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Jan Fabre, il guerriero della bellezza

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 7, 2015

Jan Fabre, Virgin warrior. Con Abramovic

Jan Fabre, Virgin warrior. Con Abramovic

Come se avesse aperto un baule di memorie, intime e personalissime, gli oggetti, i disegni, le fotografie, gli scritti di una vita giacevano sparsi negli spazi bianchi del MAXXI durante la personale che il museo romano ha di recente dedicato a Jan Fabre. Quasi fossero messaggi
nella bottiglia gettati nel mare magnum dell’arte. In attesa di essere raccolti da occasionali naviganti. Per il poliedrico scultore, videoartista, regista e coreografo belga l’arte è sempre qui e ora, vive nel rapporto immediato con l’altro per poi nutrire la memoria.

Nell’epoca della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte, Fabre gioca con il senso della parola “originale” e di “copia” con lasua Bic art disegnando su stampe di Leonardoe Rembrandt, con la più economica delle penna a sfera. E, soprattutto, privilegia la via anarchica e sovversiva delle azioni di strada e dell’installazione temporanea, per appropriarsi in modo creativo degli spazi urbani, attraverso performance che lasciano tracce solo nella mente di chi l’ha vista.

Jan Fabre

Jan Fabre

E sono emozioni forti quelle che regalano le magnetiche coreografie di questo regista che sa usare il corpo e il movimento dei danzatori come fossero pennelli intinti di colore. Lo ricorda Germano Celant nel volume Stigmata, actions e performances 1976-2013, (Skira) in cui il critico e curatore rilegge l’arte di Jan Fabre nel flusso di una ricerca che, senza soluzione di continuità, va dai primi futuristi russi che nel 1912 cominciarono a dipingere se stessi facendo affiorare la fantasia sulla pelle, fino alla body art degli anni Settanta del Novecento.

Passando attraverso i costumi ideati da Picasso per i balletti russi di Diaghilev, le statue viventi di Piero Manzoni e le antropometrie che Yves Klein realizzava intingendo modelle nude nel colore per poi “stamparle” sulla tela. Parliamo di un percorso storico che ovviamente comprende anche Joseph Beuys, anche se – come rivela lo stesso Fabre intervistato da Celant – l’artista “sciamano” non lo ha mai convinto veramente se non per il modo in cui “assaggiava” i materiali valutandone tutti gli aspetti con artigianale attenzione.

Fabre, Stigmata

Fabre, Stigmata

Semmai lo hanno interessato più gli esperimenti di Fluxus e l’esperienze della videoarte che rifiutano l’idea delle arti visive come qualcosa di statico. Per Fabre, come si evince anche da questo volume costruito come un seducente e inarrestabile flusso di immagini, l’arte è qualcosa di fluido, non più separabile dalla vita. E come la vita irripetibile. «Le mie performance non sono replicabili perché sono sempre legate a un mio momento intimo e romantico», racconta Fabre a Celant. «Un artista non è un attore».

Ma nel caso di Jan Fabre è molte altre cose insieme: costruttore di complesse macchine teatrali, instancabile disegnatore, architetto di visioni, ma anche scienziato, entomologo, «guerriero della bellezza», come lui stesso si definisce. Quasi a voler evocare l’immagine del sapere universale e del genio rinascimentale ricreandola nel nuovo millennio. «La più grande avventura della mente- dice l’artista
– è sempre stata e sempre sarà il tentativo di collegare il campo scientifico con quello umanistico».

(Simona Maggiorelli, dal settimanale Left, febbraio 2014)

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#Leonardo, pittore dei moti dell’animo. A Milano fino al 19 luglio

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 5, 2015

Leonardo La Belle Ferroniere

Leonardo La Belle Ferroniere

Chi è quella misteriosa donna dallo sguardo vivo, che non si fissa sullo spettatore, ma guarda oltre? Volgendosi d’un tratto, come fosse comparso qualcuno che attrae la sua attenzione o per un accadimento improvviso. Nota come la Belle Ferronière (1490-’96) potrebbe essere l’amante di Ludovico il Moro, Cecilia Gallerani, Isabella d’Este o piuttosto Isabella d’Aragona, donna bellissima e fiera che – si narra – seppe reagire anche all’esilio.

Nei secoli si sono inseguite molte ipotesi che, però, sono sempre rimaste tali. Ciò su cui gli studiosi invece concordano è che questo magnetico ritratto del Louvre e ora al centro della mostra milanese Leonardo da Vinci 1452-1519 rappresenta un’autentica rivoluzione nella storia della pittura. Non solo per le valenze plastiche e volumetriche della figura, rese ancor più evidenti qui, in Palazzo Reale, dall’accostamento alla Dama col mazzolino scolpita dal Verrocchio. Ma per il movimento segreto che anima il dipinto e per il genio leonardiano nel rappresentare i moti della mente e l’invisibile dinamica degli affetti. Come traspare già, nelle prime sale, dalla Madonna Dreyfuss (1469) della National Gallery di Washington, per il modo in cui una giovane Maria, tutt’altro che piatta icona sacra, gioca con il figlio.

Ma la mente corre anche all’Ultima cena, affrescata in Santa Maria , ricordando l’ondata di reazioni emotive che suscita nei discepoli la frase di un umanissimo Gesù, senza aureola. Una straordinaria serie di disegni e di schizzi autografi, provenienti dai maggiori musei del mondo e in particolare dalla Royal Collection inglese, raccontano lungo il percorso la ricerca continua di Leonardo sull’espressività dei volti e dei gesti, il suo attento studio del corpo in movimento.

Leonardo, schizzi, royal collection

Leonardo, schizzi, royal collection

Un interesse verso la natura e l’essere umano nel suo complesso basato sull’intuizione e sulla «sperienza» più che sui libri canonici rifiutando la ripetizione acritica imposta dalla Chiesa e da conventicole intellettuali. Con ciò questa vasta e rigorosa esposizione, frutto di 5 anni di studio sotto la guida di Pietro C. Marani e Maria Teresa Fiorio, non alimenta il mito ottocentesco di un inarrivabile Leonardo nato dal vuoto più assoluto.

Grazie al contributo di esperti come il direttore del Museo della scienza di Firenze, Paolo Galluzzi, e di altri studiosi di rango internazionale nelle 12 sale della mostra, collegate da nessi e rimandi tematici, i due curatori hanno ricostruito filologicamente le fonti leonardiane: non solo quelle artistiche e liberamente reinterpretate (la scultura antica, Paolo Uccello, il Verrocchio, il Pollaiolo, la pittura fiamminga ecc.).

Ma anche quelle scientifiche, legate alle scoperte del proprio tempo da cui trasse spunto per le proprie originali invenzioni. Permettendo così al visitatore di comprendere meglio la vera identità di Leonardo e il suo poliedrico talento di pittore, architetto, ingegnere. Seguendo l’evoluzione del suo pensiero, attraverso gli scritti e nel disegno inteso come libera espressione, come strumento di conoscenza e poi di progettazione di macchine, edifici, scenografie teatrali, automi, ali per volare e strumenti musicali per la vita di corte. A cui prendeva parte suonando la lira e proponendo raffinati e arditi giochi letterari.

Leonardo, studio per la Battaglia di Anghiari

Leonardo, studio per la Battaglia di Anghiari

Ricchi di citazioni dai testi antichi, benché si definisse «omo sanza lettere». Sfoggiando figure letterarie come l’uccello che batté la coda sulla labbra di lui bambino. L’artista la presentò come una delle sue prime memorie d’infanzia. E Freud la interpretò in chiave omosessuale «scambiando quello che era con tutta probabilità un prestito letterario per un sogno a sfondo sessuale», come rivela lo storico dell’arte Edoardo Villata, autore del saggio Il sogno di Leonardo, pubblicato nel ricco catalogo edito da Skira (che ha prodotto la mostra con 4,5 milioni di euro).

L’unità della conoscenza e l’osmosi continua fra i diversi campi del sapere, che Leonardo collegava con sorprendenti nessi analogici, costituiscono il vero filo rosso che percorre gli oltre seimila testi autografi giunti fino a noi, insieme a un esiguo numero di dipinti e una grande messe di disegni, a penna, stilo e gesso. Un vero e proprio tesoro che permette di cogliere il processo inventivo leonardiano, di vedere all’opera la sua immaginazione creativa nell’esecuzione di rapidi schizzi, realizzati liberamente, lasciandosi prendere la mano, senza filtri razionali.

Leonardo, studio

Leonardo, studio

Fin dalla giovanile Veduta del Valdarno del 5 agosto del 1473, proveniente dagli Uffizi, in cui tratteggiava l’incessante trasformazione degli elementi naturali, anticipando lo sfumato, per arrivare poi, a fine mostra, alle tempestose visioni degli ultimi anni, in cui il tratto non è più rettilineo ma fatto da avvolgenti e vorticose linee curve. Le misure auree dell’uomo vitruviano a poco a poco, lasciano il posto al dinamismo e alla fresca immediatezza dei modernissimi schizzi per la Madonna con il gatto, per arrivare a realizzazioni come il vibrante profilo di cavallo bianco che appare in un guizzo di luce, in pochi suggestivi accenni, da un fondo di carta azzurra. Questa è una delle tante perle offerte, fino al 19 luglio, da questa mostra.

Come il dialogo fra Leonardo, Giovanni Bellini e Antonello da Messina che nasce dal confronto fra il Ritratto di musico (1485) dell’Ambrosiana, il Poeta laureato (1432) del pittore veneziano e il Ritratto di uomo (1465-70) dal sorriso malizioso e dallo sguardo indagatore che arriva da Cefalù. Un tris di opere in cui giunge a compimento quella trasformazione radicale della ritrattistica quattrocentesca raccontata da Enrico Castelnuovo nel saggio Ritratto e società in Italia (ripubblicato ora da Einaudi): «Nel XV secolo l’immagine dipinta o scolpita assunse un ruolo di celebrazione del potere e di una civiltà come in poche altre epoche», scriveva il grande storico dell’arte scomparso un anno fa. Un aspetto anche propagandistico che toccò il vertice nella Firenze medicea. Proprio in quella koinè in cui si formò Leonardo. Che diversamente da tanti artisti a lui coevi, abbandonò il valore celebrativo, solenne ed eroico, del ritratto (generalmente di profilo esemplato sulla monetazione antica) per rappresentare soggetti “anonimi”, straordinariamente vitali, innervati di movimento, in ritratti che ancora ci parlano.

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Piero della Francesca, l’artista scienziato. La mostra di Reggio Emilia prorogata fino al 28 giugno

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 31, 2015

piero-copProrogata fino al 28 giugno la mostra che riunisce per la prima volta a Reggio Emilia l’intero corpus dell’opera grafica del maestro che dipinse la città ideale

di Simona Maggiorelli

La prospettiva nell’arte italiana emerge con la pittura di Giotto (1267 c.a- 1337), considerato non a caso dai contemporanei il fondatore de “la nuova maniera”. Ma fra gli studiosi la disputa è accesa. E c’è chi puntualizza che per parlare di prospettiva lineare bisogna aspettare il Rinascimento. Così se a Giotto va riconosciuto il genio di saper creare, come per magia, una profondità spaziale in cui i corpi (non più dipinti grandi o piccoli a seconda del ruolo sociale) trovavano una loro collocazione naturale nello spazio, bisogna attendere l’età di Leon Battista Alberti (1404-1472) e di Piero (1416 -1492) per poter parlare di prospettiva su basi matematiche. Come ben racconta la mostra Piero della Francesca, il disegno fra arte e scienza curata da Filippo Camerota del Museo Galileo di Firenze, dall’architetto Francesco Paolo Di Teodoro e dall’ordinario di geometria Luigi Grasselli.
Prorogata fino al 28 giugno 2015, l’esposizione nelle sale di Palazzo Magnani a Reggio Emilia è incentrata su una copia del De prospectiva pingendi conservato nella Biblioteca Panizzi, che mostra correzioni e note sottilissime, ai margini, di mano dello stesso Piero. Fu il primo trattato illustrato su questo argomento. Ed ebbe una straordinaria fortuna nel secondo Quattrocento.

Si racconta che Leonardo da Vinci, studioso dell’uomo vitruviano e delle misure auree, dopo aver saputo dal matematico Luca Pacioli dell’esistenza di quest’opera di Piero decise di rinunciare a scriverne una propria sul tema. Verità o fola che sia, certo è che il De prospectiva ricevette anche da pittori delle generazioni successive un’attenzione straordinaria. Compresi artisti stranieri come Albrecht Dürer, di cui a Reggio Emilia sono esposti tre disegni dalla British library e straordinarie incisioni provenienti dalla Galleria dei disegni e delle stampe degli Uffizi.

Mario Merz, La città ideale

Mario Merz, La città ideale

Intorno al prezioso codice emiliano i curatori sono riusciti a raccogliere l’intero corpus grafico e teorico di Piero della Francesca, ricostruendo così per la prima volta dalla morte dell’artista la sua bottega con i 7 esemplari, tra latini e volgari, del De Prospectiva Pingendi (tre dei quali conservati a Bordeaux, Londra e Parigi), i due codici dell’Abaco (dedicato alla mercatura), l’unico esemplare del Libellus de quinque corporibus regularibus e l’Archimede, opera che Piero lesse grazie alle trascrizioni arabe del testo greco e volle trascrivere illustrandolo con suoi disegni. In mostra a ricostruire l’importanza degli studi di matematica e di geometria di Piero per la storia della scienza è il matematico Odifreddi in una vivace audioguida che racconta il lavoro di Piero nelle risoluzioni algebriche e nella prospettiva geometrica, basata su quella euclidea trasmessa da copisti arabi.
Così, di sala in sala, il labirintico percorso espositivo che segue le vie segrete di Palazzo Magnani con i suoi molti saliscendi, ci permette di entrare in un affascinante mondo di botteghe di pittori e di matematici rinascimentali che condividevano gli stessi strumenti: compassi, righe di legno e di carta, squadre e oggetti curiosi come peli di coda di cavallo, fili sottilissimi come la seta, che servivano a simulare il raggio visivo della linea prospettica. Gli appassionati d’arte tuttavia non resteranno delusi: in mezzo ai disegni di Piero tradotti in modelli tridimensionali e multimediali per illustrare la logica delle costruzioni geometriche, fanno capolino opere come l’affresco staccato di San Ludovico da Tolosa (1460) di Sansepolcro che sembra rileggere in chiave pittorica l’agile e lucente statua di Donatello. E poi opere di maestri del XV e XVI secolo come Lorenzo Ghiberti, di cui è esposta una prova per la porta del Battistero, uno schizzo del Ghirlandaio per Santa Maria Novella in cui la prospettiva è appena accennata ma già abbastanza evidente e una straordinaria testa di Giovanni Bellini tratteggiata in un vertiginoso scorcio, oltreché schizzi degli architetti toscani Francesco di Giorgio, Antonio da Sangallo il Giovane, Baldassarre Peruzzi e dello stesso Michelangelo che schizza in prospettiva, a mano libera, una soluzione per la scala aggettante della biblioteca Laurenziana.

Piero della Francesca

Piero della Francesca

E poi, come accennavamo, vibranti opere grafiche di Dürer che conobbe i manoscritti di Piero e li usò per dare profondità prospettica alle sue opere grafiche, come quelli qui esposte. Stampe che idealmente dialogano con i disegni di Piero intesi come strumenti di progettazione e di ricerca dall’artista che conobbe il suo maggior successo alla corte di Urbino, in una vivace koinè culturale di studi umanistici e scientifici. E se grande risalto al genio di Piero nell’immaginare la città ideale è dato qui accendendo i riflettori su una affascinante tela preparatoria dell’omonima opera conservata ad Urbino, i curatori tuttavia sono ben attenti a non tradire il proprio scopo primario: far emergere parimenti quello che ingiustamente è considerato un Piero minore, l’autore di una vasta opera grafica, trascurato «per un preconcetto specialistico proprio dei nostri tempi – si legge nell’introduzione al catalogo -, ma tanto più grave quando ci si occupa di Rinascimento, che non separava le diverse discipline, trattando talune grandi personalità della storia dell’arte come se il loro essere contemporaneamente scienziati e artisti fosse una sorta di scissione». Rischiando in questo caso di non comprendere il senso dell’opera di Piero nella sua inscindibile unitarietà.

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L’arte del bene comune. Le nuove frontiere della #PublicArt

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 28, 2015

Anish kapoor

Anish kapoor

La scultura celebrativa è morta. Ma crescono interventi creativi in spazi pubblici. Che rivendicano un valore civile. Per il modo in cui riescono a ridisegnare i luoghi e a stimolare relazioni. Il punto di vista di tre studiosi:  Anna Detheridge, Michele Dantini e Christian Caliandro

di Simona Maggiorelli

Le sue sculture concave, su specchi d’acqua, accendono magnetici fuochi, in grigi paesaggi di provincia del Nord Europa. A Chicago, invece, la superficie riflettente del suo gigantesco “fagiolo” cattura l’immagine di grattacieli e di passanti, restituendole rovesciate, deformate, aprendo il Millennium Park ad un orizzonte onirico e imprevisto. Sono i “sortilegi” dell’arte in spazi pubblici, quando sculture, fontane e installazioni non si limitano a celebrare l’esistente, ma riescono addirittura a ridisegnare l’intorno. È questo il caso delle sculture – installazioni dell’anglo indiano Anish Kapoor, ma anche di tanti altri artisti di talento, che dopo la fine della scultura intesa in senso celebrativo e monumentale, hanno trovato forme e linguaggi nuovi per fare opere site specific, che  sovvertono l’ordinario in maniera creativa, coinvolgendo i cittadini in modo invisibile e profondo.

Gibellina

Gibellina

Di questo tema, vastissimo, si è occupata Anna Detheridge in Scultori della speranza, un bel libro uscito nel 2012 per Einaudi e ora alla base dell’attività formativa dell’associazione no profit Connecting Cultures, fondata dalla giornalista e studiosa. Che precisa: «Quando parliamo di Public Art , non volendo essere superficiali, dobbiamo specificare i diversi ambiti. E avere ben presente che dalla metà degli anni Sessanta in poi lo scenario è diventato più complesso: si è sviluppata una sensibilità nuova. Il mondo è più mediatico. Lo vediamo attraverso una “finestra” già selezionata per noi. Per cui identificare l’arte tout court con le antiche tecniche non è più corretto».

Per parlare di Public Art, insomma, non basta mettere una scultura in una rotatoria. «Anche perché spesso è fatta dal cugino del sindaco. E gli esiti sono terrificanti», chiosa Detheridge. Occorre invece che le opere, qualunque sia la loro forma, abbiano un rapporto con il contesto inteso non solo in senso architettonico ma anche sociale. «Un artista deve saper valutare se lo spazio in cui interviene è vuoto o pieno, se c’è troppo rumore ecc. Per dare risposte adeguate. Tutto questo richiede non solo una sensibilità ma anche una specifica formazione».

Arte all'arte- Chianti

Arte all’arte- Chianti

Solo così l’arte pubblica può innescare anche un processo di coesione, di interrelazione. «Fare arte negli spazi pubblici non vuol dire andare verso l’altro in termini assistenziali o puramente sociali» sottolinea Detheridge. «Un artista dovrebbe dire: siamo in questo luogo, condividiamo questo spazio e vediamo cosa possiamo fare insieme. Perché la partecipazione abbia un senso per te e per me». Anche per questo Anna Detheridge considera semplicistico propagandare, come è stato fatto a Roma dall’assessorato alla cultura, interventi di Street Art nei quartieri più a rischio, come un progetto di recupero delle periferie e di lotta al degrado. «È chiaro che ai gravissimi problemi di disonestà e di criminalità non basta rispondere con graffiti o sculture. Ciò che può fare l’arte è offrire una nuova visione e avviare la possibilità di un cambiamento. Ma l’arte ha a che fare con la  relazione,con la sensibilità. Aspetti che evidentemente questo sistema criminale ha completamente calpestato».
In generale, però, in Italia«non mancano esempi in cui gli artisti sono riusciti a costruire, non solo dei luoghi ameni, ma davvero vivi e di scambio», assicura Detheridge. Magari dove meno te lo aspetti.

In provincia o in piccoli borghi del Chianti, con iniziative come Arte all’Arte. Un intervento riuscito è, secondo la studiosa, quello realizzato da Alberto Garutti al Teatro comunale di Peccioli in provincia di Pisa. «Non si tratta propriamente di un’opera di ristrutturazione  – precisa Detheridge -. È il risultato di una relazione. L’artista qui ha fatto qualcosa di specifico, proprio per gli abitanti della zona. Non si tratta di fabbricare oggetti in più, ma di tessere rapporti. In questo modo un’opera diventa un dispositivo e il risultato estetico non è più la sola cosa che conti».

Stalker, mappa di Roma

Stalker, mappa di Roma

Un classico esempio di questo tipo di arte pensata come avvio di un processo potenzialmente trasformativo è quello del gruppo Stalker al Corviale, dove per lungo tempo architetti e artisti hanno lavorato con la popolazione. «Purtroppo, in Italia, questo tipo di intervento non ha alcun tipo di definizione e non viene riconosciuto. Così  – denuncia Detheridge – queste realizzazioni vengono disperse, inficiate. Perché non se ne comprende l’importanza e nessuna istituzione le promuove. Ma anche se si tratta di segni apparentemente effimeri avevano la speranza, l’intenzionalità, di cambiare le cose, di ampliare un pochino la sensibilità . Fare il processo all’architettura oggi non serve. Alla fine del modernismo costruire una casa lunga  un km forse non era un’idea così brillante. Ma è anche vero che Corviale è stato abbandonato dalle istituzioni, si è lasciato che diventasse un ghetto».
Nel libro Scultori della speranza Anna Detheridge ricorda casi in cui edifici storici, invece, hanno assunto significati importanti per una comunità e che sono stati recuperati e ricostruiti con ogni sforzo possibile. Quello più emblematico riguarda il ponte di Mostar in Bosnia, che fu fatto saltare nel 1993, diventando l’icona della città. «L’aspetto più emozionante di questo ponte è che appare più simile a una scultura collettiva che a un’opera classica», osserva Anna Detheridge nel suo libro.

«Un ponte è qualcosa che unisce due rive e che si percorre a piedi o a cavallo, per secoli o decenni. È parte dell’uso quotidiano: diviene un riferimento affettivo prima che estetico. La stessa cosa vale per edifici pubblici di rilievo per la collettività», commenta Michele Dantini, docente di storia dell’arte contemporanea all’Università del Piemonte orientale, che pubblicato a un nuovo libro su arte, scienza e sfera pubblica edito da Doppiozero. «Non credo che oggi l’arte, e forse neppure l’architettura, si proponga obiettivi tanto ambiziosi. Ma – aggiunge – apprezzo molto taluni interventi di Jochen Gerz, artista tedesco di tradizione concettuale interpretata in chiave Public Art. E progetti ambientali, ad esempio il giardino di Gilles Clement a Lille: interdetto alle persone, è riservato all’autoriproduzione delle “vagabonde”, cioè le piante pioniere. Chiunque si prenda cura di qualcuno o qualcosa conduce la sua piccola o grande battaglia contro marginalità, violenza e degrado». Al tempo stesso, però,confessa Dantini «diffido di “abbellimenti” solo estetici, che non siano concretamente servizi. Ma non esistono regole certe. Anche la bellezza può essere un dono e divenire un’ “utilità” che porta durevole beneficio».

SanBa, street art a San basilio-Roma

SanBa, street art a San basilio-Roma

Di Public Art, e più in generale di arte contemporanea come “bene comune”, si è discusso agli Strati della cultura, una tre giorni organizzata dall’Arci a Ferrara, a cui hanno preso parte studiosi di arte contemporanea e non solo. Fra questi, oltre allo stesso Michele Dantini, il critico Christian Caliandro, autore con Pier Luigi Sacco di Italia Reloaded (il Mulino, 2012) e di Italia revolution (Bompiani, 2013). Un dittico che si appresta a diventare trilogia con un nuovo volume in cui lo storico dell’arte che si è formato in Normale approfondisce la riflessione sulle trasformazioni a cui sta andando incontro la nostra identità culturale. «Esempi brillanti ed efficaci di intervento nello spazio pubblico ce ne sono molti in Italia», dichiara Caliandro, che ha organizzato nel gennaio 2015 a Bari un convegno dal titolo La cultura e la città nuova, il ruolo delle pratiche creative in una comunità urbana.

«Penso al progetto con cui Gian Maria Tosatti sta riattivando luoghi abbandonati a Napoli e che invita a riflettere sulla nostra identità e su come potremo essere. Ma anche al progetto in barriera a Torino realizzato da Alessandro Bulgini, con opere favolose ed effimere come disegni geometrici a gessetto». Per quanto riguarda Roma, Caliandro segnala le opere di Blu e tutto il progetto Sanba a San Basilio. «L’importante è che l’arte contemporanea nelle città non si accontenti di operazioni decorative», avverte. «I problemi, le sfide e le nuove opportunità chiedono all’arte di riconfigurare in modo radicale il rapporto con la società e con il tessuto urbano. Le chiedono di uscire dal recinto e di immaginare nuove pratiche di partecipazione non retorica, sganciate dalla logica dei grandi eventi».
Le trappole della moda, del conformismo, della finta democratizzazione delle pratiche culturali, sono comunque in agguato. Così come la retorica ogni volta che amministratori comunali e politici cominciano a parlare di arte pubblica, di comunità e via di questo passo. « Spesso la cultura viene usata in chiave auto celebrativa e auto assolutoria», rileva Caliandro. «Dimenticando che il suo compito principale è favorire lo sviluppo di identità individuali e collettive, non di oscurarle. Il ruolo dell’arte e della cultura è sempre stato quello di elaborare i traumi, non di coprirli. Anche se è il lavoro più faticoso, doloroso, scomodo e critico che ci sia». Sul piano concreto della vita di tutti i giorni però, come è emerso con chiarezza anche durante gli Strati della cultura, la crescente consapevolezza da parte dei cittadini dell’importanza della difesa dei beni comuni (arte compresa) si scontra con lo scempio di politiche emergenzialiste, dissennate, di de-tutela e svendita del patrimonio pubblico. E non solo. Come denunciano da tempo le associazioni di categoria di storici dell’arte, archeologi e degli altri professionisti dei beni culturali il problema più grosso in questo settore riguarda l’occupazione giovanile. «Il lavoro culturale in Italia non è retribuito. Siamo ben oltre la precarizzazione», commenta Caliandro. «È una cosa che appartiene al territorio dello spettrale per quanto riguarda garanzie e salari. E tutto questo si riflette anche sulle modalità in cui la città stabilisce il rapporto con l’arte e con la cultura. Non basta la difesa dei monumenti, dell’arte, del paesaggio, ma tutti gli aspetti vanno riconnessi. Deve diventare una difesa dei valori umani. E una sfida per introdurre elementi di innovazione radicale».

dal settimanale Left luglio 2014

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Una Biennale di importanza Capitale

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 8, 2015

Susana Pilar_ Dominadora inmater

Susana Pilar_ Dominadora inmater

Indaga i conflitti e torna ad interrogare la politica la 56esima Biennale internazionale d’arte, che si apre il 9 maggio nei Giardini nell’Arsenale e in altre aree nevralgiche di Venezia. Così lascia intendere la scelta curatoriale di Okwui Enwezor che ha ideato la mostra All the world’s future (aperta fino al 22 novembre) pensando che la crisi possa essere un’occasione creativa e che tensioni sociali e tempi instabili come quelli che stiamo vivendo cimentino la vitalità e la fantasia degli artisti nell’immaginare mondi futuri, più umani e sostenibili.

«Fin dalla sua prima edizione nel 1895 la Biennale di Venezia si è sempre collocata nel punto di confluenza di molti cambiamenti sociopolitici e di radicali fratture storiche nel campo dell’arte, della cultura, della politica, della tecnologia e dell’economia», sottolinea Okwui Enwezor, raccontando di essere rimasto molto colpito nel ritrovare casualmente in archivio materiali sulla Biennale del 1974, un’edizione quasi totalmente a sostegno del popolo cileno, dopo il golpe di Pinochet dell’11 settembre 1973.

«Cento anni dopo la prima guerra mondiale e 75 anni dopo l’inizio della seconda ora, il panorama mondiale appare di nuovo in frantumi, segnato dalla crisi economica, dalla politica secessionista e da una catastrofe umanitaria che si consuma nei mari, nei deserti e nelle regioni di confine, mentre immigrati, rifugiati e popoli disperati cercano rifugio in terre apparentemente più ricche e tranquille», dice il critico e curatore di origini nigeriane.

Shilpa Gupta_I live under your sky too_animated light installation

Shilpa Gupta_I live under your sky too_animated light installation

«Ovunque si volga lo sguardo sembra di scorgere incertezza e una sempre più profonda instabilità in tutte le regioni del mondo», aggiunge evocando l’immagine dell’Angelus Novus di Klee ai cui piedi -secondo la lettura di Walter Benjamin – si accumulano, sempre più alte, le macerie della distruzione moderna.

«Gli artisti hanno sempre cercato di rappresentare i momenti tumultuosi, come quello che stiamo vivendo. L’arte – dice Enwezor – ha sempre tentato di dare una forma e un’espressione alla tensione che percorre i nostri tempi. La società post-industriale e quella tecnologica e digitale, la migrazione di massa versus i viaggi di massa,i disastri ambientali e le guerre, la modernità e la post-modernità, tutto questo ha prodotto nuovi spunti per artisti, scrittori, cineasti, performer, compositori, musicisti». Con questa premessa Okwui Enwezor ha invitato 136 artisti da 53 Paesi diversi (88 presenti per la prima volta alla Biennale) a creare opere in maggioranza site specific o comunque realizzate per questa occasione.

Biennale d'arte 2015Così dopo le Illuminazioni di Bice Curiger e il mondo enciclopedico fantasticato da Massimiliano Gioni, il critico di origini nigeriane e direttore della Haus der Kunst di Monaco, propone di tornare a confrontarsi con il presente, con il crescente divario fra nord e sud del mondo, con l’ingiustizia sociale e la negazione dei diritti fondamentali che caratterizza questa fase del capitalismo avanzato in Occidente. Lo fa chiedendo ad artisti noti e meno noti di sviluppare il proprio «inner song», metaforicamente un canto intimo e personale, con cui dialogare con gli altri in questo variopinto «parlamento di forme», in un panorama di «immagini dialettiche», in cui nomi emergenti figurano accanto ad alcuni maestri del passato.

Ad alcuni protagonisti dell’avanguardia del secondo Novecento sono dedicate delle “stanze” personali, quasi delle piccole mostre nella mostra.

Fra loro ritroviamo un pioniere della videodanza come Bruce Neuman, artisti che hanno attraversato in modo originale la stagione dell’arte povera come Pino Pascali e Fabio Mauri e che continuano ad esserne rappresentanti ispirati e poetici come Janis Kounellis. E poi ancora “nuovi selvaggi” come il tedesco Georg Baselitz con le sue figure a testa in giù e talenti malinconici e inquieti come Christian Boltanski e Marlene Dumas, qui in veste inedita di autrice di piccoli quadri intimi.

Bruce Nauman

Bruce Nauman

Ma è soprattutto l’ondata di giovani artisti provenienti dal grande continente africano, dal Medio Oriente e dall’Asia che sbarcherà in Laguna, a destare la nostra curiosità. Okwui Enwezor presenta le loro proposte insieme nuove creazioni di artisti under 40 già affermati e trendy come il cinese Cao Fei e l’inglese Steve McQueen. Ma interessante si annuncia anche il dialogo a distanza fra l’arte atea e iconoclasta dell’algerino Adel Abdessemed e il lirismo pittorico dell’attivista egiziano Inji Efflaton che negli anni 60, in carcere, riusciva ad eludere la censura con un linguaggio poetico apparentemente lontano dalla realtà. In questa Biennale ampio spazio anche al cinema, con i docufilm “d’emergenza” e autoprodotti dal collettivo siriano Abounaddara, fondato nel 2010, con le produzioni multimediali della piattaforma editoriale E-Flux Journal fondata nel 2008 a New York e di Raqs media collective nato in India nel 1994.

Steve MacQueen Ashes

Steve MacQueen Ashes

La mostra internazionale di arti visive, con All the world’s future, si apre decisamente al cinema e al teatro politico, ma anche ai canti di lavoro e, con con un pizzico di provocazione, alla lettura integrale del Capitale di Marx, che nell’Arena (agorà e cuore pulsante dell’intera manifestazione) proseguirà senza soluzione di continuità per tutta la durata della Biennale 2015, fino a novembre. «Perché il capitale è il grande dramma della nostra epoca» spiega Enwezor . Non tanto per celebrare un pedissequo ritorno a Marx i cui strumenti critici oggi non ci bastano più. Ma perché «oggi il capitale incombe più qualsiasi altro elemento su ogni sfera dell’esistenza, dalle predazioni dell’economia politica alla rapacità dell’industria finanziaria. Lo sfruttamento della natura attraverso la sua mercificazione sotto forma di risorse naturali, il crescente sistema di disparità e l’indebolimento del contratto sociale hanno di recente imposto il bisogno di un cambiamento». A poco a poco il solipsismo della lettura sarà contaminato con recital di canti di lavoro, libretti, letture di copioni, discussioni, assemblee plenarie e proiezioni di film dedicati a diverse teorie ed esplorazioni del Capitale. Ma non solo. Seguendo questo filo rosso Olaf Nicolai presenta una performance, ispirata alla composizione di Luigi Nono, Non consumiamo Marx. Il collettivo Tomorrow cercherà di immaginare i personaggi e le figure che potrebbero utilizzare il repertorio di Marx nel contesto contemporaneo in Tales on Das Kapital. Mentre Mason Moran, con il suo Staged, mapperà i canti di lavoro e Jeremy Deller, sulla base di materiali d’archivio esplorerà il tema delle condizioni di vita e di lavoro nelle fabbriche, a partire dalla fine del XIX secolo.

El-Anatsui

El-Anatsui

«L’intento è quello di avvicinare lo spettatore a una realtà complessa attraverso un’esperienza multisensoriale – dice Enwezor – proponendo pratiche artistiche provenienti da Africa, Asia, Australia, Europa, Nord e Sud America, come ricerca di nuove connessioni con l’impegno con cui gli artisti indagano la condizione umana». Dopo aver diretto Documenta 11 e alcune delle Biennali più importanti in giro per il mondo, da Gwangju, a Tokyo a Johannesburg, e dopo libri come Contemporary African Art Since 1980 (Damiani, 2009) e Antinomies of Art and Culture: Modernity, Postmodernity, Contemporaneit (Duke University Press, 2008), Enwezor mette a valore la sua profonda conoscenza dell’arte contemporanea africana e della diaspora, del modernismo e dell’architettura post-coloniale in questa Biennale che accende i riflettori sulla vitalità creativa di Paesi, esclusi dal canone occidentale e che portano nuova linfa nell’esausto sistema internazionale dell’arte in cui da un ventennio dominano sempre i soliti nomi (sponsorizzati da un manipolo di ricchi collezionisti e sostenuti da massicce operazioni di marketing).

BiennaleArte2015Coerente con questa impostazione di apertura appare anche la scelta di assegnare il Leone d’oro alla carriera all’artista ghanese El Anatsu. «Per il suo lavoro di promozione di artisti contemporanei africani sulla scena globale». E la forza della sua poetica visiva «capace di coniugare in modo originale innovazione formale e tradizione». El Anatsu fin dagli anni 70 trasforma i residui del passato coloniale in opere d’arte, realizzando immaginifici tappeti e cangianti arazzi con cavi di rame e migliaia di tappi di bottiglie di liquori. Su vassoi ispirati a quelli usati dai mercanti kumasi per esporre la propria merce, incide motivi adinkra e altri disegni, che assumono forme grafiche dinamiche. Le sue opere oggi finalmente rivestono intere pareti e creano tende spettacolari, colate d’oro e di colori, nei maggiori musei del contemporaneo e la Biennale di Enwezor ne festeggia il riconoscimento internazionale. (simona maggiorelli)

dal settimanale Left maggio 2016

La svolta politica della Biennale – la recensione di Left, giugno 2015

Ci voleva un curatore cosmopolita, aperto alla multidisciplinarità e fortemente radicato in una visione politica e sociale dell’arte, come Okwui Enwezor, per dare una positiva svolta alla Biennale dell’arte di Venezia, liberandola dal mainstream anglo-americano improntato al concettualismo più arido e al gigantismo di opere tardo Pop.

Con la mostra All the world’s future, Enwezor porta in laguna testimonianze fresche e vitali dalla nuova, vastissima, scena africana, ma anche dall’Asia e dall’underground Usa ed europeo. Senza compartimentizzare generi e provenienze culturali. Ma al contrario creando fertili e impreviste situazioni di dialogo. Come quella all’inizio del percorso, fra storiche opere dell’americano Bruce Nauman in cui campeggiano parole come “umano”, “vita”, “passioni”, “morte”, colorate da luci neon, accanto alla selva di coltelli creata dall’algerino Adel Abdessemed, e ironicamente intitolata Ninfee. Due modi assai diversi di raccontare le tappe della vita e che indirettamente illuminano nodi culturali, tensioni e conflitti che attraversano i rispettivi Paesi d’origine. Ma potremmo fare molti altri esempi per dire come Enwezor sia riuscito a mantenere le promesse (vedi Left n. 16) nel realizzare una mostra aperta al nuovo, fortemente innervata da temi politici e in cui molto spazio è riservato al dramma che vivono oggi i migranti.

Tema su cui il curatore di origini nigeriane invita a riflettere anche con il muro di valigie che Fabio Mauri realizzò negli anni Settanta. Nel padiglione giapponese invece lo ritroviamo evocato da un barcone sotto una pioggia di chiavi appese (in foto). Un filo rosso quello del viaggio, dello sradicamento, che attraversa molti padiglioni nazionali. Declinato in modo suggestivo, con lacerti di giornali, monumenti abbattuti e paesaggi imprigionati dietro grate nel padiglione armeno che con la mostra Armenity nel Monastero Mekhitarista dell’Isola di San Lazzaro (fino al 22 novembre, catalogo Skira) ha vinto il Leone d’oro di questa 56esima Biennale. Un muro attraversa anche il padiglione messicano, evocando quel confine-barriera che è diventato luogo di morte per tanti latinos che cercano di attraversarlo inseguendo il miraggio di una vita migliore negli Usa. L’arte non descrive i fatti, racconta per immagini potenti. Tanto potenti che c’è chi nell’amministrazione veneziana si è sentito urtato dalla “moschea” ideata dall’artista svizzero Christoph Buchel nella chiesa privata di Santa Maria della Misericordia, costringendo il padiglione islandese che ospitava l’ installazione a chiuderla in fretta e furia.

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Architettura come ars e saper fare

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 29, 2015

Terminal nord di Studio Gregotti

Terminal nord di Studio Gregotti

L’insofferenza verso l’estetica esibizionistica del Postmoderno, malata di gigantismo e che usa la storia come un serbatoio di citazioni da ricombinare a caso, ha fatto incontrare idealmente un maestro dell’architettura contemporanea e della riflessione critica come Vittorio Gregotti con un giovane architetto, ingegnere e agit-prop come Carlo Ratti, teorico del modello smart city o, per meglio dire, della città “sensibile”, informatizzata, futuribile, capace di interagire con le esigenze della cittadinanza anche attraverso le potenzialità della rete. Così almeno ci è sembrato di scorgere, leggendo i loro due ultimi lavori in parallelo.

Curiosamente il decano del modernismo, che ha scritto importanti libri contro il nuovismo forzato delle post metropoli (Contro la fine dell’architettura, Einaudi, 2008 e Architettura e postmetropoli, idem 2011, solo per fare due esempi), nel suo nuovo libro Il possibile necessario ,da poco uscito per Bompiani, mostra alcuni temi e argomentazioni assonanti con quelle proposte da Carlo Ratti in Architettura Oper source, Verso una progettazione aperta (Einaudi).

Il filo rosso che sembra legare sotterraneamente i due volumi è, in primis, la denuncia dello spaesamento che provoca la visione di città sempre più omologate e senza volto, contrassegnate dagli inconfondibili segni delle solite archistar, che fanno somigliare Pechino a Dubai e Hong Kong a Londra. «Archistar giramondo hanno acquisito quello che sembra un controllo totale, un’onniscenza incondizionata e un’autorità suprema, eppure la loro opera non ammonta a quasi nulla. Si sono volontariamente relegati in uno strato claustrofobicamente sottile della produzione totale» stigmatizza Ratti.

Carlo Ratti, Digital water pavillion

Carlo Ratti, Digital water pavillion

Sulla stessa lunghezza d’onda Vittorio Gregotti prende di mira un’architettura esibizionistica che produce invivibili e giganteschi ready made. «Degradando a kitsch ogni ricerca di senso e di verità e rendendo forse impossibile qualsiasi riflessione profonda di impegno politico». Ma non è tanto questa comune pars destruens dei due distinti e differenti lavori a colpire la nostra attenzione, quanto la parte propositiva che si traduce in un appassionato canto a favore di quell’architettura che non ha perso di vista l’umano e che sa valorizzare e rinnovare la tradizione.

Walter_Nicolino_04_largeAddirittura fino ad arrivare a rivalutare l’antica esperienza artigiana intesa come ars, ovvero come saper fare e non di rado senza alcuna “griffe”. « Gran parte dell’edilizia corrente o minore è stata per secoli prodotta, in quanto manufatto, da processi spontanei di autocostruzione o di produzione artigiana, secondo regole di lunga tradizione, guidate sia nella tipologia che nel principio insediativo, dall’accettazione costitutiva del disegno della città», scrive Gregotti. «La bellezza della città e della maggior parte del suo territorio sta nei fabbricati anonimi», gli “fa eco” Ratti.

«Una metropoli è la somma di edifici con e senza nome, tutti contribuiscono all’atmosfera e alla struttura della città, ma per somma ingiustizia, l’artisticità della città vernacolare passa inosservata», scrive il docente del Mit, arrivando ad evocare l’immagine invisibile, latente, variegata eppura armonica, che lasciano intuire certe città medievali. (Simona Maggiorelli)

dal settimanale Left

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La metropoli come opera d’arte collettiva

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 27, 2015

New York

New York

Nel suo nuovo libro Effetto città, il direttore del Padiglione Italia della Biennale di Venezia, Vincenzo Trione indaga la modernità attraverso l’arte, il cinema e l’architettura. Rivelando nessi inediti
di Simona Maggiorelli
«Poeticamente abita l’uomo», screva Hölderlin. Quel famoso distico del poeta tedesco torna a risuonare come un leitmotiv nel nuovo libro di Vincenzo Trione, Effetto città (Bompiani): un appassionato viaggio fra pittura, cinema e architettura, per raccontare una delle più affascinanti invenzioni umane, la città, le sue trasformazioni, le relazioni umane che la animano, le possibilità impreviste di incontro che può offrire.

Direttore del Padiglione Italia della 56esima Biennale d’arte di Venezia, in questa “opera mondo” di oltre ottocento pagine, Trione mette tutta la sua sensibilità di critico d’arte, le sue competenze di studioso di architettura, ma soprattutto dieci anni di ricerca, quasi ossessiva, andando a caccia di immagini pittoriche e cinematografiche capaci di rappresentare il vero volto di un paesaggio urbano (qualunque esso sia), la sua immagine invisibile e più profonda, il “genius loci”, le atmosfere che si respirano nelle sue strade, nelle sue piazze, nei suoi palazzi, ciò che lo rende unico.

Mteropolis Fritz Lang

Mteropolis Fritz Lang

Prendendo le distanze, già nelle prime pagine, dall’antimoderno Pasolini e dalla sua nostalgia per la campagna e le borgate pre moderne, l’ avventura di Trione negli scenari metropolitani, quasi inevitabilmente, parte dalla Parigi di fine Ottocento, città moderna per antonomasia, di cui Baudelaire è stato forse il primo vero cantore, per proseguire poi a Vienna e nelle altre capitali delle avanguardie storiche, raggiungendo Mosca con Majakovskij («Le strade sono i nostri pennelli, le piazze sono le nostre tavolozze», disse nel 1918 lanciando una nuova poetica) e New York con artisti della diaspora come Rothko, fino ad arrivare alle post metropoli, alle megalopoli asiatiche, alle sterminate città che nell’orizzonte della globalizzazione sembrano crescere in maniera cacofonica o che invece, proprio nell’intreccio di culture diverse e lontane, riescono a trovare una nuova identità originale.

L’autore di Effetto città (il titolo è un evidente omaggio al film Effetto notte che Truffaut girò nel 1973) è profondamente innamorato del suo oggetto di studio e intrecciando discipline diverse (storia dell’arte, antropologia, letteratura, filosofia ecc) costruisce una trama avvincente che rende contagiosa questa sua passione.

Basta “assaggiare” qualche paragrafo come, ad esempio, quello intitolato “Verso Vertov” in cui con i Passagenwerk di Benjamin, Vincenzo Trione invita idealmente il lettore a farsi flâneur, tuffandosi per le strade di Parigi per mettersi sulle tracce di Charles Baudelaire, «regista involontario» ne Il pittore della vita moderna, in cui tratteggiava «lo spettacolo inebriante della metropoli» invitando a scoprire i soggetti terribilmente seduttivi che la animano.

Lucio Fontana, Concetto spaziale-New York, 1962

Lucio Fontana, Concetto spaziale-New York, 1962

Per passare poi a romanzieri come Balzac e Hugo, come Melville e Poe che ne L’uomo della folla racconta il fascino avventuroso della città, attraverso la cronaca di uno sfioramento a distanza fra due conosciuti. E se sul grande schermo è stato Dziga Vertov uno dei primi registi a saper cogliere il senso della città come flusso vitale e organismo vivente in costante mutamento, sul piano della riflessione teorica, oltre al filosofo Georg Simmel, è stato il sociologo e urbanista Lewis Mumford a raccontare in modo positivo la metropoli, vedendola come «complessa orchestrazione di tempo e di spazio», come un’avvolgente sinfonia destinata a moltiplicare modelli e modi di espressione. «Il pensiero prende forma nelle città e a loro volta le forme urbane condizionano il pensiero», scriveva l’autore di Storia dell’utopia (1922)e di Passeggiando per New York (recentemente ripubblicati da Donzelli).

Il fatto che la città sia una creazione collettiva è uno degli aspetti che la rendono particolarmente interessante. Ma Vincenzo Trione va anche oltre: «Penso che la città sia una delle più alte opere d’arte che l’essere umano abbia prodotto», dice. «È un’opera d’arte non da guardare frontalmente, ma da vivere».

Così nel suo libro la città diventa immagine totale, cangiante, intesa come palinsesto stratificato e complesso, in cui sedimentano la memoria, la storia, i conflitti. Ma nelle sue mappe sensibili si possono cogliere anche segnali e frammenti di futuro. «Vedo la città come una sorta di installazione contemporanea, che tende ad espandersi, ad occupare tutto lo spazio possibile, anche per questa sorta di horror vacui che la caratterizza», racconta il docente di storia dell’arte della Iulm.

Rothko

Rothko

E se la città può essere un’opera d’arte, nella storia, è stata spesso fonte di ispirazione e musa. «Nei secoli sono stati proprio gli artisti a offrircene la visione più profonda – commenta Trione -, aderendo alla città poeticamente, conoscendola profondamente e interiorizzandone le forme», spesso riuscendo a coglierne anche l’invisibile. Come Lucio Fontana che distilla il dinamismo di New York e lo slancio dei grattacieli in pochi segni e tagli vibranti su una superficie di rame lucente. Mirando a cogliere l’essenziale dell’imago urbis.

«Fontana vive il viaggio Oltreoceano come un’esperienza che accade innanzitutto dentro l’interiorità. Qualcosa di simile accade a Mondrian. Essi non vogliono smarrirsi nella grande città. Attratti dall’ignoto, considerano Manhattan come un ideogramma». Certamente Fontana non ricalca ciò che ha davanti agli occhi ma, allontanandosi, lo rappresenta. «Insieme a lui, Klee, Mondrian e Rothko sono alcuni degli artisti del Novecento che a mio avviso hanno ingaggiato le sfide più interessanti con la forma città e il suo continuo divenire», aggiunge Trione.

Monica Vitti in Deserto Rosso

Monica Vitti in Deserto Rosso

«Rapportandosi con New York, conservando solo traiettorie e tragitti, Mondrian arriva anche a cambiare la propria sintassi ». E il ritmo sincopato del jazz che l’artista olandese amava ascoltare nei club fa pulsare il colore sulle sue tele astratte come sangue nelle vene.

Ma interessanti sono anche le “scoperte” che Trione fa studiando come alcuni registi hanno rappresentato la città, leggendola come sequenza di immagini in movimento. Creando a loro volta sequenze “urbane” in movimento, non di rado ispirandosi ad artisti visivi e d’avanguardia. L’architettura gioca un ruolo di primo piano, per esempio, nel cinema di Sergej Ėjzenštejn (l’autore de La corazzata Potëmkin, peraltro, era figlio di un architetto Jugendstil, stile che il regista detestava). «Ėjzenštejn fu tra primissimi a stabilire un rapporto fra città e architettura e cinema», dice Trione.

trione_ridotta«Il suo progetto Mosca 800 era straordinario, purtroppo poi non riuscì a realizzarlo». E arrivando ad anni più vicini a noi molti sono i cineasti che hanno offerto originali rappresentazioni di città, a cominciare da Wim Wenders di cui lo storico dell’arte ricorda anche l’attività di fotografo.

Sul versante del rapporto fra città, cinema e arte, invece, uno dei capitoli più affascinanti di Effetto città è quello dedicato a Michelangelo Antonioni. Durante le riprese di Deserto Rosso – racconta Trione – portava sul set cataloghi di Cy Twombly, di Antoni Tàpies e di Mark Rothko. Pittore lui stesso, era interessato alla pittura astratta e ai paesaggi senza figure. Antonioni fu il vero inventore di quello che sarebbe stato il cinema a colori, faceva tinteggiare di rosso i quartieri di Ravenna dove girava, un effetto colorato che richiamava la pittoricità di Rothko».

dal settimanale left

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#Lucamaleonte, writer gentiluomo

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 20, 2015

Lucamaleonte sten

Lucamaleonte sten

Alle spalle ha una solida formazione classica e lo studio del bello, nella sua arte di strada, si fonde con l’immaginifico, con il fiabesco e con un certo gusto per l’iperrealismo “nordico” e inquieto. Mutuato forse anche dalla passione per Bosch, il tardo gotico e Dürer che in lui va di pari passo con quella per il proto umanesimo di Paolo Uccello. Anche dal punto di vista della tecnica Lucamaleonte è quanto mai eclettico. Il suo strumento preferito è lo stencil, la classica mascherina.

Ma ama cimentarsi anche con l’incisione, con la xilografia e, più di recente, con grandi composizioni realizzate con un pennello attaccato a una lunga stecca. Simile a quella che usava Matisse a Nizza, per far fiorire sulle pareti della sua camera una ridda di forme e colori.

Romano, classe 1983, Lucamaleonte è  uno dei protagonisti del rinnovamento della Capitale grazie alla street art ed è stato uno dei 12 protagonisti della mostra Urban legends, la collettiva che nel Macro Testaccio ha messo a confronto più generazioni di writers e di differente estrazione culturale: una iniziativa di 999contemporary che ha fatto dialogare  opere di grandi dimensioni firmate da artisti autodidatti, agit prop della prima ora e figli della cultura hip hop americana, writers solitari e fautori della creatività che si sviluppa nel gruppo, graffitari figurativi e astratti, ognuno con un proprio stile e modo di fare arte negli spazi pubblici (ma non solo) come racconta Sabina De Gregori nel saggio pubblicato nel catalogo Castelvecchi. Per tentare almeno un’istantanea di questo cangiante e imprendibile universo della Street art, abbiamo rivolto qualche domanda a Lucamaleonte.
Aver studiato all’Istituto centrale per il restauro come ha influito sulla tua Street art?
In realtà la mia formazione è precedente alla scuola, e rientra in un contesto di educazione familiare; sono cresciuto sui libri della collana “I maestri del colore”.Da sempre sono stato abituato all’arte, soprattutto a quella antica. Ovviamente l’Istituto di restauro ha aumentato la mia conoscenza. Ed è cresciuta la mia passione per alcune correnti artistiche che tornano spesso in ciò che faccio.
LucamaeontexPreferire muri legali, non cercare lo choc, non imporre un immaginario violento è un tuo modo anche per “curare” con l’arte gli spazi degradati, per renderli più umani?
Spero di sì, non ho la presunzione di pensare che quello che faccio sia la cura giusta, dipingo a modo mio, è la mia visione della vita e di come dovremmo comportarci rispetto agli altri, spero che emerga dal mio lavoro. Sapremo tra qualche decennio se questa cura ha funzionato o no.

Parlando di Urban legends, come è stato lavorare con altri? C’è qualche writer che stimi in modo particolare?
è stata una bella occasione per mostrare il mio lavoro, realizzandolo accanto a mostri sacri. È difficile dire chi stimo di più, sicuramente gli italiani, con i quali ho un rapporto anche umano oltreché professionale, mentre tra gli artisti francesi mi piace molto Popeye, che è davvero una legenda urbana, e anche i lavori di Seth mi hanno impressionato. Lavorare fianco a fianco con Eron e Andreco è stato strano e divertente, non sono solito farlo a più mani, ma ritengo che la tela realizzata con loro sia uno dei miei lavori più intensi in assoluto, parliamo tre lingue diverse, ma abbiamo dimostrato di avere un fine unico.
Mantenere l’anonimato, come ha scelto di fare Banksy, è una scelta di libertà o una strategia di mercato?
Entrambe le cose. è una scelta di libertà perché ti consente una possibilità di movimento maggiore di chi ci mette la faccia, ed è una strategia di mercato perché crea un alone di mistero, crea un personaggio. Ma anche fare il contrario può rivelarsi una buona strategia. A me non interessa molto questo discorso, preferirei che a parlare fosse il mio lavoro, non ritengo di essere un personaggio particolarmente interessante, la mia vita è del tutto simile a quella di chiunque altro.
Lucamaleonte09-330x220Si parla dei graffiti urbani come ultracontemporaneo. Ma già agli albori della storia umana si trovano capolavori come le pitture rupestri di Chauvet. C’è un nesso seppur sotterraneo?
Sicuramente una scintilla di tribalità è presente anche in movimenti ultracontemporanei, i disegni rupestri raccontavano la vita di tutti i giorni, e probabilmente facevano parte di ritualità magiche che non conosciamo, in un certo senso anche l’arte urbana fa questo, racconta una visione del mondo del qui e ora di una generazione di artisti, ed agli occhi di chi guarda arriva ad avere una forte funzione simbolica personale e collettiva.
Roma è il tuo spazio ideale. Ma ti sei confrontato anche con altre realtà italiane e straniere. Cosa pensi del progetto del Comune di Pisa che, nel nome di Keith Haring, ha deciso di destinare ampi spazi pubblici alla Street art?
Non conosco questa iniziativa, credo che sia civile e ultracontemporaneo che le istituzioni diano spazi, ma ci vuole intelligenza nell’amministrarli e credo che si debba sempre indagare il fine ultimo di queste cose, prima di accettarle.

(Simona Maggiorelli, dal settimanale Left)

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Erotica ed esotica #CarolRama

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 18, 2015

CarolPiù di ogni sua scultura, pittura o disegno, la casa dove ha abitato a lungo la rappresenta ed esprime la sua eretica ed esotica poetica. Classe 1918, Carol Rama è stata un’instancabile esploratrice delle soffitte del Novecento, dei retro bottega del dada, del surrealismo e dei movimenti tellurici che hanno attraversato il secolo scorso. La sua casa-studio torinese è la prova tangibile di quanto siano stati vasti i suoi vagabondaggi a caccia di oggetti trovati, di frammenti da collezione, di pezzi curiosi che oggi vanno a comporre una sorprendente Wunderkammer.

L’artista Bepi Ghiotti ha fotografato a più riprese questo luogo, nel corso di ripetute visite, cercando la luce migliore e una molteplicità di punti di vista per rendere il segreto e quasi magico movimento che percorre le stanze, l’energia e la sorpresa che generano i vari oggetti, all’apparenza affastellati, ma che a un’attenta osservazione appaiono come le lettere cifrate di un alfabeto sconosciuto, segni del vocabolario dark, estremo, provocatorio di questa signora che ha saputo sfidare i tabù di una intera generazione di donne che faticava a conquistare la ribalta dell’arte internazionale.

Specie in Italia, fuori dal cerchio magico della bohème parigina di cui, tuttavia, Olga Carolina Rama ha conosciuto tutti i protagonisti, a cominciare da Picasso. E poi Man Ray e gli altri surrealisti a lei più consonanti per ideologia e ambiti di sperimentazione. L’amica e curatrice Maria Cristina Mundici rpercorre la lunga carriera di questa guastatrice del bon ton torinese e della sua ritualità borghese in un bel volume edito da Skira e prodotto dalla Fondazione Sardi per l’Arte. Con il titolo Il magazzino dell’anima sfilano ritratti e auto-ritratti di quest’artista sempre di spigolo verso la vita, provocatoria, «incazzata» ( come lei stessa si è sempre definita).

Lo studio di Carol Rama

Lo studio di Carol Rama

Armata di pennelli, di macchine fotografiche e di vecchie Olivetti M20, Carol Rama ha cercato per tutta la vita una via di uscita dalla gabbia della famiglia e dalla pazzia a cui sembrava destinarla l’identificazione con sua madre, morta suicida. Trafficando con statuette esoteriche, vecchie valigie, scarpe, scope, protesi esibite con corrosiva ironia e impudenza, Carol Rama è riuscita a tenere a bada per più di 90 anni i suoi fantasmi interiori, facendone i personaggi di un originalissimo teatro dell’arte. Che sotto un’apparente bizzarria, parla del dolore della perdita, della paura del fallimento e del tentativo di rigenerarsi attraverso la pratica artistica.

Come raccontano gli eleganti scatti di Bepi Ghiotti pubblicati in questa preziosa monografia, dall’horror vacui che caratterizza queste sale torinesi emerge un convitato di pietra: la solitudine. Dimensione necessaria del creare aristico ma anche trappola di irrealtà nel caso di Carol Rama, fuga in un universo di fantasmagorie che non sempre riescono ad essere creazione d’arte, immagini bizzarre che oggi paiono afflosciarsi come pupazzi abbandonati dalla mano che li animava. Un velo di tristezza sembra essersi posato su questo barocco insieme di oggetti, fatto di ferri attorcigliati, di strisce di cuoio e ganci da traino, di arti scolpiti, di busti , di tronchi umani e inquietanti ghirlande.

( Simona Maggiorelli, dal settimanale Left)

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#Chagall, il saltimbanco

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 16, 2015

chagall-the-traveler-1917

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 Con il titolo Chagall. Love and Life il  Chiostro del Bramantea Roma, dal dal 16 marzo al 26 luglio ospita una retrospettiva dedicata al visionario e fiabesco pittore russo.  Quasi senza soluzione di continuità dalla grande retrospettiva vista in Palazzo Reale a Milano e da poco conclusa ( leggi l’articolo che segue). In questa occasione arrivano in Italia, dall’Israel Museum di Gerusalemme oltre 140 lavori di Chagall. il file rouge della rassegna è il racconto della vita dell’artista, dall’infanzia alla gioventù, passando per la sua arte e la sua poetica. dalle radici nella nativa Vitebsk (oggi Bielorussia), descritta con amore e nostalgia nella serie Ma vie (My Life), all’incontro con l’amata Bella Rosenfeld, della quale illustrò i libri Burning Lights e First Encounter.

“L’altra modernità di Chagal” poteva essere anche questo il titolo della grande retrospettiva milanese,  proposta da Palazzo Reale fino allo scorso primo febbraio e, che i curatori Claudia Zevi e Meret Meyer hanno invece scelto di chiamare più semplicemente Marc Chagall. Una retrospettiva 1908-1985 (catalogo Gam Giunti -24 Ore Cultura).

L’altra modernità perché il pittore russo di origini ebraiche fu certamente un maestro del moderno, ma con lo sguardo rivolto al passato, alla classicità, alla migliore tradizione figurativa, in anni in cui l’avanguardia aveva il coraggio di abbandonare forme e figure note per sperimentare un nuovo linguaggio pittorico astratto. Così, mentre Picasso inaugurava la rivoluzione cubista con Le Demoiselles d’Avignon ( 1907 ), Marc Chagall dipingeva poetici interni rosa dall’aria vagamente retrò, come Il salone del nonno oppure scene romantiche come L’anello o la coppia a tavola, che inaugura l’esposizione milanese. Due opere intime e arcaicizzanti. Specie la seconda, con due rigidi profili, che più che dipinti paiono incisi. E intinti in un malinconico grigio che richiama le atmosfere fredde e, al fondo, tetre del periodo blu che Picasso si era già lasciato alle spalle.

chagall-pair-of-lo_20150226175037A Parigi Marc Chagall ( 1887-1985 ) entrò in contatto diretto con il movimento cubista, ma ne nacquero tentativi di emulazione tutto sommato deboli, come il trittico esposto in Palazzo Reale, Nudo con pettine ( 1911 ), Nudo disteso ( 1911 ) e Nudo con fiori ( 1911 ). Di fatto, però, la svolta era già dietro l’angolo. Anzi era già lì, se si pensa che un quadro visionario e potente come Io e il mio paese fu dipinto appena un anno dopo. Poco prima del rientro in Russia nel 1914, Chagall cominciò a dipingere quadri fiabeschi che ricreavano in forme moderne e originali la più antica tradizione russa di pittura di paesaggio. Opere in cui si quaderna un universo fantastico, popolato di figure oniricamente deformate, che sembrano danzare sospese nell’aria. Come nella celebre Passeggiata ( 1917-1918 ), prestata dal Museo di San Pietroburgo.

Un tema questo del rapporto con la donna che in questa mostra emerge in maniera forte, come uno dei fili rossi di tutta l’opera di questo pittore solitario, che non si è voluto legare a nessun movimento preciso o gruppo di ricerca artistica. Ma che, tuttavia, ha saputo dialogare a livelli altissimi con uomini di teatro e romanzieri. Basta vedere le cangianti, immaginifiche, scenografie realizzate per la pièce Revizor di Gogol’, per il Teatro della Satira a Mosca. Ma anche i bozzetti realizzati per il Teatro Ebraico di Efros e Granovskij, che hanno dato vita a un insieme di murali sulle differenti arti, quelle visive e poi la musica, la danza, la letteratura. «Da qualche parte sono rimaste abbandonate le mie tele, le scene dipinte per il Teatro Ebraico di Mosca», si rammaricava Chagall. «Un quadro largo dodici metri: una danza, i musicisti, la danzatrice, un attore, uno scrittore… Dicono che si sono salvate, sono conservate chissà dove nelle cantine della Galleria Tret’jakov, a Mosca». Uno dei molti meriti di questa mostra milanese è anche quello di permetterci di ricostruire la straordinaria articolazione dell’intera composizione.

(Simona Maggiorelli, dal setttimanale Left)

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