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Piero della Francesca, l’artista scienziato. La mostra di Reggio Emilia prorogata fino al 28 giugno

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 31, 2015

piero-copProrogata fino al 28 giugno la mostra che riunisce per la prima volta a Reggio Emilia l’intero corpus dell’opera grafica del maestro che dipinse la città ideale

di Simona Maggiorelli

La prospettiva nell’arte italiana emerge con la pittura di Giotto (1267 c.a- 1337), considerato non a caso dai contemporanei il fondatore de “la nuova maniera”. Ma fra gli studiosi la disputa è accesa. E c’è chi puntualizza che per parlare di prospettiva lineare bisogna aspettare il Rinascimento. Così se a Giotto va riconosciuto il genio di saper creare, come per magia, una profondità spaziale in cui i corpi (non più dipinti grandi o piccoli a seconda del ruolo sociale) trovavano una loro collocazione naturale nello spazio, bisogna attendere l’età di Leon Battista Alberti (1404-1472) e di Piero (1416 -1492) per poter parlare di prospettiva su basi matematiche. Come ben racconta la mostra Piero della Francesca, il disegno fra arte e scienza curata da Filippo Camerota del Museo Galileo di Firenze, dall’architetto Francesco Paolo Di Teodoro e dall’ordinario di geometria Luigi Grasselli.
Prorogata fino al 28 giugno 2015, l’esposizione nelle sale di Palazzo Magnani a Reggio Emilia è incentrata su una copia del De prospectiva pingendi conservato nella Biblioteca Panizzi, che mostra correzioni e note sottilissime, ai margini, di mano dello stesso Piero. Fu il primo trattato illustrato su questo argomento. Ed ebbe una straordinaria fortuna nel secondo Quattrocento.

Si racconta che Leonardo da Vinci, studioso dell’uomo vitruviano e delle misure auree, dopo aver saputo dal matematico Luca Pacioli dell’esistenza di quest’opera di Piero decise di rinunciare a scriverne una propria sul tema. Verità o fola che sia, certo è che il De prospectiva ricevette anche da pittori delle generazioni successive un’attenzione straordinaria. Compresi artisti stranieri come Albrecht Dürer, di cui a Reggio Emilia sono esposti tre disegni dalla British library e straordinarie incisioni provenienti dalla Galleria dei disegni e delle stampe degli Uffizi.

Mario Merz, La città ideale

Mario Merz, La città ideale

Intorno al prezioso codice emiliano i curatori sono riusciti a raccogliere l’intero corpus grafico e teorico di Piero della Francesca, ricostruendo così per la prima volta dalla morte dell’artista la sua bottega con i 7 esemplari, tra latini e volgari, del De Prospectiva Pingendi (tre dei quali conservati a Bordeaux, Londra e Parigi), i due codici dell’Abaco (dedicato alla mercatura), l’unico esemplare del Libellus de quinque corporibus regularibus e l’Archimede, opera che Piero lesse grazie alle trascrizioni arabe del testo greco e volle trascrivere illustrandolo con suoi disegni. In mostra a ricostruire l’importanza degli studi di matematica e di geometria di Piero per la storia della scienza è il matematico Odifreddi in una vivace audioguida che racconta il lavoro di Piero nelle risoluzioni algebriche e nella prospettiva geometrica, basata su quella euclidea trasmessa da copisti arabi.
Così, di sala in sala, il labirintico percorso espositivo che segue le vie segrete di Palazzo Magnani con i suoi molti saliscendi, ci permette di entrare in un affascinante mondo di botteghe di pittori e di matematici rinascimentali che condividevano gli stessi strumenti: compassi, righe di legno e di carta, squadre e oggetti curiosi come peli di coda di cavallo, fili sottilissimi come la seta, che servivano a simulare il raggio visivo della linea prospettica. Gli appassionati d’arte tuttavia non resteranno delusi: in mezzo ai disegni di Piero tradotti in modelli tridimensionali e multimediali per illustrare la logica delle costruzioni geometriche, fanno capolino opere come l’affresco staccato di San Ludovico da Tolosa (1460) di Sansepolcro che sembra rileggere in chiave pittorica l’agile e lucente statua di Donatello. E poi opere di maestri del XV e XVI secolo come Lorenzo Ghiberti, di cui è esposta una prova per la porta del Battistero, uno schizzo del Ghirlandaio per Santa Maria Novella in cui la prospettiva è appena accennata ma già abbastanza evidente e una straordinaria testa di Giovanni Bellini tratteggiata in un vertiginoso scorcio, oltreché schizzi degli architetti toscani Francesco di Giorgio, Antonio da Sangallo il Giovane, Baldassarre Peruzzi e dello stesso Michelangelo che schizza in prospettiva, a mano libera, una soluzione per la scala aggettante della biblioteca Laurenziana.

Piero della Francesca

Piero della Francesca

E poi, come accennavamo, vibranti opere grafiche di Dürer che conobbe i manoscritti di Piero e li usò per dare profondità prospettica alle sue opere grafiche, come quelli qui esposte. Stampe che idealmente dialogano con i disegni di Piero intesi come strumenti di progettazione e di ricerca dall’artista che conobbe il suo maggior successo alla corte di Urbino, in una vivace koinè culturale di studi umanistici e scientifici. E se grande risalto al genio di Piero nell’immaginare la città ideale è dato qui accendendo i riflettori su una affascinante tela preparatoria dell’omonima opera conservata ad Urbino, i curatori tuttavia sono ben attenti a non tradire il proprio scopo primario: far emergere parimenti quello che ingiustamente è considerato un Piero minore, l’autore di una vasta opera grafica, trascurato «per un preconcetto specialistico proprio dei nostri tempi – si legge nell’introduzione al catalogo -, ma tanto più grave quando ci si occupa di Rinascimento, che non separava le diverse discipline, trattando talune grandi personalità della storia dell’arte come se il loro essere contemporaneamente scienziati e artisti fosse una sorta di scissione». Rischiando in questo caso di non comprendere il senso dell’opera di Piero nella sua inscindibile unitarietà.

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Il Siglo de Oro al Prado e a Ferrara

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 3, 2013

 Velazquez-la venere allo specchioIl Siglo de oro della pittura spagnola torna al centro dell’attenzione con l’abbagliante mostra che Ferrara Arte dedica a un maestro delle nature nature morte e della pittura sacra come Zurbaran (1598-1664).

Nelle nobili sale di Palazzo dei Diamanti (che con questa mostra vara una nuova stagione espositiva dopo lo stop dovuto ai danni del terremoto) si susseguono scene di vita quotidiana, dalla evidenza quasi iperrealistica, primi piani di ciottoli da cucina e agnelli inondati da una luce “divina” e poi estasi e visioni di santi, scanditi da un ritmo drammatico di chiaro e scuro, come voleva la tradizione seicentesca della religiosissima Spagna.

Proprio in quella koinè artistica improntata a un canone sacro assai rigido emerse una personalità libera e decisamente in controtendenza come Diego Velázquez (1559-1960).

Che pur essendosi formato con un pittore classico come Pacheco, seppe emanciparsi dalla lezione del maestro e suocero per sviluppare una propria personalissima poetica laicamente incentrata sull’umano e in modo particolare sull’immagine femminile.

Zurbaran Agnus dei

Zurbaran Agnus dei

Basta pensare alla sua Venere allo specchio (1560) che, nuda, si staglia sul rosso fuoco del panneggio. La morbida posa delle gambe, la curva dei fianchi, il tono radioso della pelle, insieme al volto sfumato, quasi solo accennato nel riflesso dello specchio, ci regalano un’immagine femminile assolutamente originale all’interno di una tradizione seicentesca pesantemente segnata dalla dottrina e dalla committenza ecclesiastica ed imperiale.

E proprio ai rapporti fra Velàzquez e il casato reale è dedicata l’esposizione che al Museo del Prado si apre il prossimo 8 ottobre.

Con il titolo Velàzquez e la famiglia di Filippo IV, la rassegna  propone un percorso all’interno della ritrattistica di Valàzquez dal secondo viaggio a Roma del pittore nel 1649 fino alla sua morte a Madrid nel 1660.

Las Meninas di Kingston Lacy

Las Meninas di Kingston Lacy

Perno della mostra che raccoglie una trentina di opere di questo straordinario artista di origini andaluse è ovviamente la sala XII del Prado dove è conservato un capolavoro raffinato e in certo modo enigmatico come Las Meninas (1656).

In cui Velàquez, attraverso un labirintico gioco di specchi e di rimandi, tratteggia la trama del potere ma anche dei rapporti affettivi e privati nella famiglia reale. Consegnandoci così un quadro apparentemente celebrativo del potere, ma che al tempo stesso lo mette a nudo, mostrandone aspetti intimi e  segrete fragilità. E mentre si avvicina l’inaugurazione della mostra  madrilena ecco che torna ad accendersi la polemica intorno ad una versione di Las Meninas appartenente alla collezione di Kingston Lacy e fin qui considerata una copia di mano di Juan Bautista Martinez del Mazo (1611-1667), discepolo di Velàzquez. Il 2 ottobre in Spagna è stato pubblicato il risultato della lunga indagine firmata dallo studioso Matias Diaz Padron,componente del Consiglio nazionale  delle ricerche, che mette radicalmente in discussione questa attribuzione, sostenendo che (per quanto appaia come un’opera più grossolanamente abbozzata) si tratti di un’opera autografa, tanto quanto Las Meminas che il pubblico da sempre può ammirare al Prado. (Simona Maggiorelli)

dal settimanale left-avvenimenti

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Le geniali invenzioni d’immagine di Canova

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 16, 2012

Una mostra a Possagno fino al 30 settembre racconta la passione di Antonio Canova per l’arte tersicorea, con disegni e gessi dedicati alla bellezza e al movimento femminile nella danza.  Con una prima assoluta: il ritorno nel museo della danzatrice con i cembali, finalmente restaurata. Intanto a ai musei capitolini a Roma una ampia mostra raccaonta come la favola di amore e psiche sia stata rappresentata nei secoli, dall’antichità a Canova.

di Simona Maggiorelli

Canova, bozzetto di Amore e Psiche

Non sono più monche le braccia della Danzatrice con i cembali di Antonio Canova (1757-1822) una delle tre statue “gemelle” che l’artista dedicò al fascino dell’arte tersicorea. Era dalla prima guerra mondiale, quando il gesso finì sotto le granate austroungariche, che si attendeva un suo adeguato restauro. Grazie alla collaborazione fra la Fondazione Canova e il Museo Bode di Berlino, che ha permesso il ricorso a tecniche avanzatissime di rilievo in 3D e di «modellizzazione tattile», ora l’originale di mano di Canova (che suoi collaboratori nel 1812 tradussero in marmo) ha recuperato la sua integrità. Ritrovando l’armonia di forme, il movimento delle linee e l’eleganza originarie. Come si può apprezzare ora in una mostra, aperta fino al 30 settembre, nelle sale della Gipsoteca Museo Canova di Possagno; in una esposizione che presenta non poche sorprese. Attorno alla Danzatrice con i cembali, infatti, sfilano una cinquantina di disegni, acquerelli e studi di Canova dedicati al tema della figura femminile in movimento; una serie di scene di ballo con muse e divinità, rappresentate come fanciulle vive e vitali e dalla grazia straordinaria. Specie se paragonate alla inerte e pesante statuaria romana esemplata su modello greco che Canova, appassionato di studio dell’antico, aveva avuto modo di studiare a Roma e ad Ercolano e che, nel secolo del neoclassicismo, non poteva non prendere a modello.

Canova, danzatrice con i cembali

Canova, danzatrice con i cembali

Ma se i delicati disegni canoviani di “bellezze in movimento” colpiscono per la leggerezza e la musicalità che esprimono e se le sue statue, finemente modellate (al punto da conferire al gesso e al marmo la morbidezza della carne), seducono per la somma sprezzatura e la naturalezza del risultato finale, i bozzetti in argilla di Canova catturano lo sguardo per lo straordinario pathos e per il dinamismo che li anima. Impulsivi e non finiti, i bozzetti di Possagno evocano forme sfuggenti, in divenire. In questi grezzi modellati appare dirompente l’invenzione d’immagine ma anche la sensibilità tattile con cui Canova la realizzava. Mentre l’assenza di rifiniture e di superfici levigate regala effetti pittorici e drammatici chiaro-scuri. Che fecero la fortuna di Canova presso i Romantici. Ma anche del tutto insoliti per la poetica più complessiva dell’artista.

Come si può verificare anche a Roma, confrontando dal vivo un bozzetto di Canova dedicato ad Amore e Psiche e un suo gesso che rappresenta Amore e Psiche stanti. Le due opere fanno parte di un ampio percorso espositivo dedicato alla favola di Amore e Psiche dall’antichità a Canova. Una ampia esposizione a tema, dal 16 marzo in Castel Sant’Angelo e che raccoglie una settantina di opere, dal III secolo a.C. fino alla metà dell’Ottocento; opere in cui pittori e scultori hanno rappresentato e ricreato questa favola antichissima che ci parla ancora oggi e in modo poetico e profondo del rapporto fra uomo e donna. Un mito – come ha ricostruito puntalmente la studiosa Anna Maria Zesi  nel libro Storie di Amore e psiche, l’Asino d’oro edizioni – di cui si possono trovare varianti nella cultura orale di popoli diversi e lontani, dall’India al Medio Oriente e che ci regala una storia assai diversa e ben più rivoluzionaria di quella di Edipo, che consegnerebbe a un destino  di odio, assassinio   e  cecità.

Alle radici del mito di Amore e Psiche . Una mostra ripercorre la storia dell’iconografia

annamaria zesi,storie di amore e psiche

Una ampia  mostra in Castel Sant’Angelo a Roma  ripercorre attraverso un’ottantina di opere di reperti la storia del mito di Amore e Psiche, così come nel corso di una storia millenaria l’ hanno riletto gli artisti a partire della versione del mito codificata da Apuleio che certamente, ( come intuì molti anni fa lo psichiatra Massimo Fagioli) rielaborò materiali e tradizioni greche ma anche antecedenti.

Fra le molte rielaborazioni, come accennavamo, spiccano le geniali invenzioni di immagini di Antonio Canova, a cui in occasione della mostra Mario Guderzo dedica un interessante  saggio, contenuto nel catalogo edito da L’erma di Bretschneider che accompagna la mostra .

“Canova fu scultore, pittore ed architetto- ricorda lo studioso -. Bozzetti di argilla, modelli in gesso, sculture in marmo, ma anche dipinti, documenti, lettere, attraverso questi straordinari materiali oggi si può comprendere la complessità della sua arte e leggere ” a tutto tondo” la personalità di questo straordinario artista”. Senza dimenticare  i grandi della letteratura, da Foscolo a Leopardi, ma anche Stendhal che annotava nei suoi diari: ” A casa della signora Tambroni ci è capitato spesso di discutere con il Canova della necessità in cui si trovava la scultura, di imitareil gestire degli attori, cioé di imitare un’imitazione.  Ma per quanto fossimo brillanti, Canova non ci ascoltava affatto: le discussioni estetiche non lo interessavano, egli comprendeva solo i discorsi per immagini, gli unici che sollecitassero la sua fantasia….”.

E ancora, scrieva l’autore de Il Rosso e il nero e de La Certosa di Parma: ” Canova era figlio di un semplice operaio e la felice ignoranza in cui  era vissuto per tutta la giovinezza l’aveva preservato dal contagio delle teorie estetiche, da Lessing a Winckelmann, dalla loro retorica sul mito apollineo e infine dallo Schlegel che gli avrebbe insegnato che la tragedia greca altro non è che scultura”.

In  mostra fino al 1o giungno nel museo di Castel Sant’Angelo, fra molte altre opere , si possono vedere come  testimonianze iconografiche come Amore e Psiche degli Uffizi e la Psiche alata dei Musei Capitolini, una serie di terracotte, vasi e avori provenienti da musei italiani e greci, la serie completa delle incisioni del Maestro del Dado della prima metà del Cinquecento e, ancora, due disegni di Raffaello e bottega preparatori per la Loggia di Psiche della Farnesina, Amore e Psiche di Jacopo Zucchi,   Ma anche un richiamo virtuale realizzato dall’Enea – tramite una ripresa in 3D – alla Loggia di Psiche di Raffaello.

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