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La trappola della sacralità

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 7, 2008

Flamigni: in nome di un dogma, prematuri malati destinati a una vita da vegetali
di Simona Maggiorelli

«Una forma un po’ attenuata di stupidaggine». Così Carlo Flamigni, ordinario di ginecologia dell’Università di Bologna, stigmatizza il documento del Consiglio superiore di Sanità che si è espresso sull’opportunità di rianimare i feti estremamente prematuri. Dall’organo consultivo del ministero è uscita la raccomandazione a rianimare sempre, ma stando attenti che le terapie non si trasformino in un inutile accanimento. Il Consiglio presieduto da Franco Cuccurullo evita di imporre paletti temporali per l’aborto terapeutico scansando «schematismi troppo rigidi, per restare in linea con la legge 194», e riporta in primo piano il rapporto medico paziente ribadendo che spetta ai medici valutare «eventuali capacità vitali» e se esistono margini di sopravvivenza del prematuro.

«Ma il documento lascia irrisolto il problema dell’esclusione dei genitori da una decisione così delicata, che li riguarda direttamente» obietta Flamigni. «Da un punto di vista umano è una bestialità – dice il professore -. Sul piano legale poi mi chiedo fino a che punto sia corretto. Perché un bambino che nasce, non potendo custodire i propri diritti, immagino debba vederli custoditi dai genitori». Se è vero che la tecnica è andata molto avanti, a tutt’oggi «la stragrande maggioranza di queste cure che si offrono ai prematuri sono sperimentali. E una terapia sperimentale – sottolinea Flamigni – ha sempre bisogno di un consenso informato particolarmente attento e prudente. Il medico non può procedere da solo». Ma se l’intervento del Consiglio offre ancora margini alla discussione, completamente chiuso in un’ottica dogmatica e antiscientifica è invece il documento uscito una settimana fa dal Comitato nazionale di bioetica (Cnb), contro il quale Flamigni sta affilando le armi, insieme a Demetrio Neri e a altri componenti, in aperto dissenso. Le Note bioetiche sul trattamento dei neonati estremamente prematuri, nate “sotto l’egida” di Francesco d’Agostino, infatti, non ammettono zone grigie e respingono ogni possibilità di interruzione di trattamenti anche quando «la vita del neonato dopo le prime cure rianimatorie possa continuare con un handicap dovuto alla sua prematurità, con danni cerebrali». Per contrastare questa visione cattolico oltranzista di un organismo come il Cnb, che è emanazione diretta della presidenza del Consiglio, «abbiamo preparato un documento di critica, di quelli che vengono chiamati codicilli di dissenso – racconta il ginecologo -. I due documenti verranno pubblicati insieme. Anche se purtroppo questi codicilli non li legge mai nessuno». La contestazione più forte rivolta alla maggioranza riguarda l’uso di un concetto astratto di vita. «Il problema della qualità della vita umana, secondo molti di noi, è più importante della sua “sacralità”».

«Io a questa sacralità non credo – precisa Flamigni -. Credo nella qualità della vita e penso quindi che fare sforzi anche economicamente onerosi per salvare un “bambino-pianta” che poi viene mandato a casa di una famiglia che lo coltiverà come un vegetale sia veramente terribile. Ho fatto molte perizie per i tribunali per casi di questo genere, questi bambini, spesso, vengono affidati ai nonni. Sono loro che poi “annaffiano la pianta”». Ma non sempre i nonni ci sono. E per una coppia o per chi è da solo, il peso di una situazione che richiede perlopiù turni e sorveglianze continue può risultare drammatica. «Ma ci sono anche problemi pratici – prosegue Flamigni -. L’Italia è molto varia. Non si possono dare le stesse indicazioni in Lombardia e in Basilicata. C’è anche un fatto economico. Abbiamo pochi soldi e pochi letti di terapia intensiva. Bisogna riempirli con bambini con buone possibilità di uscirne vivi. Se si riempiono con prematuri con gravissimi handicap si perdono quelli che invece si sarebbero salvati. Insomma, questa storia della sacralità della vita è davvero una grossa palla al piede degli italiani. Ce l’ha attaccata il Vaticano mi chiedo:non possiamo davvero cercare di liberarcene?».

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Vogliono annullare le donne

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su febbraio 15, 2008

Stefano Rodotà: Il corpo della donna rischia di diventare qualcosa su cui legiferare indipendentemente dalla sua volontà. È incivile
di Simona Maggiorelli

Dopo la moratoria contro l’aborto lanciata da Ferrara che ora si candida con una lista pro-life sponsorizzato dalla Cei, Berlusconi alza il tiro e propone all’Onu di sottoscrivere la «tutela del non nato, fin dal concepimento». Intanto la responsabile “famiglie” di Forza Italia, la senatrice Burani Procaccini, già preconizza: «Con la nuova legislatura presenteremo un progetto di legge di modifica della 194, con una serie di misure di prevenzione obbligatorie e prevedendo l’interruzione volontaria di gravidanza solo a determinate e ristrettissime condizioni».

«L’iniziativa di Berlusconi e più in generale l’attacco alla 194 deriva dal rapporto sempre più forte tra le indicazioni delle gerarchie ecclesiastiche e il modo in cui una parte del mondo politico le ha raccolte», argomenta Stefano Rodotà, docente di Diritto Civile alla Sapienza di Roma ed ex garante della privacy. In Italia abbiamo avuto due episodi molto rivelatori: la legge 40 e il referendum. In questo “crescendo” Ferrara ha lanciato la proposta di una modifica della dichiarazione del 1948. E lo ha fatto manipolando fortemente i dati, facendo del terrorismo sui numeri, per esempio riguardo al deficit di nati che secondo lui sarebbe dovuto all’aborto. Dimenticando che l’aborto è un fenomeno che accompagna l’umanità dalle origini».

Professor Rodotà, qual è secondo lei il rischio più grave che minaccia il Paese in questa fase di regressione nel campo dei diritti civili?
Temo che sull’onda di questa enfasi propagandistica e ideologica molto forte si azzeri la presenza femminile. Mentre si fa finta di non conoscere gli effetti positivi delle discipline di interruzione della gravidanza sia in termini di riduzione degli aborti sia in termini di tutela della salute delle donne non più esposte ai rischi della clandestinità.

Il blitz delle forze dell’ordine nel reparto di ginecologia a Napoli parla di un clima da Medioevo. Che ne pensa?
È un fatto gravissimo. Purtroppo sta accadendo quello che non era difficile prevedere. Nel momento in cui si crea un clima di intimidazione e condanna di chi ricorre a ciò che è legalmente previsto, scattano azioni che puntano all’azzeramento della soggettività femminile e a una messa in discussione radicale e illegittima delle stesse norme vigenti. Quello che è accaduto a Napoli è assolutamente fuori dal diritto. Bisogna ricostruire immediatamente la legalità con un’inchiesta che chiarisca come sia potuto accadere.

Casini, Ferrara, ma anche la Binetti nel Pd parlano di “diritto alla vita”, ma nella Costituzione non c’è traccia di questo.
Il tentativo di cercare di estrarre dalla Costituzione una nozione di diritto alla vita non ha fondamenti. Lo stesso di può dire se guardiamo alla giurisprudenza internazionale. Nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, il diritto alla vita non è stato mai considerato come qualcosa da chiamare in causa per impedire l’aborto. Il diritto alla vita è concepito in relazione alla pena di morte. Non è un caso Ferrara sia partito proprio dalla moratoria sulla pena di monte mettendola in parallelo con quella sull’aborto con una forzatura evidentissima.

Equiparazione da cui si deduce che per lui le donne sono assassine?
È il risultato dell’azzeramento della soggettività femminile di cui dicevo prima. Il corpo della donna diviene qualcosa su cui si può legiferare indipendentemente dalla sua volontà. È una regressione civile gravissima.

Da Il Foglio parte anche una campagna per la “privacy del non nato”.
Che cosa significa privacy del non nato? È stravagante anche l’uso della terminologia. Questa contrapposizione fra il concepito e la donna è una vecchia idea che ha portato a prevedere la necessità di regolare il comportamento della madre in modo autoritario. Una contrapposizione tra diritti che nega un dato di natura, la compenetrazione tra il feto e la soggettività della madre. Non si può scorporare e contrapporre. Questo porta a ipotizzare che ci debba essere qualche altro soggetto che decide quali sono i diritti del nascituro e che può farli valere anche contro la madre, contro la sua volontà.

Parlare di diritti dell’embrione cozza con la storia del diritto. Già nel codice napoleonico era previsto che i diritti si acquisiscono alla nascita.
Questa è la tradizione civilistica. Su questo si è inserito un modo improprio, distorto, di affrontare la questione. Si è detto che il concepito ha gli stessi diritti della persona. Un’affermazione ideologica. Una serie di inestricabili problemi giuridici dimostrano la fallacia di questa equiparazione. Un rischio che la riflessione giuridica più consapevole aveva già iniziato a mettere in evidenza e cioè che per quanto riguarda l’embrione, il suo cosiddetto “statuto”, si possono anche prevedere delle tutele differenziate, ma partendo dalla premessa che embrione e persona sono cose diverse. Questa furiosa equiparazione produce delle aberrazioni giuridiche che non possono essere in alcun modo risolte.

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Una bioetica più umana

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 19, 2006

A giugno 2006 si rinnova il comitato nazionale di bioetica. Flamigni e Neri lanciano proposte per il futuro dell’ente governativo

di Simona Maggiorelli

I nodi da affrontare sono tutti o quasi ancora sul tavolo: testamento biologico, terapia del dolore ( che la legge Fini-Giovanradi rende più diffficile) ma soprattutto la legge 40 sulla fecondazione medicalmente assistita, con la sua antiscientifica definizione del concepito e dei suoi presunti diritti, i suoi assurdi divieti della fecondazione eterologa e della diagnosi preimpianto. Che il caso della signora inglese che, grazie alla selezione degli embrioni, avrà un figlio che non erediterà la sua stessa malattia genetica ha da poco risolleevato in tutta la sua crudele assurdità.

Su tutti questi temi  il Comitato nazionale di bioetica (Cnb) deve ancora tenere un incontro, agli inizi di giugno, per dire un’ultima parola prima del normale scioglimento del mandato. Il timone poi, per decreto del Presidente del Consiglio passerà al Cnb nominato dal nuovo governo. E già ci sinterroga su chi sarà il nuovo presidente di questo importante organo di consiglio del Governo. Il nome che circola è quello dell’ex garante della Privacy, il giurista Stefano Rodotà, ma anche del ginecologo e ordinario all’Università di Bologna, Carlo Flamigni, che nehli ultimi anni ha portato avanti una coraggiosa e contrastata battaglia di laicità all’interno del Cnb presieduto dal cattolico Francesco D’Agostino.

Tutto dipenderà dalle scelte del premier Prodi: vorrà dare forza alla ricerca oppure, su una strada di continuità con il governo di centrodestra, mettere il Cnb nelle mani della neosenatrice della Margherita, la neurospischiatra Paolo Binetti, promotrice del Comitato scienza e vita? Insomma siamo davanti a un bivio decisivo per questo importante organo consultivo, composto di scienziati ed esperti, e che ha anche il compito delicatissimo di giudicare le ricerche biomediche italiane che chiedono finanziamenti europei.. Con un parere che può diventare pesantemente vincolante. Come ha dimostrato di recente l’esempio di un gruppo di ricercatori dell’Ispra sul Lago di Como, avendo visto svanire un finanziamento Ue di 9 milioni di euro per una ricerca sui nuovi metodi di valutazione delle sostanze tossiche nello sviluppo dell’embrione, proprio a causa di un parere negativo del Cnb.

“Fondi che poi sono stati assegnati a un gruppo di ricercatori tedeschi” racconta il bioeticista Demetrio Neri dell’Università di Messina. “E’ una pretesa assurda pensare di fermare la scienza e i progressi che possono venirne per gli esseri umani. Se non in Italia, la ricerca andrà avanti in altri paesi” commenta Flamigni che, dopo aver completato una impegnativa storia della fertilità per la Utet e una raccolta di articoli dal titolo eloquente Io ve lo avevo detto compagni, sta per mandare alle stampe per i tipi di Baldini Castoldi Dalai un libro sull’intelligenza femminile ” in cui-dice il professore- mi sono divertito a confrontare i documenti cristiani con quelli di Casanova”. Ripensando al referendum sulla legge 40 e a quella che Flamigni non valuta del tutto come una sconfitta poi fa notare: ” Bisogna pensare a quei dieci milioni di italiani che sono andati a votare per dire no a questa legge sulla fecondazione assistita.

E proprio per questa fetta importante del Paese oggi Flamigni rilancia: ” Nonostante ci siano state molte sollecitazioni a lasciare i Ds- racconta – ho preferito restare perché è qui che ha senso fare una forte battaglia di laicità. E poi, tornando al ruolo del Comitato nazionale di bioetica e all’urgenza di una sua riforma, aggiunge: ” Ci sono diversi modi di intendere il lavoro. negli ultimi anni il Cnb si è espresso solo per pareri di maggioranza comportandosi come un comitato destinato in qualche modo destinato a regolare le questioni che riguardano la vita e la scienza. Io invece-sottolinea Flamigni- ho sempre pensato a una bioetica più riflessiva che non proceda per maggioranze e minoranze su problemi di morale”. E aggiunge ancora:”Quello che ha preso campo nell’ultima legislatura è stato un Cnb a maggaioranza cattolica, in cui le posizioni non ideologiche non sono state sufficientemente rappresentate e che ha espresso pareri sempre orientati. Mentre il suo compito dovrebbe essere quello di dare al Governo le informazioni scientifiche necessarie a preparare delle buone leggi”. Del resto non è un segreto, basta scorrere l’organigramma del Cnb per rendersene conto: su 51 componenti una ventina sono i giuristi di formazione cattolica. Pochissimi i ricercatori e gli scienziati. Solo tre i genetisti.

“la mia sensazione è stata che Dal Comitato siano stati allontanati i laici  per fare un piacere all’altra sponda del Tevere”, commenta Flamigni. Faccenda spinosa e in parte trasversale che ora lascia in eredità al Governo di centrosinistra la questione della legge 40. In due anni di applicazione, come ammette lo stesso Istituto Superiore di Sanità, ci sono state meno gravidanze e più aborti per chi in Italia si sottopone a tecniche di fecondazione assistita. ” Purtroppo però non credo ci sia la possibilità di fare una nuova legge perché non c’è la serenità sufficiente-dice ancora Flamigni -. Ma possiamo modificare le linee guida che devono essere riviste ogni tre anni.. Ci sono delle “passerelle” utilizzabili che riguardano la fase preembrionale dell’ootide e le indagini genetiche preimpianto, perché le donne hanno il diritto di sapere se il bambino sarà fisicamente sano”. Resterebbe da risolvere il divieto della donazione di gameti, ma in questo caso – suggerisce Flamigni- si potrebbe riaprtire proprio  dal documento del Cnb sull'”adozione per la nascita”. degli embrioni crioconservati  e abbandonati . “Dal momento che non si adottano le formiche è chiaro che si adottano le persone, il documento di fatto propone una modifica della legge sull’adozione. Si tratterebbe di prevedere – suggerisce Flamigni- che uno dei due genitori possa adottare i gameti con tutti i controlli necessari, facendo in modo che le donazioni avvengano in strutture pubbliche per evitare ogni timore di vendita dei gameti”.

E c’è anche chi, come il docente di bioetica, Demetrio Neri, da componente uscente del Cnb, torna ad avanzare una proposta intelligente, fin qui scartata dalla maggioranza guidata da D’Agostino, ovvero destinare questi cosiddetti embrioni orfani alla ricerca scientifica ” E’ una questione rimasta in sospeso. Stiamo preparando un documento da presentare all’ultima riunione del 9 giugno – racconta Neri-. Anche perché una volta che gli embrioni congelati vengano scongelati non c’è certezza che siano sufficientemente vitali per essere impiantati”.

Ma Neri propone anche una discussione pubblica sul ruolo del Cnb che andrebbe riformato. “La bioetica è una materia che riguarda la vita concreta delle persone, non può essere usata per consigliare le istituzioni”. Il pensiero corre alla stagione in cui il Cnb ( che oggi ha sedici anni di vita) fu guidato da Giovanni Berlinguer. “All’epoca – ricorda il docente dell’Università di Messina- si cercò di dargli un ruolo di interlocutore della società civile, il ruolo di un organo che fa informazione”. Occorre che il Comitato recuperi questa sua funzione anche per scongiurare proposte di legge antiscientifiche come quella depositata da Rutelli che impone divieti ancora più severi di quelli previsti dalla Legge 40 pribendo del tutto la ricerca sulle cellule staminali embrionali. “Il presidente della margherita sostiene che la ricerca sulle adulte basta. Ma – conclude Neri – delle due l’una: o bisogna cacciare a calci i direttori dei maggiori centri di ricerca internazionali oppure è Rutelli che sbaglia.  In questo caso, se la sua proposta passasse, per i ricercatori italiani e per tutti noi come futuri pazienti si preparerebbero tempi davvero duri”.

da left-avvenimenti 19-25 maggio2006

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Mi manda il Vaticano

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su gennaio 1, 2006

Francesco Rutelli, l’antizapatero: una proposta di legge perché l’Italia,
unica in Europa, investa solo sulle cellule staminali adulte

di Simona Maggiorelli

Non promette molto di buono la fusione di Ds e Margherita in partito unico. Di certo, non sul fronte della libertà di ricerca e dei diritti delle donne. Il primo parto del nuovo organismo politico a due teste c’è già: è la proposta di legge per il finanziamento della ricerca sulle cellule staminali adulte presentata da Francesco Rutelli e firmata da esponenti di primo piano della Margherita, (da Castagnetti a Fioroni, a Bianchi) e dei Ds, con l’aggiunta dell’Udeur. E con la benedizione del ministro Buttiglione. Che ha commentato: «Mi auguro che la proposta di Rutelli significhi anche un impegno, suo e della Margherita, a sostegno della posizione del governo Berlusconi che al Parlamento europeo si batte perché la ricerca sulle staminali embrionali non venga sostenuta». Una solitaria battaglia in cui l’Italia si è già guadagnata una non molto onorevole medaglia, quando il viceministro per la ricerca, Guido Possa, unico fra sedici colleghi europei, votò per bloccare i finanziamenti alla ricerca. Ora, Rutelli, non solo si pone in questa scia, con una proposta di legge che mette al bando la ricerca sulle embrionali (più rigidamente di quanto già fa la legge 40), ma come presidente di Dl dà mandato a una commissione di bioetica guidata dal cattolico Adriano Ossicini per futuri interventi su genoma, consenso informato e trapianti da animali. «Abbiamo chiesto alla commissione – ha detto Rutelli – che ci aiuti a preparare il terreno perché le grandi sfide della scienza del XXI secolo vengano governate in anticipo dalla politica»; specificando anche che si trattava di «onorare un impegno preso ai tempi del referendum sulla fecondazione».
Così, facendo spallucce ai pareri della comunità scientifica internazionale e infischiandosene di aver imboccato la strada politicamente opposta a quella dei governi Blair e Zapatero, Francesco Rutelli propone per la prossima legislatura una norma che mette al bando anche la ricerca sulle linee staminali embrionali importate dall’estero (cosa che la legge 40 non fa), stanziando un unico blocco di 16 milioni di euro per la ricerca sulle staminali adulte e per un’informazione ai cittadini che riguardi esclusivamente questo settore.
Nel frattempo, invece, in Inghilterra, in Belgio e in altri paesi all’avanguardia nella ricerca s’investe sempre più in ricerca sulle staminali embrionali e si apre sempre di più il campo della clonazione terapeutica. La regione autonoma dell’Andalusia si è aggiunta a questo gruppo la settimana scorsa, anticipando la discussione del governo spagnolo in programma a febbraio. È stata la stessa ministra della Sanità andalusa, Maria Jesus Montero, che Avvenimenti aveva incontrato a Bruxelles, ad annunciare lo stanziamento di fondi per la clonazione terapeutica: tecnica di trasferimento nucleare che permette di costruire in laboratorio tessuti geneticamente compatibili a quelli del malato, evitando i rischi di rigetto legati ai trapianti. E mentre il deputato diellino e i suoi alleati di centrosinistra sembrano voler fare a gara con il governo Berlusconi nel tradurre in legge i precetti della Chiesa, il primo ministro spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero si sta ponendo il problema opposto, ovvero come rendere i risultati della scienza più accessibili ai cittadini e, in particolare, alle donne. È notizia di poco prima di Natale la riforma della legge sulla procreazione assistita attuata dal suo governo. La norma promulgata già con molto anticipo nel 1988 e rivista nel 2003, era – a dire il vero – già buona, aperta, liberale. Specie se confrontata con il nodo di assurdi divieti e contraddizioni che fanno la nostra legge 40. Ma il governo Zapatero ha voluto allargare ancor più l’area dei diritti: ora in Spagna tutte le maggiorenni, a prescindere dal loro stato civile, potranno accedere a queste tecniche, se lo vorranno. Ma c’è di più. Sul modello di quanto già accade in Inghilterra, la nuova legge spagnola autorizza la diagnosi preimpianto per selezionare embrioni sani e geneticamente compatibili con eventuali fratellini o sorelline malate. Un passo importante nella lotta contro malattie genetiche ancora incurabili. E nulla a che vedere, del resto, con la clonazione riproduttiva che in Spagna, come nel resto dell’Unione europea, è proibita. La stampa cattolica impropriamente ha parlato di “bambini farmaco”, alimentando paure e, insieme – fatto che ci sembra particolarmente grave – attaccando la nascita e l’identità di questi neonati uguali a tutti gli altri, benché nati in provetta.
In Spagna come in Italia, insomma, l’attacco della conferenza episcopale è stato molto violento. Ma, diversamente che nel nostro paese, integralmente laica è stata la risposta del governo Zapatero, che preoccupandosi più della salute dei cittadini che della salvaguardia di precetti religiosi, ha già messo in conto la possibilità di aggiornare ulteriormente la legge, procedendo di pari passo con i progressi della ricerca. «In un Stato come il nostro, non ancora laico, perché concordatario – commenta il docente di Bioetica Demetrio Neri -, purtroppo, siamo ancora molto lontani da tutto questo». Docente all’Università di Messina e, spesso, voce critica all’interno del Comitato nazionale di bioetica diretto da Francesco D’Agostino, Neri è stato la settimana scorsa uno degli animatori della tavola rotonda sulla proposta di legge Rutelli organizzata via audio- video dall’associazione Luca Coscioni e dalla Rosa nel Pugno. Un’assemblea telematica di scienziati, politici, giornalisti, che è stata il primo segno pubblico forte di protesta riguardo a quelli che potrebbero diventare contenuti del programma del futuro partito democratico, in materia di ricerca. «Inutile», «antiscientifica», «strumentale», «pericolosa», sono gli aggettivi più ricorrenti durante la discussione sui punti caldi del progetto Rutelli, che puntando tutto sulle staminali adulte, propone la creazione di tre nuovi centri nazionali per la raccolta e il trattamento dei materiali biologici. «Non considerando – dice Elena Cattaneo, ordinario di farmacologia all’Università di Milano e una delle massime esperte italiane di cellule staminali – che di strutture simili in Italia ne esistono già e non c’è nessun bisogno di affrettarsi a creare ennesime banche di staminali adulte, quando questa non sembra essere la strada di ricerca più feconda di risultati». Doppioni, fondi per la creazione di inutili centri e istituzioni che fanno il vantaggio solo di chi le governa. Il pensiero corre alla cosiddetta “casa del ghiaccio”, inaugurata il 16 dicembre, dall’ex ministro della Salute, Girolamo Sirchia a Milano: una struttura dove, per un suo vecchio decreto ministeriale, i vari centri di fecondazione sparsi in Italia dovranno inviare i 400 embrioni soprannumerari congelati prima della legge 40. Spese di trasporto, stoccaggio nel nuovo centro milanese, con 25 addetti, e 38 congelatori ad azoto liquido, in un’ala dell’ospedale Maggiore di Milano. E a quale scopo dal momento che la ricerca sugli embrioni è proibita in Italia e che questi embrioni, non più richiesti, non potranno essere impiantati? «Qui non si tratta banalmente di tifare per le staminali embrionali o adulte, per Roma o Lazio, Bartali o Coppi – chiosa stizzito Giulio Cossu, direttore dell’istituto cellule staminali del San Raffaele di Milano -. Come scienziati dobbiamo poter sperimentare. La ricerca procede per gradi, per errori, non c’è altro modo di conoscere la realtà che facendo ricerca. Se un lavoro come quello del sudcoreano Hwang Woo Suk viene in parte ritrattato, questo non deve essere strumentalmente usato per chiudere un canale di ricerca». «Della proposta Rutelli – spiega Cattaneo – colpisce l’ignoranza. Il sapere scientifico è unico, le scoperte, se valide, sono universali. Non funziona per compartimenti stagni. Se in Italia escludiamo, in modo così assolutistico, come pretende Rutelli, la ricerca sulle staminali embrionali, anche quella sulle adulte ne soffrirà lo scotto. E viceversa. Le staminali embrionali totipotenti – prosegue la ricercatrice – proprio per la loro plasticità sono le più promettenti, ma non si può, come vorrebbe certa politica, scegliere un campo in maniera aprioristica e sulla base di discorsi strumentali come quello che Rutelli mette a incipit della sua proposta, parlando di cura del diabete fatta da una equipe di scienziati a Miami, utilizzando staminali adulte, quando si è trattato di un più ordinario trapianto di isole di pancreas. Il sospetto, allora, è che si voglia fare della propaganda per motivazioni etico-religiose». Difficile non pensare alle parole del Papa che nell’omelia del 28 dicembre parlava di agglomerati di poche cellule nell’utero materno come esseri che «contribuiscono, pur collocati in posto meno importante, all’edificazione della Chiesa. Poiché, sebbene inferiori per dottrina, profezia, grazia dei miracoli e completo disprezzo del mondo – dice Benedetto XVI – tuttavia poggiano sul fondamento del timore e dell’amore di Dio».

IAN WILMUT: “Offriamo la terapia ai malati terminali”

«Provate a pensarvi in una condizione di questo genere: siete affetti da una malattia che vi immobilizza dalla testa ai piedi e venite a sapere dalla tv e dalla radio che potrebbe esistere una terapia che potrebbe darvi qualche beneficio. Quale sarebbe la vostra reazione? Sarebbe certamente di entusiasmo e vorreste saperne di più». A scrivere così è uno dei maggiori esperti di staminali embrionali, l’inglese Ian Wilmut, direttore del nuovo Centro per la medicina rigenerativa dell’università di Edimburgo. Lo scienziato, noto al mondo, come il “papà” della pecora Dolly, dalle colonne del quotidiano The Scotsmen, ha lanciato una proposta: offrire la terapia con cellule staminali embrionali ai malati terminali. «Anche se i protocolli terapeutici non sono ancora del tutto consolidati – scrive lo scienziato – i benefici sarebbero comunque superiori ai rischi, la terapia potrebbe aiutare a salvare delle vite umane e, sicuramente, far andare avanti la ricerca scientifica». La proposta di Wilmut arriva dopo che lo scandalo che ha coinvolto in Corea del Sud il suo collega Hwang Woo-Suk ha profondamente turbato le aspettative di molti pazienti e ricercatori che attendevano un beneficio diretto dallo sviluppo della cosiddetta terapia rigenerativa. «Se aspettiamo ancora – ha aggiunto Wilmut – che tutti gli elementi siano sperimentati e testati potremmo ritardare molto la messa a punto di trattamenti efficaci». Maggiori informazioni su http://www.aduc.it

da Avvenimenti, 10 gennaio 2006

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Wilmut: Offriamo la terapia ai malati terminali

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su gennaio 1, 2006

Avvenimenti, 10.01.06

LA PROPOSTA

Wilmut: Offriamo la terapia ai malati terminali

«Provate a pensarvi in una condizione di questo genere: siete affetti da una malattia che vi immobilizza dalla testa ai piedi e venite a sapere dalla tv e dalla radio che potrebbe esistere una terapia che potrebbe darvi qualche beneficio. Quale sarebbe la vostra reazione? Sarebbe certamente di entusiasmo e vorreste saperne di più». A scrivere così è uno dei maggiori esperti di staminali embrionali, l’inglese Ian Wilmut, direttore del nuovo Centro per la medicina rigenerativa dell’università di Edimburgo. Lo scienziato, noto al mondo, come il “papà” della pecora Dolly, dalle colonne del quotidiano The Scotsmen, ha lanciato una proposta: offrire la terapia con cellule staminali embrionali ai malati terminali. «Anche se i protocolli terapeutici non sono ancora del tutto consolidati – scrive lo scienziato – i benefici sarebbero comunque superiori ai rischi, la terapia potrebbe aiutare a salvare delle vite umane e, sicuramente, far andare avanti la ricerca scientifica». La proposta di Wilmut arriva dopo che lo scandalo che ha coinvolto in Corea del Sud il suo collega Hwang Woo-Suk ha profondamente turbato le aspettative di molti pazienti e ricercatori che attendevano un beneficio diretto dallo sviluppo della cosiddetta terapia rigenerativa. «Se aspettiamo ancora – ha aggiunto Wilmut – che tutti gli elementi siano sperimentati e testati potremmo ritardare molto la messa a punto di trattamenti efficaci”.

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Mi manda il Vaticano

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su gennaio 1, 2006

Avvenimenti, 10.01.06

Francesco Rutelli, l’antizapatero: una proposta di legge perché l’Italia, unica in Europa, investa solo sulle cellule staminali adulte

di Simona Maggiorelli

Non promette molto di buono la fusione di Ds e Margherita in partito unico. Di certo, non sul fronte della libertà di ricerca e dei diritti delle donne. Il primo parto del nuovo organismo politico a due teste c’è già: è la proposta di legge per il finanziamento della ricerca sulle cellule staminali adulte presentata da Francesco Rutelli e firmata da esponenti di primo piano della Margherita, (da Castagnetti a Fioroni, a Bianchi) e dei Ds, con l’aggiunta dell’Udeur. E con la benedizione del ministro Buttiglione. Che ha commentato: «Mi auguro che la proposta di Rutelli significhi anche un impegno, suo e della Margherita, a sostegno della posizione del governo Berlusconi che al Parlamento europeo si batte perché la ricerca sulle staminali embrionali non venga sostenuta». Una solitaria battaglia in cui l’Italia si è già guadagnata una non molto onorevole medaglia, quando il viceministro per la ricerca, Guido Possa, unico fra sedici colleghi europei, votò per bloccare i finanziamenti alla ricerca. Ora, Rutelli, non solo si pone in questa scia, con una proposta di legge che mette al bando la ricerca sulle embrionali (più rigidamente di quanto già fa la legge 40), ma come presidente di Dl dà mandato a una commissione di bioetica guidata dal cattolico Adriano Ossicini per futuri interventi su genoma, consenso informato e trapianti da animali. «Abbiamo chiesto alla commissione – ha detto Rutelli – che ci aiuti a preparare il terreno perché le grandi sfide della scienza del XXI secolo vengano governate in anticipo dalla politica»; specificando anche che si trattava di «onorare un impegno preso ai tempi del referendum sulla fecondazione».

Così, facendo spallucce ai pareri della comunità scientifica internazionale e infischiandosene di aver imboccato la strada politicamente opposta a quella dei governi Blair e Zapatero, Francesco Rutelli propone per la prossima legislatura una norma che mette al bando anche la ricerca sulle linee staminali embrionali importate dall’estero (cosa che la legge 40 non fa), stanziando un unico blocco di 16 milioni di euro per la ricerca sulle staminali adulte e per un’informazione ai cittadini che riguardi esclusivamente questo settore.

Nel frattempo, invece, in Inghilterra, in Belgio e in altri paesi all’avanguardia nella ricerca s’investe sempre più in ricerca sulle staminali embrionali e si apre sempre di più il campo della clonazione terapeutica. La regione autonoma dell’Andalusia si è aggiunta a questo gruppo la settimana scorsa, anticipando la discussione del governo spagnolo in programma a febbraio. È stata la stessa ministra della Sanità andalusa, Maria Jesus Montero, che Avvenimenti aveva incontrato a Bruxelles, ad annunciare lo stanziamento di fondi per la clonazione terapeutica: tecnica di trasferimento nucleare che permette di costruire in laboratorio tessuti geneticamente compatibili a quelli del malato, evitando i rischi di rigetto legati ai trapianti. E mentre il deputato diellino e i suoi alleati di centrosinistra sembrano voler fare a gara con il governo Berlusconi nel tradurre in legge i precetti della Chiesa, il primo ministro spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero si sta ponendo il problema opposto, ovvero come rendere i risultati della scienza più accessibili ai cittadini e, in particolare, alle donne. È notizia di poco prima di Natale la riforma della legge sulla procreazione assistita attuata dal suo governo. La norma promulgata già con molto anticipo nel 1988 e rivista nel 2003, era – a dire il vero – già buona, aperta, liberale. Specie se confrontata con il nodo di assurdi divieti e contraddizioni che fanno la nostra legge 40. Ma il governo Zapatero ha voluto allargare ancor più l’area dei diritti: ora in Spagna tutte le maggiorenni, a prescindere dal loro stato civile, potranno accedere a queste tecniche, se lo vorranno. Ma c’è di più. Sul modello di quanto già accade in Inghilterra, la nuova legge spagnola autorizza la diagnosi preimpianto per selezionare embrioni sani e geneticamente compatibili con eventuali fratellini o sorelline malate. Un passo importante nella lotta contro malattie genetiche ancora incurabili. E nulla a che vedere, del resto, con la clonazione riproduttiva che in Spagna, come nel resto dell’Unione europea, è proibita. La stampa cattolica impropriamente ha parlato di “bambini farmaco”, alimentando paure e, insieme – fatto che ci sembra particolarmente grave – attaccando la nascita e l’identità di questi neonati uguali a tutti gli altri, benché nati in provetta.

In Spagna come in Italia, insomma, l’attacco della conferenza episcopale è stato molto violento. Ma, diversamente che nel nostro paese, integralmente laica è stata la risposta del governo Zapatero, che preoccupandosi più della salute dei cittadini che della salvaguardia di precetti religiosi, ha già messo in conto la possibilità di aggiornare ulteriormente la legge, procedendo di pari passo con i progressi della ricerca. «In un Stato come il nostro, non ancora laico, perché concordatario – commenta il docente di Bioetica Demetrio Neri -, purtroppo, siamo ancora molto lontani da tutto questo». Docente all’Università di Messina e, spesso, voce critica all’interno del Comitato nazionale di bioetica diretto da Francesco D’Agostino, Neri è stato la settimana scorsa uno degli animatori della tavola rotonda sulla proposta di legge Rutelli organizzata via audio- video dall’associazione Luca Coscioni e dalla Rosa nel Pugno. Un’assemblea telematica di scienziati, politici, giornalisti, che è stata il primo segno pubblico forte di protesta riguardo a quelli che potrebbero diventare contenuti del programma del futuro partito democratico, in materia di ricerca. «Inutile», «antiscientifica», «strumentale», «pericolosa», sono gli aggettivi più ricorrenti durante la discussione sui punti caldi del progetto Rutelli, che puntando tutto sulle staminali adulte, propone la creazione di tre nuovi centri nazionali per la raccolta e il trattamento dei materiali biologici. «Non considerando – dice Elena Cattaneo, ordinario di farmacologia all’Università di Milano e una delle massime esperte italiane di cellule staminali – che di strutture simili in Italia ne esistono già e non c’è nessun bisogno di affrettarsi a creare ennesime banche di staminali adulte, quando questa non sembra essere la strada di ricerca più feconda di risultati». Doppioni, fondi per la creazione di inutili centri e istituzioni che fanno il vantaggio solo di chi le governa. Il pensiero corre alla cosiddetta “casa del ghiaccio”, inaugurata il 16 dicembre, dall’ex ministro della Salute, Girolamo Sirchia a Milano: una struttura dove, per un suo vecchio decreto ministeriale, i vari centri di fecondazione sparsi in Italia dovranno inviare i 400 embrioni soprannumerari congelati prima della legge 40. Spese di trasporto, stoccaggio nel nuovo centro milanese, con 25 addetti, e 38 congelatori ad azoto liquido, in un’ala dell’ospedale Maggiore di Milano. E a quale scopo dal momento che la ricerca sugli embrioni è proibita in Italia e che questi embrioni, non più richiesti, non potranno essere impiantati? «Qui non si tratta banalmente di tifare per le staminali embrionali o adulte, per Roma o Lazio, Bartali o Coppi – chiosa stizzito Giulio Cossu, direttore dell’istituto cellule staminali del San Raffaele di Milano -. Come scienziati dobbiamo poter sperimentare. La ricerca procede per gradi, per errori, non c’è altro modo di conoscere la realtà che facendo ricerca. Se un lavoro come quello del sudcoreano Hwang Woo Suk viene in parte ritrattato, questo non deve essere strumentalmente usato per chiudere un canale di ricerca». «Della proposta Rutelli – spiega Cattaneo – colpisce l’ignoranza. Il sapere scientifico è unico, le scoperte, se valide, sono universali. Non funziona per compartimenti stagni. Se in Italia escludiamo, in modo così assolutistico, come pretende Rutelli, la ricerca sulle staminali embrionali, anche quella sulle adulte ne soffrirà lo scotto. E viceversa. Le staminali embrionali totipotenti – prosegue la ricercatrice – proprio per la loro plasticità sono le più promettenti, ma non si può, come vorrebbe certa politica, scegliere un campo in maniera aprioristica e sulla base di discorsi strumentali come quello che Rutelli mette a incipit della sua proposta, parlando di cura del diabete fatta da una equipe di scienziati a Miami, utilizzando staminali adulte, quando si è trattato di un più ordinario trapianto di isole di pancreas. Il sospetto, allora, è che si voglia fare della propaganda per motivazioni etico-religiose». Difficile non pensare alle parole del Papa che nell’omelia del 28 dicembre parlava di agglomerati di poche cellule nell’utero materno come esseri che «contribuiscono, pur collocati in posto meno importante, all’edificazione della Chiesa. Poiché, sebbene inferiori per dottrina, profezia, grazia dei miracoli e completo disprezzo del mondo – dice Benedetto XVI – tuttavia poggiano sul fondamento del timore e dell’amore di Dio».

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Ora c’è chi vuole adottare gli embrioni

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su ottobre 26, 2005

Quasi, quasi me l’adotto Il Comitato di bioetica dice sì all’impianto degli embrioni orfani. Ma rende “sacri” e intoccabili anche i pre embrioni di Simona Maggiorelli

Uno spiraglio, “un tentativo di migliore almeno qualche aspetto di una legge assolutamente folle e piena di divieti”, “un piccolissimo passo avanti”. “Una scelta di buon senso vista la possibilità che prima o poi venissero gettati nel lavandino”. I giudizi positivi, anche se cauti e circostanziati, si moltiplicano fra le associazioni che si occupano di fecondazione assistita e fra chi ha partecipato alla campagna referendaria contro la legge 40. La notizia è che il Comitato nazionale di bioetica ha preso posizione a favore dell’adozione di embrioni congelati, i cosiddetti “orfani”, quegli embrioni cioè che crionconservati prima dell’entrata in vigore della nuova legge non sono stati più reclamati dalla coppia. E questo con buona pace del ministro Mantovano che ha passato tutto il tempo della campagna a inveire contro i referendari perché la legge 40 avrebbe contenuto già in nuce una possibilità di utilizzo delle giacenze in frigorifero. “Affermando una cosa palesemente falsa – commenta la vice presidente del Comitato, la biologa e bioeticista Cinzia Caporale – . In realtà la legge non dava nessuna indicazione su che fine dovessero fare questi embrioni”. All’interno del Cnb, presieduto dal cattolicissimo professor D’Agostino la discussione sull’argomento è stata assai lunga. E’ partita nel gennaio 2005 con una lettera indirizzata al comitato della professoressa Luisella Battaglia ed è andata avanti per quasi un anno nelle sottocommissioni. Preso atto che non aveva alcun senso lasciare che queste svariate migliaia di embrioni deperissero, le questioni che si aprivano erano essenzialmente due, racconta la professoressa Caporale: “O destinarli alla nascita permettendo alle coppie che ne facessero richiesta di adottarli, oppure utilizzarli per la ricerca”. Ma anche nel caso si trattasse di embrioni poco vitali, che già al momento del congelamento apparivano non in buone condizioni, questa seconda ipotesi urta con tutta evidenza la sensibilità dei cattolici. E la maggioranza del Comitato ha preferito assecondarla. “ E abbastanza ovvio – commenta sferzante il presidente dell’associazione Luca Coscioni, Marco Cappato – aprire alla ricerca scientifica avrebbe voluto dire aprire uno spiraglio in quel muro di ideologia che è stato trasferito nella legge 40”. Ma le brutte notizie, come si sa, su questi temi, nel nostro paese non vengono mai da sole. E un’altra decisione del Comitato nazionale di bioetica ha contribuito, se possibile, ad allontanare ancor più l’Italia dal resto della comunità scientifica europea. Il comitato presieduto dal professor D’Agostino, in maggioranza espressione del governo Berlusconi ha affermato in un documento ufficiale che non solo l’embrione è sacro come già dice la legge 40, ma che anche il pre embrione, cioè quella formazione organica che si ha nelle prime 30 ore dalla fecondazione e che non ha ancora un patrimonio genetico autonomo sarebbe da tutelare e proteggere come un bambino che va a scuola. In barba al fatto che nessuna legislazione europea in materia di fecondazione assistita, nemmeno le più intolleranti di Irlanda e Portogallo, arrivano a tanto. “Il punto è che in un dibattito civile e rispettoso delle posizioni altrui – nota la bioeticista e membro dell’Unesco Cinzia Caporale – occorrerebbe affrontare la questione dei criteri in base ai quali si decide cos’è vita umana: sono io da quando uno spermatozoo ha incontrato un ovocita? O lo sono ancor più da quando ho un mio Dna?. E oltre. Sono ancora più io da quando non sono più scindibile in due gemelli. E ancor più quando si forma almeno il primo abbozzo del mio sistema nervoso. Senza dimenticare che senza un utero che mi accolga io embrione non mi potrei sviluppare, non avendo nessuna possibilità di vita autonoma fuori dell’utero prima che siano trascorse 24 settimane”. Questioni importanti, che la letteratura scientifica affronta, ma che il documento di maggioranza del Comitato di bioetica ha scavalcato sposando senza dubbi o incertezze la tesi dell’istantaneità creazionistica della persona umana, per cui un nuovo individuo ci sarebbe fin dai primi momenti dal concepimento. “Rispetto la posizione, non mi sentirei di banalizzarla – commenta la docente di Bioetica dell’Università di Siena – ma trovo avvilente che nel Cnb non ci sia rispetto per tutte le posizioni, comprese quelle più aperte al dubbio, alla ricerca”. “Non mi stupisce la presa di posizione di maggioranza espressa dal Cnb – commenta invece Cappato -. I cattolici sono contrari anche alla cosiddetta clonazione terapeutica quella tecnica di trasferimento nucleare della cellula (che non ha nulla a che fare con la clonazione umana ndr) e nella quale non c’è incontro fra seme maschile e femminile. In questo caso la proibizione non corrisponde a una necessità concreta di tutela, ma solo all’esigenza di traduzione legislativa di un presupposto ideologico”. E riguardo ai criteri in base ai quali i cattolici stabiliscono quando si debba parlare di vita umana? “I cattolici curiosamente finiscono per essere i più materialisti di tutti – dice il presidente dell’associazione Coscioni per la libertà di ricerca – per loro la vita umana corrisponde a un dato biochimico e non ha nulla a che fare con lo sviluppo di una coscienza e di una vita emotiva”. E aggiunge: “Il comitato di bioetica, da molto tempo ormai, non fa altro che trasferire in precetti bioetici i dogmi del Vaticano. E l’idea vaticana è ben chiara – conclude Cappato – è quella di tenere unite sessualità, riproduzione e famiglia e tutto ciò che spezza questa consequenzialità: la sessualità fuori dalla famiglia, la riproduzione fuori dalla famiglia, la riproduzione fuori dalla sessualità, essendo peccato, secondo loro, deve essere imposto a tutta la società facendolo apparire come reato”.

La denuncia delle associazioni
“E’ assurdo che in italia dove è stata inventata una tecnica di lavaggio del seme utlizzata in tutto il mondo sia proibito ai sieropositivi di ricorrervi, come conseguenza diretta del divieto all’eterologa stabilito dalla legge 40”. La presidente dell’associazione Amica Cicogna Filomena Gallo, mentre da avvocato sta preparando nuovi casi di autodenuncia da sottoporre alla magistratura, lancia il sasso di una nuova battaglia. E con la firma della deputata diessina Katia Zanotti, insieme a Cappato e al professor Aiuti, si fa promotrice di un’interrogazione parlamentare sulle discriminazioni causate dalla legge. Le donne sopra i 40 anni sono un’altra fascia fortemente colpita. “Il congresso dei ginecologi italiani dello scorso settembre ha stabilito un limite di età di 42 anni per le donne che vogliano sottoporsi ai trattamenti – spiega la presidente di Amica Cicogna-. Ed è chiaro che la limitazione a soli tre embrioni prevista dalla legge penalizza donne che non hanno più vent’anni”. Ma c’è un altro fatto grave e che riguarda tutti: a più di due anni dalla promulgazione della legge il ministero della Sanità non ha ancora reso pubblico il registro dei centri, di modo che le coppie si possano orientare e avere garanzie. E chi decide di andare all’estero rischia di trovarsi in una giungla di proposte sempre più costose e non sempre sicure. “I centri esteri stanno facendo dell’Italia sempre più terra di conquista – denuncia lo psicoterapeuta Angelo Aiello dell’associazione Unbambino.it -, fanno una propaganda aggressiva spacciando per scoperte e novità delle tecniche che esistono da anni, come l’impianto di embrioni congelati da parte di un centro spagnolo annunciato con titoloni a settembre dal Corsera”. E qualche volta la propaganda potrebbe rischiare di diventare altro. “Ho cominciato a insospettirmi – aggiunge Aiello – quando alcuni centri stranieri mi hanno proposto dei soldi perché io mettessi le loro informazioni sul sito dall’associazione. Da qual momento ho cominciato ad essere più sospettoso consigliando alle coppie di verificare bene le informazioni prima di decidersi a partire”.

da Avvenimenti del 26 ottobre 2005

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Laici in trincea

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su ottobre 26, 2005

Dai divieti sulla RU 486 che l’Oms considera farmaco fondamentale, alla bioetica.
La sinistra è ostaggio della Chiesa. Parla il professor Carlo Flamigni

di Simona Maggiorelli

Poteva essere un’examatoge, il tentativo di “un’applicazione almeno meno stupida di una legge così punitiva per le donne come la 40”, l’idea di aggirare il divieto di congelamento degli embrioni, intervenendo nelle primissime fasi pre embrionali. In altri paesi come la Germania, per esempio, si congelano gli embrioni a questo stadio molto precoce di ootidi, quando ancora i patrimoni genetici della madre e del padre non sono ancora fusi. “Ma nel Comitato nazionale di bioetica non si è voluto affrontare la questione”, spiega il professor Carlo Flamigni, uno dei maggiori esperti in Italia di fecondazione assistita. “Avevo scritto un documento ma c’era il referendum e non si voleva interferire. Non capisco perché. Se il Comitato di bioetica non dà un indirizzo quando ce n’è bisogno, a che serve?”.

Ora, però, c’è stato un pronunciamento.
“Si è arrivati a due documenti contrapposti, il mio e quello di Bompiani. 24 voti a favore del suo, 12 per il mio. Ha pesato anche una forte astensione. Avrebbero potuto votare anche da casa, ma molti componenti del Cnb hanno preferito non farlo.

Perché?
Era una scelta imbarazzante perché creava un contraddittorio con il magistero cattolico. E’ stata la sconfitta della più linea moderata e di buon senso. Adesso mi aspetterei che qualcuno portasse la questione davanti alla magistratura.

La politica, anche di sinistra, dopo il referendum, sembra chiudere gli occhi su questi temi.
Nessuno se ne occupa. Sembra che tutti pensino che in questo momento sia politicamente sconveniente aprire un conflitto con una Chiesa così aggressiva. Sembra pericoloso sostenere la laicità. E a me dispiace molto. Ma devo dire anche che tutto ciò è miope. Ho fatto più di 150 in un anno e le posso assicurare, che se la bioetica sia un po’ una bestia rara, una materia ostica, quando si cominciava a parlare di laicità la gente si appassiona, interviene, discute. Il tema della laicità è molto sentito nella sinistra di base. L’ho avvertito con chiarezza.

I divieti sulla pillola abortiva sono un segno di questo clima?
Ma certo , è sempre la solita aggressione cattolica che ora diventa più evidente. C’è sempre stata, ma mai forte come adesso. Anche per l’assenza di’informazione. Come si fa a parlare di sperimentazione di una pillola che è stata sperimentata e adottata su lunghissima scala in larga parte del mondo. Il ministro parla di proteggere le donne, quando sa benissimo che molte nostre connazionali comprano farmaci per il mal di stomaco composti di prostaglandine e ne assumono grandi quantità per abortire. E non si sa con quali effetti collaterali. Chi protegge queste donne?

Qualcuno ha detto che un aborto farmaceutico, anestetizzato, sarebbe meno responsabile…
Se il problema è questo: abortire con dolore basta che nella pillola abortiva che è composta di prostaglandine e progestinico, si aumentino le prime che causano l’espulsione. Aumentiamo la prostaglandina, aumentiamo il mal di pancia e sono tutti contenti.

da Avvenimenti 25 ottobre 2005

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Un sì per chi viene alla luce

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 7, 2005

di Gabriella Gatti, docente di neonatologia e psicoterapeuta, Università di Siena

Qualunque tentativo di considerare l’embrione come persona giuridica fa riferimento implicito alla norma fondamentale del diritto naturale, cioè il diritto alla vita. In prima istanza il diritto dell’embrione come persona sarebbe diritto alla vita: non a caso nell’ideologia cattolica l’aborto viene spesso equiparato all’assassinio. La discussione sulla legittimità dell’assenso alla abrogazione è chiaro porta alla inevitabilità di definire il concetto stesso di vita. L’onere di questa definizione tradizionalmente demandata ai filosofi sicuramente spetta anche al medico, nella fattispecie al neonatologo che ha un punto di osservazione molto particolare e privilegiato. La scienza moderna si è sviluppata nel senso che la biologia si è dotata di uno statuto scientifico autonomo. Nel termine stesso di Biologia c’è questo legame fra il Bios ed il Logos è ciò esprime l’idea di un’indagine razionale, condotta con metodiche della scienza sperimentale su gli organismi viventi la cui esistenza si basa su leggi che sono le stesse che regolano il funzionamento del corpo umano. Si potrebbe dire che la biologia considera la vita nei suoi aspetti più generali arrestandosi però di fronte a quello che per secoli è stato un enigma: la specificità della vita umana. Nella misura in cui il biologo, medico o ricercatore che sia, cerchi di risolvere l’enigma con la razionalità egli va incontro ad un riduzionismo biologico così come coloro che prescindono dai risultati acquisiti dalla scienza cadono in uno spiritualismo astratto. Questa antinomia caratterizza lo stato attuale della discussione su ciò che va considerato specificamente umano. Il neonatologo parte da precise conoscenze biologiche ed osservazioni cliniche.

Le conoscenze biologiche sono quelle dell’embriologia umana che considera lo sviluppo iniziale del feto come un moltiplicarsi iniziale di cellule indifferenziate. L’esperienza clinica sui parti prematuri indica che solo a partire dalla 24ª settimana il feto ha una possibilità di vita autonoma. Precedentemente a questa data non c’è nessuna possibilità di sopravvivenza. Quindi si potrebbe pensare che c’è un momento preciso a partire dal quale più che di vita si possa parlare di una potenzialità di vita. Perché è ovvio per il medico neonatologo che si può considerare vivo il bambino solo alla nascita… Nessun cattolico d’altronde battezza un feto pur considerando vita un embrione, né peraltro viene battezzato un feto morto: nel Medioevo esistevano luoghi consacrati all’osservazione dei bambini nell’attesa di movimenti, a volte solo cadaverici, che potessero consentire la somministrazione del sacramento e la sepoltura in luogo consacrato. Il neonatologo non si limita a considerare la vita generica, che è quella della cellula e degli organismi scarsamente differenziati, ma si spinge a individuare lo specifico della vita umana. a partire da quel momento in cui lo sviluppo morfologico e funzionale del feto è tale da permettere una nascita e non solo un prodotto abortivo.

Questo momento coincide con una maturazione corticale che rende possibili i processi primari aspecifici della sensibilità e lo strutturarsi di riflessi fra cui quello quello pupillare alla luce. Come non ricordare che nel famoso film “Blade runner” al replicante non umano mancava proprio questo riflesso? L’osservazione clinica del neonatologo mette in discussione quindi l’idea astratta di vita che prescinde dallo sviluppo biologico ed embriologico per contraddire la conclusione che è “vita” la morula come è “vita” il neonato. Questa conclusione, erronea, inficiata da un presupposto spiritualistico, postula un “continuità” della vita umana che una volta instauratasi avrebbe sempre lo stesso valore e significato. La neonatologia, basandosi sulla ricerca medica e quindi anche psichiatrica, parte dall’idea che lo sviluppo della vita fetale, a partire da un preciso momento, può, sotto l’influenza di stimolazioni specifiche fra cui quelle cutanee e della luce, che studi neurofisiologici, come quelli di Wiesel considerano fondamentali per l’inizio della maturazione corticale, andare incontro ad una trasformazione. Se noi consideriamo la vita neonatale non solo sotto il profilo del “bios” e del “logos” potremmo poi spingerci a presupporre alla nascita l’attivarsi un pensiero alogico, irrazionale come matrice comune della vita mentale di tutti gli esseri umani. Avvenimenti

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Nella fabbrica del doppio

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 5, 2005

Boncinelli: «La clonazione umana? Un bluff» “Non è possibile produrre due persone identiche. La loro psiche sarebbe comunque differente” di Simona Maggiorelli

I molti centri di fecondazione assistita all’avanguardia in Italia, da un anno, dacché è entrata in vigore la legge 40, lavorano a scartamento ridotto. I laboratori di ricerca sulle celule staminali embrionali sono fermi al palo, mentre gli scienziati italiani sono a un bivio: trasferirsi all’estero per continuare le ricerche oppure accettare di vedersi a poco a poco emarginati dalla comunità scientifica internazionale. Ma perché la ricerca fa così tanta paura a questa maggioranza? E da quali scenari di progresso scientifico l’Italia rischia di essere tagliati fuori? Lo abbiamo chiesto a Edoardo Boncinelli, docente di Biologia e Genetica presso l’Università Vita-Salute di Milano.

Professor Boncinelli quanto è importante la ricerca sulle cellule staminali e in particolare quella sulle staminali embrionali?

Tutti sono convinti, chi più chi meno, che il futuro della medicina, e quindi della salute, passa largamente per l’uso delle cellule staminali embrionali. Ma qui si pone un quesito. Ci sono tanti tipi di staminali: le embrionali, le fetali, quelle del cordone ombelicale e le adulte. Qualcuno dice che con le staminali adulte si può raggiungere ogni obiettivo. Se fosse vero, non varrebbe la pena discutere così tanto sulle cellule staminali embrionali. La verità è che nessuno oggi sa se questo è vero o falso. L’unico modo per saperlo è fare esperimenti. Certo quelle embrionali, per definizione, devono essere capaci di fare tutto, perché quello è il loro mestiere, dichiamo così, istituzionale.

Per ora il tentativo di far regredire le cellule adulte non ha dato grandi risultati o sbaglio?

Dipende molto da chi parla, ognuno porta l’acqua al suo mulino. Bisogna distinguere anche qui, perché purtroppo c’è molta confusione. Infilare qualche cellula in un tessuto malato, nel cuore o in un nervo, dà grandi speranze. Non è detto, però, che l’efficacia immediata sia duratura. La vera speranza per il futuro, e di cui purtroppo si parla poco, non è seminare una cellulina qua e una là, ma fare in laboratorio parti di organo o interi organi. Per questo le adulte hanno probabilità piuttosto basse di funzionare. Negli animali, soprattutto nel topo, le embrionali si sono rilevate estremamente produttive. A priori, se non ci fosse la disputa ideologica, uno punterebbe tutto proprio sulle staminali embrionali.

Nel dibattito sulla legge 40 c’è chi, come il ministro Giovanardi, ha paragonato la fecondazione assistita all’eugenetica.Quanto a sproposito?

L’eugenetica è stata tirata in ballo contro la diagnosi preimpianto. Vietare questo tipo di esame è, a mio avviso, la parte più sbagliata della legge. È un presidio importantissimo, quasi miracoloso, rinunciarci lo trovo assurdo. Dicono che con la diagnosi genetica si sacrificano degli embrioni -in realtà a questo stadio molto precoci, sono solo di otto cellule – per fare dell’eugenetica, intendendo per eugenetica la scelta di certi individui piuttosto che altri. Ma se far nascere bambini non malati può essere inteso come un capitolo di eugenetica, si tratta, a mio avviso, di una pratica sacrosanta. Tutti più o meno consapevolmente tentano di dare ai propri figli il meglio possibile. Comunque sia non siamo minimamente a questo livello. La diagnosi preimpianto oggi serve solo a evitare persone sicuramente malate, non a produrre persone con questa o quella caratteristica biologica desiderata.

E la clonazione tanto paventata?

Un termine esecrando, in nessun laboratorio si parla di clonazione, si parla di clonaggio. Se ne parla da 30 anni ma i media se ne sono accorti ora. La clonazione è uno spauracchio agitato perché si confonde la cosiddetta clonazione riproduttiva dalla cosiddetta clonazione terapeutica che sono, peraltro, due dizioni inventate dai media. Uno scienziato non utilizzerebbe mai termini così babbei.

Proviamo allora a fare chiarezza.

Per clonazione riproduttiva s’intende fare un bambino o una bambina partendo da una o poche cellule. Non è detto che fra dieci anni non sia possibile, ma non è lo scopo che interessa davvero agli scienziati. Per clonazione terapeutica s’intende produrre, non un bambino, ma tessuti o parti di organo o organi interi. La parola clonazione è la stessa, ma ci si può accoltellare quanto si vuole, sono e restano due concetti completamente diversi. Chi non è mai entrato in un laboratorio e non sa come funziona può dire: ma se noi autorizziamo queste procedure finalizzate alla clonazione terapeutica e qualcuno, sotto banco, prosegue le ricerche e arriva alla clonazione riproduttiva? Io non credo che ciò sia possibile, né probabile, ma se questo dovesse accadere bisogna proibirlo come si fa per altre cose. Ma non posso, poiché qualcuno potrebbe usare un martello per ammazzare il vicino, impedire la vendita dei martelli.

Arrivare a fare due individui identici sarà mai possibile?

Facciamo un’ipotesi di scenario. Supponendo che fosse possibile fare una clonazione umana; cosa che ancora non è. Si prende una mia cellula e da lì si comincia. Ma devo – cosa non facile – trovare una mamma compiacente, che ospiti questo bambino nell’utero visto che, per ora questo passaggio, non è evitabile. Alla nascita poi questo bambino avrà avrà 65 anni di meno di me. Dovrò aspettare che abbia una certa età per vedere come è fatto, come si comporta, cosa pensa. Che garanzia ho che mi somigli? Certo se ne faccio un milioni di cloni ne troverò uno che mi somigli. Ma se ne faccio uno, due, tre o anche dieci con ogni probabilità non mi somigliano neanche fisicamente. Ma soprattutto non avrà mai una psiche identica alla mia, perché si sviluppa negli anni. Alla fine osa ci avrei guadagnato? Avrei un figlio, semplicemente un figlio, il quale tenderebbe a differenziarsi, come fanno tutti i figli che si rispettino. Sarebbe una clonazione per ridere. Certo una coppia che non ha avuto figli o che ne ha perso uno da poco, potrebbe voler fare una sostituzione, ma sarebbe un feticcio. Come chi gli muore il cagnolino e ne compra un altro, come un giocattolo e che non sarà mai identico al precedente. Qualcuno contrario alla clonazione potrebbe dire che non si tratterebbe di un’azione a favore del figlio ma per se stessi. Ma in questo caso allora vorrei sapere quanti genitori “normali” mettono al mondo un figlio solo per il figlio stesso. Il discorso, insomma, andrebbe allargato a una riflessione generale sulla genitorialità.

In Italia pare ci sia già chi fa sperimentazione su embrioni comprati all’estero. Con l’obbligo di cedere, però, i ricavi di eventuali brevetti.

Questo è possibile se si parla di linee cellulari, più che embrioni veri e propri. Ci sono molte linee cellulari in commercio. E tutti fanno finta di non saperlo, ecco un altro paradosso. Che ci possano essere dei brevetti mi pare dura. Non ho nessuna stima della ricerca nel nostro paese. O l’Italia dà una sferzata e cambia direzione, oppure parlare di ricerca italiana penalizzata diventa una barzelletta. Beninteso l’attacco alla ricerca oggi c’è ed è fortissimo. Ma in Italia né destra né sinistra hanno interesse che la situazione cambi. Il fatto è che la scienza produce nuove idee, produce novità e può dare una visione del mondo e dell’uomo che ai tradizionalisti proprio non piace.  Avvenimenti

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