’interessava soprattutto la trasmissione di madre in figlia di una cultura femminile che la modernità sta spazzando via, ricucire le memorie di altre donne. Vengo da una cultura orale dove la narrazione è stato sempre compito delle donne.

Con il romanzo Non c’è dolcezza torna a portarci in Albania. Facendoci conoscere un paese dove l’arrivo degli zingari era motivo di festa e ogni ospite era “sacro”. Come avverte il clima di razzismo e la paura dei migranti che abita i media e la politica italiana?

I miei romanzi sono pieni di madri. Gli uomini vanno a combattere le guerre o a lavorare fuori casa e le donne rimangono a casa tenendo acceso il fuoco, lavorando la terra, crescendo i bambini, garantendo così la vita. Sono loro che trasmettevano la tradizione dei Saperi e la sapienza femminile. Madri che si spostano insieme ai loro bambini e che diventano minoranze, come accade agli tzigani che devono reinventare una vita quotidianamente ma senza perdere la loro cultura. Raccontare la vita è anche fare politica, quindi ho già risposto come la penso ampiamente nel mio romanzo. Quando però leggo le cronache, la mia impressione che questa trasmissione di cultura si stia interrompendo, che in qualche modo queste popolazioni si stiano in qualche modo… “sradicando” rispetto alla loro parte migliore. Che quell’antica cultura si stia scolorando, ammucchiata da qualche parte come un qualche bagaglio polveroso destinato presto o tardi a rimanere dimenticato in qualche campo abbandonato.

L’amore e gli stracci del tempo unisce all’invenzione narrativa la drammaticità purtroppo reale della guerra nei Balcani. Che cosa l’ha spinta a scrivere “un romanzo storico” su un passato recente?

Non sono partita per scrivere un romanzo storico. Come ho detto prima a me piace raccontare di minoranze che si spostano e che hanno il bisogno di inventare una vita nuova. Le certezze della vita precedente sono sparite nel momento dell’arrivo ed insieme ad esse sparisce anche l’appartenenza geografica e la connotazione culturale. Il passato diventa come un universo parallelo che evolve accanto alla vita nuova in un nuovo luogo. Il mio punto fermo è la nuova identità, non più fissa, non più categorica e non più legato a un luogo ma ad una memoria. Si modifica tutto in un’interazione con il luogo d’arrivo, la cultura, la lingua, l’identificazione dell’individuo e quindi l’integrazione.

La guerra nei Balcani? Tutto passa velocemente, altre guerre nuove sono arrivate e altre ci saranno nel futuro. Nella mia narrazione rappresentano uno sfondo in qualche modo dato, trattandosi di situazioni enormemente più grandi delle forze del singolo ma anche, spesso, degli stessi Stati. Sommovimenti geopolitici di dimensioni tali da essere gestiti a livello di superpotenze, laddove, nel caso della guerra nel Kosovo, probabilmente la posta in gioco era costituita dai rapporti di forza tra macro aggregati: con questi presupposti, che avrebbe dovuto fare l’Italia? Qualsiasi cosa avesse intrapreso di diverso da quello che ha fatto, sarebbe stata tacciata di avventurismo o peggio ancora di forme di colonialismo straccione, e liquidata. Si sarebbe dovuta confrontare con la Russia? O piuttosto con la Nato? Io credo che a volte gli italiani tendano a sopravvalutarsi sotto il profilo della forza come a sottovalutarsi sotto il profilo morale: l’Italia non ha commesso nessun crimine per il semplice fatto che comunque non avrebbe avuto la forza di commetterlo… ma questa è un’altra storia, credo.

Intanto, un’altra storia è cominciata per lei, sta scrivendo un nuovo romanzo?

Si, uscirà prossimamente, sempre per Einaudi, e come tutti i romanzi precedenti inizia con la parola: arriva. Un altro romanzo tra lingue e luoghi, tra passato e presente, tra identità, in un movimento continuo alla ricerca della propria temporalità. E come sempre da sfondo: la grande storia.

Fonte Babylonpost/Globalist

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